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Due veronesi ai vertici dell’associazione veneta dei produttori biologici

Enrico Casarotti

Roberta Martin

Due veronesi ai vertici di Aveprobi, l’associazione veneta dei produttori biologici e biodinamici, che conta 440 soci in tutta la regione. Enrico Maria Casarotti, di Caldiero, è stato confermato alla presidenza, mentre Roberta Martin, di Isola della Scala, è la new entry nel ruolo di vicepresidente a fianco del bellunese Mauro Zanini.

Aveprobi, con sede a Villafranca, è stata fondata nel 1990 per tutelare e rappresentare gli interessi dei produttori, promuovendo progetti e iniziative, organizzando corsi di formazione e qualificazione e svolgendo attività di ricerca e formazione didattica nelle scuole. Un impegno che ha portato a una sensibilità e una consapevolezza sempre maggiori sulle tecniche di produzione biologiche. Secondo i dati recenti del Ministero delle politiche agricole, nel 2019 il Veneto ha registrato un incremento del 13% nel numero di operatori bio, passati da 3.524 a 3.971, e un aumento del 25,4% delle superfici biologiche, passate da 38.558 a 48.338 ettari. Il balzo maggiore lo ha fatto la viticoltura, con un +30,5% di superficie, seguita dagli ortaggi (+25,3%) e dai cereali (+17,9%).

Casarotti, che conduce un’azienda biodinamica frutticola e viticola a Caldiero, è enologo, esperto in viticoltura biologica e biodinamica, agricoltore, docente e nell’associazione rappresenta Coldiretti. “In questi anni abbiamo portato avanti moltissimi progetti, dalla banca genetica di piante da frutto della Lessinia, con il recupero delle vecchie varietà di mele e pere, alla creazione di una filiera corta dei cereali antichi – spiega -. I nostri proponimenti sono di continuare nella diffusione del biologico, che si fa con la formazione, la ricerca e le tante iniziative messe in campo. Stiamo realizzando a Isola Vicentina un progetto mirato alla biodiversità conla realizzazione di una Casa delle sementi, dove saranno disponibili tanti semi di qualitàdi vecchie varietà autoctone che sono state abbandonate. È stato avviato anche uno studio di fattibilità per la partecipazione a un bando pubblico per l’apertura di un mercato permanente di prodotti biologici in una zona residenziale di Verona. Ci piacerebbe inoltre realizzare dei cumuli in campagna per produrre del compost da letame animale e vegetale, in modo da nutrire il suolo con una sostanza organica molto ricca di sostanze ricostituenti. Continueremo inoltre con i corsi per insegnare a fare la buona agricoltura biologica. Tra questi cito quelli sulla canapa, sull’olivo, sull’agricoltura montana e sulla viticoltura biologica. Costituiremo, infine, un tavolo condiviso per il biologico tra tutte le associazioni agricole”.

Roberta Martin, che conduce con i familiari a Isola della Scala un’azienda di riso biologico e di cereali in rotazione, è in rappresentanza di Confagricoltura. “Al di là delle appartenenze, siamo uniti dal forte credo di lavorare per il bene comune di agricoltori, consumatori e territorio. Io coltivo biologico da vent’anni e posso dire che oggi, grazie alle tecniche ormai consolidate, vedo un coinvolgimento maggiore delle aziende. È molto importante anche il lavoro che stiamo facendo con l’Istituto tecnico agrario “Stefani-Bentegodi” a Buttapietra, dove è partito da due anni un corso post diploma per tecnici specialistici in agricoltura biologica. Noi collaboriamo con la programmazione e il tutoraggio esterno. Quest’anno hanno dovuto fare due classi perché c’era una grande richiesta. Questo vuol dire che anche nei giovani si stanno facendo strada una cultura e una sensibilità sui temi biologici che ci fanno ben sperare per il futuro”.

Il nuovo Consiglio direttivo di Aveprobi, che resterà in carica tre anni, è composto da Tiziano Quaini, Matteo Ducange, Marcello Volanti e Mattia Giovannini (Verona), Enrica Balzan (Belluno). Matteo Bordignon (Treviso), Riccardo Cazzadore, Giovanni Stoppa e Carlo Salvan (Rovigo), Giovanni Pinton, Paolo Marostegan e Giandomenico Cortiana (Vicenza), Nicola Zago (Padova), Matteo Dalle Fratte (Venezia).

