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La politica ondivaga (per fortuna) di Coldiretti

Fabrizio Stelluto presidente ARGAV(di Fabrizio Stelluto, presidente Argav) Ho sempre pubblicamente dichiarato l’insussistenza, se non come affermazione generale di principio, della politica del “km.0” soprattutto dopo la miriade di declinazioni, che ha avuto; il rischio è un evidente “effetto boomerang“: infatti, se tutti applicassero il verbo coldirettiano, che fine farebbe l’export agroalimentare italiano, vino in primis?

La conferma di tale contraddizione  arriva ora dall’accordo siglato dalla Cooperativa Ortoromi (sede centrale a Borgoricco, in provincia di Padova e seconda realtà italiana nella cosiddetta “quarta gamma”) proprio con Coldiretti Veneto e Coldiretti Basilicata per l’utilizzo preferenziale di materie prime provenienti da aziende agricole di tali territori. Evviva, ma risulta difficile pensare alla Basilicata come “a km.0” rispetto al Veneto o alla Campania (stabilimenti produttivi della OrtoRomi). A precisa domanda, si risponde che per “km.0” si intende tutta l’Italia ma, se la mettiamo così, in una logica europea e non protezionistica, Austria e Germania (senza contare Slovenia e Croazia) sono altrettanto, se non di più, vicine al Nordest!

In realtà, si è fatta un’intelligente operazione di partnership commerciale nell’interesse delle aziende, ma il sottoscritto Primo Accordo di Programmazione dell’Attività Economica (così si chiama) dimostra almeno tre cose: la prima è che, aldilà della distanza d’origine, va garantita la qualità del prodotto; la seconda è che a fare il mercato sono i consumatori (si pretende di avere sempre tutto a disposizione in barba al principio sacrosanto della stagionalità); il terzo è la conferma che, aldilà di ogni eclatante parola d’ordine, il contadino forse non ha più le scarpe grosse, ma mantiene il cervello fino!

Pacchetto latte UE, i maggiori benefici nell’Europa Baltica e dell’Est, Italia al 17° posto

latte-11Sono i Paesi Baltici ad ottenere  migliori risultati dal Pacchetto Latte varato nei giorni scorsi dall’Unione europea, almeno analizzando l’allocazione dei 350 milioni (su un totale di 500 milioni complessivi), distribuiti fra i 28 Stati Membri dell’Ue, nei quali è compreso ancora il Regno Unito, che parteciperà alla vita comunitaria fino al compimento della Brexit.

Calcolatrice alla mano e sulla base dei dati di Clal.it, il portale specializzato sul lattiero caseario, Fieragricola – rassegna internazionale del settore primario, in programma a Verona dal 31 gennaio al 3 febbraio 2018 – è andata a vedere il potenziale aiuto per 100 chilogrammi di latte prodotti, facendo riferimento alle assegnazioni per singoli Paesi dei 350 milioni conferiti da Bruxelles.

Il riparto dei fondi. Considerando solamente la ripartizione del budget, l’Italia si collocherebbe al sesto posto fra i beneficiari, con uno stanziamento di 20,9 milioni di euro, dietro a Germania (57,9 milioni), Francia (49,9 milioni), Regno Unito (30,2 milioni), Olanda (22,9 milioni) e Polonia (22,7 milioni di euro).

I benefici in base alla produzione. Se al contrario si calcola la quantità di latte prodotta nel 2015 per ogni singolo Paese dell’Ue e i fondi assegnati, emerge netta la scelta politica di sostenere maggiormente l’area delle Repubbliche Baltiche e dell’Unione Europea orientale, con ogni probabilità per consentire agli allevatori di far fronte alla chiusura del mercato russo. I primi otto Paesi nella classifica degli aiuti finanziari per 100 chilogrammi di latte sono, infatti, Lettonia (1,28 €/100 kg), Romania (1,21 €/100 kg), Bulgaria (1,19 €/100 kg), Estonia (1,15 €/100 kg), Lituania (€/100 kg), Ungheria (0,98 €/100 kg), Repubblica Ceca (0,68 €/100 kg), Finlandia (0,44 €/100 kg). Seguono Belgio (0,30 €/100 kg), Grecia (0,28 €/100 kg), Slovacchia (0,25 €/100 kg), Spagna e Svezia (0,24 €/100 kg), Polonia, Portogallo e Slovenia (0,22 €/100 kg). Alle loro spalle, con un valore di 0,21 €/100 kg si collocano Regno Unito, Italia e Francia, seguiti da Austria (0,20 €/100 kg) e da Germania, Irlanda, Cipro, Lussemburgo, Olanda e Danimarca, tutte con un valore ripartito di 0,19 €/100 kg.

I prezzi. Alla luce di tali aiuti, che possono essere raddoppiati dagli Stati, ma anche ripartiti fra altri comparti in difficoltà, come la suinicoltura e l’ortofrutta, quali benefici potrà ottenere il mercato e con quali tempistiche? A incidere sarà anche la misura del Pacchetto Latte che estende la possibilità di operare stoccaggi privati di latte scremato in polvere (SMP). I magazzini dell’Ue-28 (fonte Clal.it) al 31 maggio 2016 stipavano 259.450 tonnellate di SMP, il 39,8% in più rispetto al mese precedente e addirittura il 1.668,5% in più rispetto al 31 maggio del 2015.

