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Reti d’Imprese: in due anni, quasi triplicata la quota di partecipazione delle imprese agricole

La crescita del sistema delle Reti d’ Imprese, avviato nel 2010, accelera: solo negli ultimi due anni (2015-2016) sono state costituite 1.459 nuove Reti, appena 468 meno di quelle create nel quinquennio precedente (2010-2014), quando ne erano state costituite 1.927.

Cosa sono. Si ha una Rete d’Imprese quando due o più imprese stabiliscono un accordo di collaborazione allo scopo di mettere in comune conoscenze, e/o attività, e/o risorse, per migliorare il perseguimento dei rispettivi obiettivi produttivi ed economici attraverso l’innovazione e la maggiore competitività sul mercato. Ebbene, a fine 2016, l’incremento complessivo dei Contratti di Rete, l’accordo che stabilisce gli obiettivi, gli impegni e le modalità di collaborazione fra le imprese che partecipano a una Rete d’Imprese, rispetto al 2014 è stato del 75,7%; i Contratti con soggettività giuridica sono più che raddoppiati. Le imprese partecipanti a Contratti di Rete sono cresciute più dei Contratti (+79,5%), sicché il numero medio delle imprese che costituiscono una Rete è aumentato del 2%.

La regione col maggior numero d’imprese “in Rete” si conferma la Lombardia, seguita da Toscana e Lazio, che negli ultimi due anni hanno scavalcato l’Emilia Romagna, fino al 2014 seconda in graduatoria. Otto regioni, nell’ultimo biennio, hanno più che raddoppiato il numero di imprese partecipanti alle Reti d’Impresa. Fra le imprese che partecipano a Contratti di Rete, il maggior numero opera nel settore dei servizi (30%), seguito da quelli delle attività manifatturiere (22%) e dell’agricoltura, selvicoltura, acquacoltura e pesca (16%). Il settore agricolo è quello che nell’ultimo biennio ha registrato la maggiore crescita di imprese “in Rete” passando da un’incidenza sul totale del 5,9% nel 2014, al 15,6% nel 2016. Gli altri settori più dinamici sono quelli dei servizi, del turismo e dei trasporti.

Le aziende del settore primario (agricoltura, selvicoltura, acquacoltura e pesca) che partecipano a Reti d’Imprese sono arrivate, a fine 2016, vicine a quota 3.000, con larga prevalenza di quelle che svolgono attività di coltivazione e allevamento del bestiame (poco meno di 2.900). La distribuzione regionale delle aziende del settore primario che partecipano a Reti d’Imprese ordinarie (in cui ciascuna impresa partecipa alla Rete conservando la propria autonomia giuridica e fiscale e il contratto stabilisce i rapporti fra le imprese che lo stipulano) vede ai primi posti, nell’ordine, Toscana, Lazio e Friuli Venezia Giulia. La prima regione del Mezzogiorno è la Campania (4° posto) e, fra le isole, la Sardegna (6° posto).

Le aziende del settore primario partecipano complessivamente a 568 Reti d’Imprese ordinarie, oltre la metà delle quali (55%): indicano come azienda di riferimento un’azienda agricola), sono composte prevalentemente da imprese agricole, hanno per finalità esclusiva o prevalente il sostegno alla produzione e alla commercializzazione dei prodotti primari oppure alla promozione di attività di agriturismo e agricoltura sociale. Le altre Reti cui partecipano aziende agricole riguardano soprattutto promozione e commercializzazione di diversi prodotti, promozione dell’offerta turistica di un determinato territorio.

Fonte: Centro Studi Confagricoltura

Specie non endemiche, avvistata in provincia di Rovigo la Vespa velutina, originaria dall’Asia, seria minaccia per le api

il nido di vespe di Bergantino (RO)

Dopo la cimice, dall’Asia è in arrivo una nuova minaccia per gli agricoltori veneti.  Stavolta sono gli apicoltori ad essere sotto attacco, perché nelle campagne di Bergantino, in provincia di Rovigo, è appena sbarcata la temutissima Vespa velutina e il timore è che si diffonda velocemente nelle province vicine.