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Verona

Produzione 2020 kiwi verde penalizzata da inverno mite e basse temperature primaverili

foto Verde Intesa

Con l’avvio della raccolta, la cooperativa mantovana Verde Intesa stila un primo bilancio sulla campagna del kiwi verde dei soci in Piemonte e Veneto. “È iniziata la raccolta e si può già capire che quest’anno, causa le temperature miti dei mesi invernali e il clima rigido della stagione primaverile che ha bruciato le gemme, si registrerà una forte contrazione della produzione del kiwi verde”, ha dichiarato l’agronomo Paolo Segalla, dell’OP con sede a Goito (MN) che annovera più di 60 aziende associate per 1600 ettari coltivati. 

In Veneto produzione bio e biodinamica. Continua Segalla: “La contrazione è stata ancor più significativa, con la resa per ettaro precipitata da un valore medio di 400 quintali a quella stimata per il 2020 oscillante tra i 150 e i 200 quintali. Gli eccessi termici potrebbero essere alla base del fenomeno della “moria del kiwi”, patologia che sta devastando le coltivazioni italiane di kiwi negli ultimi anni. Nello stesso tempo però, va ricordato che l’intera produzione di kiwi verde della componente veneta di Verde Intesa proviene da agricoltura biologica, in parte biodinamica, a conferma della grande attenzione che l’OP mantovana pone nella qualità della propria offerta commerciale, ma anche delle rese produttive inferiori. Lo stesso packaging utilizzato per il kiwi è 100% riciclabile e prodotto da fonti rinnovabili. 

Fonte: Servizio stampa Verde Intesa

Focolai di peste suina in Germania, Commissione Europea ferma la movimentazione degli animali fino a gennaio 2021

La Commissione europea ha bloccato la movimentazione di animali dalla Germania dove si sono verificati focolai di peste suina. Lo rende noto Coldiretti dopo la pubblicazione della decisione di esecuzione 2020/ 1645 che inserisce la Sassonia nella lista delle zone da cui è vietata l’importazione di suini e materiale germinale ai fini di scambi intracomunitari fino al 31 gennaio 2021.

Tutelare l’allevamento suinicolo veneto fatto di 700mila capi destinati alla produzione di prosciutti Dop. Era questo il monito di Coldiretti in merito al diffondersi di casi di peste suina in Germania, per cui invocava di fermare immediatamente le importazioni di animali vivi provenienti o in transito dalle zone interessate per difendere un patrimonio zootecnico che vale a livello regionale 200milioni di euro e coinvolge 300 allevamenti. 

C’era infatti molta preoccupazione anche tra gli allevatori veneti  per la peste suina africana (PSA) che si sta diffondendo in diverse parti della Germania e che – ricorda la Coldiretti –  può colpire cinghiali e maiali ed è altamente contagiosa e spesso letale per gli animali, ma non è, invece, trasmissibile agli esseri umani.  Questo virus può passare facilmente da un animale all’altro attraverso stretti contatti tra individui, o con attrezzature contaminate (camion e mezzi con cui vengono trasportati gli animali, stivali, ecc.) o attraverso resti di cibo che trasportano il virus e abbandonati dall’uomo.

Un possibile veicolo di contagio possono essere peraltro i cinghiali il cui numero negli ultimi anni si è moltiplicato in Italia dove si stima la presenza di circa 2 milioni di esemplari e altrettante migliaia di presenze  su territorio regionale.  Un pericolo denunciato recentemente dalla stessa virologa Ilaria Capua che ha parlato del rischio effetto domino se oltre al coronavirus la peste suina passasse in Italia dagli animali selvatici a quelli allevati. Considerata dunque la facilità di trasmissione – conclude Coldiretti – il rischio che il contagio possa essere esteso agli allevamenti italiani rappresenterebbe un gravissimo danno economico per le imprese e per la pubblica amministrazione, con costi di decine di milioni di euro per procedere ai necessari interventi di prevenzione.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti

Ambiente e Agricoltura, conferme e accorpamenti nella nuova Giunta regionale del Veneto

Gianpaolo Bottacin

Gianpaolo Bottacin

Federico Caner

Cristiano Corazzari

Il Presidente Luca Zaia ha presentato la nuova giunta regionale.

