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Lo scenario macroeconomico dell’agricoltura italiana nell’ultimo decennio: redditi e prezzi altilenanti, aumentano export ed import

Il centro studi di Confagricoltura ha stilato un rapporto sullo scenario macroeconomico dell’agricoltura italiana nell’ultimo decennio. Questi i risultati.

I redditi. Dal 2007 (inizio della crisi economico-finanziaria mondiale) al 2010, il reddito netto delle impreseagricole, in Italia, è diminuito del 23%. Fra il 2010 e il 2013 è poi cresciuto dell’84%, inducendo a ritenere che gli effetti della crisi fossero superati. Invece, negli ultimi quattro anni (2013- 2016), è tornato a ridursi (-26%) evidenziando la persistenza di sensibili criticità di settore. Simile è stato l’andamento, sia pure con variazioni più contenute, del reddito medio generato da ciascuna unità di lavoro a tempo pieno: fra il 2013 e il 2016, si è ridotto del 19%. In precedenza (2010-2013) era cresciuto del 50,2%, dopo che, fra il 2007 e il 2010, era diminuito del 9,2%). In sostanza, entrambi i valori evidenziano una netta ripresa nel periodo 2010-2013 e poi un, sia pur parziale, ridimensionamento nel periodo successivo (2014-2016).

I prezzi. La riduzione dei redditi risente dell’andamento dei prezzi di cessione dei prodotti e dei servizi dell’agricoltura che, dopo la crescita registrata fra il 2010 e il 2013 (+17,8%), negli anni seguenti hanno segnato un costante decremento, che li ha portati, nel 2016 (-8% rispetto al 2013), nuovamente vicini ai valori del 2010. Questo andamento si è verificato nonostante la riduzione dei prezzi dei prodotti e dei servizi acquistati dagli agricoltori che, fra il 2013 e il 2016 hanno segnato -5%, dopo la crescita del 14% del periodo precedente (2010-2013).

Valore della produzione e valore aggiunto. Il valore complessivo della produzione agricola (coltivazioni, allevamenti e servizi connessi), derivante
dalla dinamica dei prezzi descritta in precedenza e dalle quantità prodotte, evidenzia una debole flessione fra il 2007 e il 2010 (-1%), una consistente ripresa fra il 2010 e il 2013 (+17,3%) e una nuova flessione (-3,6%) nel periodo successivo (2015 su 2013). Negli stessi intervalli temporali, il valore aggiunto segna rispettivamente -6,6%, +21,2% e -1,4%.

L’occupazione. Dall’inizio della crisi (2007), l’occupazione (unità di lavoro) nelle aziende agricole si è ridotta fino al 2014 (-10,7%), per quanto riguarda soprattutto i lavoratori indipendenti (-14,7%) e in misura più contenuta i dipendenti (-6,2%); è poi tornata a crescere nel 2015 e nel 2016 (+8,9%) con un recupero più forte dei dipendenti (+12,8%) rispetto agli indipendenti (+4,9%). In complesso, nel 2016 rispetto al 2007, gli occupati sono diminuiti del 2,7%, con i dipendenti in crescita (+5,8%) e gli indipendenti in flessione (- 10,5%). Nel 2016, gli addetti complessivi del settore agricolo (aziende agricole e servizi connessi) rappresentano oltre 1,1 milioni di unità di lavoro a tempo pieno, in costante crescita dal 2013 (+6%) dopo che nel periodo precedente (2007-2013) avevano registrato una flessione dell’11%).

Il commercio con l’estero. Negli ultimi dieci anni, la produzione agricola italiana ha fatto fronte ai consumi alimentari interni in misura tendenzialmente decrescente compresa fra l’80% e l’85% (stima Mipaaf – Costruire il futuro: difendere l’agricoltura dalla cementificazione – 2012); ha dovuto quindi ricorrere alle importazioni per la restante quota di consumi interni e per sostenere un crescente export di prodotti agricoli e di prodotti dell’industria agroalimentare. Fra il 2007 e il 2016, è costantemente cresciuto il valore dell’importazione di prodotti agricoli (+32,2%) ed altrettanto costantemente, ma in misura superiore, è cresciuto il valore dell’esportazione (+36,4%). Il saldo negativo è passato da circa 5,4 a quasi 7 miliardi di euro. Schematicamente, considerando che tra il 2007 e il 2016 la popolazione italiana è cresciuta di circa il 4% (e approssimativamente, in pari misura, dovrebbero essere cresciuti i consumi interni in valore e quantità), la rimanente quota dell’incremento di import ha reso disponibile una maggior quota di prodotto nazionale, soprattutto a denominazione d’origine e di alta qualità, per sostenere il notevole incremento di valore dell’export agricolo (+36%) e per l’assai più rilevante incremento di valore dell’export dell’industria agroalimentare (+64%). Quest’ultima, nel 2015 ha segnato per la prima volta un saldo attivo (1,1 miliardi), più che raddoppiato nel 2016 (2,4 miliardi). Fra il 2007 e il 2016 il saldo export-import dell’industria alimentare è passato da -4,3 a +2,4 miliardi di euro con un incremento di 6,7 miliardi di euro. Complessivamente l’export di prodotti agricoli e agroalimentari ha raggiunto nel 2016 i 38,3 miliardi a fronte di un import di 42,9 miliardi. Rispetto al 2007 l’export è cresciuto del 59% mentre l’import del 26%. Il saldo resta negativo, ma più che dimezzato.