Cina. Anche se il mercato cinese ha ripreso la corsa agli approvvigionamenti, a partire da un +120,24% della polvere di latte intero nel giugno 2016 su base tendenziale, l’Unione europea dovrà correggere la propria rotta con forza.

Ue. Le consegne di latte in Ue-28 nel periodo giugno 2015-maggio 2016 hanno raggiunto i 155 milioni di tonnellate, con un trend in aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+32.000 tnnellate); l’export, al contrario, ha registrato una flessione: 20 milioni di tonnellate in equivalente latte esportate fra giugno 2015 e maggio 2016, in diminuzione di 33.000 tonnellate. E con una contrazione del 27,91% delle esportazioni di polvere di latte scremato: -27,91 per cento.

Fonte: Servizio Stampa Verona Fiere

Agroalimentare Made in Italy: export e import dell’Italia con i Paesi BRICS e TICKS, tutti i dati 2001-2015 nel rapporto del centro studi Confagricoltura

prodottiBRICS e TICKS sono acronimi, adottati da alcuni fondi internazionali di investimento finanziario, che individuano i principali Paesi ad economia emergente. I Paesi BRICS sono Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica. I Paesi TICKS sono Taiwan, India, Cina, Sud Corea. In tutto sette Paesi, visto che Cina e India fanno parte sia dei BRICS sia dei TICKS. Questi Paesi sono generalmente caratterizzati da elevato numero di abitanti e/o densità di popolazione; forte sviluppo dell’industrializzazione e della diffusione di tecnologie innovative; rapido recente incremento del reddito procapite; conseguente notevole incremento e diversificazione dei consumi, anche alimentari. Per un Paese come l’Italia, che gode ottima reputazione internazionale per la propria produzione agroalimentare, e punta a sostenere la ripresa dell’economia anche attraverso un ulteriore sviluppo dell’export di settore, la crescente domanda dei Paesi ad economia emergente costituisce un’opportunità molto significativa. La seguente analisi del Centro Studi di Confagricoltura sugli scambi di prodotti agroalimentari con questi Paesi intende valutare quanto, negli ultimi 15 anni, questa opportunità sia stata colta dall’Italia, e quanto le “turbolenze” economiche e politiche, interne e internazionali, che interessano alcuni Paesi emergenti possano influire negativamente sulla crescita della nostra esportazione di prodotti agroalimentari.

Import ed export per Paese. Russia e Brasile. L’andamento degli scambi di prodotti agroalimentari dell’Italia con ciascuno dei sette Paesi BRICS/TICKS,nel periodo 2001-2015, presenta significative differenze in termini di valore degli scambi di prodotti agroalimentari e totali, saldo export-import dell’Italia positivo o negativo, effetti della crisi economico-finanziaria mondiale (2007-2009), effetti di criticità economiche recenti (2014-2015) e meno recenti (2001-2003). Per quanto riguarda queste ultime, i Paesi che suscitano le maggiori preoccupazioni sono la Russia e il Brasile. L’esportazione di prodotti agroalimentari dell’Italia verso la Russia (144,2 milioni di abitanti), nel periodo 2001-2015, è cresciuta mediamente del 9,3% l’anno, con un minimo di 151 milioni di euro nel 2001, un massimo di 705 milioni di euro nel 2013, e una brusca flessione nel 2014 e nel 2015 (-45,8%, rispetto al 2013, per un valore di -323 milioni di euro) a causa del divieto di importazione di molti prodotti agroalimentari dai Paesi europei conseguente alle sanzioni UE per il conflitto Russia-Ucraina introdotto nell’agosto del 2014 (c.d. Embargo Russo) e recentemente prorogato fino a dicembre 2017. Nello stesso quindicennio (2001-2015), le importazioni di settore dell’Italia dalla Russia sono cresciute mediamente per anno del 4,7%. Il saldo export-import ha segnato un passivo massimo di -134 milioni di euro nel 2002, per raggiungere un attivo massimo di +428 milioni nel 2014 e poi scendere a +208 milioni nel 2015. L’esportazione di prodotti agroalimentari dell’Italia verso il Brasile (207,8 milioni di abitanti), dopo essere cresciuta pressoché costantemente dal 2004 al 2014, con la sola flessione (-8,9% nel 2009), nel 2015, a causa della crisi economica del Paese sudamericano, si è ridotta di quasi il 10%, pari a -18 milioni di euro. In media la crescita annua dell’export nel periodo 2001-2015 è stata del 8,8%. L’importazione italiana di prodotti agroalimentari dal Brasile è largamente prevalente sull’esportazione: nel 2015 è tornata a superare il miliardo di euro, come già nel 2007 e nel 2008; il confronto fra il minimo del 2002 e il valore del 2015 indica un incremento del 77%. La bilancia commerciale agroalimentare dell’Italia con il Brasile, nel periodo 2001-2015 è costantemente negativa, con un debito che nel 2015 è stato di oltre 850 milioni di euro, superato solo dai passivi del triennio 2006-2008.

