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Confartigianato Veneto: pane “al carbone vegetale”, cosa dicono le norme

Pane carbone vegetaleIl pane “al carbone vegetale” è diventato quasi una moda, facendo la sua recente comparsa, con il suo aspetto nerissimo, anche nelle botteghe di alcuni fornai della nostra regione. Questo perché il carbone vegetale è considerato uno tra gli integratori più usati per le sue capacità curative, che lo rendono un rimedio naturale per alleviare alcuni disturbi della digestione.

Ammesso come integratore alimentare dal Ministero della Salute. A seguito della comparsa di questo prodotto, la categoria dei Panificatori Confartigianato ha ritenuto opportuno svolgere degli approfondimenti tecnico-giuridici in materia, al fine di dare indicazioni più precise agli operatori e ai clienti sulla utilizzazione di questo particolare ingrediente. Dalla ricerca è emerso che il carbone vegetale, essendo sostanza organica naturale e non rilasciando pertanto sostanze di natura tossicologica, è stato ritenuto sicuro dal Ministero della Salute, che lo ha ammesso come integratore alimentare.

Ma la UE l’assimila a un colorante, dunque ammissibile solo per i “prodotto da forno fini”. Però la normativa europea sugli additivi, aromi ed enzimi, ritiene il carbone vegetale un colorante, e ne disciplina l’utilizzo ammettendolo soltanto in alcuni generi alimentari. Per i prodotti da forno la normativa quindi prevede che in tutti i vari tipi di pane, sia per forma (panino, pagnotta, rosetta, michetta, filone, eccetera) che per varietà di ingredienti aggiunti (pane all’olio, pane al latte, pane al sesamo…), il carbone vegetale non possa essere utilizzato. È ammesso invece per tutti gli altri prodotti definiti “prodotti da forno fini” (ad esempio grissini, cracker, taralli, friselle …) a condizione però che vi sia una necessità tecnologica per il suo impiego e con un utilizzo proporzionato al raggiungimento della finalità di colorante naturale. “La novità ha suscitato la curiosità di molti – commenta il presidente dei Panificatori Confartigianato vicentini, Ruggero Garlanie chi ha provato questi prodotti dice siano buoni. Difficile capire se l’acquisto sia dettato dal fatto che il carbone vegetale fa bene, o perché è la moda del momento. Non si tratta comunque di un prodotto nocivo, essendo permesso dal Ministero della Salute”.

Fonte: Servizio Stampa Confartigianato Veneto

Legge di stabilità 2016: le novità per l’agricoltura dopo l’approvazione in Senato

lavoro-voucher-agricoltura-treviso-provincia-crisiLo scorso 20 novembre, con l’approvazione in Senato della Legge di Stabilità 2016, sono state confermate importanti misure a favore del comparto agricolo per un totale di oltre 800 milioni di euro.

Le novità. Cassa integrazione per la pesca. Per la tutela del reddito dei pescatori e degli operatori ittici viene rifinanziata la cassa integrazione della pesca per 18 milioni di euro per il 2016. Rifinanziamento del settore bieticolo-saccarifero. Vengono stanziati 5 milioni di euro in due anni per il finanziamento del settore bieticolo-saccarifero, tenuto conto dell’attuale scenario di mercato del settore e in vista della fine del regime delle quote a livello europeo. Confermato regime Iva agevolato per i piccoli produttori. Si conferma il regime speciale già vigente dell’IVA per il settore agricolo, per i soggetti passivi con un volume d’affari non superiore a 7.000 euro, recuperando per il settore oltre 18 milioni di euro.

Via Irap e Imu sui terreni per le imprese agricole. Tutelare il reddito degli agricoltori e favorire il rilancio immediato degli investimenti: sono questi gli obiettivi del taglio delle tasse sui fattori produttivi con la cancellazione di Irap e Imu sui terreni. 600 milioni di euro che potranno essere così utilizzati dalle aziende per aumentare la competitività, creare occupazione e affrontare con più forza la sfida dei mercati anche internazionali.

Assicurazioni contro calamità. Per garantire la tutela del reddito degli agricoltori danneggiati da fenomeni di eccezionale avversità atmosferica, viene finanziato con 140 milioni di euro in due anni il programma di agevolazioni assicurative in agricoltura contro le calamità naturali.

