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Come distinguere il pane fresco da quello congelato? In Veneto presto lo sapremo per legge!

La Giunta Regionale del Veneto ha dato in questi giorni il via libera all’iter del progetto di legge in materia di produzione e vendita di pane ponendo, di fatto, le basi per risolvere uno dei problemi che da sempre angustiano di più consumatori ed operatori: distinguere il pane fresco da quello congelato o precotto.

Un panino su quattro che mangiamo è congelato o precotto nonché fatto nell’est europeo. “Molti non lo sanno –dichiara Giuseppe Sbalchiero, Presidente di Confartigianato Imprese Veneto – ma un panino su quattro di quelli confezionati che troviamo nei supermercati e che mettiamo sotto i denti nelle mense e nelle tavole calde dei self service, non è veramente fresco e, di norma, non è neppure fatto nel nostro Paese ma viene dall’Est Europa, Romania e Bulgaria in particolare. Negli ultimi anni, il fenomeno è andato incrementandosi a tal punto che le importazioni dalla Romania di prodotti a base di cereali sono passate dai 7mila chili del 2002 ai 13milioni di chili del 2011, raddoppiando solo nell’ultimo anno”.

Il pane fresco è solo quello cotto e venduto in 24 ore. “È una vera e propria truffa – prosegue il Presidente -, che sarà possibile arginare non appena sarà approvata la nuova legge che tra l’altro prevede proprio la definizione di “pane fresco” come prodotto cotto e venduto nell’arco di 24 ore, che obbligherà a segnalare quel prodotto che è congelato e solamente cotto. Ma non solo. L’articolato ha almeno altre tre novità importanti: la nomina del responsabile tecnico con formazione adeguata o esperienza comprovata nel settore per ogni punto di produzione in modo da assicurare qualità e sicurezza del prodotto; la definizione dei “forni di qualità” per aumentare la chiarezza e trasparenza nei confronti del consumatore e l’istituzione del registro delle specialità da forno su cui saranno indicate le produzioni tipiche e tradizionali venete a salvaguardia del patrimonio legato alla panificazione del territorio”.

Nicola Trentin, Presidente regionale Gruppo Panificatori di Confartigianato Imprese Veneto

Prioritario tutelare il consumatore. “Il pane rappresenta un bene fondamentale della piramide alimentare –dichiara il padovano Nicola Trentin, Presidente regionale del gruppo panificatori di Confartigianato Imprese Veneto – e disciplinarne gli aspetti produttivi, nonché alcuni requisiti identificativi degli esercizi di vendita, significa fornire al consumatore una ulteriore garanzia di tutela della propria salute. Dobbiamo essere in grado di capire se si sta acquistando un prodotto realmente fresco o un prodotto che è stato semplicemente cotto nel punto vendita. Ma è anche necessario che il consumatore sappia distinguere con chiarezza e certezza se sta acquistando pane in un punto vendita dotato di impianto di cottura o se sta acquistando da un panificio. Il panificio è l’azienda tradizionale che il pane lo produce nell’arco della giornata con un procedimento produttivo unico e continuo, che inizia con la formazione dell’impasto di sfarinati, lievito, sale e acqua, e finisce sulla bocca del forno, con il pane caldo appena sfornato e pronto per la vendita al consumatore finale. Procedimento quest’ultimo che richiede una professionalità ed un impegno molto più alti per dare al consumatore il prodotto fragrante che egli aspetta di avere”. “Dopo oltre vent’anni –conclude Trentin- auspico che la norma possa avere un iter veloce nel passaggio in commissione consigliare e venire approvata a breve dal consiglio regionale”.

(Fonte: Confartigianato Imprese Veneto)

Frodi: il falso olio extravergine di oliva fa crollare i prezzi

La recente inchiesta coordinata dalla Procura di Siena sulle indagini condotte dalla Guardia di Finanza insieme al Dipartimento dell’Ispettorato centrale per la tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari del Ministero delle Politiche Agricole sulle frodi alimentari ha portato al sequestro di oltre 8.000 tonnellate di olio d’oliva ottenuto da illecita miscelazione con materie prime di categoria inferiore o con altra provenienza geografica.