Conclusioni. In generale, i macroindicatori economici (redditi, prezzi) indicano che l’agricoltura italiana ha attraversato una fase negativa fra il 2007 e il 2010; nel triennio successivo (2011-2013) vi è stata una sostanziosa ripresa; negli ultimi anni (2014-2016) sono tornati a manifestarsi consistenti fenomeni regressivi anche se si è registrato un aumento dell’occupazione che ha seguito un andamento diverso, segnando il minimo nel 2013-2014 e una ripresa nei due anni seguenti. Segnali decisamente positivi vengono invece dal commercio con l’estero con un costante incremento del valore dell’export, fra il 2007 e il 2016, dei prodotti sia agricoli (+36%) , sia dell’industria agroalimentare (+64%). Tuttavia, per i modesti margini di crescita della produzione agricola (l’incremento della produttività è in parte vanificato dalla riduzione della superficie coltivabile), alla costante crescita dell’esportazione di prodotti agricoli (come detto + 36% fra il 2007 e il 2016) ha fatto riscontro una altrettanto costante crescita, per quanto leggermente più contenuta, delle importazioni (+32% nello stesso periodo). Il saldo degli scambi con l’estero dei prodotti dell’industria agroalimentare, negativo nel 2007 per 4,3 miliardi di euro, ha segnato nel 2016 un attivo di 2,4 miliardi di euro.

 

Produzione agricola e zootecnica in Italia negli ultimi 25 anni: si produce di meno, ma con più rispetto dell’ambiente

In Italia, la terra da coltivare è in costante diminuzione. Dal 1990 ad oggi si è perduto quasi il 20% di superficie agricola utilizzata (SAU) per una media di circa 185 mila ettari annui fra il 1990 e il 2000, di 33 mila ettari annui fra il 2000 e il 2010, di 126 mila ettari annui fra il 2010 e il 2016.

La perdita di SAU è stata determinata soprattutto alla cessata coltivazione delle terre meno produttive, molte delle quali sono state occupate da boschi e aree rinaturalizzate, ed anche dall’espansione delle aree urbanizzate. Nel 1990 ad ogni abitante corrispondevano 2.650 mq di SAU; nel 2016 si stima che tale valore si sia ridotto a poco meno di 2.000 mq; fra il 1990 e il 2016 la SAU per abitante è diminuita del 25%. Questo fenomeno, combinato con l’incremento delle esportazioni di prodotti agricoli e agroalimentari, influisce negativamente sul grado di autosufficienza alimentare nazionale, pur attenuato dall’incremento di produttività di molte colture.

Meno seminativi, più coltivazioni legnose e foraggere permanenti. La riduzione della SAU ha determinato il ridimensionamento dei seminativi (fra il 1990 e il 2013 -16% per 1,3 milioni di ettari), delle coltivazioni arboree (-19% per 527 mila ettari) e delle foraggere permanenti (-19% per 790 mila ettari). La distribuzione percentuale dell’impiego della SAU ha dunque registrato, fra il 1990 e il 2015, sensibili variazioni, vedendo i seminativi perdere 5,1 punti percentuali (dal 54% al 48,9%) a vantaggio delle coltivazioni legnose (+0,6 punti %) e delle foraggere permanenti (+4,5 punti %).

Produttività delle colture. In termini produttivi, la riduzione della disponibilità di terra da coltivare è stata generalmente, sia pur in parte, compensata da un incremento delle rese medie delle colture. Per attenuare gli effetti sulle rese degli andamenti stagionali, sono stati confrontati, per le principali colture, i dati medi di tre quinquenni
(1991/1995, 2001/2005, 2011/2015). Per le colture erbacee, gli incrementi di resa media variano dal 12% (mais) al 24% (pomodoro). Per le colture arboree, le variazioni di produttività appaiono non omogenee. Sono nettamente positive per i fruttiferi (melo, pero, pesco, media +24%), modestamente positive per l’arancio (+2%),
negative per la vite (-2%) e soprattutto per l’olivo (-12%).

La produzione complessiva delle principali coltivazioni, per quanto influenzata dall’andamento del clima e dalle scelte colturali, evidenzia generalmente, fra il 1990 e il 2015, decrementi anche sensibili, consolidati soprattutto per cereali e leguminose da granella. Per tutte le categorie di coltivazioni, tranne l’olivo (che risente, nei diversi anni, di forti alternanze di produttività), la produzione del 1990 e/o del 2000 è, in misura più o meno rilevante, superiore a quella dell’ultimo triennio. In particolare, confrontando la media delle produzioni degli anni 1990 e 2000 con quella del periodo 2013-2015, si registrano sempre variazioni negative, più contenute per cereali e fruttiferi (intorno a -5%), e superiori per leguminose da granella, ortaggi e vite. La variazione complessiva, per quanto del tutto orientativa, è di -9%.