Import ed export per Paese. Cina, Corea del Sud, Sudafrica e India. L’esportazione di prodotti agroalimentari dell’Italia verso la Cina (1,38 miliardi di abitanti), fra il 2001 e il 2015 è cresciuta in media del 28,6% l’anno, superando nel 2015 l’esportazione verso la Russia in flessione a causa del citato embargo. Nel 2015, rispetto al 2014, l’incremento è stato del 19%. L’importazione è cresciuta mediamente, nello stesso periodo, del 3,9% l’anno. Il saldo della bilancia commerciale, pur sempre passivo, si è dimezzato negli ultimi anni passando, dai precedenti picchi di oltre 400 milioni di euro (2007), ai 169 milioni di euro del 2014 e ai 202 milioni del 2015. L’esportazione agroalimentare dell’Italia verso la Corea del Sud (50,3 milioni di abitanti) è cresciuta, tra il 2001 e il 2015, pressoché costantemente, con due sole flessioni, nel 2003 (-3,3%) e nel 2008 (-4,1%). La media di crescita annua (2001-2015) è del 14,6% e nel 2015 il valore assoluto ha superato quello dell’export verso Brasile. L’importazione (2001-2015) segna un aumento medio annuo del 8,4%. Il saldo della bilancia commerciale, sempre attivo, è passato da 11 (2001) a 158 milioni di euro (2014 e 2015). L’esportazione di prodotti agroalimentari dell’Italia verso il Sudafrica (54,5 milioni di abitanti) è cresciuta tra il 2001 e il 2015 con una media annua del 11,4%. Il valore più basso si è registrato nel 2001 (27 milioni di euro), il più alto nel 2013 (120 milioni di euro), flessioni significative hanno interessato il 2008 (-15,6%) e il 2014 (-23,9%). L’importazione ha segnato un incremento medio annuo del 3,9%. Il saldo commerciale è passato dal massimo di -115 milioni di euro del 2002, al minimo di -41 del 2012, e poi ai -91 milioni di euro del 2015. L’esportazione agroalimentare dell’Italia verso l’India (1,28 miliardi di abitanti), nel periodo 2001-2015 è aumentata in media ogni anno del 15,8%. Cresce (media annuale 9%) l’importazione di settore. Il saldo della bilancia commerciale dal minimo di -112 milioni di euro del 2002 e 2003 ha raggiunto il massimo di -341 nel 2012 e poi i -335 milioni di euro nel 2015.

La stabilità di crescita dell’export. Confrontando la dinamica dell’export agroalimentare dell’Italia verso i sette Paesi che fanno parte dei gruppi BRICS e TICKS (variazioni % rispetto all’anno precedente nel periodo 2001-2015), si evidenzia come la crescita sia nettamente più stabile e incisiva per la Cina (un solo valore negativo, sia pure superiore al 10%, 13 valori positivi di cui 12 superiori al 10%, incremento medio annuo +28,6%), seguita dalla Corea del Sud (2 valori negativi inferiori al 10%, 12 valori positivi di cui 8 superiori al 10%, incremento medio annuo +14,6%) e dall’India (3 valori negativi inferiori al 10%, 11 valori positivi di cui 8 superiori al 10%, incremento medio annuo +15,8%). I risultati della Russia, fino al 2013 molto positivi, sono condizionati dai due negativi superiori al 10% del 2014 (-12,7%) e del 2015 (-37,9%) conseguenti al recente embargo sulle importazioni. La stessa valutazione, applicata all’esportazione totale dell’Italia verso i Paesi BRICS-TICKS, evidenzia, nel periodo 2001-2015, variazioni medie annue nettamente inferiori rispetto all’export agroalimentare, che si conferma dunque settore trainante per la crescita dell’esportazione italiana. Sono particolarmente significativi i dati della Cina (incremento dell’export agroalimentare triplo rispetto all’incremento dell’export totale) e di Taiwan, dove la crescita dell’export agroalimentare è stata, sia pure per valori assoluti più contenuti, superiore di quasi 6 volte rispetto all’export totale. Solo per la Russia i due valori si differenziano per poco più di due punti percentuali. Complessivamente, nel periodo 2001-2015, l’export agroalimentare complessivo dell’Italia verso i Paesi BRICS e TICKS è cresciuto costantemente, tranne che nel 2009 (-86 milioni di € rispetto al 2008), nel 2014 (-13 milioni di € rispetto al 2013) e nel 2015 (-142 milioni di € rispetto al 2014). Ha registrato flessioni nel 2015 rispetto al 2013 l’export agroalimentare dell’Italia verso Russia, e Sudafrica; per il Brasile la flessione si registra nel 2015 rispetto al 2014 ed è da valutare, considerando le difficoltà economiche del Paese sudamericano, se si tratti di un fenomeno occasionale oppure di una tendenza che proseguirà nei prossimi anni.