La Vespa velutina, nota anche come calabrone a zampe gialle, è un animale originario dell’Asia sud-orientale, comparso in Europa nel 2004, probabilmente introdotto con merci di origine cinese. Dopo il primo rilevamento in Francia, si è diffusa in pochi anni in Europa, penetrando in Belgio, Spagna, Portogallo, Germania e infine in Italia, dove è sbarcata in Liguria dal confine francese. In Francia, a causa della Vespa velutina, sono state segnalate perdite degli alveari che arrivano fino al 50%. Il calabrone asiatico è infatti un efficientissimo cacciatore di api. Le cattura davanti agli alveari e le uccide per nutrire le numerose larve presenti nei suoi nidi.

Api mellifere senza difese. A differenza dell’ape asiatica (Apis cerana), la nostra ape (Apis mellifera ligustica) non riesce a difendersi adeguatamente. Quando questo predatore tiene sotto assedio gli alveari, le api smettono di uscire per raccogliere il cibo (nettare e polline) necessario per nutrire la famiglia. Di conseguenza la colonia si indebolisce pericolosamente.

Per evitare la diffusione dell’insetto, la Regione Veneto distribuirà entro breve tempo un massiccio numero di trappole in tutto il territorio regionale. In Veneto si stima la presenza di 60.000 alveari, con una produzione di oltre 2.000 tonnellate di miele di cui il 50% di acacia, il 20% di millefiori, il 15% di castagno e il 15% di altri mieli come il tiglio, il tarassaco, la melata di abete, la barena e piccolissime quantità di rododendro. Alta la produzione di polline, propoli, pappa reale e cera d’api. “Siamo molto preoccupati per questa nuova minaccia», dice Francesco Bortot, portavoce degli apicoltori di Confagricoltura Veneto, «perché in Francia i nostri colleghi hanno visto distrutti, in pochi anni, tutti gli alveari e sono stati costretti ad andarsene in cerca di posti indenni dalle vespe. Solo nel Montello, nel periodo di fioritura dell’acacia, abbiamo 20.000 alveari, con una produzione di 30 chili di miele per alveare, ma tutto il territorio veneto, dall’Altopiano di Asiago alle Dolomiti bellunesi, dalla Lessinia veronese ai Colli Euganei nel Padovano, pullula di alveari. È importantissimo, dunque, fermare subito questo dannosissimo insetto prima che metta a repentaglio un’importante fonte di reddito per gli agricoltori. Noi abbiamo già iniziato a mettere un po’ di esche in maniera preventiva”.

Tempi serrati per evitare la proliferazione. Nel Padovano, a Conselve, l’Apat, l’associazione che raccoglie gli apicoltori del Veneto, ha organizzato il 19 marzo un convegno proprio sul temibile calabrone asiatico: «A Bergantino, verso il centro abitato, è stata trovata un’enorme colonia, su un carpino, a circa otto metri di altezza», spiega il presidente Stefano Dal Colle. «Nel nido, che ha dimensioni eccezionali (70 per 40 centimetri circa), sono state trovate molte larve di calabrone non sfarfallate. Le regine fuoriuscite molto probabilmente stanno svernando nell’area. In aprile cominceranno a creare i nidi e ad allevare le operaie. In poco tempo le famiglie si ingrandiranno e prolifereranno su tutto il territorio. È fondamentale, perciò, che la Regione Veneto distribuisca entro aprile le trappole su tutto il territorio, perché dopo può essere tardi».

Danni diffusi. L’ape non è importante solo per il miele, ma anche perché è il principale insetto impollinatore. Dalla sua sopravvivenza dipende la capacità riproduttiva di almeno 130.000 specie di piante. Oltre alle api – che rappresentano l’80% della dieta proteica delle larve di Vespa velutina in ambiente urbano e il 45-50% in ambiente rurale – il calabrone preda anche altri importanti impollinatori (come bombi, megachilidi e farfalle). Danni secondari, ma non trascurabili, sono quelli ai frutti maturi, prediletti dagli esemplari adulti di velutina. Infine, il calabrone è pericoloso anche per l’uomo. In prossimità dei nidi il suo attacco può essere violento: 8-12 punture possono provocare un avvelenamento che richiede il ricovero in ospedale.

