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Vendita prodotti agroalimentari, predominano il discount e il passaparola per le offerte

latticini-sugli-scaffali-del-supermercatoIl rilevamento ISTAT sull’andamento del valore delle vendite al dettaglio degli esercizi in sede fissa permette di conoscere gli orientamenti di spesa, non solo delle famiglie, ma anche delle piccole imprese al servizio del consumatore finale, come, ad esempio – con specifico riferimento all’agroalimentare -, alberghi e ristoranti. L’analisi del Centro Studi di Confagricoltura è appunto focalizzata sulla evoluzione delle vendite, da parte degli esercizi in sede fissa, dei prodotti agroalimentari.

Dal 2015 gli acquisti alimentari riprendono a crescere. I dati consentono di evidenziare che fra il 2010 e il 2016 (periodo gennaio-giugno), il valore complessivo delle vendite al dettaglio è sempre diminuito, rispetto all’anno precedente, dal 2011 al 2014. Diverso è l’andamento delle vendite di prodotti alimentari, che già dal 2010 registra una riduzione, nel 2011 un pareggio, nei tre anni seguenti altre riduzioni e infine riprende a crescere nel 2015 e nella prima metà del 2016. Tuttavia, tranne che nel 2010, le flessioni del valore delle vendite al dettaglio dei prodotti alimentari sono più contenute rispetto a quelle degli altri prodotti, così come sono più consistenti gli incrementi del 2015 e del 2016 (gennaio-giugno). In sostanza, con l’avanzare della crisi economico-finanziaria, la spesa per i prodotti alimentari ha evidenziato una sostanziale stabilità generando riduzioni (2012-2014) e poi incrementi (2015-2016 gennaio-giugno) nell’ordine del 1% l’anno, mentre per i prodotti non alimentari si leggono riduzioni più rilevanti (quadriennio 2011-2014) e incrementi più modesti nel 2015 e nella prima metà del 2016. Complessivamente, nel periodo considerato, la somma algebrica delle variazioni annuali rispetto all’anno precedente, è di -1% per gli alimentari, rispetto al -7,5% per i non alimentari.

Si comprano alimentari sempre più nella grande distribuzione. L’obiettivo di contenimento della spesa da parte dei consumatori si realizza soprattutto attraverso la crescente preferenza per la grande distribuzione rispetto ai piccoli esercizi di prossimità. Una preferenza particolarmente praticata per l’acquisto di generi alimentari dove il valore della spesa nella grande distribuzione è complessivamente cresciuto (la somma delle variazioni annuali nel periodo 2008-2016 segna +6,8%), a fronte di una pesante flessione dei piccoli esercizi (somma delle variazioni -15,8%). Diverso è l’andamento delle variazioni del valore della spesa per il settore “non alimentare” che registra una flessione sia nella grande distribuzione (somma delle variazioni -1,4%), sia nei piccoli esercizi (somma delle variazioni -13,2%).

Sensibile crescita delle vendite di alimentari nei discount. Alcuni settori della grande distribuzione beneficiano maggiormente della preferenza degli acquirenti: fra gli esercizi non specializzati che vendono prevalentemente generi alimentari, sono preferiti soprattutto i discount, che registrano una crescita del valore degli acquisti in tutto il periodo di osservazione (somma delle variazioni annuali +13,8%). Gli ipermercati soffrono un andamento delle vendite sempre decrescente, con la sola eccezione del 2015 (somma delle variazioni annuali -8%); segnano invece valori altalenanti le vendite dei supermercati che tuttavia chiudono il periodo quasi in pareggio (somma delle variazioni annuali -0,1%). E’ significativo che alla sensibile crescita delle vendite dei discount alimentari faccia riscontro una flessione significativa delle vendite negli ipermercati. Questa tendenza può spiegarsi non solo con i prezzi più contenuti dei discount alimentari, ma anche con la loro più capillare distribuzione sul territorio che consente di frazionare la spesa alimentare nel tempo, gestire meglio lo spazio domestico e abbreviare i tempi di conservazione dei prodotti.

Conclusioni. La crescita del valore degli acquisti di prodotti alimentari nei discount , cui corrisponde la sensibile diminuzione per i piccoli punti vendita e, sia pure in misura diversa, per le altre tipologie di grande distribuzione alimentare, indica che i consumatori riducono la spesa soprattutto rivolgendosi a punti vendita che praticano prezzi più bassi. In linea generale questo potrebbe determinare una crescita dei consumi di prodotti alimentari non riconducibili a “grandi marche”, più frequentemente d’importazione o realizzati da aziende italiane con materie prime d’importazione, in molti casi di qualità inferiore. Va peraltro considerato che alcuni discount alimentari stanno mutando le proprie strategie di vendita, offrendo, sia pure a prezzi vantaggiosi, anche prodotti di grandi marche, anche italiani a denominazione d’origine, provenienti da aziende agricole e agroalimentari nazionali emergenti.

I nuovi scenari delle vendite al dettaglio evidenziano fenomeni destinati probabilmente a consolidarsi, indipendentemente dall’evoluzione della congiuntura economica: crescente consapevolezza del consumatore riguardo ai prezzi e alla qualità (pur valutata soggettivamente) dei prodotti alimentari; adattamento del consumatore all’acquisto presso punti vendita anche più distanti da casa, scelti in funzione della convenienza di acquisto dei diversi prodotti, eventualmente meno “confortevoli” dei tradizionali supermercati e dei grandi ipermercati; efficacia crescente del passaparola sulla convenienza e qualità dei prodotti, efficacia decrescente della reputazione consolidata (grandi marche) e della pubblicità (che fra l’altro innalza i costi di commercializzazione); premio alle aziende che producono a costi più bassi, sia per organizzazione più razionale e minor impiego di manodopera, sia per semplificazione del processo produttivo, sia per acquisto di mezzi di produzione e materie prime a prezzi più bassi. Da segnalare, infine, che nel 2015 e nella prima metà del 2016, il valore degli acquisiti di generi alimentari, al dettaglio in sede fissa, è tornato a crescere dopo un quinquennio (2000-2014) che ha segnato quattro variazioni annuali negative e una nulla.

