Da oggi iniziamo a pubblicare settimanalmente dei racconti che l’associazione Wigwam ha raccolto nell’ambito della didattica de “La Cultura del fosso”, progetto educativo 2019-2020 “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. A Wigwam, e ad Efrem Tassinato che la presiede, va il nostro grazie per la gentile concessione degli scritti, preziose memorie di un tempo che, confidiamo, possa tornare, anche se in modo diverso.
Iniziamo dal racconto di Antonio Giraldo, “I fossi di scolo – La poesia di un umile fosso, un universo di biodiversità che fa ritrovare il senso vero della vita“.
Ho molti ricordi dei fossati nel mio essere bambino. Qui, dove abito ancora, era tutto un intreccio di fossi più o meno pieni, anche d’estate… Ricordo l’acqua che sembrava sorgiva da tanto limpida. Era corrente, con dentro, vari tipi di pesce, guizzanti e pieni di energia. Quando ancora non c’erano tutti questi divieti, seguivo mio padre che andava a rane, di notte. I fossi ne erano pieni e al calar della sera si udiva un coro, alternato o a tempo unisono… era bello ascoltarle. O quando era in arrivo un temporale, allora erano più insistenti e annunciavano la pioggia. Dai fossi uscivano anche i molteplici rospetti, che quando pioveva saltellavano ovunque destando allegria.
Mi ricordo le tante tartarughe con al seguito le tartarughe piccine con il loro camminare un po’ impacciato, che si rovesciavano al minimo filo d’erba un po’ più robusto. Allora la mamma tornava indietro a rigirarle. I ramarri, fermi fra l’erba a godersi il sole, destavano curiosità e nel contempo tenerezza.
Quante volte ho passato i pomeriggi all’ombra degli alberi lungo il fosso. Seduto ammiravo la meravigliosa natura e sospiravo perché ne comprendevo la grandezza. Immagini, visioni di altri tempi, quando bastava poco per essere contenti. I fossi, allora, venivano puliti e se non potevano i proprietari, ci pensavano le autorità comunali con l’impiego di persone a casa dal lavoro. Il fondo del fosso era pulito, sempre e le sue rive abbondavano di alberi che poi sarebbero serviti come combustibile d’inverno.
Ricordo che quando andavo, con la mia biciclettina rossa, a scuola comunale, (dove ora sono le medie) per arrivare fino in piazza, due profondi fossi laterali mi accompagnavano fino a dove ora c’è il bar e i magazzini Livio. Un po’ dappertutto c’erano i fossi, necessari per il defluire delle acque che, partendo dalla piazza, venivano convogliate fino allo Scolo e da lì, fino alla Schilla. Certo i fossi riportano anche immagini tristi quando nel 1966 arrivò l’alluvione. Ma anche in quel contesto ebbero la loro parte importante perché basta pensare a cosa sarebbe accaduto se non ci fossero stati… l’acqua sarebbe stata più alta e non ci sarebbe stato modo di farla defluire in fretta.
Anche oggi, nonostante il progresso e l’evoluzione, i fossi sono ancora importantissimi. Il vivere odierno, per svariati motivi, ha portato al loro riempimento, con tubi e fessure, per fare defluire l’acqua e quindi lo spazio riservato alla stessa non è più quello. In questo tempo è cambiato un po’ tutto, noi per primi. Non ci sono più tartarughe sulle rive dei fossi, né rospi, né rane. Il loro posto è stato preso dal granchio rosso della Louisiana.
Che bello sarebbe potere ancora udire quel gracidare sul far della sera e vedere i girini guizzare nei fossi, nell’acqua per la quale avevamo il rispetto più profondo essendo, essa, parte di noi, del nostro cibo, della nostra sete quotidiana, della nostra pulizia. I fossi, i fossi… dove vivo tuttora ne sono circondato ma è tutto un po’ lasciato andare come accade quando si vive senza amore.
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