Fonte: Servizio Stampa Confagricoltura Veneto

18 febbraio 2017, a Rimini il Campionato della Cucina Italiana sezione “allievi”, a rappresentare il Veneto un bellunese

aex-zabot

Alex Zabot

Sarà uno studente del centro di formazione professionale Enaip di Feltre l’unico in gara per il Veneto alla finale del campionato di cucina italiano rivolto agli allievi degli istituti professionali e degli enti di formazione per i “servizi ospitalità alberghiera”, che si svolgerà nell’ambito del “Campionato della Cucina italiana 2017”, a Rimini, sabato 18 febbraio.

Cuoco in erba. Il contest, alla seconda edizione e promosso dalla Federazione italiana Cuochi, vedrà in sfida i vincitori delle selezioni regionali. Ad avere “l’onore e l’onere” di tenere alta la bandiera veneta è Alex Zabot, classe 1998, che con la sua ricetta ha primeggiato tra una quindicina di coetanei provenienti dai diversi istituti e centri di formazione professionale di tutto il Veneto.

Il piatto, che ha proclamato Alex vincitore nella sfida regionale e con il quale ora affronterà la finale italiana, è il “lombo di cervo avvolto in lardo profumato ai porcini secchi, riduzione di vino rosso delle Dolomiti al ginepro e miele, raviolo con farina di mais “Sponcio” ripieno di purea di castagne e verza marinata”. Alex, che frequenta il quarto anno per “tecnico di cucina” nel centro Enaip Veneto di Feltre, si è distinto non solo per la ricercatezza degli ingredienti – molti dei quali tipici del territorio bellunese – e l’accuratezza degli abbinamenti, ma soprattutto per l’abilità e la tecnica dimostrata nell’esecuzione e nella mise en place, ossia l’impiattamento.

Formazione attenta al mondo del lavoro. Un risultato raggiunto grazie anche alle competenze acquisite nel suo percorso di studi in Enaip Veneto, che da sempre mette al centro della formazione una didattica per “compiti e problemi reali” arricchita, come in questo caso, anche da esperienze tese a favorire l’avvicinamento degli allievi al mondo del lavoro. Ma non solo. Grazie alla sperimentazione del sistema duale – una modalità formativa “on the job” con il 50% delle ore di lezione in aula e il restante 50% in azienda – Alex sta frequentando il quarto anno in apprendistato di primo livello presso lo ”Sport Hotel Arabba”, di Franco Pra, dove è seguito dallo chef Massimo Rech, che adesso fa il tifo per lui.

La scuola. Un ambito formativo, quello della ristorazione, a cui Enaip Veneto ha sempre rivolto una particolare attenzione: nel solo centro di Feltre sono 80 gli allievi che stanno frequentando tale percorsi di studi. In tutte le province della regione sono oltre 40 i corsi attivati, in centri dotati di cucine moderne e attrezzate, per un totale di oltre 800 studenti, guidati da formatori ed esperti e apprezzati professionisti del settore. Ricordiamo che EnAIP Veneto è un’impresa sociale senza scopo di lucro promossa dalle ACLI e attiva dal 1951 nell’ambito della formazione professionale. Presente in tutte e sette le province del Veneto con oltre venti sedi operative, progetta ed eroga prodotti e servizi di orientamento, formazione e accompagnamento al lavoro.

Fonte: Servizio Stampa EnAIP Veneto

E’ veneto il neo presidente dell’Associazione Nazionale Attività Regionali Forestali

boschi“I boschi italiani rappresentano il 35% del territorio italiano, una percentuale in crescita. Non delegabile rimane la loro funzione di tutela dal rischio idrogeologico, quindi indispensabili per la salvaguardia del paesaggio, il contrasto ai cambiamenti climatici e la difesa della biodiversità. È altresì fondamentale il rilancio della cosiddetta filiera foresta-legno, ovvero il riconoscimento di questa basilare attività imprenditoriale, anche quale motore dello sviluppo socio-economico delle aree montane del nostro paese”. Con queste parole Alberto Negro, ingegnere, direttore di Veneto Agricoltura – l’Agenzia della Regione per l’innovazione nel settore primario, ha accettato la nomina a presidente dell’ANARF, storica Associazione Nazionale Attività Regionali Forestali, con oltre trent’anni di storia.