Rinnovo macchine agricole. 45 milioni di euro vengono stanziati per il rinnovo delle macchine agricole, puntando su tecnologie innovative, sicure e sostenibili. Il fondo, creato presso l’Inail, è destinato a finanziare gli investimenti per l’acquisto o il noleggio con patto di acquisto di macchine o trattori agricoli e forestali. La misura ha l’obiettivo di favorire l’innalzamento degli standard di sicurezza a favore dei lavoratori, l’abbattimento delle emissioni inquinanti e l’aumento dell’efficienza delle prestazioni.

Aumento compensazione IVA. Confermato l’intervento inserito nel Piano latte del Ministro Martina con l’aumento della compensazione Iva da 8,8% a 10% per i produttori di latte fresco. Il risparmio fiscale conseguente per le aziende del settore vale circa 0,5 centesimi di euro per litro venduto.

Razionalizzazione Enti, accorpati ISA e SGFA in ISMEA. Dopo l’accorpamento di Cra e Inea nel nuovo CREA (Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura), prosegue l’azione di razionalizzazione degli enti collegati al Mipaaf. Per aumentare l’efficienza dell’amministrazione e favorire l’accesso al credito delle imprese agricole, la Legge di Stabilità prevede che l’Istituto Sviluppo Agroalimentare (ISA) e la Società Gestione Fondi per l’Agroalimentare (SGFA) vengano incorporati nell’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (ISMEA).

Fonte: Servizio Stampa Ministero Politiche agricole alimentari forestali

Negoziato latte, fumata nera al tavolo della trattativa, riprendono i presidi

PRESIDIO_LATTE1

Presidio latte Confagricoltura

“L’accordo sul prezzo del latte, a queste condizioni, è impossibile. Le proposte degli industriali sono lontane dalle nostre richieste”. Lo ha detto il presidente di Confagricoltura Mario Guidi, che è intervenuto oggi al ‘Tavolo latte”, svoltosi a Roma presso il ministero delle Politiche agricole, per definire il nuovo prezzo all’origine in Lombardia.

Confagricoltura: “Condizioni di prezzo non remunerative, continua la lotta”. “E’ importante  – ha spiegato Guidi – che Lactalis abbia deciso di abbandonare il riferimento alle quotazioni della Germania, che non sono pertinenti con quelle della realtà italiana, pur in vigenza contrattuale. Tuttavia la proposta di aumento di prezzo non è ancora soddisfacente. La questione, però, non riguarda solo Lactalis, ma tutto il comparto industriale, rappresentato da  Assolatte, che è rimasto fermo su condizioni di prezzo non remunerative”.  “A questo punto – ha concluso il presidente di Confagricoltura – nell’attesa di capire anche l’atteggiamento della grande distribuzione (che non siede a questo tavolo ma che ha un peso importante per l’equilibrio della filiera), riprenderemo lo stato di agitazione con presidi all’impianto di Corteolona (Pavia) di Lactalis ed anche ad altre realtà industriali – non bloccando le attività degli impianti – perché tutto il mondo della trasformazione deve assumersi le proprie responsabilità”.

arrivo degli allevatori3

Protesta allevatori Coldiretti

Coldiretti: “C’è un disegno per far chiudere il maggior numero di stalle e dimezzare la produzione italiana”.  “C’è la volontà di alimentare tensioni nel Paese con la provocatoria offerta di un centesimo in più per litro di latte che umilia il lavoro quotidiano degli allevatori italiani”. E’ quanto afferma la Coldiretti in una nota. “Si vuole deliberatamente destabilizzare il sistema proprio nel momento in cui la ripresa dei consumi, dell’economia e dell’occupazione fa ben sperare anche per l’agroalimentare che è la principale voce di spesa dei cittadini”.” Si tratta di una chiara dimostrazione che la multinazionale francese Lactalis, proprietaria dei marchi Parmalat, Galbani, Locatelli e Invernizzi, insieme ad altri industriali vuole colpire il vero Made in Italy, fatto con latte italiano. Sembrano prevalere le ragioni di un patto scellerato tra Lactalis, quota parte dell’industria e i grandi traders del latte, per puntare sulla produzione straniera da rivendere ai consumatori italiani a prezzi maggiorati fino al 50 per cento rispetto a quelli di altri Paesi Europei”. “Il disegno – continua la nota – è chiaramente quello di far chiudere il maggior numero di stalle per dimezzare la produzione italiana e lucrare sull’ importazione di latte da Paesi con meno controlli e bassa qualità. La Coldiretti non permetterà che questo accada e alza il livello della mobilitazione per difendere le stalle, il lavoro, il territorio da coloro che non rispettano la legge e vogliono umiliare il Paese. Gli allevatori della Coldiretti chiedono che il compenso riconosciuto sia almeno commisurato ai costi di produzione che variano dai 38 ai 41 centesimi al litro secondo l’analisi ufficiale effettuata dall’Ismea in attuazione della legge 91 del luglio 2015 che prevede l’obbligo di contratti a dodici mesi”.