In prospettiva, un contributo significativo all’incremento delle rese delle colture, può venire dalla crescita delle superfici agricole irrigate che, dal 1990 al 2010, si sono ridotte di circa 200 mila ettari per poi aumentare nel 2013 di oltre 500 mila ettari, rappresentando il 23,5% della SAU nazionale complessiva.

La zootecnia. Dal 1990 al 2015, tutti i principali comparti della zootecnia hanno visto ridursi, sia pure in diversa misura e con differente tempistica, il numero di capi allevati. Il comparto dei bovini e bufalini ha perduto poco meno di due milioni di capi fra il 1990 e il 2000, rimanendo quasi stabile negli anni successivi (-46 mila nel 2016 rispetto al 2000); sia pure per valori assoluti contenuti, fra il 1990 e il 2016,
i bufalini, trainati dal consumo interno e dall’export della Mozzarella di Bufala Campana DOP, sono in costante crescita (+365%). Anche gli ovicaprini hanno subito un drastico ridimensionamento fra il 1990 e il 2000 (-4,4 milioni di capi) seguito da più contenute e contrastanti variazioni nel periodo successivo. I suini hanno segnato una crescita significativa fra il 2000 e il 2010 (+707 mila capi) per poi tornare, nel
periodo successivo, vicino alla consistenza ante 2010.

Per quanto riguarda la produzione di carne (peso morto di bestiame macellato), nel periodo 1990-2015 si registra una costante notevole contrazione per i bovini e bufalini e gli ovicaprini; questi ultimi evidenziano tuttavia una ripresa nel 2015. La produzione di carni suine segna un andamento crescente fra 1990 e il 2010, e un andamento decrescente negli anni seguenti, con una sensibile ripresa nel 2015. La produzione di latte è invece generalmente crescente per tutte le rilevazioni, tranne che nel 2013.

Agricoltura ed ambiente. L’agricoltura italiana è sempre più biologica. Dai circa mille di ettari del 1990, è arrivata, crescendo costantemente, vicino al milione e mezzo di ettari (compresi terreni in conversione) del 2015. Fra il 2000 e il 2015 la superficie delle coltivazioni certificate biologiche è più che raddoppiata (da 502 mila a 1.094 ettari). In generale, comunque, l’agricoltura italiana è sempre più attenta alla sostenibilità ambientale, riducendo la somministrazione di concimi e di prodotti fitosanitari. Per quanto riguarda i concimi, gli apporti di principio attivo per ettaro si sono costantemente ridotti negli ultimi 15 anni. Per quanto riguarda i prodotti fitosanitari si registra, per tutte le principali categorie, una diminuzione degli impieghi complessivi dal 2006-2008 (-30% nel 2012-2014 rispetto al 2000-2002)
mentre crescono in misura rilevante i principi attivi autorizzati per le coltivazioni biologiche. Si tenga tuttavia presente che, in parte, la riduzione della somministrazione di fitosanitari risente della contrazione delle superfici coltivate (nell’intervallo temporale considerato la SAU si è ridotta del 6,5%). La somministrazione di fitosanitari era di 6,34 kg/ha nel 2000-2002; nel 2012-2014 è diminuita a 4,75 kg/ha (-25%).

Conclusioni. La produzione agricola italiana evidenzia generalmente, dal 1990 ad oggi, una contrazione quantitativa, determinata dalla riduzione della superficie disponibile per le coltivazioni (SAU -19,5%), solo in parte compensata dall’incremento della produttività. Migliora l’impatto ambientale delle colture grazie all’espansione dell’agricoltura biologica e alla riduzione degli impieghi dei concimi e dei prodotti fitosanitari. La quota di SAU irrigata decresce fra il 1990 e il 2010 per poi aumentare nel 2013, attestandosi poco oltre il 23% della SAU complessiva. Il patrimonio zootecnico registra un notevole ridimensionamento fra il 1990 e il 2000, soprattutto per quanto riguarda bovini e bufalini e ovicaprini, seguito da una sostanziale stabilità negli anni successivi. Cresce la produzione di latte, a testimonianza di un aumento della resa per capo e decresce sensibilmente la produzione di carni bovine-bufaline e ovicaprine determinando una maggiore dipendenza dall’import. La consistenza e la produzione di carni degli allevamenti suini presentano andamento contrastato pur in un quadro di sostanziale stabilità.

Fonte: Centro studi Confagricoltura

 

Cresce l’opposizione nazionale all’approvazione del CETA, l’accordo di libero scambio UE-Canada

Ci saranno anche numerosi agricoltori veneti  mercoledì 5 luglio a Roma in piazza Montecitorio davanti al Parlamento dove è in corso la discussione per la ratifica del Trattato di libero scambio con il Canada (CETA), che per la prima volta nella storia dell’Unione accorda a livello internazionale esplicitamente il via libera alle imitazioni dei prodotti italiani piu’ tipici ma che spalanca anche le porte all’invasione di grano duro e a ingenti quantitativi di carne a dazio zero.

L’iniziativa è della Coldiretti insieme ad un’inedita e importante alleanza con altre organizzazioni (Cgil, Arci, Adusbef, Movimento Consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food International, Federconsumatori, Acli Terra e Fair Watch). Ma l’invito è anche ad inviare subito una lettera ai parlamentari, mettendo in chiaro che chiunque approvi il Ceta non avrà mai più il proprio voto, ma anche appoggiando la campagna su twitter con l’hashtag #StopCeta chiamando in causa gli account di senatori e deputati presenti sul social.