Il Corpo Forestale confluito nei Carabinieri. Una presidenza, ha rilevato Negro, che giunge in un momento particolarmente difficile per il mondo forestale nazionale: infatti dal primo gennaio 2017 il Corpo Forestale dello Stato confluirà nei Carabinieri, fatto che interpella e motiva ancor di più le Regioni italiane ad avviare un processo per lo sviluppo del settore forestale nazionale. Del resto le risorse per il bosco italiano ormai sono allocate soprattutto nei Programmi di Sviluppo Rurale (PSR), curati proprio dalle Regioni.

Fonte: Servizio Stampa Veneto Agricoltura


Vendita prodotti agroalimentari, predominano il discount e il passaparola per le offerte

latticini-sugli-scaffali-del-supermercatoIl rilevamento ISTAT sull’andamento del valore delle vendite al dettaglio degli esercizi in sede fissa permette di conoscere gli orientamenti di spesa, non solo delle famiglie, ma anche delle piccole imprese al servizio del consumatore finale, come, ad esempio – con specifico riferimento all’agroalimentare -, alberghi e ristoranti. L’analisi del Centro Studi di Confagricoltura è appunto focalizzata sulla evoluzione delle vendite, da parte degli esercizi in sede fissa, dei prodotti agroalimentari.

Dal 2015 gli acquisti alimentari riprendono a crescere. I dati consentono di evidenziare che fra il 2010 e il 2016 (periodo gennaio-giugno), il valore complessivo delle vendite al dettaglio è sempre diminuito, rispetto all’anno precedente, dal 2011 al 2014. Diverso è l’andamento delle vendite di prodotti alimentari, che già dal 2010 registra una riduzione, nel 2011 un pareggio, nei tre anni seguenti altre riduzioni e infine riprende a crescere nel 2015 e nella prima metà del 2016. Tuttavia, tranne che nel 2010, le flessioni del valore delle vendite al dettaglio dei prodotti alimentari sono più contenute rispetto a quelle degli altri prodotti, così come sono più consistenti gli incrementi del 2015 e del 2016 (gennaio-giugno). In sostanza, con l’avanzare della crisi economico-finanziaria, la spesa per i prodotti alimentari ha evidenziato una sostanziale stabilità generando riduzioni (2012-2014) e poi incrementi (2015-2016 gennaio-giugno) nell’ordine del 1% l’anno, mentre per i prodotti non alimentari si leggono riduzioni più rilevanti (quadriennio 2011-2014) e incrementi più modesti nel 2015 e nella prima metà del 2016. Complessivamente, nel periodo considerato, la somma algebrica delle variazioni annuali rispetto all’anno precedente, è di -1% per gli alimentari, rispetto al -7,5% per i non alimentari.

Si comprano alimentari sempre più nella grande distribuzione. L’obiettivo di contenimento della spesa da parte dei consumatori si realizza soprattutto attraverso la crescente preferenza per la grande distribuzione rispetto ai piccoli esercizi di prossimità. Una preferenza particolarmente praticata per l’acquisto di generi alimentari dove il valore della spesa nella grande distribuzione è complessivamente cresciuto (la somma delle variazioni annuali nel periodo 2008-2016 segna +6,8%), a fronte di una pesante flessione dei piccoli esercizi (somma delle variazioni -15,8%). Diverso è l’andamento delle variazioni del valore della spesa per il settore “non alimentare” che registra una flessione sia nella grande distribuzione (somma delle variazioni -1,4%), sia nei piccoli esercizi (somma delle variazioni -13,2%).