Fonte: Servizio Stampa Confagricoltura/Coldiretti

Emergenza latte, 10 novembre 2015, allevatori veneti protestano a Pavia e a Mestre (VE)

latte-11Domani, martedì 10 novembre, una delegazione di allevatori veneti di Confagricoltura manifesterà denunciando la crisi del settore davanti allo stabilimento Lactalis – Galbani di Corteolona (Pavia) assieme ai colleghi di Lombardia e Piemonte. Sempre domani, Coldiretti, estende la protesta dalle industrie ai supermercati in tutte le regioni per fare conoscere ai cittadini i motivi della mobilitazione.

Confagricoltura: unitarietà di lotta, tagli agli enti inutili a favore degli allevatori. Per Lorenzo Nicoli, presidente dell’Organizzazione degli imprenditori agricoli veneti “Il settore sta attraversando un periodo difficilissimo, se le nostre stalle dovessero chiudere, l’effetto a cascata sarebbe dirompente, c’è quindi la necessità di garantire la produzione italiana e veneta”. Paolo Ferrarese, presidente di Confagricoltura Verona, che parteciperà al presidio di domani: “Non possiamo più stare zitti di fronte all’indifferenza del Governo davanti ai gravissimi problemi del comparto latte, siamo pronti ad affiancarci a tutte le sigle sindacali che decideranno di compiere azioni di protesta. E’ una situazione economicamente insostenibile, per la quale vediamo un solo sbocco: ottenere il riconoscimento dello stato di crisi per il comparto lattiero-caseario“. L’unitarietà degli allevatori è nuovamente sottolineata da Diego Donazzolo, presidente di Confagricoltura Belluno: “C’è una spaccatura profonda nel settore zootecnico, non certamente voluta dagli allevatori o creata da Confagricoltura com’è evidente all’interno sia dell’Associazione Regionale sia nazionale degli Allevatori. A chi giova la divisione sindacale? Certamente non agli allevatori! Manca una politica lungimirante che sappia coniugare le specificità territoriali come quelle della montagna”. “Abbiamo perso il 15% del valore del latte dello scorso anno che già era già basso, afferma il presidente di Confagricoltura Vicenza Michele Negretto, che aggiunge: “Alcune aziende, stante gli investimenti compiuti, sono costrette paradossalmente a non chiudere per gli impegni presi. Per il presidente della Sezione Economica lattiero-casearia di Confagricoltura Veneto Fabio Curto: “I nostri costi di produzione sono certamente più alti di quanti producono per il latte in polvere e, pertanto, la Politica deve coerentemente agire di conseguenza. L’Italia deve inoltre, una volta per tutte, varare una concreta ed efficace politica per il settore avendo il coraggio di mettere mano anche a tutti quegli Enti e Associazioni che non sono efficienti, come ad esempio all’AGEA e all’AIA, e riversare le risorse direttamente nelle tasche degli allevatori“.

Mucche nei centri vendita. Domani, dalle ore 9.30 gli allevatori veneti di Coldiretti porteranno le proprie vacche a rischio estinzione davanti all’Ipercoop di Mestre (VE) al Campo Grande, ma proteste ci saranno anche a Torino, Bologna, Milano, Roma e Bari.  “Faremo conoscere alle famiglie e ai bambini – spiega Martino Cerantola presidente di Coldiretti Veneto – da dove viene il latte e come si ottengono i formaggi senza polveri o semilavorati industriali. L’ incontro con i consumatori al momento di fare la spesa ha anche l’obiettivo di dare utili consigli nell’acquisto di prodotti lattiero-caseari per non cadere nell’inganno del falso Made in Italy“. Sotto accusa il latte, lo yogurt e i formaggi spacciati come italiani per la mancanza di una normativa chiara in etichetta, ma anche per l’utilizzo di sottoprodotti, dalle cagliate alle caseine, che mettono a rischio la qualità.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Veneto/Coldiretti Veneto