Attività di lobbing. “Il Ceta – sottolinea Claudio Valente, presidente di Codliretti Verona – uccide il grano duro italiano con il crollo dei prezzi favorito dall’azzeramento strutturale dei dazi per l’importazione dal Canada, dove peraltro viene fatto un uso intensivo di glifosate nella fase di pre-raccolta, vietato in Italia perché accusato di essere cancerogeno”. Oltre la metà del grano importato dall’Italia arriva proprio dal Canada dove le lobby in vista dell’accordo Ceta sono già al lavoro contro l’introduzione in Italia dell’obbligo di indicazione della materia prima per la pasta previsto per decreto e trasmesso all’Unione Europea, trovando purtroppo terreno fertile anche in Italia.

Pirateria alimentare. “A rischio  – dice Giuseppe Ruffini, direttore di Coldiretti Verona – è lo stesso principio di precauzione, visto che la legislazione canadese ammette l’utilizzo di prodotti chimici vietati in Europa. Ma l’accordo di libero scambio con il Canada legittima inoltre la pirateria alimentare che tanti danni provoca al sistema produttivo Made in Italy, accordando il via libera alle imitazioni canadesi dei nostri prodotti più tipici”. Secondo la Coldiretti delle 291 denominazioni Made in Italy registrate ne risultano protette appena 41, peraltro con il via libera all’uso di libere traduzioni dei nomi dei prodotti tricolori (un esempio è il parmesan) e alla possibilità di usare le espressioni “tipo; stile o imitazione”. E peserebbe anche l’impatto di circa 50.000 tonnellate di carne di manzo e 75.000 tonnellate di carni suine a dazio zero. E’ necessaria quindi una valutazione ponderata e approfondita dell’argomento che non può esaurirsi in pochi giorni di una bollente estate, soprattutto in considerazione della mancanza di reciprocità tra modelli produttivi diversi che grava sul trattato.

Fonte: Servizio Stampa Coldiretti Verona

 

Economia agricola 2016 rapporto Istat, andamento non positivo (meglio nel Nord Est) ma forza lavoro in crescita. In Europa, Italia primo paese Ue per livello di valore aggiunto in agricoltura.

Nel 2016 il valore aggiunto di agricoltura, silvicoltura e pesca ha segnato un calo del 5,4% a prezzi correnti e dello 0,7% in volume, determinato in buona parte dal crollo delle produzioni olivicole (-44,7% in volume).

Riduzione dei margini. I prezzi dei prodotti agricoli venduti risultano in forte calo (-3,4%), mentre i prezzi dei prodotti acquistati segnano una flessione meno marcata (-1,5%); ne deriva una diminuzione dei margini rispetto al 2015. Il valore aggiunto del comparto agroalimentare, che oltre al settore agricolo comprende quello dell’industria alimentare, cresce dello 0,4% in termini correnti e dello 0,1% in volume.

Leggera crescita del lavoro. Nonostante l’andamento non positivo del settore agricolo, le Unità di lavoro crescono complessivamente dello 0,9%; particolarmente pronunciato è l’incremento delle unità dipendenti (+2,3%), cui si associa una lieve crescita di quelle indipendenti (+0,3%). Risultati positivi si registrano anche per l’industria alimentare, dove l’incremento delle Unità di lavoro è pari allo 0,5%.

Luci e ombre. Nel 2016 si registra un marcato calo della produzione agricola in volume per le sole coltivazioni legnose (-8,1%) a fronte di una crescita per tutte le altre componenti: +2,3% le coltivazioni erbacee, +1,9% gli allevamenti zootecnici, +1,5% le attività di supporto, +1,4% le attività secondarie e +1,0% le produzioni foraggere. Gli investimenti nel settore agricolo mostrano, nel 2016, un discreto recupero (+3,1%) dopo il forte calo registrato degli anni precedenti.

Produzione in crescita solo al Nord e soprattutto nel Nord-Est. A livello territoriale la produzione in agricoltura, silvicoltura e pesca cresce solo al Nord, con un aumento in volume del 3,4% nel Nord-est e dell’1,4% nel Nord-ovest. La flessione più marcata si registra al Sud (-4,6%), seguita dalle Isole (-3,2%) e dal Centro (-1,3%).

In Europa. Con oltre 30 miliardi di euro correnti l’Italia, nel 2016, è il primo paese Ue28 per livello di valore aggiunto in agricoltura.Nel complesso dell’Ue28 l’indicatore di reddito agricolo scende dello 0,4% con una flessione di produzione (-0,5%), prezzi (-2,8%), valore aggiunto (-1,8%), reddito dei fattori (-1,0%) e Unità di lavoro (-1,5%). Il calo dell’indicatore di reddito agricolo riguarda, in particolare, Danimarca (-25,1%), Francia (-15,4%), Italia (-8,3%), Regno Unito (-4,1%) e Grecia (-2,9%). Una crescita si registra, invece, in Romania (+29,1%), Paesi Bassi (+8,0%), Germania (+5,8%) e Spagna (+4,4%). La performance dei vari comparti pone l’Italia tra i primi tre paesi europei per produzione agricola. L’ortofrutticolo, il vitivinicolo e l’olivicolo costituiscono i principali settori dell’agricoltura italiana. Nel 2016 si amplia il divario dei prezzi dell’input tra i principali paesi europei.