All’Ambiente, Protezione Civile e Dissesto Idrogeologico è stato riconfermato Gianpaolo Bottacin (1969), ingegnere bellunese, mentre l’Agricoltura è stata accorpata a Turismo e Commercio estero, Fondi Ue, deleghe già seguite nelle precedente legislatura dal trevigiano Federico Caner(1973), consulente aziendale, riconfermato. Caccia e Pesca, invece, è stata accorpata a Cultura, Sicurezza, Flussi Migratori,  già seguite nella precedente legislatura da Cristiano Corazzari (1975), nato a Ferrara ma residente a Stienta (RO), in Polesine, riconfermato.

Kiwi, la moria delle piante continua inarrestabile, danni ingenti nel Veronese e nell’Alto Padovano in cui, a novembre, si terrà un convegno al riguardo

moria kiwi

La moria dei kiwi continua inarrestabile. Si stima che la malattia, nel Veronese, abbia colpito dalla sua comparsa (otto anni fa) più della metà dell’intera superficie dedicata agli inizi, cioè 1.800 ettari. In Friuli Venezia Giulia, dove la superficie coltivata nel 2020 è di poco superiore ai 500 ettari, la moria interesserebbe circa il 10% degli impianti. Coltivazioni colpite anche in Lombardia, nella zona del Mantovano, e marginalmente anche in Emilia Romagna e in Calabria. Nel Lazio i primi casi si sono riscontrati tre anni fa, ma ora c’è una recrudescenza della malattia nell’Agro Pontino che si stima possa interessare mediamente il 20% delle superfici, quasi 2.000 ettari di piantagioni persi. Un danno enorme per un Paese che, secondo i più recenti dati della Fao, è il secondo produttore mondiale di kiwi dopo la Cina e prima della Nuova Zelanda.

Malattia di cui non si conosce ancora la causa. Conferma Andrea Foroni, presidente dei frutticoltori di Confagricoltura Veneto e coltivatore di kiwi a Villafranca: “Purtroppo con questo caldo anche nel Veronese stanno crollando tante piante. Sono cariche di kiwi, ma soffrono perché, non avendo più l’apparato radicale, non assorbono più acqua e quindi muoiono. Anni fa c’era una distesa di impianti di kiwi, da Villafranca a Valeggio e Mozzecane. Tutti scomparsi, a causa di questa malattia di cui non si è compresa ancora la causa, nonostante tutte le sperimentazioni messe in campo anche in Veneto. Agrea, centro studi di Verona, aveva avviato un frutteto sperimentale che aveva mostrato margini di miglioramento con una corretta gestione dell’acqua e una significativa baulatura del terreno d’impianto, oltre a un buon uso del compost. Ma dopo quattro anni anche quei frutteti sono morti. Ora riponiamo le nostre speranze nella soluzione messa a punto dal vivaista veronese Massimo Ceradini sui nuovi portainnesti, presentati pochi giorni fa all’Agri Kiwi Expo di Latina, dove sul fenomeno si sono confrontati i massimi esperti e studiosi nazionali. L’ultima ancora di salvezza, dato che nessuna pratica agronomica finora sperimentata negli ultimi anni ha funzionato”.

Un danno enorme per la provincia veronese, che sui kiwi aveva investito con convinzione tanto da concentrare circa l’80 per cento della produzione regionale. Invece anche nel 2019 si è registrata un’ulteriore diminuzione della superficie totale coltivata ad actinidia, scesa a 2.450 ettari. E gli impianti espiantati vengono compensati solo in piccola parte dall’entrata in produzione dei nuovi impianti, messi a dimora negli anni precedenti. In Veneto nel 2019 il raccolto è stato di circa 37.100 tonnellate (-35,3% rispetto all’annata precedente) e su livelli produttivi ampiamente inferiori rispetto agli standard medi della coltura.