 

Latte. Coldiretti: “Antistrust agisca, Italia in ostaggio della multinazionale francese”

arrivo degli allevatori3

protesta allevatori all’entrata di Lactalis

“Il Made in Italy alimentare nel settore lattiero caseario è dominato da una multinazionale straniera che impone unilateralmente agli allevatori le proprie condizioni e beffa le Istituzioni nazionali”. E’ quanto ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo dal presidio degli allevatori Ospedaletto Lodigiano (Lodi) nel centro di distribuzione dei prodotti della multinazionale del latte francese Lactalis che ha comperato i grandi marchi nazionali Parmalat, Galbani, Invernizzi e Locatelli ed ora sottopaga il latte italiano al di sotto dei costi di produzione, con le importazioni dall’estero che provocano la chiusura delle stalle, con effetti irreversibili sull’occupazione, sull’economia, sull’ambiente e sulla qualità dei prodotti.

Nell’ultimo anno, la multinazionale ha ridotto del 20 per cento i compensi agli allevatori. Dall’acquisizione del gruppo Parmalat da parte della multinazionale francese nel 2011 in Italia hanno chiuso – denuncia la Coldiretti – 4000 stalle italiane, oltre il 10 per cento del totale. Una situazione che si è aggravata nell’ultimo anno con la decisione unilaterale di ridurre del 20 per cento i compensi riconosciuti agli allevatori che sono scesi a  34 centesimi al litro, al di sotto dei costi di produzione stimati pari ad un valore medio compreso tra i 38 ed i 41 centesimi al litro in Lombardia secondo lo studio ufficiale fatto in riferimento alla legge 91 del luglio che impone che il prezzo del latte alla stalla debba commisurarsi ai costi medi di produzione

Problemi anche in Francia e Spagna. Anche in Italia – denuncia la Coldiretti – occorre verificare l’esistenza di  comportamenti scorretti nel pagamento del latte agli allevatori che hanno portato prima in Spagna e anche in Francia alla condanna delle principali industrie lattiero-casearie, molte delle quali, peraltro, operano anche sul territorio nazionale. In Francia l’Antitrust – ricorda la Coldiretti – ha multato per un importo di 193 milioni di euro 11 industrie lattiero-casearie tra le quali Lactalis, Laita, Senagral e Andros’s Novandie per pratiche anticoncorrenziali dopo che il 5 marzo scorso  – sottolinea la Coldiretti – era intervenuto anche l’Antitrust iberico che aveva annunciato multe per un totale di 88 milioni di euro a gruppi come Danone (23,2 milioni), Corporation Alimentaria (21,8 milioni), Grupo Lactalis Iberica (11,6 milioni).

Antistrust deve intervenire anche in Italia. “Esiste un evidente squilibrio contrattuale tra le parti che determina un abuso, ad opera dei trasformatori, della loro posizione economica sul mercato, dalla quale gli allevatori dipendono”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel chiedere “un intervento dell’Antitrust a livello nazionale poiché i prezzi praticati dagli intermediari della filiera del latte fresco sono iniqui e gli allevatori manifestano ormai evidenti segni di difficoltà perché non riescono a coprire neanche i costi di produzione”.

La presenza della multinazionale francese Lactalis in Italia inizia nel 2003 con l’acquisizione dell’Invernizzi, continua con quella della Galbani e della Locatelli e poi nel 2011 con la Parmalat ed infine all’inizio del 2015 con l’acquisto del Consorzio Cooperativo Latterie Friulane. A ciò si aggiunge – denuncia la Coldiretti – la strana storia della Centrale del Latte di Roma, che vede coinvolto sempre il colosso transalpino. Nel marzo del 2010 una Sentenza del Consiglio di Stato ha dichiarato la nullità della vendita della Centrale del Latte di Roma a Cirio da parte del Comune di Roma e tutti gli atti conseguenti, compresa la successiva vendita a Parmalat; pertanto le azioni della Centrale del Latte sono ritornate al Comune di Roma, il quale però, dopo cinque anni, non ha ancora avviato le procedure di recupero delle proprie azioni. Secondo la Coldiretti il progetto per il recupero della Centrale deve prevede un ruolo di partecipazione diretto degli allevatori nelle scelte che riguardano l’azienda.