Fonte: Servizio stampa Istat

Un miele al coriandolo padovano eletto tra i migliori prodotti alimentari presenti sul mercato statunitense

Renato Piccolo

Il miele al coriandolo prodotto dall’apicoltura di Renato Piccolo, a Loreggia (PD),  alla ribalta internazionale fra le eccellenze del “made in Italy”. Il miele padovano è salito, infatti, sul podio dei Sofi Awards 2017, riconoscimento assegnato da 45 anni dalla Speciality Food Association negli Usa, conquistando il terzo posto nella categoria “honey”. A fine giugno a New York ci sarà la premiazione dei vincitori.

Il segreto della qualità del miele sta nel nomadismo. E’ una bella soddisfazione per l’apicoltore dell’Alta Padovana, che con l’azienda di famiglia produce da decenni diverse varietà di miele di qualità.  “E’ stata una bella sorpresa –afferma Piccolo – un riconoscimento ad un lavoro impegnativo che portiamo avanti da molto tempo senza fermarci di fronte alle difficoltà. E’ stato il mio importatore negli Stati Uniti a comunicarmi che il mio miele era stato selezionato e premiato. Non è molto che ci siamo aperti al mercato americano, anche perché la nostra è una produzione artigianale. E’ un risultato che ci incoraggia a proseguire e a migliorarci ancora”. Con l’aiuto di tutta la famiglia e grazie alla laboriosità di decine di migliaia di api, Piccolo produce miele di moltissimi tipi (Tarassaco, Acacia, Castagno, Girasole, Agrumi, Eucalipto, Millefiori, Melata, ecc.). Il segreto sta nel seguire il naturale nomadismo delle api, scegliendo con attenzione ambienti lontani da colture intensive per ottenere dell’ottimo miele monofloreale, specialità dell’azienda. Gli alveari vengono portati in “trasferta” dalla Calabria all’Alto Adige, inseguendo le fioriture stagionali e liberando gli sciami nelle aree maggiormente vocate.

Un riconoscimento del vero “made in Italy”. La Speciality Food Association è un’organizzazione del commercio, fondata negli Usa nel 1952, che rappresenta oltre 3.400 aziende tra produttori, artigiani, importatori, distributori e altri soggetti coinvolti nella filiera agroalimentare. Dal 1972 promuove il Sofi Awards che premia i migliori prodotti alimentari presenti sul mercato statunitense. “E’ un buon segnale – commenta Federico Miotto, presidente di Coldiretti Padova – e rivolgiamo un plauso a Renato Piccolo per il prestigioso riconoscimento che premia decenni di lavoro. Troppo spesso ci troviamo a denunciare l’invasione dei “falsi made in Italy”, delle migliaia di prodotti che sfruttano il successo del nostro agroalimentare e inquinano il mercato con alimenti spacciati come italiani, con gravissimo danno alle nostre imprese. E’ importante perciò che una grande associazione statunitense sappia riconoscere e apprezzare un autentico prodotto di qualità della nostra migliore agricoltura”.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova

Sol&Agrifood (Verona, 9-12 aprile), area pizza e spazio biodiversità tra le novità 2017

Sol&Agrifood 2017, il Salone internazionale dell’agroalimentare di qualità di Veronafiere, in programma dal 9 al 12 aprile (www.solagrifood.com) in concomitanza con Vinitaly, è un modello di rassegna interattiva grazie all’opportunità che offre di sperimentare i prodotti degli espositori con cooking show, educational e degustazioni. Le merceologie maggiormente rappresentate sono l’olio extravergine di oliva, la pasta e i prodotti da forno, le birre artigianali, i formaggi, la cioccolata, le conserve e i condimenti, i salumi, ma sono disponibili molte altre produzioni alimentari e ortofrutticole. Ultima arrivata, la pizza.

Area Pizza. Da alimento semplice, unico al mondo e apprezzato in ogni angolo del pianeta la pizza ha attirato nel tempo la curiosità degli chef diventando una delizia gourmet. Proprio a quest’ultima evoluzione del piatto tricolore per eccellenza è dedicata la nuova area sia espositiva sia laboratorio di Sol&Agrifood, in cui chef e pizzaioli si sfideranno a suon di impasti speciali e condimenti innovativi.

Biodiversità e territori. Altra novità di quest’anno è il nuovo spazio dedicato alla biodiversità delle produzioni territoriali che va a integrare l’area dedicata ai salumi del 2016. Un modo per valorizzare in chiave business una peculiarità dell’agroalimentare italiano unica al mondo, sempre più apprezzata dai mercati esteri che si aggiunge agli spazi ormai consolidati dedicati a formaggi, olio extravergine di oliva e birre artigianali. Il progetto prevede la realizzazione di un’area tematica interattiva chiamata Salumi, Biodiversità e Territori, per valorizzare le tipicità con degustazioni guidate e workshop in inglese per i buyer esteri. Un progetto che risponde alle esigenze delle aziende medio-piccole, espositrici di Sol&Agrifood, di entrare sempre più in contatto con operatori specializzati esteri, oltre che con operatori italiani dell’horeca e della distribuzione organizzata. La richiesta è indicata da oltre il 40% dagli espositori tra le motivazioni che spingono alla partecipazione alla fiera. L’area Salumi, Biodiversità e Territori è gestita in collaborazione con l’Accademia delle 5T, l’associazione nata per valorizzare in ambito alimentare proprio i valori del territorio, della tradizione, della tipicità, della trasparenza e della tracciabilità.