Sensibile crescita delle vendite di alimentari nei discount. Alcuni settori della grande distribuzione beneficiano maggiormente della preferenza degli acquirenti: fra gli esercizi non specializzati che vendono prevalentemente generi alimentari, sono preferiti soprattutto i discount, che registrano una crescita del valore degli acquisti in tutto il periodo di osservazione (somma delle variazioni annuali +13,8%). Gli ipermercati soffrono un andamento delle vendite sempre decrescente, con la sola eccezione del 2015 (somma delle variazioni annuali -8%); segnano invece valori altalenanti le vendite dei supermercati che tuttavia chiudono il periodo quasi in pareggio (somma delle variazioni annuali -0,1%). E’ significativo che alla sensibile crescita delle vendite dei discount alimentari faccia riscontro una flessione significativa delle vendite negli ipermercati. Questa tendenza può spiegarsi non solo con i prezzi più contenuti dei discount alimentari, ma anche con la loro più capillare distribuzione sul territorio che consente di frazionare la spesa alimentare nel tempo, gestire meglio lo spazio domestico e abbreviare i tempi di conservazione dei prodotti.

Conclusioni. La crescita del valore degli acquisti di prodotti alimentari nei discount , cui corrisponde la sensibile diminuzione per i piccoli punti vendita e, sia pure in misura diversa, per le altre tipologie di grande distribuzione alimentare, indica che i consumatori riducono la spesa soprattutto rivolgendosi a punti vendita che praticano prezzi più bassi. In linea generale questo potrebbe determinare una crescita dei consumi di prodotti alimentari non riconducibili a “grandi marche”, più frequentemente d’importazione o realizzati da aziende italiane con materie prime d’importazione, in molti casi di qualità inferiore. Va peraltro considerato che alcuni discount alimentari stanno mutando le proprie strategie di vendita, offrendo, sia pure a prezzi vantaggiosi, anche prodotti di grandi marche, anche italiani a denominazione d’origine, provenienti da aziende agricole e agroalimentari nazionali emergenti.

I nuovi scenari delle vendite al dettaglio evidenziano fenomeni destinati probabilmente a consolidarsi, indipendentemente dall’evoluzione della congiuntura economica: crescente consapevolezza del consumatore riguardo ai prezzi e alla qualità (pur valutata soggettivamente) dei prodotti alimentari; adattamento del consumatore all’acquisto presso punti vendita anche più distanti da casa, scelti in funzione della convenienza di acquisto dei diversi prodotti, eventualmente meno “confortevoli” dei tradizionali supermercati e dei grandi ipermercati; efficacia crescente del passaparola sulla convenienza e qualità dei prodotti, efficacia decrescente della reputazione consolidata (grandi marche) e della pubblicità (che fra l’altro innalza i costi di commercializzazione); premio alle aziende che producono a costi più bassi, sia per organizzazione più razionale e minor impiego di manodopera, sia per semplificazione del processo produttivo, sia per acquisto di mezzi di produzione e materie prime a prezzi più bassi. Da segnalare, infine, che nel 2015 e nella prima metà del 2016, il valore degli acquisiti di generi alimentari, al dettaglio in sede fissa, è tornato a crescere dopo un quinquennio (2000-2014) che ha segnato quattro variazioni annuali negative e una nulla.

Fonte: Centro Studi Confagricoltura

E’ veneto il neo presidente nazionale di Terranostra

diegoscaramuzzaE’ il veneto Diego Scaramuzza il neo eletto presidente di Terranostra, associazione agrituristica di Coldiretti che rappresenta oltre 3mila agriturismi italiani.“E’ una sfida bellissima che accolgo entusiasta – ha dichiarato Scaramuzza, classe 1970, titolare de “La Cascina” a Mestre ed un passato da chef nei ristoranti top di Venezia – perché credo che il marchio ‘Agriturismo di Campagna Amica’, in uso esclusivo all’Associazione Terranostra, sia un importante valore aggiunto per tutti coloro che hanno multifunzionalità agricola, in quanto simbolo che evoca i valori della sostenibilità e della distintività oggi fortemente apprezzati dal consumatore e dalla società”.

Fonte: Servizio Stampa Coldiretti Veneto

Mercato del grano: dieci anni di instabilità

campo granoLe cronache recenti trasmettono, come mai in precedenza, l’allarme degli agricoltori italiani per il “crollo” dei prezzi di vendita della produzione di grano: i ricavi non sono più sufficienti a compensare i costi, molte aziende rischiano di chiudere, tante altre abbandoneranno la coltivazione di grano, soprattutto nel Mezzogiorno, in particolare del grano duro che, proprio nel nostro Paese, rappresenta la materia prima per la produzione della pasta, eccellenza del Made in Italy agroalimentare che alimenta una quota consistente del nostro export di settore.