Fonte: Servizio Stampa Coldiretti

I soci ARGAV visitano Geofur, cooperativa agricola veronese capofila del progetto Eco Ort. Che, grazie all’utilizzo dell’ozono nella refrigerazione, abbatte i costi e migliora la conservabilità delle verdure.

Refrigerazione tradizionale

Refrigerazione tradizionale

Refrigerazione ozono

Refrigerazione ozono

Oggi, venerdì 6 novembre, i soci ARGAV sono a Legnago, nella bassa Veronese, in visita alla cooperativa agricola Geofur, specializzata nella commercializzazione di radicchio in tutto il mondo, ma soprattutto sede del progetto pilota comunitario “Eco Ort” che prevede l’utilizzo dell’ozono nella refrigerazione. Innovazione, questa, che consente una migliore conservazione degli ortaggi e l’abbattimento dei costi energetici.

Finalità del progetto. Il progetto guarda allo sviluppo di innovazioni tecnologiche in grado di aumentare, per l’appunto, la conservazione del prodotti, la loro salubrità e la qualità con sistemi eco-compatibili. “Risultati che nonostante le difficoltà tecniche iniziali ci confortano e ci spingono ad andare avanti”, afferma Cristiana Furiani di Geofur, coordinatore e capofila del progetto, di cui fanno parte il Consorzio di tutela radicchio rosso di Treviso e Variegato Igp, Confcooperative regionale e provinciale, Confagricoltura Verona, Op Nordest e Verona Innovazione, l’Istituto agronomico mediterraneo di Bari, il CNR-Ispa, Ortoromi, il Mercato Ortofrutticolo di Bassano del Grappa. EcoOrt vuole incidere anche sulla fase del trasporto, arrivando a raggiungere distanze significative con prodotti perfettamente conservati a costi inferiori rispetto a quelli attuali.

I test vengono effettuati su differenti specie orticole: asparago bianco, radicchio di Treviso tardivo, radicchio di Chioggia, cicoria pan di zucchero e rucola, confrontando la refrigerazione tradizionale (sia in cella che durante i trasporti refrigerati) con la refrigerazione passiva con ozono. Gli esiti delle prime prove su rucola, radicchio e altri prodotti, risultano sorprendenti sia visivamente che qualitativamente (vedi foto realizzate dal dott. Thaer Yassen, dell’Istituto agronomico mediterraneo di Bari (Iamb). La refrigerazione passiva ha consentito di conservare l’ortofrutta a temperature prossime allo zero, senza ventilazione e con livelli di umidità più elevati rispetto ai sistemi di refrigerazione tradizionale; questo ha garantito un allungamento della conservazione dei prodotti, che potranno quindi anche raggiungerei mercati oggi non raggiungibili in termini di tempo e distanza, un minor calo peso e una maggiore qualità dei prodotti.

Trasporto. L’autonomia energetica dei sistemi a refrigerazione passiva (come il container utilizzato per le prove che si ricarica come fosse una “batteria”), consentirà l’impiego di mezzi non predisposti per l’allacciamento elettrico quali posti nave non reefer e ferrovia, assicurando risparmi che vanno dal 30% per l’intermodale al 70% per il marittimo e semplificando la logistica. “L’ozonizzazione – spiega Cristian Carboni, Ozone Application specialist di De Nora Next, business unit di Industrie De Nora spa – ha contribuito a ridurre la presenza di muffe e di batteri, anche se durante le prove è emerso che concentrazioni di ozono troppo elevate possono avere effetti controproducenti”. Dalle prime prove condotte dal dottor Federico Baruzzi, ricercatore del CNR Ispa, è emerso che il trattamento combinato di refrigerazione passiva ed ozono ha ridotto significativamente lo scarto (anche con punte di oltre il 50%) rispetto alla refrigerazione convenzionale, nelle condizioni sperimentali impiegate.

Fonte: Confcooperative Verona

Innovare in agricoltura, conviene per l’ambiente e per l’economia dell’agricoltore

lavoro-voucher-agricoltura-treviso-provincia-crisiNuove tecniche in agricoltura per limitare l’erosione del suolo e contenere i costi: le risposte da dare oggi sono urgenti e si chiamano agricoltura di precisione e agricoltura conservativa (no till). I numeri e le opportunità sono state chiarite nel convegno promosso da L’Informatore Agrario in collaborazione con FederUnacoma e l’Ente Fiera del Levante, moderato dai giornalisti della rivista Antonio Boschetti, direttore de L’Informatore Agrario, e Giannantonio Armentano.