Fonte: Centro Studi Confagricoltura

E’ veneto il neo presidente nazionale di Terranostra

diegoscaramuzzaE’ il veneto Diego Scaramuzza il neo eletto presidente di Terranostra, associazione agrituristica di Coldiretti che rappresenta oltre 3mila agriturismi italiani.“E’ una sfida bellissima che accolgo entusiasta – ha dichiarato Scaramuzza, classe 1970, titolare de “La Cascina” a Mestre ed un passato da chef nei ristoranti top di Venezia – perché credo che il marchio ‘Agriturismo di Campagna Amica’, in uso esclusivo all’Associazione Terranostra, sia un importante valore aggiunto per tutti coloro che hanno multifunzionalità agricola, in quanto simbolo che evoca i valori della sostenibilità e della distintività oggi fortemente apprezzati dal consumatore e dalla società”.

Fonte: Servizio Stampa Coldiretti Veneto

Mercato del grano: dieci anni di instabilità

campo granoLe cronache recenti trasmettono, come mai in precedenza, l’allarme degli agricoltori italiani per il “crollo” dei prezzi di vendita della produzione di grano: i ricavi non sono più sufficienti a compensare i costi, molte aziende rischiano di chiudere, tante altre abbandoneranno la coltivazione di grano, soprattutto nel Mezzogiorno, in particolare del grano duro che, proprio nel nostro Paese, rappresenta la materia prima per la produzione della pasta, eccellenza del Made in Italy agroalimentare che alimenta una quota consistente del nostro export di settore.

Volatilità de prezzi, oramai è la regola. Tuttavia non è la prima volta che il mercato del grano si caratterizza per marcati fenomeni di quella che oggi si definisce spesso “volatilità” dei prezzi. Al contrario, la volatilità è ormai la regola, anche per effetto di una crescente globalizzazione degli scambi governata, più che da condizioni economiche obiettive (rapporto fra produzione e consumi), da strategie commerciali. In particolare, gli agricoltori italiani, singoli o associati nelle Organizzazioni di Produttori, sono ancora scarsamente protagonisti nel governo dello stoccaggio che è gestito da operatori guidati da interessi spesso diversi da quelli dei produttori primari.

I principali paesi produttori. I principali paesi del mondo dove si produce grano, tenero e duro, sono: gli asiatici Cina (1° produttore mondiale), India (2° produttore mondiale) e Pakistan; gli euroasiatici, Russia (3° produttore mondiale) e Kazakhstan; i nord americani, Stati Uniti (4° produttore mondiale) e Canada; l’Australia; in Europa, l’Ucraina. La produzione complessiva dei Paesi dell’Unione Europea è superiore a quella della Cina. Per quanto riguarda il grano duro, l’Italia è il principale Paese produttore mondiale dopo il Canada; precede la Turchia, i nordafricani Algeria e Marocco, i nordamericani Messico e Stati Uniti. Nell’Unione Europea, l’Italia rappresenta oltre il 50% della superficie investita e della produzione di grano duro.

Il commercio mondiale del grano vede fra i maggiori Paesi esportatori tutti i principali produttori, escluse Cina ed India, con quattro Paesi UE fra i primi dieci (Francia, Germania, Polonia, Romania).  L’Italia è il principale paese importatore di grano dovendo alimentare le proprie fiorenti industrie produttrici di pasta (grano duro) e di prodotti da forno (grano tenero). Il nostro Paese importa grano tenero soprattutto da Francia (25%), Austria (15%) e Ungheria (14%); circa il 50% del grano duro è importato dal Canada. Grazie alla consistente importazione di grano (pari a oltre il 95% della produzione interna nel 2015), l’Italia sostiene il proprio primato mondiale nella produzione di pasta, per la quale è di gran lunga al primo posto nel Mondo per esportazione, e al quinto posto per l’esportazione di prodotti da forno e da pasticceria.

Superficie coltivata e produzione di grano duro e tenero in Italia. In Italia si coltiva e produce più grano duro che grano tenero: la superficie investita a grano duro, sia pure con sensibili variazioni legate dall’andamento dei mercati, è circa 2,3-2,5 volte la superficie investita a grano tenero.

L’altalena dei prezzi. I prezzi pagati agli agricoltori per le vendite di grano duro e tenero, nel periodo 2007-2016, sono caratterizzati da frequenti sensibili variazioni, come testimonia l’andamento degli indici medi annuali calcolati dalla FAO su dati dell’International Grains Council. Nel periodo considerato, si sono registrati due “picchi”, nel 2008 e nel 2011, seguiti da pesanti ridimensionamenti che, anche nell’arco di un solo anno, hanno superato il 30%. Dal 2011 al 2016 l’indice dei prezzi ha segnato una flessione del 40%.  Ancora maggiore risulta l’instabilità dei prezzi del grano duro e tenero di produzione nazionale, convariazioni che nell’ultimo decennio hanno raggiunto, nel caso del duro, -44% (2009) e +53% (2011); negli stessi anni il prezzo del tenero ha segnato -33% e +35%. Sensibili differenze di andamento del prezzo, fra duro e tenero, si sono registrate nel 2008 e nel 2016, con evoluzione addirittura opposta nel 2010, 2014 e 2015.

I costi di produzione. Si presenta, infine, relativamente stabile, nel decennio 2007-2016, il costo dei mezzi di produzione impiegati nella coltivazione del grano: dopo una consistente crescita registrata nel 2008 (+15%) e l’andamento altalenante dei quattro anni successivi (2009-2012), segue una sostanziale invarianza fra il 2013 e il 2015 e una riduzione (-3,2%) nel 2016, riportando l’indice ai valori del 2008.