Diffidare degli oli venduti ad un prezzo che non riesce a coprire neanche i costi di raccolta. L’operazione svela il “mistero” delle tante anomalie che si trovano sul mercato dove occorre diffidare da quegli oli che sono venduti a prezzi che non riescono a coprire neanche i costi di raccolta delle olive. Così, i prezzi pagati ai produttori agricoli crollano per effetto della concorrenza sleale provocata dagli inganni e contraffazioni, nonostante i consumi di olio extravergine delle famiglie siano aumentati del 4,2% nel 2012 e la produzione nazionale si sia ridotta addirittura del 6% nell’ultima raccolta. L’arrivo di olio di oliva straniero in Italia ha raggiunto il massimo storico di 584mila tonnellate e ha superato la produzione nazionale, in calo nel 2011 a 483mila tonnellate. Il risultato del sorpasso è il fatto che oggi la quota maggiore di bottiglie di olio proviene da olive straniere senza che questo sia sempre chiaro ai consumatori. Inoltre, si assiste ad una forte riduzione della qualità dell’olio in vendita, oltre che a una pericolosa proliferazione di truffe e inganni.

Mercato e truffe. L’Italia è il primo importatore mondiale di olio che per il 74% arriva dalla Spagna, il 15% dalla Grecia e il 7% dalla Tunisia, proprio i Paesi coinvolti dalla truffa scoperta a Siena. Nel 2011 si è verificato un ulteriore aumento del 3% nelle importazioni di olio di oliva dall’estero che sono quasi triplicate negli ultimi 20 anni (+163%), sommergendo di fatto la produzione nazionale, che sarebbe peraltro quasi sufficiente a coprire i consumi nazionali. Gli oli di oliva importati in Italia vengono mescolati con quelli nazionali per acquisire, con le immagini in etichetta e sotto la copertura di marchi storici, magari ceduti all’estero, una parvenza di “italianità” da sfruttare sui mercati nazionali ed esteri dove sono state esportate 364mila tonnellate nel 2011.

Sotto accusa è anche la mancanza di trasparenza visto che quattro bottiglie di olio extravergine su cinque in vendita in Italia contengono miscele di diversa origine, per le quali è praticamente illeggibile la provenienza delle olive impiegate. E questo nonostante sia obbligatorio indicarla per legge in etichetta dal primo luglio 2009, in base al Reg. CE n. 182 del 6 marzo 2009. Sulle bottiglie di olio extravergine ottenute da olive straniere in vendita nei supermercati è quasi impossibile, nella stragrande maggioranza dei casi, leggere le scritte “miscele di oli di oliva comunitari”, “miscele di oli di oliva non comunitari” o “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari” obbligatorie per legge nelle etichette. La scritta è riportata in caratteri molto piccoli, posti dietro la bottiglia e, in molti casi, in una posizione che la rende difficilmente visibile. Per questo risulta essere importante la proposta di legge “salva-olio Made in Italy” sottoscritta recentemente da numerosi parlamentari.

(Fonte: Veneto Agricoltura Europa)

In Alto Adige inizia la raccolta dei cavolfiori, buona la qualità, ma leggero calo di produzione

In Aldo Adige è in pieno svolgimento la raccolta del cavolfiore, la cui stagione prosegue fino a inizio ottobre. Buona la qualità, nonostante il caldo delle ultime settimane, mentre la produzione, 3000 tonnellate, è in leggero calo rispetto al 2011. A rivelarlo, è una nota congiunta del marchio di qualità Alto Adige e l’Organizzazione Export della Camera di Commercio di Bolzano. Il cavolfiore in Alto Adige viene coltivato per la maggior parte in Val Venosta e la produzione è pressoché assorbita dal mercato interno (95%).

(Fonte: Ansa.it)

I sapori dimenticati della cucina italiana in aiuto a Chefs Sans Frontières

(di Renzo Michieletto, socio ARGAV) Assolutamente da non perdere! Stiamo parlando del volume “La cucina ritrovata”, scritto con passione da reporter non professionisti e curato dal collega Andrea Guolo, presentato ai soci ARGAV al Wigwam ad Arzerello di Piove di Piove di Sacco lo scorso 25 giugno. Un libro di circa 350 pagine suddivise, per ciascuno degli 80 piatti selezionati in tutta Italia, in tre distinte sezioni: descrizione del piatto, breve ricetta e recensione del ristorante dove viene tuttora preparato secondo la maniera tradizionale.