Strage di piante anche nell’Alto Padovano. Fino a pochi anni fa nella zona di Cittadella, in provincia di Padova, c’erano oltre 100 ettari di kiwi, una coltura molto redditizia in cui le aziende credevano e investivano. Ora ne sono rimasti meno della metà per colpa della moria dei kiwi. A Fontaniva (PD) due aziende agricole hanno espiantato tutto, decidendo di cambiare coltura, dopo anni di perdite di kiwi e di redditività. “Cittadella è stata tra le prime in Italia a credere nella coltura, che era stata avviata negli anni Ottanta da Fabio testi nel Veronese – sottolinea Matthias Paolo Peraro, referente di Confagricoltura per l’Alto Padovano -. L’Italia era prima al mondo e il Veneto era secondo a livello nazionale per produzione. Invece otto anni fa è comparsa questa malattia che ha fatto fuori più della metà dei frutteti. Sono stati fatti studi e sperimentazioni, ma senza risultati. La verità è che i kiwi non hanno mai avuto l’attenzione che hanno altre piante nella selezione, basti pensare alle viti. Il kiwi è ancora propagato per talea e, di conseguenza, anche le piante giovani tendono ad ammalarsi e morire, perché sono figlie delle vecchie. Bisognerebbe invece trovare piante resistenti e innestarle. Ma servirebbero più ricerca e investimenti, che nessuno ha mai pensato di fare”.

A novembre un convegno. Confagricoltura Padova vuole andare a fondo al problema una volta per tutte e perciò in novembre organizzerà, a Cittadella, un convegno che coinvolgerà l’Università di Padova, la cooperativa Apofruit ed esperti in difesa fitopatologica di Verona: “Noi non vogliamo perdere questo settore, perché siamo stati gli unici nel Padovano a tenere duro in questi anni e ci crediamo ancora – spiega Peraro -. Nell’Alto Padovano abbiamo un terreno ottimale, ricco d’acqua e sassoso, che evita i ristagni tanto dannosi per i kiwi. Inoltre si tratta di una coltura che è stata a lungo redditizia, se pensiamo che produceva 250 quintali ad ettaro, mentre oggi fatichiamo a farne 100 a causa della moria. Infine, si tratta di un settore che ha pochi antagonisti a livello mondiale. Il nostro kiwi viene raccolto in autunno, ma poi è conservato in frigo fino a febbraio-marzo, quando non c’è più prodotto estero, a partire da quello cileno e argentino. Perciò i prezzi sono sempre stati soddisfacenti. Aggiungo che nella zona di Cittadella abbiamo tanti giovani che ci credono ancora e stanno investendo. Ma i costi dell’impianto sono alti: 45.000-48.000 euro a ettaro, senza contare le 600-800 ore di manodopera necessarie per il raccolto. Perciò chiediamo sostegno per un settore che può dare ancora lavoro, redditività e un futuro alle nostre aziende padovane”.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Veneto

11 settembre 2020, nasce il progetto “Càneva”, che vuole fare di Montagnana (PD) la “casa delle eccellenze” enogastronomiche di Padova, Vicenza e Verona

Un progetto “autentico” di promozione e valorizzazione dei territori veneti che potrebbe essere definito la “Casa delle eccellenze”, perché destinato ad ospitare tutte quelle produzioni agroalimentari che danno lustro e prestigio ad un’area vasta che va dai Colli Euganei al Lago di Garda, passando dai Colli Berici, dai Monti Lessini e dalle Colline Veronesi. Questo è Càneva, ossia il sequel del Montagnana Wine Festival nato un anno fa con l’intento di trasformare la cittadina della Bassa Padovana in una vetrina dei sapori. Il progetto sarà presentato questa sera alle ore 19 dall’Associazione Montagnana 365 all’Hosteria Zanarotti a Montagnana.

Non solo  vini. Certo, la càneva era la cantina di un tempo, ma oltre ai vini il progetto guarda a tutte quelle eccellenze nate dalla tradizione alimentare del territorio, riconosciute come espressione della grande biodiversità che caratterizza questa parte del Veneto e oggi vero vanto dell’enogastronomia regionale. Dai suoli vulcanici degli Euganei e della Pedemontana Vicentina, a quelli calcarei dell’area Berica e giù alle terre sabbiose solcate dai grandi fiumi d’Italia fino a quelle salse della Gronda Lagunare di Venezia arrivano bottiglie e prodotti che qui, alla Càneva, troveranno racconto, presentazione e proposta di degustazione.