A questo link, si può leggere il rapporto integrale del centro studi di Confagricoltura, fonte della notizia.

Argav in trasferta nel Bolognese, nel paradiso della mortadella

alcisa-i-70-anni(di Nadia Donato) Se si parla di Bologna viene in mente anche la mortadella. Se si parla di mortadella si parla molto di Alcisa, azienda leader che si trova a pochi chilometri dal capoluogo emiliano-romagnolo, a Zola Predosa. Il prestigioso mortadellificio apre le porte dello stabilimento alla visita (e agli assaggi) di chi vuole visitare il processo produttivo del prodotto, nel 2016 ha compiuto 70 anni di attività, una ottantina di lavoratori, un fatturato che sfiora i 45 milioni di euro.

alcisa-mortadelleMarchio Igp. Il Gruppo Alcisa è lo storico e prestigioso marchio bolognese che nella mortadella Igp ha il fiore all’occhiello della variegata produzione di salumi. Azienda leader, a livello nazionale, nella produzione di mortadelle come la Due Torri che si distingue per la ricercata qualità dei tagli utilizzati: la spalla il magro di coscia e il giusto rapporto qualità-prezzo. E’ un prodotto di nicchia che pone Alcisa al top valorizzando così la tradizione gastronomica bolognese anche all’estero: Francia, Germania, Spagna e Sud America. Molte delle altre referenze della gamma si posizionano nella fascia alta di mercato, sempre con un’attenzione particolare al mantenimento del corretto rapporto qualità-prezzo.

alcisa-presentazioneUn po’ di storia. L’azienda nasce nel 1946 dall’intraprendenza di tre giovani: i gemelli Ivo e Gino Galletti e l’amico Rino Brini che alla fine della guerra decisero di rimboccarsi le maniche per “fare la mortadella buona, tenendo basso il prezzo”. Era un momento in cui c’era in tutti l’aspirazione ad una alimentazione più sostanziosa e più completa e al ritorno a cibi sani e gustosi che – come i salumi e gli insaccati di carne suina – durante il conflitto erano appartenuti, per molti, al mondo dei sogni e dei desideri più che alla realtà. Il laboratorio si trovava nel retrobottega dell’antica Salumeria Reggiani, in via Rivareno a Bologna: lì i due fratelli, recuperando un’antica ricetta, iniziarono la lavorazione della mortadella cuocendola in una stufa a legna di quercia stagionata. Dal 2011 Alcisa fa parte del gruppo Grandi Salumifici Italiani e oggi è leader nazionale nella produzione di mortadella.

alcisa-lavorazioneDalla sede centrale escono ogni settimana 1500 quintali di mortadella. Numeri che Ivo Galletti e Rino Brini spiegano così: “Ci divertiamo ancora, come quando abbiamo iniziato quest’avventura. L’entusiasmo ci spinge a non mollare. Abbiamo sempre puntato sulla qualità anche a costo di guadagnare meno. Ma ciò ha premiato e continua a premiare. I consumatori, oggi come allora, capiscono ed apprezzano i prodotti con il marchio Alcisa”. 
La classica mortadella “Due Torri”, da gustare con un Pignoletto della cantina Gaggioli con vigneti sulle Colline-Predose, continua a tenere alta la bandiera gastronomica bolognese per la gioia dei buongustai di tutto il mondo.

Più soldi per la GDO e sempre meno per gli agricoltori

agricolturaIl Centro Studi di Cia-Agricoltori italiani ha diffuso un’analisi sui dati relativi alle vendite al dettaglio alimentari nel mese di giugno. Nonostante la perdita dello -0,1% sul mese precedente, queste continuano a restare positive sia rispetto allo stesso periodo del 2015, con il +0,2%, sia nel primo semestre dell’anno,con un +0,4% tendenziale.

Boom dei discount. A soffrire delle scelte dei consumatori per la tavola restano le piccole botteghe di quartiere, che tra gennaio e giugno lasciano per strada un altro mezzo punto percentuale, il -0,5%, mentre prosegue la crescita degli acquisti alimentari nella Gdo (Grande distribuzione organizzata), del +0,8%, trascinata in alto dal nuovo “boom” dei discount che segnano un +1,9% nei primi sei mesi del 2016. «Anche se in modo più lento rispetto a un anno fa – commente il presidente nazionale della Cia-Agricoltori Italiani, Dino Scanavino – il valore delle vendite nelle fasi di commercializzazione aumenta, restando al segno positivo. Purtroppo lo stesso non si può dire per le fasi a monte della filiera agroalimentare. Sono davvero molti i casi in cui le imprese agricole, con i prezzi sui campi crollati a luglio del -2,1% tendenziale (-16% solo i cereali con punte fino al -40% per il grano), non riescono a coprire i costi di produzione e, quindi, non possono programmare il proprio futuro. Ecco perché è necessario mettere in campo tutti gli strumenti e gli sforzi per riequilibrare i rapporti di filiera e garantire più centralità all’agricoltura e al suo ruolo».

Fonte: Asterisco Informazioni

Pacchetto latte UE, allevatori chiedono Ocm latte e sostegno alle Dop

biola-il-distributore-automatico-di-latte-crudo-dalla-mucca-alla-bottiglia-fotoIn attesa che siano operativi gli strumenti del Pacchetto Latte anticrisi adottato da Bruxelles, con la dote complessiva di 500 milioni di euro (dei quali 350 nella disponibilità degli Stati Membri e 150 a sostegno della riduzione volontaria delle consegne di latte), gli allevatori italiani chiedono che venga costituita una Organizzazione comune di mercato (Ocm Latte) per sostenere l’export nei Paesi terzi e che il contenimento volontario della produzione lattiera tenga conto dello stato di autoapprovvigionamento dei singoli Paesi dell’Unione europea.