Volatilità de prezzi, oramai è la regola. Tuttavia non è la prima volta che il mercato del grano si caratterizza per marcati fenomeni di quella che oggi si definisce spesso “volatilità” dei prezzi. Al contrario, la volatilità è ormai la regola, anche per effetto di una crescente globalizzazione degli scambi governata, più che da condizioni economiche obiettive (rapporto fra produzione e consumi), da strategie commerciali. In particolare, gli agricoltori italiani, singoli o associati nelle Organizzazioni di Produttori, sono ancora scarsamente protagonisti nel governo dello stoccaggio che è gestito da operatori guidati da interessi spesso diversi da quelli dei produttori primari.

I principali paesi produttori. I principali paesi del mondo dove si produce grano, tenero e duro, sono: gli asiatici Cina (1° produttore mondiale), India (2° produttore mondiale) e Pakistan; gli euroasiatici, Russia (3° produttore mondiale) e Kazakhstan; i nord americani, Stati Uniti (4° produttore mondiale) e Canada; l’Australia; in Europa, l’Ucraina. La produzione complessiva dei Paesi dell’Unione Europea è superiore a quella della Cina. Per quanto riguarda il grano duro, l’Italia è il principale Paese produttore mondiale dopo il Canada; precede la Turchia, i nordafricani Algeria e Marocco, i nordamericani Messico e Stati Uniti. Nell’Unione Europea, l’Italia rappresenta oltre il 50% della superficie investita e della produzione di grano duro.

Il commercio mondiale del grano vede fra i maggiori Paesi esportatori tutti i principali produttori, escluse Cina ed India, con quattro Paesi UE fra i primi dieci (Francia, Germania, Polonia, Romania).  L’Italia è il principale paese importatore di grano dovendo alimentare le proprie fiorenti industrie produttrici di pasta (grano duro) e di prodotti da forno (grano tenero). Il nostro Paese importa grano tenero soprattutto da Francia (25%), Austria (15%) e Ungheria (14%); circa il 50% del grano duro è importato dal Canada. Grazie alla consistente importazione di grano (pari a oltre il 95% della produzione interna nel 2015), l’Italia sostiene il proprio primato mondiale nella produzione di pasta, per la quale è di gran lunga al primo posto nel Mondo per esportazione, e al quinto posto per l’esportazione di prodotti da forno e da pasticceria.

Superficie coltivata e produzione di grano duro e tenero in Italia. In Italia si coltiva e produce più grano duro che grano tenero: la superficie investita a grano duro, sia pure con sensibili variazioni legate dall’andamento dei mercati, è circa 2,3-2,5 volte la superficie investita a grano tenero.

L’altalena dei prezzi. I prezzi pagati agli agricoltori per le vendite di grano duro e tenero, nel periodo 2007-2016, sono caratterizzati da frequenti sensibili variazioni, come testimonia l’andamento degli indici medi annuali calcolati dalla FAO su dati dell’International Grains Council. Nel periodo considerato, si sono registrati due “picchi”, nel 2008 e nel 2011, seguiti da pesanti ridimensionamenti che, anche nell’arco di un solo anno, hanno superato il 30%. Dal 2011 al 2016 l’indice dei prezzi ha segnato una flessione del 40%.  Ancora maggiore risulta l’instabilità dei prezzi del grano duro e tenero di produzione nazionale, convariazioni che nell’ultimo decennio hanno raggiunto, nel caso del duro, -44% (2009) e +53% (2011); negli stessi anni il prezzo del tenero ha segnato -33% e +35%. Sensibili differenze di andamento del prezzo, fra duro e tenero, si sono registrate nel 2008 e nel 2016, con evoluzione addirittura opposta nel 2010, 2014 e 2015.