Cooking show. Tre le iniziative per promuovere il corretto utilizzo dell’olio extravergine di oliva. Si inizia con le attività pratiche della EVOO Academy, rivolte a professionisti già competenti sull’olio extravergine di oliva; ingredienti gli oli che hanno ottenuto la Gran Menzione al concorso internazionale Sol d’Oro e i prodotti alimentari degli espositori di Sol&Agrifood. Per imparare a cucinare correttamente con l’olio extravergine di oliva, in collaborazione con Aipo (Associazione Interregionale produttori Olivicoli di Verona) viene proposto Oliocibando, veri e propri corsi di formazione per cuochi del canale horeca. Infine, la cucina diventa spettacolo con Giorgio “Giorgione”, testimonial di Sol&Agrifood, uno dei pochi personaggi televisivi davvero attento all’uso dell’olio extravergine di oliva, uno di quelli, per intendersi, che nei suoi piatti non si limita a “condire con un filo d’olio”.

Gare, premi, workshop, degustazioni. Gli oli extravergine di oliva con Gran Menzione del Concorso Sol d’Oro sono protagonisti, assieme ai giovani della Fic – Federazione Italiana Cuochi, delle finali della Jam Cup, il trofei Junior Assistant Master della Fic, al secondo anno di vita. La giuria è composta dai cuochi Master, impegnati anche nelle cucine del Ristorante Goloso, il ristorante gourmeat della manifestazione che assieme a Speedy Goloso per finger food e spuntini permette di gustare al meglio i prodotti esposti. In sala Mantegna, sono in programma, sempre dedicate all’olio extravergine di oliva, una serie di degustazioni guidate di oli extravergine di oliva nazionali ed esteri. Confermati infine l’ottava edizione del Premio Golosario, in collaborazione con i critici Paolo Massobrio e Marco Gatti per premiare le eccellenze emergenti dell’agroalimentare presenti in fiera.

Fonte: Servizio stampa Verona Fiere

 

Reti d’Imprese: in due anni, quasi triplicata la quota di partecipazione delle imprese agricole

La crescita del sistema delle Reti d’ Imprese, avviato nel 2010, accelera: solo negli ultimi due anni (2015-2016) sono state costituite 1.459 nuove Reti, appena 468 meno di quelle create nel quinquennio precedente (2010-2014), quando ne erano state costituite 1.927.

Cosa sono. Si ha una Rete d’Imprese quando due o più imprese stabiliscono un accordo di collaborazione allo scopo di mettere in comune conoscenze, e/o attività, e/o risorse, per migliorare il perseguimento dei rispettivi obiettivi produttivi ed economici attraverso l’innovazione e la maggiore competitività sul mercato. Ebbene, a fine 2016, l’incremento complessivo dei Contratti di Rete, l’accordo che stabilisce gli obiettivi, gli impegni e le modalità di collaborazione fra le imprese che partecipano a una Rete d’Imprese, rispetto al 2014 è stato del 75,7%; i Contratti con soggettività giuridica sono più che raddoppiati. Le imprese partecipanti a Contratti di Rete sono cresciute più dei Contratti (+79,5%), sicché il numero medio delle imprese che costituiscono una Rete è aumentato del 2%.

La regione col maggior numero d’imprese “in Rete” si conferma la Lombardia, seguita da Toscana e Lazio, che negli ultimi due anni hanno scavalcato l’Emilia Romagna, fino al 2014 seconda in graduatoria. Otto regioni, nell’ultimo biennio, hanno più che raddoppiato il numero di imprese partecipanti alle Reti d’Impresa. Fra le imprese che partecipano a Contratti di Rete, il maggior numero opera nel settore dei servizi (30%), seguito da quelli delle attività manifatturiere (22%) e dell’agricoltura, selvicoltura, acquacoltura e pesca (16%). Il settore agricolo è quello che nell’ultimo biennio ha registrato la maggiore crescita di imprese “in Rete” passando da un’incidenza sul totale del 5,9% nel 2014, al 15,6% nel 2016. Gli altri settori più dinamici sono quelli dei servizi, del turismo e dei trasporti.

Le aziende del settore primario (agricoltura, selvicoltura, acquacoltura e pesca) che partecipano a Reti d’Imprese sono arrivate, a fine 2016, vicine a quota 3.000, con larga prevalenza di quelle che svolgono attività di coltivazione e allevamento del bestiame (poco meno di 2.900). La distribuzione regionale delle aziende del settore primario che partecipano a Reti d’Imprese ordinarie (in cui ciascuna impresa partecipa alla Rete conservando la propria autonomia giuridica e fiscale e il contratto stabilisce i rapporti fra le imprese che lo stipulano) vede ai primi posti, nell’ordine, Toscana, Lazio e Friuli Venezia Giulia. La prima regione del Mezzogiorno è la Campania (4° posto) e, fra le isole, la Sardegna (6° posto).