Attraverso il cibo, uno spaccato di storia dell’Italia. Il libro rappresenta una sorta di testamento della “biodiversità culinaria”, ovvero un sunto di quelle ricette popolari antiche e preziose che stanno rischiando di scomparire, e dunque  di essere dimenticate. L’opera, alla quale ha collaborato anche il nostro associato ARGAV Gian Omar Bison, si presenta con uno stile tutt’altro che accademico, tanto che alla fine diventa qualcosa di più di un semplice ricettario o guida alla ristorazione. Gli Autori riescono infatti a dipinge, tramite il cibo, uno spaccato di storia e della società del nostro Paese, che non ha eguali al mondo per la varietà della propria offerta enogastronomica.

Ricavato della vendita del libro a Chefs Sans Frontières. “La cucina ritrovata” consente così al lettore di disporre di uno strumento diverso dalle tradizionali guide in circolazione: l’appassionato di cucina potrà infatti individuare quei ristoranti dove gustare piatti rari o praticamente estinti, ma anche proposte diffuse che però non vengono più preparate nella maniera tradizionale. Il libro (Morellini Editore, prezzo di listino euro 17,90) esce in questi giorni nelle migliori librerie italiane e rappresenta la prima opera scritta direttamente da recensori de il mangione.it il portale per antonomasia della ristorazione italiana che attualmente conta oltre 150.000 utenti registrati e ospita un patrimonio di circa 50.000 recensioni on-line e che devolverà gli introiti derivanti dalla vendita del libro all’associazione “Chefs Sans Frontières”, onlus che si occupa del recupero di ragazzi di strada africani che avranno la possibilità di acquisire una formazione di chef.

Ehi ragazzi! A Rolle di Cison di Valmarino (Tv) c’è una “terrazza” su un mare…di vigneti

(di Marina Meneguzzi, socio ARGAV, giugno 2012) Ehi ragazzi! Immaginate per un momento di stare sulla tolda di una nave ma che, invece delle vastità marine, davanti a voi ci sia un mare verde di prati e colline vitate a Prosecco. Ebbene, non si tratta di una fantasia frutto del caldo estivo, ma della sensazione che si prova una volta seduti nella terrazza a semicerchio del ristorante Andreetta a Rolle, piccola frazione di Cison di Valmarino, nell’Alta Marca Trevigiana.

Alberto Resera

Tre generazioni di passione per la cucina e l’ospitalità. A Rolle non si passa per caso, bisogna arrivarci attraverso una strada tortuosa che da valle porta a questo piccolo borgo, dal 2004 sotto la tutela del Fondo per l’Ambiente Italiano. Il ristorante si trova proprio nel cuore del paesino, accanto alla chiesa parrocchiale risalente al XIII secolo ed è condotto dalla famiglia Andreetta fin dagli anni Sessanta con mamma Santina per proseguire oggi con la figlia Anna Maria ed il marito Alberto, esperto ed appassionato sommelier, insieme alla nipote Elena.

Sapori veneti ritrovati. Il locale è da frequentare non solo per la vista mozzafiato ma soprattutto per la buona cucina di territorio (prezzo 25-30 euro vini esclusi): salumi di produzione propria serviti per antipasto (con possibilità di portarseli anche a casa), paste casalinghe (una vera delizia i tortelli ai fiori di sambuco e i risi e bisi de Borso del Grappa), tra i piatti di carne la faraona in salsa peverada, disponibile inoltre una ricca scelta di formaggi (quasi una trentina) serviti con mostarde di pere, albicocche, aranci e fichi e un menu di pesce d’acqua dolce. Chi desidera, può anche pernottare nel B&B Gastaldo di Rolle ubicato nello stesso edificio del ristorante.Che si trova in via Enotria 5-7, tel. 0438.85761, è chiuso il mercoledì e giovedì a pranzo.

Far pascolare le pecore, sembra facile ma…

Davide Morandi insieme al papà

(di Marina Meneguzzi, socio ARGAV) Dalle rilevazioni Istat sull’occupazione (marzo 2012), Coldiretti ha stimato che nell’ultimo anno in Italia, circa 3 mila giovani hanno scelto di fare il pastore, complici la crisi economica ma anche il fascino di un mestiere che evoca ampi spazi e libertà d’azione. In realtà, allevare gli ovini oggi significa fare i conti non solo economici (la vendita della lana oramai non copre neanche i costi di tosatura), ma anche con i lacci e i lacciuoli della burocrazia. Ne sa qualcosa Davide Morandi, ospite lo scorso 30 maggio all’incontro di aggiornamento professionale ARGAV al circolo di campagna Wigwam Arzerello di Piove di Sacco (PD). Davide è titolare insieme ai fratelli di Allevamento Veneto Ovini, azienda di Anguillara Veneta (PD) nata dall’esperienza di ben tre generazioni, dedite tutte alla pastorizia e all’allevamento di pecore da carne.