Il peso dei BRICS/TICKS sull’export agroalimentare totale. Confrontando, per il periodo 2001-2015, l’incidenza dell’export agroalimentare dell’Italia verso i Paesi BRICS e TICKS sull’export agroalimentare totale del nostro Paese, si evidenzia che per i BRICS, fino al 2013, è cresciuta di oltre due volte e mezzo, passando dall’1,5% (2001) al 4,1% (2013). Dopo la lieve flessione del 2014 (-4,4%), è scesa sensibilmente nel 2015 (-11,8%), soprattutto per effetto dell’embargo russo; per i TICKS è cresciuta costantemente, con il dato del 2015 (2,2%) superiore di oltre quattro volte rispetto a quello del 2001 (0,5%). Il valore dell’export italiano verso i TICKS, rispetto a quello verso i BRICS, era nel 2001 pari a circa un terzo; nel 2015 è di oltre due terzi.

L’incidenza dei prodotti agricoli sugli scambi commerciali. Il peso dei prodotti agricoli sul totale dell’importazione e dell’esportazione agroalimentare (compresi i prodotti dell’industria alimentare) dell’Italia con i Paesi BRICS e TICKS è notevolmente variabile. Nel 2015, per l’importazione si va dal 1,6% della Corea del Sud al 65,1% del Brasile; per l’esportazione, dal 3,9% della Corea del Sud al 42,5% dell’India. Complessivamente il saldo commerciale dei prodotti agricoli segna un passivo di 1.203 milioni di euro, mentre l’industria alimentare è in attivo per 170,8 milioni; sul totale delle importazioni, i prodotti agricoli valgono il 53,8%, mentre sul totale delle esportazioni il 9,3%.

L’export per abitante. Tenendo conto della popolazione di ciascun Paese BRICS/TICKS destinatario dell’export agroalimentare dell’Italia, il valore procapite esportato nel 2015 vede al primo posto Taiwan con 4,2 euro, seguita dalla Corea del Sud con 3,6 euro e dalla Russia con 2,6 euro. Il valore più basso si registra in India con 6,2 centesimi. La graduatoria dei Paesi, tranne che per il Sudafrica, si presenta sostanzialmente coincidente (scarto massimo di una posizione) con quelle del PIL procapite e dell’Indice di Sviluppo Umano, confermando la stretta correlazione fra benessere e consumo di prodotti agroalimentari dall’Italia.

Conclusioni. I sette principali Paesi ad economia emergente inclusi nei gruppi BRICS e TICKS già hanno contribuito in misura rilevante all’incremento dell’esportazione del Made in Italy agroalimentare nel periodo 2001-2015. Sia pur con diverso incremento in valori assoluti e percentuali, tutti, fra il 2001 e il 2015 hanno registrato incrementi medi annui dell’export agroalimentare dall’Italia molto significativi, compresi fra il +28,6% della Cina il +8,2% di Taiwan; gli incrementi di Russia e Brasile sono peraltro influenzati da recenti contingenze economiche internali (embargo russo) ed interne (crisi economica delBrasile). D’altra parte proprio Taiwan, nel 2015, è al primo posto per valore dell’export agroalimentare italiano per abitante (4,2 euro) mentre ultime di questa graduatoria sono Cina (32 centesimi) e India (6 centesimi). Per valore complessivo dell’export agroalimentare dell’Italia, nel 2015 è al primo posto la Cina (437 milioni di euro) che ha scavalcato la Russia (382 milioni), seguita da Corea del Sud (183 milioni) e Brasile (167 milioni). L’esportazione totale italiana verso i Paesi BRICS/TICKS, nel periodo 2001-2015, segna incrementi medi annui nettamente inferiori rispetto all’esportazione di prodotti agricoli e dell’industria alimentare, confermando il ruolo trainate del Made in Italy agroalimentare. Per le importazioni in Italia di prodotti agroalimentari, gli incrementi medi annui più rilevanti (2001- 2015) riguardano  l’India (+9%) e la Corea del Sud (+8,4%) mentre per gli altri Paesi BRICS/TICKS sono vicini al 4-5%. Nel 2015, il primo posto è del Brasile (poco più di un miliardo di euro) seguito da Cina (639 milioni) e India (415 milioni). Il saldo commerciale di settore dell’Italia, fra il 2001 e il 2015, è stabilmente negativo con il Brasile (-856 milioni di euro nel 2015), con l’India (-335), con la Cina (-202) e con il Sudafrica (-91). Per quanto riguarda Brasile ed India occorre ricordare che tali Paesi impongono dazi molto elevati all’importazione di alcuni prodotti rilevanti nella bilancia commerciale del Made in Italy come il vino. E’ invece stabilmente positivo, nello stesso periodo, con la Corea del Sud (+158 milioni di euro nel 2015) e con Taiwan (+87). Con la Russia, dopo i negativi del 2001 e 2002, è passato in attivo negli anni successivi, registrando nel 2015 +208 milioni di euro. Aggregando i dati relativi ai diversi Paesi secondo l’appartenenza ai gruppi BRICS e TICKS si evidenzia come i migliori risultati di crescita dell’export agroalimentare riguardino questi ultimi, sia pure con un incremento delle importazioni leggermente superiore rispetto ai BRICS. Tutte le tabelle a questo link

Fonte: Elaborazione Centro Studi Confragricoltura Dott. Riccardo Calabrese

Origine obbligatoria in etichetta per latte e formaggi in Italia, decreto inviato a Bruxelles

latte-11Il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ha inviato a Bruxelles per la prima veriica lo schema di decreto che introduce l’indicazione obbligatoria dell’origine per i prodotti lattiero caseari in Italia, avviando così l’iter autorizzativo previsto a livello europeo. Questo sistema consentirà di indicare con chiarezza al consumatore la provenienza delle materie prime di molti prodotti come latte, burro, yogurt, mozzarella, formaggi e latticini.