I Paesi del Nord Europa dovrebbeoero ridurre la loro produzione lattiera. È quanto emerge da un sondaggio realizzato da Fieragricola – rassegna internazionale dedicata al comparto primario, in programma a Veronafiere dal 31 gennaio al 3 febbraio 2018 – al quale hanno risposto 480 tra allevatori e trasformatori. In particolare, sarebbero favorevoli alla predisposizione di una Ocm Latte per l’internazionalizzazione nei Paesi terzi il 43,8% degli interessati, seguiti dal 39,6% di quanti chiedono all’Ue di pianificare una riduzione della produzione basata sul reale autoapprovvigionamento. Questo significherebbe che a ridurre maggiormente la produzione lattiera sarebbero le aree del Nord Europa, le Repubbliche Baltiche e Paesi come l’Irlanda, tutti ampiamenti alle prese con un surplus rispetto alle necessità interne. L’Italia, la cui produzione si colloca al di sotto del 75% del fabbisogno interno, non sarebbe pertanto costretta a diminuire le consegne di latte, così come quasi tutto il Sud Europa, essenzialmente deficitario.

Piano di riduzione volontario. Il 22,9% delle risposte è in linea con quanto disposto dalla Commissione europea, cioè di un piano di riduzione volontario, ai sensi dell’articolo 222 del Trattato sul funzionamento dell’Ue fra tutti i Paesi comunitari. Spostando l’attenzione sulle richieste degli allevatori al Governo, tenuto conto che l’Italia riceverà 20,9 milioni dei 350 milioni del Pacchetto Latte destinati direttamente agli Stati Membri, le risposte al sondaggio si schierano per il rafforzamento della promozione delle Dop casearie (58,3%), per il sostegno all’export nei Paesi terzi (47,9%), per definire incentivi all’innovazione (27,1%) e per rafforzare le organizzazione di produttori (20,8 per cento). La produzione di formaggi a denominazione di origine protetta, in particolare, costituisce un valore aggiunto notevole per il latte italiano e assicura una tipicità particolarmente apprezzata sui mercati domestico e internazionale.

Fonte: Servizio Stampa Veronafiere

Turismo internazionale, ogni ospite estero vale ogni giorno, per l’agricoltura, 2,5 euro e per l’industria agroalimentare 5,6 euro. Ma Francia e Spagna, battono l’Italia.

Promozione-dei-prodotti-agricoli-a-basso-impatto-ambientale-modificata-la-legge_mediumPer una nazione come l’Italia, la cui reputazione turistica ed enogastronomica è fra la più rilevanti al Mondo, la ricaduta del turismo internazionale in termini di consumo di prodotti “Made in Italy” dell’agricoltura e dell’industria agroalimentare, è particolarmente significativa. A questo proposito, il Centro Studi Confagricoltura ha valutato quanto il turismo internazionale contribuisca all’incremento dei consumi alimentari e del reddito delle imprese agricole e delle industrie agroalimentari italiane. Ecco di seguito l’analisi.

Ospiti e pernottamenti dei turisti stranieri. Nel 2015, secondo il rilevamento sul turismo internazionale della Banca d’Italia, hanno viaggiato in Italia circa 51 milioni di turisti stranieri per 334 milioni di pernottamenti. Negli ultimi dieci anni, sono notevolmente cresciuti i viaggiatori (+22%) mentre, per effetto della riduzione della durata del soggiorno (-22%), i pernottamenti sono diminuiti (-2,4%). Parte dei turisti stranieri è stata ospitata da strutture ricettive turistiche “ufficiali” (alberghi, bed & breakfast, agriturismi, ecc.) per circa 53 milioni di arrivi e 190 milioni di pernottamenti (presenze). Nell’ultimo decennio, gli arrivi di questa categoria di ospiti sono cresciuti del 29% e i pernottamenti del 21%. Mentre questi ultimi hanno consumato pasti e spuntini esclusivamente in ristoranti, pizzerie e bar, coloro che sono stati ospitati in appartamenti privati (in affitto o di parenti e amici) hanno, almeno in parte, consumato i pasti nel proprio alloggio acquistando prodotti alimentari in esercizi commerciali.

La spesa alimentare dei turisti stranieri. Secondo un sondaggio dell’Osservatorio Nazionale del Turismo (ONT), condotto nel 2012, il consumo di prodotti agroalimentari inciderebbe sulla spesa complessiva dei turisti in misura di circa un terzo, ripartito fra ristorazione (19,3%) e acquisti presso esercizi commerciali (14%). Applicando queste percentuali alla spesa dei turisti stranieri in Italia, come rilevata dalla Banca d’Italia, si ottiene una stima orientativa della quota di spesa destinata alla ristorazione (ristoranti, pizzerie, bar, ecc.) e agli acquisti di prodotti agroalimentari presso gli esercizi commerciali. Guardando alla ripartizione della spesa turistica nelle diverse Regioni italiane, è al primo posto il Lazio, seguito da Lombardia, Veneto e Toscana. Si tenga conto che Lombardia e Veneto hanno presumibilmente beneficiato, più di altre Regioni, dell’effetto di Expo.