Tre le chiavi per tutelare l’ambiente e, nel contempo, risparmiare. “In Italia l’erosione comporta nelle aree montane e collinari una perdita di suolo che supera anche le 40-50 tonnellate/ettaro/anno – ha introdotto Danilo Marandola, agronomo nel Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA-INEA) di Roma. Le misure agro-climatico-ambientali e altre misure di intervento dei PSR 2014-2020 costituiscono un’opportunità da non perdere per introdurre pratiche agronomiche che coniugano efficienza e redditività nel rispetto del suolo e del clima”. Tre le chiavi per tutelare l’ambiente e, nel contempo, risparmiare: “Ammodernando il parco italiano di circa 800.000 trattori si potrebbero evitare il consumo di 400.000 t gasolio/anno e 1,3 milioni di t di emissioni di CO2 – ha detto Luigi Sartori, dell’Università di Padova. Utilizzando l’agricoltura conservativa, inoltre, in un anno si riducono i costi di produzione da una media del 15% al 40% con la semina su sodo e si limitano le emissioni di CO2 da 0,8 a 3 t/ha. Considerando una superficie nazionale a seminativi di circa 12 milioni di ettari e una potenzialità nell’adozione delle tecniche di lavorazione semplificata del suolo del 30%, si possono limitare le emissioni di 3,3 a 12,5 milioni di t di CO2 all’anno”. L’agricoltura di precisione, inoltre, che razionalizza gli interventi in funzione dei diversi tipi di suoli, consente una riduzione dei consumi e della lisciviazione dei nitrati fino al 75% rispetto alla distribuzione uniforme; minori consumi di erbicidi e pesticidi (24% e 19% rispettivamente) che favoriscono un minor inquinamento delle acque (superficiali e profonde) e dell’aria e riduzioni del 20% nel consumo di acqua irrigua (riduzioni del 20%).

Ulteriori conferme sono giunte da alcune sperimentazioni condotte in Sud Italia. “Nel 2014-15 l’Università di Foggia e l’Università della Basilicata hanno condotto uno studio sui rilasci di anidride carbonica (CO2), determinati dall’impiego delle trattici nelle tre tipologie di lavorazione (convenzionale, minima e su sodo) del terreno – ha testimoniato Roberta Sisto, dell’Università di Foggia.  I risultati delle prove dimostrano come l’adozione di entrambe le pratiche conservative contribuisce in maniera diretta a ridurre le emissioni di anidride carbonica sprigionate durante la combustione dei carburanti utilizzati dalle macchine trattici e operatrici e la minima lavorazione del terreno è risultata la tecnica più sostenibile dal punto di vista ambientale”. “La possibilità di effettuare una razionalizzazione degli interventi colturali in base alle esigenze riscontrate in un appezzamento del terreno e della coltura rappresenta un enorme prospettiva per le aziende agricole, poiché offre l’opportunità di unire le soluzioni tecnologiche offerte dall’Agricoltura di Precisione con le tecniche conservative del territorio agricolo” ha concluso Paola D’Antonio dell’Università della Basilicata.

Fonte: Edizioni L’Informatore Agrario

Carni lavorate, no a psicosi. Confartigianato Veneto: “Carne italiana diversa e di qualità, insaccati artigianali sicuri. Obbligo di etichettatura di orgine degli alimenti la battaglia che l’Italia deve fare in Europa”.

Sartorato Lavorazioni carni Confartigianato Veneto

da sx Giorgio Merletti (presidente Confartigianato Imprese), Ferdinando Sartorato (presidente Lavorazioni Carni Confartigianato Imprese Veneto) e Luciano Fontana (direttore Corriere della Sera) durante una premiazione ad Expo 2015

“La campagna denigratoria sulla carne rossa e sulle carni lavorate lanciata dall’OMS “puzza di bruciato”. E’ troppo generalizzata ed ha una eco spropositata proprio qui in Italia, dove rischia di penalizzare una filiera straordinaria che non ha eguali in Europa con un gravissimo danno economico, in Veneto in particolare, anche nell’artigianato”. Ad affermarlo è Ferdinando Sartorato, presidente della lavorazione carni di Confartigianato Imprese Veneto, preoccupato per il falso allarme che mette a rischio un settore di nicchia che contribuisce in modo importante al patrimonio gastronomico-culturale italiano.