I costi di produzione. Si presenta, infine, relativamente stabile, nel decennio 2007-2016, il costo dei mezzi di produzione impiegati nella coltivazione del grano: dopo una consistente crescita registrata nel 2008 (+15%) e l’andamento altalenante dei quattro anni successivi (2009-2012), segue una sostanziale invarianza fra il 2013 e il 2015 e una riduzione (-3,2%) nel 2016, riportando l’indice ai valori del 2008.

A questo link, si può leggere il rapporto integrale del centro studi di Confagricoltura, fonte della notizia.

Argav in trasferta nel Bolognese, nel paradiso della mortadella

alcisa-i-70-anni(di Nadia Donato) Se si parla di Bologna viene in mente anche la mortadella. Se si parla di mortadella si parla molto di Alcisa, azienda leader che si trova a pochi chilometri dal capoluogo emiliano-romagnolo, a Zola Predosa. Il prestigioso mortadellificio apre le porte dello stabilimento alla visita (e agli assaggi) di chi vuole visitare il processo produttivo del prodotto, nel 2016 ha compiuto 70 anni di attività, una ottantina di lavoratori, un fatturato che sfiora i 45 milioni di euro.

alcisa-mortadelleMarchio Igp. Il Gruppo Alcisa è lo storico e prestigioso marchio bolognese che nella mortadella Igp ha il fiore all’occhiello della variegata produzione di salumi. Azienda leader, a livello nazionale, nella produzione di mortadelle come la Due Torri che si distingue per la ricercata qualità dei tagli utilizzati: la spalla il magro di coscia e il giusto rapporto qualità-prezzo. E’ un prodotto di nicchia che pone Alcisa al top valorizzando così la tradizione gastronomica bolognese anche all’estero: Francia, Germania, Spagna e Sud America. Molte delle altre referenze della gamma si posizionano nella fascia alta di mercato, sempre con un’attenzione particolare al mantenimento del corretto rapporto qualità-prezzo.

alcisa-presentazioneUn po’ di storia. L’azienda nasce nel 1946 dall’intraprendenza di tre giovani: i gemelli Ivo e Gino Galletti e l’amico Rino Brini che alla fine della guerra decisero di rimboccarsi le maniche per “fare la mortadella buona, tenendo basso il prezzo”. Era un momento in cui c’era in tutti l’aspirazione ad una alimentazione più sostanziosa e più completa e al ritorno a cibi sani e gustosi che – come i salumi e gli insaccati di carne suina – durante il conflitto erano appartenuti, per molti, al mondo dei sogni e dei desideri più che alla realtà. Il laboratorio si trovava nel retrobottega dell’antica Salumeria Reggiani, in via Rivareno a Bologna: lì i due fratelli, recuperando un’antica ricetta, iniziarono la lavorazione della mortadella cuocendola in una stufa a legna di quercia stagionata. Dal 2011 Alcisa fa parte del gruppo Grandi Salumifici Italiani e oggi è leader nazionale nella produzione di mortadella.

alcisa-lavorazioneDalla sede centrale escono ogni settimana 1500 quintali di mortadella. Numeri che Ivo Galletti e Rino Brini spiegano così: “Ci divertiamo ancora, come quando abbiamo iniziato quest’avventura. L’entusiasmo ci spinge a non mollare. Abbiamo sempre puntato sulla qualità anche a costo di guadagnare meno. Ma ciò ha premiato e continua a premiare. I consumatori, oggi come allora, capiscono ed apprezzano i prodotti con il marchio Alcisa”. 
La classica mortadella “Due Torri”, da gustare con un Pignoletto della cantina Gaggioli con vigneti sulle Colline-Predose, continua a tenere alta la bandiera gastronomica bolognese per la gioia dei buongustai di tutto il mondo.

Più soldi per la GDO e sempre meno per gli agricoltori

agricolturaIl Centro Studi di Cia-Agricoltori italiani ha diffuso un’analisi sui dati relativi alle vendite al dettaglio alimentari nel mese di giugno. Nonostante la perdita dello -0,1% sul mese precedente, queste continuano a restare positive sia rispetto allo stesso periodo del 2015, con il +0,2%, sia nel primo semestre dell’anno,con un +0,4% tendenziale.