Le aziende del settore primario partecipano complessivamente a 568 Reti d’Imprese ordinarie, oltre la metà delle quali (55%): indicano come azienda di riferimento un’azienda agricola), sono composte prevalentemente da imprese agricole, hanno per finalità esclusiva o prevalente il sostegno alla produzione e alla commercializzazione dei prodotti primari oppure alla promozione di attività di agriturismo e agricoltura sociale. Le altre Reti cui partecipano aziende agricole riguardano soprattutto promozione e commercializzazione di diversi prodotti, promozione dell’offerta turistica di un determinato territorio.

Fonte: Centro Studi Confagricoltura

Specie non endemiche, avvistata in provincia di Rovigo la Vespa velutina, originaria dall’Asia, seria minaccia per le api

il nido di vespe di Bergantino (RO)

Dopo la cimice, dall’Asia è in arrivo una nuova minaccia per gli agricoltori veneti.  Stavolta sono gli apicoltori ad essere sotto attacco, perché nelle campagne di Bergantino, in provincia di Rovigo, è appena sbarcata la temutissima Vespa velutina e il timore è che si diffonda velocemente nelle province vicine.

La Vespa velutina, nota anche come calabrone a zampe gialle, è un animale originario dell’Asia sud-orientale, comparso in Europa nel 2004, probabilmente introdotto con merci di origine cinese. Dopo il primo rilevamento in Francia, si è diffusa in pochi anni in Europa, penetrando in Belgio, Spagna, Portogallo, Germania e infine in Italia, dove è sbarcata in Liguria dal confine francese. In Francia, a causa della Vespa velutina, sono state segnalate perdite degli alveari che arrivano fino al 50%. Il calabrone asiatico è infatti un efficientissimo cacciatore di api. Le cattura davanti agli alveari e le uccide per nutrire le numerose larve presenti nei suoi nidi.

Api mellifere senza difese. A differenza dell’ape asiatica (Apis cerana), la nostra ape (Apis mellifera ligustica) non riesce a difendersi adeguatamente. Quando questo predatore tiene sotto assedio gli alveari, le api smettono di uscire per raccogliere il cibo (nettare e polline) necessario per nutrire la famiglia. Di conseguenza la colonia si indebolisce pericolosamente.

Per evitare la diffusione dell’insetto, la Regione Veneto distribuirà entro breve tempo un massiccio numero di trappole in tutto il territorio regionale. In Veneto si stima la presenza di 60.000 alveari, con una produzione di oltre 2.000 tonnellate di miele di cui il 50% di acacia, il 20% di millefiori, il 15% di castagno e il 15% di altri mieli come il tiglio, il tarassaco, la melata di abete, la barena e piccolissime quantità di rododendro. Alta la produzione di polline, propoli, pappa reale e cera d’api. “Siamo molto preoccupati per questa nuova minaccia», dice Francesco Bortot, portavoce degli apicoltori di Confagricoltura Veneto, «perché in Francia i nostri colleghi hanno visto distrutti, in pochi anni, tutti gli alveari e sono stati costretti ad andarsene in cerca di posti indenni dalle vespe. Solo nel Montello, nel periodo di fioritura dell’acacia, abbiamo 20.000 alveari, con una produzione di 30 chili di miele per alveare, ma tutto il territorio veneto, dall’Altopiano di Asiago alle Dolomiti bellunesi, dalla Lessinia veronese ai Colli Euganei nel Padovano, pullula di alveari. È importantissimo, dunque, fermare subito questo dannosissimo insetto prima che metta a repentaglio un’importante fonte di reddito per gli agricoltori. Noi abbiamo già iniziato a mettere un po’ di esche in maniera preventiva”.

Tempi serrati per evitare la proliferazione. Nel Padovano, a Conselve, l’Apat, l’associazione che raccoglie gli apicoltori del Veneto, ha organizzato il 19 marzo un convegno proprio sul temibile calabrone asiatico: «A Bergantino, verso il centro abitato, è stata trovata un’enorme colonia, su un carpino, a circa otto metri di altezza», spiega il presidente Stefano Dal Colle. «Nel nido, che ha dimensioni eccezionali (70 per 40 centimetri circa), sono state trovate molte larve di calabrone non sfarfallate. Le regine fuoriuscite molto probabilmente stanno svernando nell’area. In aprile cominceranno a creare i nidi e ad allevare le operaie. In poco tempo le famiglie si ingrandiranno e prolifereranno su tutto il territorio. È fondamentale, perciò, che la Regione Veneto distribuisca entro aprile le trappole su tutto il territorio, perché dopo può essere tardi».

Danni diffusi. L’ape non è importante solo per il miele, ma anche perché è il principale insetto impollinatore. Dalla sua sopravvivenza dipende la capacità riproduttiva di almeno 130.000 specie di piante. Oltre alle api – che rappresentano l’80% della dieta proteica delle larve di Vespa velutina in ambiente urbano e il 45-50% in ambiente rurale – il calabrone preda anche altri importanti impollinatori (come bombi, megachilidi e farfalle). Danni secondari, ma non trascurabili, sono quelli ai frutti maturi, prediletti dagli esemplari adulti di velutina. Infine, il calabrone è pericoloso anche per l’uomo. In prossimità dei nidi il suo attacco può essere violento: 8-12 punture possono provocare un avvelenamento che richiede il ricovero in ospedale.