Attività annuale. “La città di Montagnana – spiega Alberto Bernardi, ideatore del progetto e presidente dell’Associazione Montagnana 365 – in occasione della scorsa edizione del Wine Festival, ha dimostrato di avere le carte in regola per essere la vetrina di tutte quelle eccellenze prodotte nei territori circostanti. Per bellezza, per storia, per tutte quelle presenze turistiche che ogni anno transitano sotto alle mura, Montagnana può davvero diventare il “salotto buono” in cui servire conoscenza, cultura e sapori. Ma se con il Festival questa “funzione” rimane attiva solo per tre giorni, con Càneva abbiamo pensato ad un’attività da svolgere su 365 giorni l’anno”.

Mostra permanente di vini. Càneva di fatto è diventata un gruppo di professionisti che insieme ad Alberto Bernardi si occuperanno della valorizzazione dei prodotti, a cominciare dal Food, affidato alle abili mani di chef del calibro di Simone e Cammellini, da anni figura di punta tra i fornelli de La Montecchia della famiglia Alajmo, Mida Muzzolon, di Tenuta San Martino a Verona, membro dell’Unione Cuochi del Veneto e dell’Associazione Cuochi Scaligeri, e Arturo Zanarotti dell’Hostaria Zanarotti che oltre al cibo si occuperà anche dei vini. A fianco della sua Hostaria, che proprio quest’anno ha tagliato il traguardo dei suoi primi vent’anni di attività, è stata creata la vera e propria “càneva”, ossia l’enoteca che funzionerà come una mostra permanente delle referenze di più di 70 cantine e soprattutto come store per lo shopping informato sulle tante declinazioni del buon bere nostrano. Il gruppo si completa con il giornalista Mauro Gambin, socio Argav, direttore del magazine Con i piedi per terra, e con le doti sensoriali di Sissi Baratella, enologa e degustatrice di vini, per il racconto dei luoghi, delle esperienze, dei sapori, delle donne e degli uomini dell’enogastronomia che passeranno da “Caneva”.

Strumenti per la promozione saranno tutte le occasioni legate alla convivialità che il buon cibo e il buon vino sanno stimolare e rallegrare e quindi cene a tema, dedicate ai tanti prodotti – molti quelli a marchio Dop o Igp – delle tre provincie, eventi, degustazioni, corsi di cucina dedicati alla conoscenza e alla preparazione delle materie prime, visite alle cantine ed escursioni con percorsi enogastronomici dedicati ai vari territori, Wine&Food Tasting. Càneva vuole essere un’esperienza totale destinata a coinvolgere i sensi di chiunque sia alla ricerca di conoscere da vicino i veri sapori della terra.

Fonte: Servizio stampa Associazione Montangnana 365

Il Covid non ferma la Festa del Bacalà alla vicentina, in programma dal 18 al 21 settembre a Sandrigo (VI)

bacalà alla vicentina (foto archivio Festa del bacalà di Sandrigo)

(di Emanuele Cenghiaro, consigliere Argav) Il Covid non ferma la Festa del Bacalà di Sandrigo! La 33esima edizione infatti si farà, anche se in versione decisamente ridotta: dal 18 al 21 settembre. E sarà una delle poche manifestazioni organizzate, quest’anno, dalle Pro Loco del vicentino: il presidente Unpli di Vicenza, Bortolo Carlotto, ha parlato infatti di circa 600 eventi annullati nella sola provincia berica.

La manifestazione di Sandrigo si accorcia nelle date, quattro giorni invece delle solite tre settimane, e taglia gran parte degli stand in piazza, ma si arricchisce di eventi collaterali diffusi sul territorio. E non mancheranno le novità: la prima è il ritorno all’origine, nella piazza centrale del paese invece che agli impianti sportivi.

La festa non vuole rinunciare alla solidarietà, e sarà quindi aperta dalla cena di beneficenza in favore della Città della Speranza, con consegna del 56° Premio Basilica Palladiana, giovedì 10 settembre a Villa Sesso Schiavo. Anche per questa serata, come per tutte le altre, l’accesso sarà esclusivamente su prenotazione.