Costi di pascolo lievitati. L’azienda di Morandi fa allevamento stanziale e da pascolo, quest’ultimo praticato da maggio a settembre presso una malga nel bellunese e in autunno lungo gli argini, nel padovano. In verità, pascolare su questi terreni, che appartengono al demanio idrico, è vietato (la norma che regola il divieto è un regio decreto del 1904) in virtù del fatto che le pecore potrebbero danneggiare l’argine e, di conseguenza provocare un rischio idraulico, nonché causare danni alla salute pubblica (ma oggi gli animali sono sottoposti a rigorosi controlli). C’è però la possibilità che gli argini vengano dati in concessione al pastore, solitamente per 5 anni, ma i divieti di pascolo sono sempre in agguato perché i sindaci dei paesi in cui si trovano gli argini, se sollecitati da cittadini che temono lo sporco delle pecore e i loro…belati troppo rumorosi, possono sempre emettere un’ordinanza e vietarne il transito. Comunque, a parte queste difficoltà che i pastori si trovano ad affrontare, nei giorni scorsi a Padova era tempo di rinnovo delle concessioni e Morandi, insieme ad altri piccoli allevatori della zona, ha scoperto che, questa volta, le concessioni presentavano la clausola del miglior offerente. La conseguenza è stata la lievitazione del prezzo, passato da 3 a 400 euro circa all’ettaro, un costo insostenibile per Davide che ha dovuto rinunciare mentre a beneficiarne, in questi casi, sono solitamente grandi aziende agricole, spesso non del territorio e che non hanno interesse al pascolo e allo sfalcio. Morandi, che considera ingiusto, ad esempio, il fatto che non siano stati previsti dei punteggi a favore degli allevatori locali, è pronto a ricorrere a vie legali per tutelare i propri diritti presso il Genio Civile ma al momento,  per il passaggio delle pecore, deve affidarsi alla disponibilità dei nuovi concessionari.

da sx Efrem Tassiato e Davide Morandi

I pastori del terzo millennio devono guardare alla multifunzionalità. Al dibattito è seguito un momento conviviale a base di salumi e carne di pecora, magistralmente preparato dal giornalista chef Efrem Tassinato, nostro anfitrione al Wigwam Arzerello. “Come la maggior parte dei pastori veneti – racconta Davide – alleviamo la pecora biellese e bergamasca, ma il consumo di carne ovina nella nostra regione, al di là del periodo pasquale e, oggi, della richiesta da parte degli immigrati islamici, è prossimo allo zero, così portiamo gli animali alle aziende di trasformazione del centro Italia, Toscana, Abruzzo e Umbria, regioni che hanno una maggiore tradizione culinaria a base di pecora”. Quindi, per dare un impulso alla nostra attività abbiamo avviato uno spaccio-macelleria, una fattoria didattica e tra poco apriremo un agriturismo, dove finalmente metterò a frutto anche i miei studi da cuoco”.

Conosciamo davvero la bistecca che mangiamo? I soci ARGAV in visita a UNICARVE

Nell’ambito delle iniziative di aggiornamento professionale organizzate da ARGAV, sabato 16 giugno p.v. i soci saranno ospiti di Unicarve, l’Associazione di produttori di carne bovine del Triveneto diretta da Giuliano Marchesin, socio ARGAV, per la visita all’azienda agricola Nuova Annia (via Annia 92-94) di Lugugnana di Portogruaro (VE).

All’insegna del tema “conosciamo la bistecca che mangiamo”, la giornata studio consentirà di approfondire le nostre conoscenze al riguardo. Programma: ore 10.30 Arrivo all’azienda agricola, visita guidata a magazzini alimentazione, stalla di sosta, stalle ingrasso, impianto di biogas; ore 12.30 dibattito conviviale sulla “bistecca”; ore 15.00 visita alla Valle Zignago (Ha. 800 tra canneti, valle di pesca e coltivazioni).

Arrivano le zucchine gialle, squisite, ma sempre meno coltivate

Le zucchine gialle sono una “chicca” in cucina, squisite e versatili, ma è sempre più difficile trovarle. E’ adesso il momento migliore per la raccolta. Sono rimasti in pochi a coltivarle. Così nel Veneto se ne producono poche decine di quintali, pochissimo se si fa il confronto con altre varietà, in particolare con le verdi.