Una rete di sapere che garantisce carne di qualità e controllata. “La trasformazione e la lavorazione delle carni –spiega Sartorato- consta in regione di 202 laboratori artigiani che danno da lavorare ad oltre 2mila addetti. Una rete di sapere che garantisce non solo la realizzazione dei prodotti a base di carne “doc”, ben 7 in Veneto su 40 specialità di salumi che hanno ottenuto la denominazione d’origine o l’indicazione geografica, ma anche la produzione delle 104 leccornie inserite nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT sul sito del Mipaaf è disponibile l’elenco aggiornato) – sui 782 totali in Italia – legati alla carne. Un primato assoluto per il Veneto, si pensi che la Toscana è seconda con 81, che rischia realmente di venire penalizzato”.

Panico immotivato per il nostro Paese. “L’indagine Oms –prosegue il presidente- sta creando un panico immotivato per quanto riguarda il nostro Paese, soprattutto se si considera che la qualità della carne italiana, dalla stalla allo scaffale, è diversa e migliore. E soprattutto i cibi sotto accusa come hot dog e bacon non fanno parte della tradizione nostrana. Nulla hanno infatti da spartire con le metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura di tipo “naturale” a base di sale garantite dalle lavorazioni dei laboratori artigiani. Da sempre sappiamo che a fare male sono gli additivise usati in modo esagerato. Ma sappiamo bene che in Italia e  soprattutto gli artigiani sono molto attenti su questo punto”.

Obbligo di etichettatura d’origine per tutti gli alimenti, passo necessario per la tranquillità dei consumatori. “Ora –conclude Sartorato- il vero rischio che corriamo è che i consumatori incorrano in paure ingiustificate che nel passato, per situazioni analoghe, hanno provocato senza ragione una psicosi nei consumi che è costata migliaia di posti di lavoro e miliardi di euro al sistema produttivo. I produttori di insaccati artigiani hanno da tempo investito volontariamente nella maggiore trasparenza dell’informazione possibile e nella rintracciabilità in etichetta. Due sistemi fondamentali per garantire i consumatori ed evitare la psicosi nei consumi. Questo nuovo falso allarme, conferma la necessità di accelerare nel percorso dell’obbligo di etichettatura d’origine per tutti gli alimenti, a partire dai salumi. E’ questa la vera battaglia che l’Italia deve fare in Europa”.

Fonte: Confartigianato Imprese Veneto

2015, anno record per la produzione di grano duro in Italia

cerealicola

foto Agrilevante

Performance straordinarie nel 2015 per il grano duro, la coltura più importante in Sud Italia e utilizzato principalmente per la produzione della pasta, in un contesto di calo dei prezzi sui mercati nazionali e internazionali per i cereali italiani. Il dato è emerso ad Agrilevante, nel convegno su redditività della cerealicoltura in Sud Italia tra nuova Pac e sostenibilità promosso da L’Informatore Agrario in collaborazione con FederUnacoma e l’Ente Fiera del Levante.

Veneto tra le regioni capofila in Nord Italia. Da dati Istat emerge, infatti, un incremento del 6,8% nella produzione, a fronte di un esile +1,9% di aumento di superfici rispetto alla campagna 2014: le regioni capofila sono Emilia-Romagna e Veneto in Nord Italia. Nel centro Italia la superficie destinata a grano duro è cresciuta in maniera sensibile solo in Toscana e in Abruzzo, mentre nel Lazio, nonostante il calo delle superfici, si è registrato un aumento produttivo superiore al 14%. Al Sud la superficie destinata a grano duro ha subito solo un piccolo calo ma la produzione complessiva sta crescendo, grazie soprattutto all’aumento delle rese in Campania.

La redditività. “Grazie ai prezzi particolarmente favorevoli, oggi la redditività del grano duro, che costituisce oggi il 5% di tutto il grano prodotto, si fa molto interessante – ha evidenziato Angelo Frascarelli, dell’Università di Perugia.  Considerando un prezzo della produzione di 300 €/t, da un ettaro di grano duro si ottengono mediamente 1.650 € a nord, 1.410 € al centro e 1.260 € al sud. Invece, produrre un ettaro di grano duro al nord costa 1.065€, al centro 995 € e al sud 930 € (valori calcolati attraverso i prezziari dei contoterzisti e indagini personali)”. In particolare, sottraendo i costi dai ricavi si ottiene che la redditività del grano duro al nord raggiunge quota 585 €, mentre al centro e al sud arriva rispettivamente a 415 € e 330 €, grazie anche ai 60 € di pagamento accoppiato previsto dalla nuova Pac. Si tratta di valori molto interessanti, ai quali pochi cereali si avvicinano.