Martina: “Svolta storica per la nostra agricoltura”. Il settore lattiero caseario italiano nel suo complesso vale più di 20 miliardi di euro e, grazie a questo passo, storico, vogliamo dotarlo di più strumenti per competere. Con questo decreto sarà possibile sfruttare questi spazi, perché finalmente i consumatori potranno essere pienamente informati. L’indicazione chiara ed evidente dell’origine della materia prima è un elemento cruciale per valorizzare il lavoro di più di 34mila allevatori che rappresentano il cuore pulsante di questo settore. Il nostro impegno per salvaguardare il loro reddito è quotidiano e spingiamo perché ci sia un ulteriore rafforzamento dei rapporti di filiera nel nostro Paese. Lavoriamo ancora a Bruxelles perché questa sperimentazione apra la strada ad un passo europeo ancora più forte”.

Il prodotto tracciato vale di più. Da un’indagine demoscopica commissionata da Ismea emerge che il 67% dei consumatori italiani intervistati si dichiara disposto a pagare dal 5 al 20% in più per un prodotto lattiero caseario che abbia chiara in etichetta la sua origine italiana.
Per 9 italiani su 10 è importante conoscere l’origine delle materie prime per questioni legate al rispetto degli standard di sicurezza alimentare, in particolare per latte fresco e i prodotti lattiero-caseari. Si è espresso così, infatti, il 95% degli oltre 26 mila partecipanti alla consultazione pubblica online tra i cittadini sulla trasparenza delle informazioni in etichetta dei prodotti agroalimentari, svolta sul sito del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.

Le novità del decreto. In particolare, il decreto prevede che il latte o i suoi derivati dovranno avere obbligatoriamente indicata l’origine della materia prima in etichetta con le seguenti diciture: a) “Paese di mungitura: nome del paese nel quale è stato munto il latte”; b) “Paese di confezionamento: nome del paese in cui il prodotto è stato confezionato”; c) “Paese di trasformazione: nome del paese nel quale è stato trasformato il latte”. Qualora il latte o il latte utilizzato come ingrediente nei prodotti lattiero-caseari, sia stato munto, confezionato e trasformato, nello stesso paese, l’indicazione di origine può essere assolta con l’utilizzo di una sola dicitura: ad esempio “Origine del latte: Italia”. In ogni caso sarà obbligatorio indicare espressamente il paese di mungitura del latte. Se le fasi di confezionamento e trasformazione avvengono nel territorio di più paesi, diversi dall’Italia, possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: origine del latte: Paesi UE origine del latte: Paesi NON UE origine del latte: Paesi UE E NON UE. Sono esclusi solo i prodotti Dop e Igp che hanno già disciplinari relativi anche all’origine e il latte fresco già tracciato.

Fonte: Servizio Stampa Mipaaf

Latte, saltata intesa Regioni-Ministero sul fondo zootecnia

quote_latteNessuna intesa tra Regioni e Governo sul fondo per gli interventi nel settore lattiero caseario che dovrebbe ammortizzare gli effetti dello stop alle quote latte. Il coordinamento degli assessori all’Agricoltura della Conferenza permanente Stato-regioni ha rinviato la proposta di decreto del Ministero dell’Agricoltura sul fondo sollecitando il governo a formulare una proposta diversa. In prima fila, a contestare la proposta governativa, l’assessore all’agricoltura del Veneto, che insieme ai colleghi di Lombardia e Piemonte ha bocciato l’idea di un “prelievo di  solidarietà” tra allevatori.

Un fondo…senza fondi. I rappresentanti delle Regioni hanno verificata l’impossibilità di individuare modalità di utilizzo che permettano una gestione amministrativa efficiente delle risorse del fondo. Ma ancor prima hanno espresso dubbi sull’opportunità stessa di crearlo, posto che – spiega l’assessore veneto – “attualmente il fondo non ha consistenza e solo probabilmente a gennaio 2018 potrebbe esserne definita una prima ripartizione; le procedure per il recupero delle multe sulle quote latte imputate in eccesso e non riscosse, che dovrebbero alimentare il fondo, hanno tempistiche non definibili in quanto passibili di contenzioso; inoltre, la ridefinizione di una nuova modalità di ridistribuzione del prelievo in eccesso potrebbe tener conto di quanto rilevato dai TAR, che hanno accordato la sospensiva ai ricorrenti rilevando elementi di incostituzionalità della normativa di riferimento  che impone un prelievo pari a 100 milioni quando gli obblighi comunitari richiedono un pagamento pari a 30 milioni”.