Il calcolo. Per tracciare una stima, sia pur orientativa, di quanto la spesa turistica alimentare produca reddito per le aziende agricole e le industrie agroalimentari italiane, il Centro Studi Confagricoltura ha calcolato, in valore alla produzione, il consumo apparente annuo (valore della produzione + import – export) dei relativi prodotti in ambito nazionale. E’ stata poi calcolata la popolazione dei consumatori di prodotti alimentari, in Italia, tenendo
conto dei residenti, dei turisti stranieri che hanno viaggiato in Italia e dei turisti italiani che hanno viaggiato all’estero. Le presenze turistiche sono state convertite in “popolazione equivalente” calcolando un consumatore ogni 365 (giorni dell’anno) presenze. Per i turisti senza pernottamento (soggiorni di una giornata con presumibile consumazione di un solo pasto), la popolazione equivalente è stata calcolata pari a un consumatore ogni 730 (365 x 2) viaggiatori. Da qui è stato calcolato il consumo apparente annuo procapite di prodotti alimentari e quello complessivo riconducibile ai turisti stranieri. Considerando che i consumi alimentari turistici, soprattutto degli ospiti stranieri, sono prevalentemente orientati verso prodotti Made in Italy e che il valore degli stessi è generalmente superiore (orientativamente +20%) a quello dei consumi alimentari abituali, il valore calcolato si può ragionevolmente ritenere espressione del consumo dei soli prodotti Made in Italy, senza dunque tenere conto dei consumi di prodotti alimentari d’importazione. Della spesa complessiva dei turisti stranieri che viaggiano in Italia, arriva alle imprese agricole circa il 2,6% e alle industrie agroalimentari il 6%.

Conclusioni. Il fatturato delle imprese agricole prodotto dai turisti stranieri nel 2015 si può stimare, sulla base di elaborazioni originali del Centro Studi Confagricoltura, in circa 907 milioni di euro. A questo si aggiungono circa 2.053 milioni di euro di fatturato dell’industria agroalimentare derivanti dagli stessi consumi alimentari dei turisti stranieri. Complessivamente 2.960 milioni corrispondenti a circa l’8% dell’export agroalimentare registrato dal nostro Paese nel 2015 (36,8 miliardi). Le presenze degli ospiti stranieri corrispondono ad una “popolazione equivalente” di circa 935 mila persone, che consuma in larga prevalenza prodotti agricoli e agroalimentari “Made in Italy”. La crescita di visitatori stranieri in Italia negli ultimi 25 anni (dati dell’Organizzazione Mondiale del Turismo – UNWTO) è significativa (+89%), ma inferiore del 33% alla crescita, nello stesso periodo, degli ospiti stranieri nei Paesi ad economia avanzata. E il fatturato turistico internazionale dell’Italia è inferiore del 43% a quello della Spagna e del 22% a quello della Francia, Paesi diretti concorrenti dell’Italia per collocazione geografica, che oggettivamente dispongono di risorse turistiche, culturali e ambientali, inferiori a quelle del nostro Paese, ma evidentemente sono più attrattivi sotto il profilo della qualità e del prezzo dei servizi di accoglienza. Già annullare questi handicap rispetto a Francia e Spagna, varrebbe, in termini di somministrazione e vendita di prodotti alimentari Made in Italy, un fatturato aggiuntivo che può stimarsi per l’agricoltura fra 200 e 390 milioni di euro e per l’industria agroalimentare fra 450 e 880 milioni di euro.

Fonte: Centro Studi Confagricoltura

 

La politica ondivaga (per fortuna) di Coldiretti

Fabrizio Stelluto presidente ARGAV(di Fabrizio Stelluto, presidente Argav) Ho sempre pubblicamente dichiarato l’insussistenza, se non come affermazione generale di principio, della politica del “km.0” soprattutto dopo la miriade di declinazioni, che ha avuto; il rischio è un evidente “effetto boomerang“: infatti, se tutti applicassero il verbo coldirettiano, che fine farebbe l’export agroalimentare italiano, vino in primis?

La conferma di tale contraddizione  arriva ora dall’accordo siglato dalla Cooperativa Ortoromi (sede centrale a Borgoricco, in provincia di Padova e seconda realtà italiana nella cosiddetta “quarta gamma”) proprio con Coldiretti Veneto e Coldiretti Basilicata per l’utilizzo preferenziale di materie prime provenienti da aziende agricole di tali territori. Evviva, ma risulta difficile pensare alla Basilicata come “a km.0” rispetto al Veneto o alla Campania (stabilimenti produttivi della OrtoRomi). A precisa domanda, si risponde che per “km.0” si intende tutta l’Italia ma, se la mettiamo così, in una logica europea e non protezionistica, Austria e Germania (senza contare Slovenia e Croazia) sono altrettanto, se non di più, vicine al Nordest!

In realtà, si è fatta un’intelligente operazione di partnership commerciale nell’interesse delle aziende, ma il sottoscritto Primo Accordo di Programmazione dell’Attività Economica (così si chiama) dimostra almeno tre cose: la prima è che, aldilà della distanza d’origine, va garantita la qualità del prodotto; la seconda è che a fare il mercato sono i consumatori (si pretende di avere sempre tutto a disposizione in barba al principio sacrosanto della stagionalità); il terzo è la conferma che, aldilà di ogni eclatante parola d’ordine, il contadino forse non ha più le scarpe grosse, ma mantiene il cervello fino!

Pacchetto latte UE, i maggiori benefici nell’Europa Baltica e dell’Est, Italia al 17° posto

latte-11Sono i Paesi Baltici ad ottenere  migliori risultati dal Pacchetto Latte varato nei giorni scorsi dall’Unione europea, almeno analizzando l’allocazione dei 350 milioni (su un totale di 500 milioni complessivi), distribuiti fra i 28 Stati Membri dell’Ue, nei quali è compreso ancora il Regno Unito, che parteciperà alla vita comunitaria fino al compimento della Brexit.

Calcolatrice alla mano e sulla base dei dati di Clal.it, il portale specializzato sul lattiero caseario, Fieragricola – rassegna internazionale del settore primario, in programma a Verona dal 31 gennaio al 3 febbraio 2018 – è andata a vedere il potenziale aiuto per 100 chilogrammi di latte prodotti, facendo riferimento alle assegnazioni per singoli Paesi dei 350 milioni conferiti da Bruxelles.