Produzione ridotta per la raccolta laboriosa. Il motivo è spiegato da Vittorio Tosatto, azienda orticola a Scorzè, in provincia di Venezia: “Sono alquanto spinose e questo rende la raccolta laboriosa, bisogna cercare la zucchina tra le tante foglie, e la resa è piuttosto bassa. Fatti bene i conti, il prodotto non dà grandissime soddisfazioni, anche se ha ancora alcuni validi sbocchi commerciali”. Il prezzo è superiore rispetto alle varietà che si trovano comunemente in commercio; sul finire di maggio hanno toccato i 3 euro e mezzo alla produzione.Nel frattempo la quotazione è scesa sensibilmente, ma si mantiene comunque su livelli considerati interessanti.

Gusto simile alla zucca. E’ un mercato ormai solo di nicchia, confermano a OPO Veneto, organizzazione di produttori orticoli di Zero Branco (Treviso), rivolto in particolare al mondo della ristorazione. Si trovano quasi soltanto dai fruttivendoli più attenti alle cose diverse, curiose e ricercate. Sono richieste da consumatori intelligenti che cercano prodotti buoni e tradizionali, che amano il piacere di scoprire gusti originali. Delle zucchine gialle apprezzano il sapore ben riconoscibile nella sua delicatezza, la dolcezza, la leggerezza e la digeribilità. E’ un gusto che si avvicina molto a quello della zucca. Con le zucchine gialle sono preparati deliziosi risotti oppure ottime frittate. Si distinguono per versatilità in cucina tanto che si prestano per antipasti, primi, secondi, contorni, dolci.La pianta (cucurbita pepo, famiglia delle cucurbitacee), originaria dall’America centro meridionale, è resistente e ama il caldo. Il colore delle zucchine è giallo oro, i fiori sono sul giallo arancione. La gialla, come tutte le zucchine, è un ortaggio ipocalorico, disintossicante, depurativo e digeribile: virtù che lo rendono ideale per chi vuole mantenersi leggero o si trova in dieta. In più offre un tocco di colore, di originalità e di dolcezza.

(Fonte: http://www.ortoveneto.it)

ARGAV in visita al pastificio Jolly Sgambaro, marchio simbolo per le tavole venete

Pasta Jolly Sgambaro (foto Maurizio Drago)

(di Emanuele Cenghiaro, socio ARGAV) Fare la pasta e farla bene è lo scopo del pastificio Jolly Sgambaro di Castello di Godego, in provincia di Treviso. Una delegazione Argav lo ha visitato l’1 giugno scorso traendo la conclusione che anche in Veneto è possibile fare una pasta di qualità.

Pier Antonio, Dino e Cristina Sgambaro con Fabrizio Stelluto, Mirka Cameran Schweiger di ARGAV e lo chef Giuseppe Agostini (foto Maurizio Drago)

Un’azienda da sempre all’avanguardia. Soprattutto in Veneto, verrebbe da dire, vista l’eccellenza assoluta del grano duro coltivato nella pianura Padana, come assicura Pierantonio Sgambaro, che oggi conduce l’azienda fondata a Cittadella nel 1947 da Tullio Sgambaro e poi proseguita dai figli Dino ed Enzo. E se, nel 2003, il pastificio aveva ottenuto, primo in Italia, la certificazione di prodotto di puro “Grano duro italiano” oggi impressa su tutte le confezioni rosse a marchio “Jolly”, a Pierantonio è sorta l’idea di fare di più: accostare al proprio prodotto di punta, la pasta a marchio “Jolly Sgambaro” in confezione gialla, l’idea del “Km 0”.

Pastificio Jolly Sgambaro (foto Maurizio Drago)

I vantaggi del km zero. “Non si tratta di una semplice trovata commerciale – spiega Pierantonio Sgambaro – perché per questa pasta si utilizzano solo grani selezionati provenienti da Veneto, Emilia Romagna, Lombardia e in parte Friuli Venezia Giulia. La massima distanza dal nostro molino è di 170 chilometri: un vero km 0 a paragone dei viaggi intercontinentali che devono effettuare i chicchi usati da altri pastifici”. E continua: “Attraverso la minor percorrenza possibile tra i campi di coltivazione del grano e il molino garantiamo la perfetta conservazione del grano come appena raccolto. E si assicura un maggior rispetto dell’ambiente, con minor consumo di energia e minore inquinamento”. A completare la qualità di questa pasta si aggiungono la lenta lavorazione e le basse temperature di essicazione, grazie alle quali le qualità organolettiche, il profumo e la fragranza del grano rimangono inalterate.