Boom dei discount. A soffrire delle scelte dei consumatori per la tavola restano le piccole botteghe di quartiere, che tra gennaio e giugno lasciano per strada un altro mezzo punto percentuale, il -0,5%, mentre prosegue la crescita degli acquisti alimentari nella Gdo (Grande distribuzione organizzata), del +0,8%, trascinata in alto dal nuovo “boom” dei discount che segnano un +1,9% nei primi sei mesi del 2016. «Anche se in modo più lento rispetto a un anno fa – commente il presidente nazionale della Cia-Agricoltori Italiani, Dino Scanavino – il valore delle vendite nelle fasi di commercializzazione aumenta, restando al segno positivo. Purtroppo lo stesso non si può dire per le fasi a monte della filiera agroalimentare. Sono davvero molti i casi in cui le imprese agricole, con i prezzi sui campi crollati a luglio del -2,1% tendenziale (-16% solo i cereali con punte fino al -40% per il grano), non riescono a coprire i costi di produzione e, quindi, non possono programmare il proprio futuro. Ecco perché è necessario mettere in campo tutti gli strumenti e gli sforzi per riequilibrare i rapporti di filiera e garantire più centralità all’agricoltura e al suo ruolo».

Fonte: Asterisco Informazioni

Pacchetto latte UE, allevatori chiedono Ocm latte e sostegno alle Dop

biola-il-distributore-automatico-di-latte-crudo-dalla-mucca-alla-bottiglia-fotoIn attesa che siano operativi gli strumenti del Pacchetto Latte anticrisi adottato da Bruxelles, con la dote complessiva di 500 milioni di euro (dei quali 350 nella disponibilità degli Stati Membri e 150 a sostegno della riduzione volontaria delle consegne di latte), gli allevatori italiani chiedono che venga costituita una Organizzazione comune di mercato (Ocm Latte) per sostenere l’export nei Paesi terzi e che il contenimento volontario della produzione lattiera tenga conto dello stato di autoapprovvigionamento dei singoli Paesi dell’Unione europea.

I Paesi del Nord Europa dovrebbeoero ridurre la loro produzione lattiera. È quanto emerge da un sondaggio realizzato da Fieragricola – rassegna internazionale dedicata al comparto primario, in programma a Veronafiere dal 31 gennaio al 3 febbraio 2018 – al quale hanno risposto 480 tra allevatori e trasformatori. In particolare, sarebbero favorevoli alla predisposizione di una Ocm Latte per l’internazionalizzazione nei Paesi terzi il 43,8% degli interessati, seguiti dal 39,6% di quanti chiedono all’Ue di pianificare una riduzione della produzione basata sul reale autoapprovvigionamento. Questo significherebbe che a ridurre maggiormente la produzione lattiera sarebbero le aree del Nord Europa, le Repubbliche Baltiche e Paesi come l’Irlanda, tutti ampiamenti alle prese con un surplus rispetto alle necessità interne. L’Italia, la cui produzione si colloca al di sotto del 75% del fabbisogno interno, non sarebbe pertanto costretta a diminuire le consegne di latte, così come quasi tutto il Sud Europa, essenzialmente deficitario.

Piano di riduzione volontario. Il 22,9% delle risposte è in linea con quanto disposto dalla Commissione europea, cioè di un piano di riduzione volontario, ai sensi dell’articolo 222 del Trattato sul funzionamento dell’Ue fra tutti i Paesi comunitari. Spostando l’attenzione sulle richieste degli allevatori al Governo, tenuto conto che l’Italia riceverà 20,9 milioni dei 350 milioni del Pacchetto Latte destinati direttamente agli Stati Membri, le risposte al sondaggio si schierano per il rafforzamento della promozione delle Dop casearie (58,3%), per il sostegno all’export nei Paesi terzi (47,9%), per definire incentivi all’innovazione (27,1%) e per rafforzare le organizzazione di produttori (20,8 per cento). La produzione di formaggi a denominazione di origine protetta, in particolare, costituisce un valore aggiunto notevole per il latte italiano e assicura una tipicità particolarmente apprezzata sui mercati domestico e internazionale.

Fonte: Servizio Stampa Veronafiere