Il riparto dei fondi. Considerando solamente la ripartizione del budget, l’Italia si collocherebbe al sesto posto fra i beneficiari, con uno stanziamento di 20,9 milioni di euro, dietro a Germania (57,9 milioni), Francia (49,9 milioni), Regno Unito (30,2 milioni), Olanda (22,9 milioni) e Polonia (22,7 milioni di euro).

I benefici in base alla produzione. Se al contrario si calcola la quantità di latte prodotta nel 2015 per ogni singolo Paese dell’Ue e i fondi assegnati, emerge netta la scelta politica di sostenere maggiormente l’area delle Repubbliche Baltiche e dell’Unione Europea orientale, con ogni probabilità per consentire agli allevatori di far fronte alla chiusura del mercato russo. I primi otto Paesi nella classifica degli aiuti finanziari per 100 chilogrammi di latte sono, infatti, Lettonia (1,28 €/100 kg), Romania (1,21 €/100 kg), Bulgaria (1,19 €/100 kg), Estonia (1,15 €/100 kg), Lituania (€/100 kg), Ungheria (0,98 €/100 kg), Repubblica Ceca (0,68 €/100 kg), Finlandia (0,44 €/100 kg). Seguono Belgio (0,30 €/100 kg), Grecia (0,28 €/100 kg), Slovacchia (0,25 €/100 kg), Spagna e Svezia (0,24 €/100 kg), Polonia, Portogallo e Slovenia (0,22 €/100 kg). Alle loro spalle, con un valore di 0,21 €/100 kg si collocano Regno Unito, Italia e Francia, seguiti da Austria (0,20 €/100 kg) e da Germania, Irlanda, Cipro, Lussemburgo, Olanda e Danimarca, tutte con un valore ripartito di 0,19 €/100 kg.

I prezzi. Alla luce di tali aiuti, che possono essere raddoppiati dagli Stati, ma anche ripartiti fra altri comparti in difficoltà, come la suinicoltura e l’ortofrutta, quali benefici potrà ottenere il mercato e con quali tempistiche? A incidere sarà anche la misura del Pacchetto Latte che estende la possibilità di operare stoccaggi privati di latte scremato in polvere (SMP). I magazzini dell’Ue-28 (fonte Clal.it) al 31 maggio 2016 stipavano 259.450 tonnellate di SMP, il 39,8% in più rispetto al mese precedente e addirittura il 1.668,5% in più rispetto al 31 maggio del 2015.

Cina. Anche se il mercato cinese ha ripreso la corsa agli approvvigionamenti, a partire da un +120,24% della polvere di latte intero nel giugno 2016 su base tendenziale, l’Unione europea dovrà correggere la propria rotta con forza.

Ue. Le consegne di latte in Ue-28 nel periodo giugno 2015-maggio 2016 hanno raggiunto i 155 milioni di tonnellate, con un trend in aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+32.000 tnnellate); l’export, al contrario, ha registrato una flessione: 20 milioni di tonnellate in equivalente latte esportate fra giugno 2015 e maggio 2016, in diminuzione di 33.000 tonnellate. E con una contrazione del 27,91% delle esportazioni di polvere di latte scremato: -27,91 per cento.

Fonte: Servizio Stampa Verona Fiere

Agroalimentare Made in Italy: export e import dell’Italia con i Paesi BRICS e TICKS, tutti i dati 2001-2015 nel rapporto del centro studi Confagricoltura

prodottiBRICS e TICKS sono acronimi, adottati da alcuni fondi internazionali di investimento finanziario, che individuano i principali Paesi ad economia emergente. I Paesi BRICS sono Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica. I Paesi TICKS sono Taiwan, India, Cina, Sud Corea. In tutto sette Paesi, visto che Cina e India fanno parte sia dei BRICS sia dei TICKS. Questi Paesi sono generalmente caratterizzati da elevato numero di abitanti e/o densità di popolazione; forte sviluppo dell’industrializzazione e della diffusione di tecnologie innovative; rapido recente incremento del reddito procapite; conseguente notevole incremento e diversificazione dei consumi, anche alimentari. Per un Paese come l’Italia, che gode ottima reputazione internazionale per la propria produzione agroalimentare, e punta a sostenere la ripresa dell’economia anche attraverso un ulteriore sviluppo dell’export di settore, la crescente domanda dei Paesi ad economia emergente costituisce un’opportunità molto significativa. La seguente analisi del Centro Studi di Confagricoltura sugli scambi di prodotti agroalimentari con questi Paesi intende valutare quanto, negli ultimi 15 anni, questa opportunità sia stata colta dall’Italia, e quanto le “turbolenze” economiche e politiche, interne e internazionali, che interessano alcuni Paesi emergenti possano influire negativamente sulla crescita della nostra esportazione di prodotti agroalimentari.