Venerabile Confraternita del Bacalà alla Vicentina (foto Fantini)

Altro evento, che sarà di fatto il via ufficiale alla festa, sarà il Pic Nic in Vigna alla cantina IoMazzucato di Breganze, sabato 12 settembre; farà il paio con la serata Bacco e Baccalà a villa Mascotto di Ancignano di Sandrigo, il 26 settembre, che chiuderà il cartellone. Sono state invece annullate il tradizionale Gran Galà del Bacalà e la cerimonia di investitura dei nuovi Confratelli.

Un momento della conferenza stampa di presentazione della Festa del bacalà di Sandrigo

Al centro di tutto, però, le giornate della vera e propria festa, da venerdì 18 a lunedì 21 settembre. L’organizzazione ci tiene a fare presente come il mettere in piedi un evento di questo genere, in questo periodo, non sia un azzardo ma il frutto di attenta riflessione, condivisa con le autorità competenti. “Non accettiamo di essere considerati degli sconsiderati, come qualcuno sui social ci ha accusati, né ci sentiamo più bravi degli altri. Ma ci sembrava giusto dare un segno di vita: abbiamo atteso l’ok della Regione e abbiamo deciso di tentare, con tutti i cambiamenti dettati dalla pandemia. Stiamo predisponendo ogni cosa al fine di garantire la massima sicurezza per tutti i partecipanti. L’accesso alle tensostrutture sarà consentito solo dopo la misurazione della temperatura corporea da parte del presidio sanitario e l’igienizzazione delle mani, il distanziamento sarà assicurato e reale, il numero di persone massimo limitato a 250. Saranno quattro giorni in assoluta sicurezza”, ha garantito in sede di conferenza stampa di presentazione il presidente della Pro Loco di Sandrigo, Antonio Chemello.

L’accesso all’evento, come già detto, sarà consentito solo tramite prenotazione, rigorosamente online tramite il sito della manifestazione (v. sotto). Le degustazioni si effettueranno in due turni, alle 19:00 e alle 21:00. Online sarà possibile scegliere il giorno, l’ora, e persino il tavolo e il posto a sedere, oltre ai piatti che si desidereranno assaggiare. L’ordine verrà automaticamente inviato all’organizzazione e il pagamento sarà elettronico, per evitare assembramenti e code alle casse.
 Nel menù, manco a dirlo, il principe sarà il bacalà (con una “l” sola) alla vicentina assieme al mantecato, e poi crocchette di merluzzo con patate fritte, ma non mancheranno altre scelte. Tra i primi che si alterneranno nelle varie serate vi saranno due novità, la lasagnetta gratinata al bacalà e le mezzelune ripiene al bacalà mantecato, oltre ai classici gnocchi e risotto al bacalà. Sarà possibile l’asporto. Tutte le informazioni si trovano sul sito: www.festadelbaccala.com

Post Covid-19. Chioggia Ortomercato propone alla regione Veneto “un nuovo risorgimento per l’ortofrutta veneta”

Giuseppe Boscolo Palo

I numeri parlano da soli e sono testimoni che la stagione produttiva primaverile per il comparto orticolo clodiense sia stata molto difficile, la peggiore in assoluto. “I soli conferimenti nel nostro Mercato – precisa Giuseppe Boscolo Palo, Ad di Chioggia Ortomercato – non sono esaustivi della quantità prodotta dalle aziende orticole operanti nel territorio perché alcune di esse hanno come riferimento altri mercati oppure vendono direttamente ai commercianti attraverso accordi fissati mesi prima dell’inizio della raccolta. E’ indubbio però che il Mercato orticolo di Brondolo sia riferimento nazionale per i radicchi della tipologia tondo e lungo”.