Fonte: Servizio Stampa Confagricoltura Veneto

18 febbraio 2017, a Rimini il Campionato della Cucina Italiana sezione “allievi”, a rappresentare il Veneto un bellunese

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Alex Zabot

Sarà uno studente del centro di formazione professionale Enaip di Feltre l’unico in gara per il Veneto alla finale del campionato di cucina italiano rivolto agli allievi degli istituti professionali e degli enti di formazione per i “servizi ospitalità alberghiera”, che si svolgerà nell’ambito del “Campionato della Cucina italiana 2017”, a Rimini, sabato 18 febbraio.

Cuoco in erba. Il contest, alla seconda edizione e promosso dalla Federazione italiana Cuochi, vedrà in sfida i vincitori delle selezioni regionali. Ad avere “l’onore e l’onere” di tenere alta la bandiera veneta è Alex Zabot, classe 1998, che con la sua ricetta ha primeggiato tra una quindicina di coetanei provenienti dai diversi istituti e centri di formazione professionale di tutto il Veneto.

Il piatto, che ha proclamato Alex vincitore nella sfida regionale e con il quale ora affronterà la finale italiana, è il “lombo di cervo avvolto in lardo profumato ai porcini secchi, riduzione di vino rosso delle Dolomiti al ginepro e miele, raviolo con farina di mais “Sponcio” ripieno di purea di castagne e verza marinata”. Alex, che frequenta il quarto anno per “tecnico di cucina” nel centro Enaip Veneto di Feltre, si è distinto non solo per la ricercatezza degli ingredienti – molti dei quali tipici del territorio bellunese – e l’accuratezza degli abbinamenti, ma soprattutto per l’abilità e la tecnica dimostrata nell’esecuzione e nella mise en place, ossia l’impiattamento.

Formazione attenta al mondo del lavoro. Un risultato raggiunto grazie anche alle competenze acquisite nel suo percorso di studi in Enaip Veneto, che da sempre mette al centro della formazione una didattica per “compiti e problemi reali” arricchita, come in questo caso, anche da esperienze tese a favorire l’avvicinamento degli allievi al mondo del lavoro. Ma non solo. Grazie alla sperimentazione del sistema duale – una modalità formativa “on the job” con il 50% delle ore di lezione in aula e il restante 50% in azienda – Alex sta frequentando il quarto anno in apprendistato di primo livello presso lo ”Sport Hotel Arabba”, di Franco Pra, dove è seguito dallo chef Massimo Rech, che adesso fa il tifo per lui.

La scuola. Un ambito formativo, quello della ristorazione, a cui Enaip Veneto ha sempre rivolto una particolare attenzione: nel solo centro di Feltre sono 80 gli allievi che stanno frequentando tale percorsi di studi. In tutte le province della regione sono oltre 40 i corsi attivati, in centri dotati di cucine moderne e attrezzate, per un totale di oltre 800 studenti, guidati da formatori ed esperti e apprezzati professionisti del settore. Ricordiamo che EnAIP Veneto è un’impresa sociale senza scopo di lucro promossa dalle ACLI e attiva dal 1951 nell’ambito della formazione professionale. Presente in tutte e sette le province del Veneto con oltre venti sedi operative, progetta ed eroga prodotti e servizi di orientamento, formazione e accompagnamento al lavoro.

Fonte: Servizio Stampa EnAIP Veneto

E’ veneto il neo presidente dell’Associazione Nazionale Attività Regionali Forestali

boschi“I boschi italiani rappresentano il 35% del territorio italiano, una percentuale in crescita. Non delegabile rimane la loro funzione di tutela dal rischio idrogeologico, quindi indispensabili per la salvaguardia del paesaggio, il contrasto ai cambiamenti climatici e la difesa della biodiversità. È altresì fondamentale il rilancio della cosiddetta filiera foresta-legno, ovvero il riconoscimento di questa basilare attività imprenditoriale, anche quale motore dello sviluppo socio-economico delle aree montane del nostro paese”. Con queste parole Alberto Negro, ingegnere, direttore di Veneto Agricoltura – l’Agenzia della Regione per l’innovazione nel settore primario, ha accettato la nomina a presidente dell’ANARF, storica Associazione Nazionale Attività Regionali Forestali, con oltre trent’anni di storia.

Il Corpo Forestale confluito nei Carabinieri. Una presidenza, ha rilevato Negro, che giunge in un momento particolarmente difficile per il mondo forestale nazionale: infatti dal primo gennaio 2017 il Corpo Forestale dello Stato confluirà nei Carabinieri, fatto che interpella e motiva ancor di più le Regioni italiane ad avviare un processo per lo sviluppo del settore forestale nazionale. Del resto le risorse per il bosco italiano ormai sono allocate soprattutto nei Programmi di Sviluppo Rurale (PSR), curati proprio dalle Regioni.

Fonte: Servizio Stampa Veneto Agricoltura