Richiesto nuovo incontro entro maggio. “Gli assessori all’agricoltura delle Regioni e delle Province autonome – conclude l’assessore veneto – hanno chiesto un incontro entro maggio con la Commissione agricoltura del Senato per predisporre un disegno di legge più appropriato e rispondente alle reali esigenze del settore. Gli allevatori stanno attraversando difficoltà pesantissime, e in parecchi casi letali per la loro azienda, e chiedono che il Senato si attivi per lo stato di crisi. Il fondo per interventi nel settore ad oggi è vuoto, a zero  risorse: è impensabile rimpinguarlo con i soldi di chi è già in crisi e sta morendo. Sarebbe come togliere sangue a chi sta morendo dissanguato”.

Fonte: Servizio Stampa Regione Veneto

Ibridi di mais, sperimentazione nazionale del Crea di Bergamo a rischio per mancanza fondi

4768253-d-39-oro-delle-sementi-di-mais-come-sfondoRiceviamo da Assomais e pubblichiamo la seguente nota stampa:

“La sperimentazione nazionale sugli ibridi di mais del Crea – Unità di Ricerca per la Maiscoltura di Bergamo -,  che rappresenta da diversi anni uno strumento di fondamentale utilità per gli agricoltori, è a rischio. Da qualche mese, infatti, è venuto meno il finanziamento che ha permesso in questi anni la realizzazione della sperimentazione sugli ibridi di mais da granella e da trinciato integrale. “Il Crea si sta accollando i costi per la sperimentazione in questione, non senza difficoltà, dirottandovi i fondi previsti per altre ricerche e senza garanzia di riuscire a continuare la sperimentazione in futuro” dice Carlotta Balconi, direttore dell’Unità di Ricerca per la maiscoltura di Bergamo. “Questo imprevisto capita in un momento assai critico per i maiscoltori nazionali che devono affrontare un mercato con prezzi della granella in calo, criticità climatiche che aumentano il rischio di contaminazione”.
“Insomma – continua la nota – un’ulteriore tegola che si abbatte sul mais italiano, già colpito da una politica agricola comunitaria che non premia questa coltura, che pur rimane in termini di volumi e superfici rispettivamente la prima e la seconda in Italia. Solo 11 anni fa – denuncia Assomais, tavolo di confronto per la filiera maidicola italiana che ha tra i propri sostenitori i principali esperti e operatori nazionali – la superficie nazionale a mais sfiorava 1.450.000 ettari mentre le ultime stime indicano meno di 800.000 ettari, il nostro Paese sta sottovalutando la riduzione di superfici coltivate che in questi anni sta interessando questa coltura così strategica, per tutte le filiere dei prodotti zootecnici più importanti e tipiche del nostro Made in Italy, con il rischio di aggravare la dipendenza di queste dall’estero e, in definitiva, di vedere dislocare le produzioni fuori dai confini nazionali”.
“Per superare tale crisi – conclude la nota – è essenziale che gli agricoltori siano messi nelle condizioni di coltivare il mais potendo mirare ad esprimere al massimo il potenziale produttivo della coltura limitando allo stesso tempo il rischio di contaminazione della granella da micotossine; l’aggiornamento completo e super partes offerto dal Crea di Bergamo è uno strumento che aiuta a raggiungere l’obiettivo di fare agricoltura in modo sostenibile ambientalmente, socialmente ed economicamente. Assomais, assieme ai suoi tanti sostenitori, ha inviato una lettera al ministro del Mipaaf Maurizio Martina e agli assessori delle principali Regioni maidicole perché venga presa in seria considerazione la possibilità di stanziare dei fondi specifici per sostenere l’attività di sperimentazione del Crea di Bergamo per far sì che gli agricoltori possano continuare anche in futuro a disporre di uno strumento informativo aggiornato e indipendente indispensabile per la loro attività”.

Agtech, ovvero, quando i prodotti agricoli sposano il web

prodotti tipiciIl nuovo vocabolo che sta facendo irruzione nel mondo dell’agroalimentare è “agtech” e mette insieme i prodotti agricoli con la tecnologia informatica.

La rincorsa è tumultuosa: gli investimenti per aziende e startup agtech nel 2015 sono arrivati a 4,6 miliardi di dollari ed entro il 2017 gli italiani spenderanno 300 milioni di euro sugli e-commerce di prodotti alimentari. AgFounder ha diffuso un’analisi basata su dati di CrunchBase, dalla quale si evince che nel 2015 gli investimenti sono raddoppiati: di questi, una quota pari al 35%, è andata al Food e-Commerce, quindi 1,65 miliardi di dollari, che comprendono i costi di consegna. Più precisamente, per quanto riguarda il food delivery, si stima che il mercato globale del takeaway e della consegna a domicilio raggiungerà i 90 miliardi di dollari nel 2019.

In Italia. Euromonitor ritiene che il mercato digital food in Italia entro il 2017, arriverà probabilmente a 329 milioni, con un quasi +20% annuo. Ma i margini di crescita sono più ampi viste le novità che riguardano il retail: lo scorso anno l’e-commerce dei retailer di settore è fermato allo 0,25% del venduto, ma ci sono oggi supermercati che permettono la spesa online con un ritiro presso chioschi distribuiti in orari differenziati rispetto i servizi classici.