Covid e non solo. “Le quotazioni registrate – continua Boscolo Palo – sono state impietose, soprattutto per il tondo. Sicuramente l’effetto di chiusura di canali di vendita quali l’Horeca, i mercati rionali e l’export provocati dall’emergenza Covid-19 è stato devastante per quasi tutti gli ortaggi che andavano in produzione, ma noi come altri abbiamo pagato anche per alcuni aspetti strutturali del sistema ortofrutticolo nazionale”. I dati evidenziano nel secondo trimestre (periodo reddituale chiave per il comparto) un calo dei volumi conferiti del 45%, dovuto in gran parte alla distruzione del prodotto sul campo per l’esiguità del prezzo offerto al produttore, e una perdita del 60% sul valore rispetto allo stesso periodo del 2019. Per il lungo, invece, le perdite riferite all’anno precedente sono state più contenute, con una diminuzione del 13% del volume e del 10% sul valore.

2019, anno “horribilis”. “Innanzitutto va tenuto presente – sottolinea Boscolo Palo – che il 2019 è stato definito l’anno horribilis per l’ortofrutta nazionale, nel nostro comparto i prezzi di vendita del radicchio tondo sono scesi sotto il costo di produzione. Per il radicchio lungo i prezzi medi hanno consentito e consentono anche quest’anno di respirare economicamente, ma la nostra produzione del tondo è sempre più in sofferenza a causa della compressione esercitata dal prodotto invernale marchigiano frigoconservato e da quello ferrarese contrattualizzato di maggio”. Stiamo assistendo ad una generalizzazione delle difficoltà di commercializzazione degli ortaggi che aveva investito la nostra area di produzione nella prima fase dell’emergenza Covid-19 con il lockdown e che ora riguarda un po’ tutti i mercati all’ingrosso nazionali.

Le ragioni di questa crisi di mercato sono riconducibili a molteplici fattori tra cui, senza alcun dubbio, la contrazione della capacità di spesa di molte famiglie (nel “ricco” Nord le famiglie povere sono aumentate del 165% col coronavirus, di più che al Centro, +79%, e al Sud, +72%; fonte UEcoop – Unione Europea delle cooperative) ma anche la maggiore propensione delle persone a coltivare orti familiari sia in campo che sul balcone.

Le previsioni per il primo semestre 2021 delle vendite al dettaglio, come riporta uno studio di Iri Liquid Data, fissa un calo del 3,8% in quantità e del 4,2% in valore, previsioni che favoriranno politiche da parte delle Gdo incentrate sulle promozioni a tutto danno dei produttori. E’ dalla lettura di questi indicatori e delle modalità operative fin qui seguite dalla filiera che si rafforza la convinzione che la proposta inviata da Chioggia Ortomercato all’assessore regionale Giuseppe Pan per un “nuovo risorgimento dell’ortofrutta Veneta” possa e debba essere attuata. Per una ripartenza post Covid è obbligatorio intervenire sul rapporto e sulle modalità operative tra gli attori della filiera (produttori, mercati all’ingrosso e alla produzione, GDO e dettaglio specializzato) per un riequilibrio del potere contrattuale e perché ci sia una piena valorizzazione del Made in Veneto nel più ampio contesto del Made in Italy.

Coinvolgere tutti i radicchi Igp veneti. “Tutto questo, per il nostro comparto orticolo, – conclude Boscolo Palo – significa valorizzare l’Indicazione Geografica Protetta (IGP) del nostro Radicchio, dobbiamo distinguerci nel mercato e comunicarlo. Non mi stancherò mai di dire che l’IGP è l’unico strumento utile per un reale rilancio e una duratura redditività per l’impresa agricola e per il sistema che ci gira attorno. Noi dobbiamo concretizzare un piano strategico regionale innovativo che veda coinvolti tutti i Radicchi IGP Veneti che sono il fiore all’occhiello della nostra Regione. Prova ne sia che su questa linea si sta muovendo la regione Emilia Romagna che per rilanciare la sua ortofrutta sta elaborando un grande progetto che vede la centralità della Pera Igp”.

Apicoltura. Oltre 390 mila euro di fondi OCM a favore del settore, venerdì 14 agosto apertura del bando nel Bur regione Veneto

Sarà pubblicato domani, venerdì 14 agosto, sul Bur regionale, il bando a favore dell’apicoltura in Veneto che prevede sei misure d’intervento per complessivi 392 mila euro di finanziamento, per promuovere e sostenere il settore in regione e accompagnarlo nella realizzazione di iniziative volte al miglioramento della produzione e della commercializzazione dei relativi prodotti.