Nel 2016, per contrastare il possibile deprezzamento, si deve puntare sulla differenziazione dei parametri qualitativi. “Gli ultimi segnali che provengono dai listini nazionali, tuttavia, non sono molto incoraggianti – ha precisato Herbert Lavorano, collaboratore de L’Informatore Agrario e dell’Op Italia Cereali.  Bisogna considerare che lo “spread” di prezzo tra frumento tenero e duro (ora a 120 euro/t) provocherà sicuramente un incremento delle superfici nelle aree non tradizionali (Francia, pianura padana ecc.), per cui l’offerta abbondante potrebbe deprimere i prezzi nel prossimo anno. Una possibile strategia per le produzioni del Mezzogiorno è la differenziazione dei parametri qualitativi (glutine, colore, salubrità), per la quale è però indispensabile la costruzione di filiere specializzate in collaborazione tra imprese agricole, stoccatori, industrie di trasformazione e mondo della ricerca”.

Fonte: Servizio Stampa L’Informatore Agrario

Multifunzionalità in agricoltura. La vendita diretta dei prodotti agricoli allarga il proprio raggio d’azione.

prodotti tipiciLa vendita diretta degli imprenditori agricoli ora si può esercitare senza restrizioni anche su aree esterne all’azienda, su tutto il territorio nazionale, purché siano nella disponibilità giuridica dell’imprenditore. Lo comunica Coldiretti dopo aver ricevuto la nota interpretativa del ministero delle Politiche agricole Mipaaf, quella di rettifica del ministero dello Sviluppo economico Mise e quella operativa diretta ai comuni da parte dell’Anci.

Interpretazione restrittiva della Legge orientamento. “Abbiamo scongiurato un’interpretazione legislativa da parte del Mise che rischiava di limitare le possibilità di relazionarsi col mercato da parte delle nostre imprese agricole a vendita diretta – commenta il direttore di Coldiretti Rovigo, Silvio Parizzi. La vendita diretta, che consente alle aziende agricole di offrire direttamente i propri prodotti primari e trasformati negli spacci aziendali, nei mercati, durante fiere od eventi di promozione delle tipicità territoriali, è consentita su tutto il territorio nazionale in base alla cosiddetta Legge orientamento (Dlgs 228/2001). “Una normativa – spiega Parizzi – che Coldiretti ha voluto e sostenuto, partecipando anche alla stesura del testo. Negli ultimi tempi però, – continua Parizzi – un’interpretazione restrittiva del Mise, che ora lo stesso ministero ha dichiarato superata, dava intendere che doveva considerarsi vietata la vendita diretta su aree private, esterne all’azienda, anche se di queste l’imprenditore aveva la disponibilità, ad esempio in base ad un contratto. In sostanza – chiarisce il direttore di Coldiretti Rovigo – un agricoltore non poteva realizzare un punto vendita dei propri prodotti su un terreno che prendeva in affitto da un altro soggetto, in pieno contrasto con la libertà che lascia la Legge orientamento, che parla di vendita diretta possibile su tutto il territorio nazionale”.

Il chiarimento. Su questa tendenza interpretativa è ora intervenuto il ministero delle Politiche agricole che ha chiarito che non si può fare distinzione tra beni aziendali e beni esterni all’azienda, poiché tutti i beni (anche terreni), siano o meno in proprietà dell’imprenditore purché nella sua disponibilità, diventano aziendali quando l’imprenditore stesso li destina ad una propria attività imprenditoriale, come è la vendita diretta. Il ministero dello Sviluppo economico ha convenuto su questa interpretazione e l’ha comunicato anche all’Associazione nazionale dei comuni perché ne prenda atto. “Da ora in avanti – conclude Parizzi – non ci sono più limiti sui luoghi della vendita diretta, che può avvenire ovunque, fermo restando, ma è tutta un’altra questione, il rispetto della normativa igienico-sanitaria in materia”.

Fonte: Servizio Stampa Coldiretti Rovigo