Dal molino al piatto, Jolly Sgambaro (Foto Maurizio Drago)

Non solo grano, ma anche farro, kamut e farine biologiche. La Jolly Sgambaro, che da anni garantisce la tracciabilità del prodotto, lavora circa 50mila tonnellate di grano duro all’anno, di cui 30mila frutto di un consolidato rapporto con agricoltori e cooperative della Puglia, le restanti 20mila provenienti da 9mila ettari di seminativi nella pianura Padana. Fiore all’occhiello è anche la produzione di pasta con farina di farro, ma non mancano prodotti con farine biologiche e kamut. Il rapporto diretto con i coltivatori, oltre a garantire la tracciabilità del prodotto già da ben prima che diventasse un obbligo di legge, permette all’azienda di ottenere una materia prima dalla qualità controllata (zero rilevabilità dei pesticidi, ad esempio), che viene lavorata in modo ottimale e trasformata in farina con metodo a sfregamento nel mulino annesso al pastificio. Un lettore ottico seleziona i chicchi ad uno ad uno.

Dino Sgambaro (foto Maurizio Drago)

Prossimo obiettivo: sostenibilità. Tutta l’energia elettrica utilizzata per i processi produttivi deriva da fonti rinnovabili, l’acqua viene pescata nelle falde sotterranee, le stesse usate da notissimi marchi di acque minerali (per 100 chili di pasta si utilizzano 28 litri d’acqua). Nell’agosto 2011 l’azienda ha conseguito la certificazione UNI EN CEI 16001:2009, primo passo verso il prossimo obiettivo: l’efficienza energetica e il minor impatto ambientale possibile. Lo stabilimento di Castello di Godego è inoltre dotato di un percorso didattico che illustra tutte le fasi della lavorazione, dal chicco alla pasta, ed è visitato ogni anno da migliaia di alunni.

Chioggia Ortomercato del Veneto porta a tavola i prodotti del territorio insieme ai “Campioni” della pizza

Pizza e birra. Niente di più universale e quindi come collegarlo a un territorio specifico? Una sfida che Chioggia Ortomercato del Veneto ha voluto raccogliere coinvolgendo il pluripremiato pizzaiolo Gianni Calaon, primo classificato nella sezione Pizza Classica al Campionato Mondiale di Salsomaggiore nel 2010.

A cena dai “Campioni”. E così, nel nuovo ambiente che Calaon ha aperto nei locali del Ra Stua sul Lungomare di Sottomarina assieme a Manuel Baraldo, chef internazionale che si fregia di numerosi riconoscimenti dall’Accademia della Cucina Italiana, giovedì 31 maggio si potranno rivivere atmosfera e sapori del Campionato Mondiale della Pizza gustando le loro stuzzicanti specialità elaborate in un menù degustazione con prodotti tipici del Territorio Veneto. L’evento, intitolato “A cena dai Campioni!”, che si inserisce nell’ambito delle “Serate Enogastronomiche Clodiensi”, organizzate da Chioggia Ortomercato del Veneto in sinergia con le filiere produttive ed imprenditoriali del territorio con l’obiettivo di valorizzare i prodotti tipici locali, si svolgerà presso il ristorante “I Compari” (ex Ra Stua) a Sottomarina, Lungomare Adriatico 36/B, con inizio alle ore 20.00. Prenotazioni al 345.4553772 oppure via mail icomparichioggia@gmail.com.

Il menu. Si parte con schiacciatina al baccalà mantecato, focaccina farcita e focaccina con paté di fasolari; quindi seguono ravioli al baccalà su crema di piselli e risotto al radicchio di Chioggia con pomodorini in carpione; si prosegue con pizza “Oca e Bisi” e pizza “Laguna di Chioggia”; per finire formaggio stravecchio con marmellate di Chioggia e dessert dei Compari alla chioggiotta. Il tutto accompagnato in tavola dalla “Rossa di Chioggia”, la birra artigianale al Radicchio di Chioggia Igp, lanciata lo scorso anno dall’Ortomercato quale emblema delle produzioni tipiche clodiensi. Costo menu degustazione: 30 euro.

(Fonte: Chioggia Ortomercato del Veneto)