Fonte: Garantitaly.it

10-13 aprile 2016, in contemporanea a Vinitaly, torna Sol&Agrifood, che “racconta” l’agroalimentare di qualità italiano e come difenderlo

prodottiL’agroalimentare italiano torna protagonista a Sol&Agrifood. Il salone internazionale di Veronafiere, dal 10 al 13 aprile, in contemporanea a Vinitaly, propone le migliori produzioni made in Italy nel campo dell’olio extravergine di oliva, ma non solo: paste e prodotti da forno, birre artigianali, formaggi, cioccolata, caffè, conserve, condimenti e salumi completano l’offerta delle aziende espositrici presenti nel’ampliato padiglione C di Veronafiere. In fiera anche espositori esteri, da Austria, Baviera, Belgio, Malta, Marocco e Croazia.

L’inaugurazione ufficiale del salone è prevista lunedì 11 aprile (ore 10.30 sala Polifunzionale, del padiglione di Sol&Agrifood) con il convegno “Agropirateria: quando l’Italia sa difendersi”, al quale parteciperà il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina. Un appuntamento che vuole fare il punto su rischi e opportunità dei mercati internazionali e sulla battaglia all’Italian sounding per conquistare nuove quote di mercato. Tra i relatori Giancarlo Caselli, magistrato ora presidente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. Guida il dibattito Colomba Mongiello, vicepresidente della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale.

Tra gli eventi in programma, domenica 10 aprile (ore 16, Sala Vivaldi, Palaexpo, piano -1) si tiene la degustazione “Oli d’Italia 2016 – I migliori extra vergine della raccolta 2015”, organizzata da Gambero Rosso e Unaprol, in collaborazione con Veronafiere. Martedì 12 aprile (ore 10.30, Sala Polifunzionale) si parla di etichette nel seminario della Guida agli extravergini di Slow Food Editore “Leggere l’olio extravergine di qualità: quali informazioni per tutelare consumatori e produttori?”. E sempre martedì, Giorgio “Giorgione” Barchesi, testimonial di Sol&Agrifood 2016, nonché volto noto su Gambero Rosso Channel e autore del best seller “Giorgione: orto e cucina”, incontra giornalisti e operatori, alle ore 17, nella Sala Polifunzionale. Mercoledì 13 aprile (ore 11.30, Sala Polifunzionale) esperienze a confronto con “I consumatori internazionali sempre più agguerriti: buono, pulito e giusto è sufficiente?”, evento realizzato insieme a Teatro Naturale e che vede la partecipazione dei rappresentanti delle principali riviste di consumatori europee.

Fonte: Servizio Stampa Verona Fiere

 

 

Registro unico dei controlli, stop a ispezioni fotocopia nelle aziende agricole

lavoro-voucher-agricoltura-treviso-provincia-crisi“Abbiamo casi di aziende agricole che hanno ricevuto anche sette visite ispettive per lo stesso motivo, una evidente perdita di tempo per i nostri imprenditori ma anche per il personale pubblico e le forze dell’ordine impegnate in questi inutili doppioni. Ora finalmente ci auguriamo che le ispezioni fotocopia abbiano fine con l’introduzione del nuovo Registro unico dei controlli ispettivi sulle imprese agricole”. Federico Miotto, presidente di Coldiretti Padova, commenta così l’avvio dell’archivio informatico nel quale confluiranno tutte le informazioni sui controlli e le ispezioni già eseguite nelle aziende agricole.

Fino a 100 giorni l’anno per incombenze burocratiche. “E’ passato più di un anno dalla sua istituzione – aggiunge Miotto – ma adesso finalmente ci siamo. Non temiamo certo il “grande fratello” in agricoltura, anzi ci auguriamo che finalmente questo nuovo database metta fine all’inutile duplicazione dei controlli nelle aziende agricole. Un dispendio di energie e di risorse, anche pubbliche, che non ha motivo di essere in un sistema ormai completamente tracciato e informatizzato. Prima di procedere ad una nuova ispezione infatti sarà possibile recuperare tutte le informazioni sulle visite precedenti in materia fiscale, previdenziale, urbanistico, della sicurezza sul lavoro, della qualità merceologica dei prodotti agroalimentari, ambientale, agricolo e sanitaria. Già i nostri agricoltori, come abbiamo più volte denunciato, impiegano anche fino a 100 giorni l’anno per le incombenze burocratiche. Se riusciamo a semplificare anche questo aspetto ne guadagnano i nostri imprenditori e ne guadagna anche la pubblica amministrazione”.

Il Registro, istituito al Ministero delle politiche agricole, integrato nell’anagrafe nazionale delle aziende agricole attraverso il Sian, nasce con l’intento di evitare duplicazione dei controlli nelle aziende e rendere più efficiente il lavoro degli organismi che svolgono le verifiche. Costituisce uno strumento di supporto alle amministrazioni pubbliche per effettuare i controlli di propria competenza e per una più razionale programmazione degli stessi, ferma restando l’attuazione dei controlli straordinari ed urgenti. Nel database affluiscono i dati concernenti i controlli effettuati da parte di organi di polizia e dai competenti organi di vigilanza e di controllo e degli organismi pagatori, nonché da organismi privati autorizzati allo svolgimento di compiti di controllo a carico delle imprese agricole. Nell’ archivio entreranno anche le ispezioni della Guardia di Finanza in materia fiscale, sull’ impiego della manodopera e sull’ utilizzo delle erogazioni comunitarie, nonché sulla contraffazione agroalimentare e sull’ origine dei prodotti per la tutela del made in Italy. Prima dell’ avvio dei controlli amministrativi alle imprese agricole, dunque, i reparti della Guardia di Finanza dovranno procedere a una preventiva consultazione del Registro per verificare se il soggetto è già “censito” nell’ archivio perché ha già subito un controllo da parte di un altro organo ispettivo.