Import ed export per Paese. Russia e Brasile. L’andamento degli scambi di prodotti agroalimentari dell’Italia con ciascuno dei sette Paesi BRICS/TICKS,nel periodo 2001-2015, presenta significative differenze in termini di valore degli scambi di prodotti agroalimentari e totali, saldo export-import dell’Italia positivo o negativo, effetti della crisi economico-finanziaria mondiale (2007-2009), effetti di criticità economiche recenti (2014-2015) e meno recenti (2001-2003). Per quanto riguarda queste ultime, i Paesi che suscitano le maggiori preoccupazioni sono la Russia e il Brasile. L’esportazione di prodotti agroalimentari dell’Italia verso la Russia (144,2 milioni di abitanti), nel periodo 2001-2015, è cresciuta mediamente del 9,3% l’anno, con un minimo di 151 milioni di euro nel 2001, un massimo di 705 milioni di euro nel 2013, e una brusca flessione nel 2014 e nel 2015 (-45,8%, rispetto al 2013, per un valore di -323 milioni di euro) a causa del divieto di importazione di molti prodotti agroalimentari dai Paesi europei conseguente alle sanzioni UE per il conflitto Russia-Ucraina introdotto nell’agosto del 2014 (c.d. Embargo Russo) e recentemente prorogato fino a dicembre 2017. Nello stesso quindicennio (2001-2015), le importazioni di settore dell’Italia dalla Russia sono cresciute mediamente per anno del 4,7%. Il saldo export-import ha segnato un passivo massimo di -134 milioni di euro nel 2002, per raggiungere un attivo massimo di +428 milioni nel 2014 e poi scendere a +208 milioni nel 2015. L’esportazione di prodotti agroalimentari dell’Italia verso il Brasile (207,8 milioni di abitanti), dopo essere cresciuta pressoché costantemente dal 2004 al 2014, con la sola flessione (-8,9% nel 2009), nel 2015, a causa della crisi economica del Paese sudamericano, si è ridotta di quasi il 10%, pari a -18 milioni di euro. In media la crescita annua dell’export nel periodo 2001-2015 è stata del 8,8%. L’importazione italiana di prodotti agroalimentari dal Brasile è largamente prevalente sull’esportazione: nel 2015 è tornata a superare il miliardo di euro, come già nel 2007 e nel 2008; il confronto fra il minimo del 2002 e il valore del 2015 indica un incremento del 77%. La bilancia commerciale agroalimentare dell’Italia con il Brasile, nel periodo 2001-2015 è costantemente negativa, con un debito che nel 2015 è stato di oltre 850 milioni di euro, superato solo dai passivi del triennio 2006-2008.

Import ed export per Paese. Cina, Corea del Sud, Sudafrica e India. L’esportazione di prodotti agroalimentari dell’Italia verso la Cina (1,38 miliardi di abitanti), fra il 2001 e il 2015 è cresciuta in media del 28,6% l’anno, superando nel 2015 l’esportazione verso la Russia in flessione a causa del citato embargo. Nel 2015, rispetto al 2014, l’incremento è stato del 19%. L’importazione è cresciuta mediamente, nello stesso periodo, del 3,9% l’anno. Il saldo della bilancia commerciale, pur sempre passivo, si è dimezzato negli ultimi anni passando, dai precedenti picchi di oltre 400 milioni di euro (2007), ai 169 milioni di euro del 2014 e ai 202 milioni del 2015. L’esportazione agroalimentare dell’Italia verso la Corea del Sud (50,3 milioni di abitanti) è cresciuta, tra il 2001 e il 2015, pressoché costantemente, con due sole flessioni, nel 2003 (-3,3%) e nel 2008 (-4,1%). La media di crescita annua (2001-2015) è del 14,6% e nel 2015 il valore assoluto ha superato quello dell’export verso Brasile. L’importazione (2001-2015) segna un aumento medio annuo del 8,4%. Il saldo della bilancia commerciale, sempre attivo, è passato da 11 (2001) a 158 milioni di euro (2014 e 2015). L’esportazione di prodotti agroalimentari dell’Italia verso il Sudafrica (54,5 milioni di abitanti) è cresciuta tra il 2001 e il 2015 con una media annua del 11,4%. Il valore più basso si è registrato nel 2001 (27 milioni di euro), il più alto nel 2013 (120 milioni di euro), flessioni significative hanno interessato il 2008 (-15,6%) e il 2014 (-23,9%). L’importazione ha segnato un incremento medio annuo del 3,9%. Il saldo commerciale è passato dal massimo di -115 milioni di euro del 2002, al minimo di -41 del 2012, e poi ai -91 milioni di euro del 2015. L’esportazione agroalimentare dell’Italia verso l’India (1,28 miliardi di abitanti), nel periodo 2001-2015 è aumentata in media ogni anno del 15,8%. Cresce (media annuale 9%) l’importazione di settore. Il saldo della bilancia commerciale dal minimo di -112 milioni di euro del 2002 e 2003 ha raggiunto il massimo di -341 nel 2012 e poi i -335 milioni di euro nel 2015.

La stabilità di crescita dell’export. Confrontando la dinamica dell’export agroalimentare dell’Italia verso i sette Paesi che fanno parte dei gruppi BRICS e TICKS (variazioni % rispetto all’anno precedente nel periodo 2001-2015), si evidenzia come la crescita sia nettamente più stabile e incisiva per la Cina (un solo valore negativo, sia pure superiore al 10%, 13 valori positivi di cui 12 superiori al 10%, incremento medio annuo +28,6%), seguita dalla Corea del Sud (2 valori negativi inferiori al 10%, 12 valori positivi di cui 8 superiori al 10%, incremento medio annuo +14,6%) e dall’India (3 valori negativi inferiori al 10%, 11 valori positivi di cui 8 superiori al 10%, incremento medio annuo +15,8%). I risultati della Russia, fino al 2013 molto positivi, sono condizionati dai due negativi superiori al 10% del 2014 (-12,7%) e del 2015 (-37,9%) conseguenti al recente embargo sulle importazioni. La stessa valutazione, applicata all’esportazione totale dell’Italia verso i Paesi BRICS-TICKS, evidenzia, nel periodo 2001-2015, variazioni medie annue nettamente inferiori rispetto all’export agroalimentare, che si conferma dunque settore trainante per la crescita dell’esportazione italiana. Sono particolarmente significativi i dati della Cina (incremento dell’export agroalimentare triplo rispetto all’incremento dell’export totale) e di Taiwan, dove la crescita dell’export agroalimentare è stata, sia pure per valori assoluti più contenuti, superiore di quasi 6 volte rispetto all’export totale. Solo per la Russia i due valori si differenziano per poco più di due punti percentuali. Complessivamente, nel periodo 2001-2015, l’export agroalimentare complessivo dell’Italia verso i Paesi BRICS e TICKS è cresciuto costantemente, tranne che nel 2009 (-86 milioni di € rispetto al 2008), nel 2014 (-13 milioni di € rispetto al 2013) e nel 2015 (-142 milioni di € rispetto al 2014). Ha registrato flessioni nel 2015 rispetto al 2013 l’export agroalimentare dell’Italia verso Russia, e Sudafrica; per il Brasile la flessione si registra nel 2015 rispetto al 2014 ed è da valutare, considerando le difficoltà economiche del Paese sudamericano, se si tratti di un fenomeno occasionale oppure di una tendenza che proseguirà nei prossimi anni.

