Ecco il settimo racconto legato a “La Cultura de Fosso“, progetto educativo 2019-2020 delle “Comunità Solidali e Sostenibili” realizzato dall’associazione Wigwam, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e della Regione del Veneto, la collaborazione di 9 comuni e la partecipazione di una ventina di associazioni. Il racconto, scritto da Franco Dario, “La descoverta (riscoperta ndr) del fosso, Chioggia, orti, Bosco Nordio“.
Prendere la bici; ritrovarsi fra amici nel tempo libero, pedalare. Andare fuori porta e attraversare il ponte sulla laguna. Strada stretta a dorso di mulo, ombra di platani. Nel vento arrivavano ai sensi colori e aromi diversi. Eravamo circondati dai primi orti. S’entrava nella terra.
Il Ridotto Madonna (sarà poi l’ultima tappa sulla via del ritorno), Brondolo, i bunker della guerra.
Prima decisione: a destra sull’argine che separava (o faceva da tramite?) il fiume Brenta dalle barene lagunari fino al ponte sulla confluenza Brenta/Bacchiglione a Ca’ Pasqua e poi via per la campagna; torre delle Bebe e Valcerere-Dolfina? O a sinistra per attraversare subito il Brenta sul ponte stradale o…su quello della ferrovia (emozione, sguardi incerti, l’orario del treno? Il casellante? Trasgressione?…)?
Ok. Strada (primo affiorare dei principi di precauzione e responsabilità: pensieri “bambini” per le grandi menti di certa pseudotecnologica intelligenza…). Via per Ca’ Lino, orti e campi fino all’Adige; dietro front e dentro al bosco di Nordio, prime case di S. Anna.
Fra questi campi e orti, col variare dell’altezza del sole, s’accendevano strisce di luce: piccoli fossi. Sapevamo di girini, rane, libellule, insettini zampettanti sull’acqua, piccoli fiori, piante galleggianti, vermi, chiocciole, serpentelli, ramarri… Se n’era parlato a scuola quando facevamo i primi passi nelle scienze e nella geografia. E si restava lì silenziosi ad osservare tutta quella vita.
La brezza marina rinforzava e s’orientava fra lo scirocco e l’ostro: suonava la “campanella” del ritorno. Ultima fermata a Ridotto Madonna. C’era un fosso nascosto da una foresta di canne. Si sceglieva quella più adatta per attaccarci filo, piombino ed amo. Poi si pedalava veloci verso casa. Appesi con lo spago al manubrio vibravano mazzetti di papaveri in boccio. Un barattolo d’acqua e il giorno dopo una macchia rossa avrebbe colorato una stanza.
Questo è il ricordo dei fossi un tempo frequentati.
Riprendere, rivivere quelle esperienze, in qualche modo comunicarle è offrirle ancora all’ascolto, alla visione, al desiderio di ritrovare questi “piccoli” tesori.
Se li tolgo dalla dimenticanza sono salvati dall’oblio e ri-nascono come memoria.
La memoria è il tesoro affidato all’eredità.
Erede non è colui che sperpera il dono, ma lo accoglie lo ri-mette in luce, ovvero lo apre a nuove possibilità perché il presente, se consapevole di essere figlio del passato, sia linfa per il suo futuro.
C’è acqua nel fosso, segno, traccia liquida nel terreno. Questo rapporto di compenetrazione e nutrimento fra acqua, terra, aria e presenze vegetali e animali è il fosso, piccolo cosmo di vitalità.
Racconti precedenti: 6, 5, 4, 3, 2, 1
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