Eccezione per reati a carico delle persone fisiche. Sui controlli da considerare oggetto di riscontro si dovrà fare riferimento a tutte le attività “finalizzate al riscontro del corretto adempimento sostanziale agli obblighi cui sono tenute le imprese agricole” che comportano ispezioni e sopralluoghi presso le imprese. I dati delle ispezioni, una volta concluse, dovranno essere inviati al Registro. Faranno eccezione solo i dati relativi a fatti di reato a carico delle persone fisiche titolari delle ditte individuali o legali rappresentanti delle imprese agricole. Il pubblico funzionario, prima di effettuare una nuova ispezione, verifica attraverso il Ruci gli esiti dei controlli precedenti al fine di evitare sovrapposizioni e di intralciare l’esercizio dell’attività d’impresa.

Fonte: Servizio Stampa Coldiretti Padova

 

Birra, aumenta l’interesse in Veneto per gli agribirrifici

Birra Antoniana

Birra Antoniana

L’interesse per la birra è aumentato anche in Veneto – commenta Coldiretti nell’apprendere la notizia dell’offerta giapponese per il marchio italiano Peroni. I consumatori  non solo non si accontentano più di bere la classica rossa o bionda, cercano la curiosità, il prodotto di nicchia. La risposta arriva soprattutto dagli agricoltori più giovani che hanno inaugurato in questi anni dei veri agribirrifici dove realizzare proposte incredibili utilizzando luppolo, orzo coltivati localmente dove la vicinanza al mare o alla montagna fa la differenza.

Aumento export birra italiana del 17% nel 2015. Questa tendenza ha incrementato la semina di varie colture, ideali per le miscele di sapori. Sono nati dei veri marchi ispirati alla territorialità o alla fantasia imprenditoriale. Dal micro birrificio agricolo “Santjago” di Vittorio Veneto (TV) gestito da fratelli Dei Tos, Mattia e Raffaele di 27 e 21 anni, che raccolgono i cereali dei 55 ettari vicino a Caorle per fare la weizzner di casa,  allo storico Birrificio Antoniano in provincia di Padova che ha scelto di lanciare “La Veneta” prima produzione certificata a kmzero: dalla finestra dello stabilimento è possibile vedere i campi di materia prima (qui l’articolo post visita al birrificio dei soci ARGAV). Insomma il nord est racconta molte esperienze simili a queste da Belluno a Venezia passando per tutte le province dove le nuove generazioni incoraggiate dalla legislatura hanno intrapreso questa attività. L’operazione internazionale in corso – sostiene Coldiretti – è motivata dall’aumento delle esportazioni di birra italiana nel mondo che crescono del 17% nel 2015 e sono praticamente triplicate nell’arco di un decennio lo testimoniano i 400 miliardi di yen (poco più di 3 miliardi di euro) in mano al produttore giapponese di birra Asahi per rilevare il marchio italiano Peroni dal gruppo SABMiller.

Birra, un indotto italiano rilevante. Non si tratta in realtà dell’ennesimo passaggio di marchi italiani storici in mani straniere poichè la Birra Peroni era già stata ceduta nel 2003 ed entrata a far parte del Gruppo sudafricano SABMiller plc al quale è stata ora fatta l’offerta del gruppo giapponese Asahi, la cui strategia di mercato si concentra sull’Asia e l’Oceania e intende espandersi su mercati dalla lunga tradizione che le consentirebbero anche una maggiore penetrazione della sua etichetta Super Dry. Il Gruppo Birra Peroni è oggi uno dei player principali nel settore dell’industria birraria ed è parte del Gruppo SABMiller plc che in Italia SABMiller è presente con tre stabilimenti produttivi (Roma, Padova e Bari). Nell’operazione internazionale c’è in gioco – sottolinea la Coldiretti – un indotto rilevante. A garantire la produzione italiana di birra ci sono infatti le coltivazioni nazionali con una produzione di circa 860.000 tonnellate di orzo su una superficie complessiva investita di circa 226.000 ettari. Per quanto concerne la produzione di birra, la filiera cerealicola unitamente al Ministero delle Politiche Agricole ipotizzano un impegno annuo di granella di orzo pari a circa 90.000 tonnellate. In questa situazione di grande dinamicità, a supporto della trasparenza dell’informazione dei consumatori, è però necessario – conclude la Coldiretti – qualificare le produzioni nazionali con l’indicazione obbligatoria in etichetta dell’origine, per evitare che vengano spacciati come Made in Italy produzioni straniere.

Fonte: Servizio Stampa Coldiretti Veneto