Il peso dei BRICS/TICKS sull’export agroalimentare totale. Confrontando, per il periodo 2001-2015, l’incidenza dell’export agroalimentare dell’Italia verso i Paesi BRICS e TICKS sull’export agroalimentare totale del nostro Paese, si evidenzia che per i BRICS, fino al 2013, è cresciuta di oltre due volte e mezzo, passando dall’1,5% (2001) al 4,1% (2013). Dopo la lieve flessione del 2014 (-4,4%), è scesa sensibilmente nel 2015 (-11,8%), soprattutto per effetto dell’embargo russo; per i TICKS è cresciuta costantemente, con il dato del 2015 (2,2%) superiore di oltre quattro volte rispetto a quello del 2001 (0,5%). Il valore dell’export italiano verso i TICKS, rispetto a quello verso i BRICS, era nel 2001 pari a circa un terzo; nel 2015 è di oltre due terzi.

L’incidenza dei prodotti agricoli sugli scambi commerciali. Il peso dei prodotti agricoli sul totale dell’importazione e dell’esportazione agroalimentare (compresi i prodotti dell’industria alimentare) dell’Italia con i Paesi BRICS e TICKS è notevolmente variabile. Nel 2015, per l’importazione si va dal 1,6% della Corea del Sud al 65,1% del Brasile; per l’esportazione, dal 3,9% della Corea del Sud al 42,5% dell’India. Complessivamente il saldo commerciale dei prodotti agricoli segna un passivo di 1.203 milioni di euro, mentre l’industria alimentare è in attivo per 170,8 milioni; sul totale delle importazioni, i prodotti agricoli valgono il 53,8%, mentre sul totale delle esportazioni il 9,3%.

L’export per abitante. Tenendo conto della popolazione di ciascun Paese BRICS/TICKS destinatario dell’export agroalimentare dell’Italia, il valore procapite esportato nel 2015 vede al primo posto Taiwan con 4,2 euro, seguita dalla Corea del Sud con 3,6 euro e dalla Russia con 2,6 euro. Il valore più basso si registra in India con 6,2 centesimi. La graduatoria dei Paesi, tranne che per il Sudafrica, si presenta sostanzialmente coincidente (scarto massimo di una posizione) con quelle del PIL procapite e dell’Indice di Sviluppo Umano, confermando la stretta correlazione fra benessere e consumo di prodotti agroalimentari dall’Italia.

Conclusioni. I sette principali Paesi ad economia emergente inclusi nei gruppi BRICS e TICKS già hanno contribuito in misura rilevante all’incremento dell’esportazione del Made in Italy agroalimentare nel periodo 2001-2015. Sia pur con diverso incremento in valori assoluti e percentuali, tutti, fra il 2001 e il 2015 hanno registrato incrementi medi annui dell’export agroalimentare dall’Italia molto significativi, compresi fra il +28,6% della Cina il +8,2% di Taiwan; gli incrementi di Russia e Brasile sono peraltro influenzati da recenti contingenze economiche internali (embargo russo) ed interne (crisi economica delBrasile). D’altra parte proprio Taiwan, nel 2015, è al primo posto per valore dell’export agroalimentare italiano per abitante (4,2 euro) mentre ultime di questa graduatoria sono Cina (32 centesimi) e India (6 centesimi). Per valore complessivo dell’export agroalimentare dell’Italia, nel 2015 è al primo posto la Cina (437 milioni di euro) che ha scavalcato la Russia (382 milioni), seguita da Corea del Sud (183 milioni) e Brasile (167 milioni). L’esportazione totale italiana verso i Paesi BRICS/TICKS, nel periodo 2001-2015, segna incrementi medi annui nettamente inferiori rispetto all’esportazione di prodotti agricoli e dell’industria alimentare, confermando il ruolo trainate del Made in Italy agroalimentare. Per le importazioni in Italia di prodotti agroalimentari, gli incrementi medi annui più rilevanti (2001- 2015) riguardano  l’India (+9%) e la Corea del Sud (+8,4%) mentre per gli altri Paesi BRICS/TICKS sono vicini al 4-5%. Nel 2015, il primo posto è del Brasile (poco più di un miliardo di euro) seguito da Cina (639 milioni) e India (415 milioni). Il saldo commerciale di settore dell’Italia, fra il 2001 e il 2015, è stabilmente negativo con il Brasile (-856 milioni di euro nel 2015), con l’India (-335), con la Cina (-202) e con il Sudafrica (-91). Per quanto riguarda Brasile ed India occorre ricordare che tali Paesi impongono dazi molto elevati all’importazione di alcuni prodotti rilevanti nella bilancia commerciale del Made in Italy come il vino. E’ invece stabilmente positivo, nello stesso periodo, con la Corea del Sud (+158 milioni di euro nel 2015) e con Taiwan (+87). Con la Russia, dopo i negativi del 2001 e 2002, è passato in attivo negli anni successivi, registrando nel 2015 +208 milioni di euro. Aggregando i dati relativi ai diversi Paesi secondo l’appartenenza ai gruppi BRICS e TICKS si evidenzia come i migliori risultati di crescita dell’export agroalimentare riguardino questi ultimi, sia pure con un incremento delle importazioni leggermente superiore rispetto ai BRICS. Tutte le tabelle a questo link

Fonte: Elaborazione Centro Studi Confragricoltura Dott. Riccardo Calabrese