Il bando, rivolto principalmente alle associazioni degli apicoltori presenti nel territorio regionale, ma in varie misure, anche agli enti di ricerca o enti pubblici, finanzierà, tramite i fondi relativi alle Organizzazioni Comuni dei Mercati agricoli (OCM), interventi di formazione e aggiornamento per gli apicoltori, seminari e convegni tematici, attività inerenti l’assistenza tecnica mirata anche per fronteggiare gli aggressori e le malattie dell’alveare. Sono previsti finanziamenti per l’acquisto di attrezzature e per lo svolgimento delle analisi qualitative sui prodotti dell’apicoltura, per sostenere il ripopolamento del patrimonio apicolo dell’Unione Europea e la realizzazione di programmi di ricerca applicata al settore che favoriscano un innalzamento della qualità dei prodotti dell’alveare e quindi di una loro maggiore valorizzazione sul mercato. L’importo del contributo varierà da un minimo del 50% fino al 100% della spesa ammessa a finanziamento. Ricordiamo che il Veneto conta circa 75 mila alveari e una produzione di circa 1.500 tonnellate di miele.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

Uomo, natura e alimentazione al centro de “Il ricettario della malga” edito dal Consorzio Tutela Formaggio Asiago. All’interno, dieci ritratti di malghesi e ristoratori dell’Altopiano dei 7 Comuni.

Nuova tappa dell’impegno per la valorizzazione della produzione d’alpeggio del Consorzio Tutela Formaggio Asiago che pubblica “Il Ricettario della Malga – 10 Ricette di Montagna con i Ristoratori 7 Comuni”. Il volume è un viaggio inedito attraverso l’Altopiano di Asiago, la zona originaria di produzione della denominazione d’origine protetta e il più grande comprensorio malghivo per numero ed estensione di tutta Europa.

Il ricettario nasce dalla volontà di esaltare i tre principali elementi distintivi della produzione di Asiago DOP: l’uomo, la natura e l’alimentazione. Il volume accompagna in un viaggio nell’ambiente delle malghe e nel lavoro dei malghesi da un punto d’osservazione non consueto, dove la scoperta di uno dei formaggi più celebri al mondo passa dall’incontro umano e professionale di casari e ristoratori assaporando ricette, racconti, profumi di montagna. Di malga in malga, di pagina in pagina, gli chef e i malghesi dell’Altopiano diventano gli originali compagni di un’inedita escursione lungo le vie dell’alpeggio e svelano al lettore, con i loro volti complici e sorridenti, quanti tesori sono custoditi in una forma di formaggio Asiago DOP e nel suo utilizzo in cucina.

L’Altopiano dei 7 Comuni è un unicum in Europa: racchiude infatti un centinaio malghe pubbliche, 28 delle quali producono formaggio e, di queste, 11 malghe producono Asiago DOP Prodotto della Montagna, l’essenza più tipica del territorio montano, specialità casearia fatta totalmente al di sopra dei 600 metri, riconosciuta e tutelata dall’Unione Europea fin dal 2006. Questo patrimonio di biodiversità è valorizzato dal Consorzio Tutela Formaggio Asiago con un apposito e restrittivo disciplinare e, in quasi quindici anni di tutela, ha visto la costante crescita del numero di soci produttori, oggi il 41% sul totale, facendo di questa produzione occasione unica di promozione e valorizzazione dell’intero comprensorio.

Un prodotto dalla storia millenaria che guarda al rispetto dell’ambiente e al benessere animale. “Questa pubblicazione – afferma Fiorenzo Rigoni, presidente del Consorzio Tutela Formaggio Asiago – è parte del percorso che vede il Consorzio impegnato a far conoscere ed apprezzare la produzione di montagna partendo proprio da chi, ogni giorno, ne garantisce le sue qualità distintive. Un’occasione per testimoniare come il formaggio Asiago DOP sia non solo un prodotto unico, dalla storia millenaria ma anche un’espressione di valori attualissimi e contemporanei che puntano alla naturalità, al rispetto dell’ambiente e al benessere animale”. Il ricettario è un progetto ideato con il Consorzio Tutela Formaggio Asiago, a cura di Antonio Busellato, per la parte grafica e visuale, Luca Benetti per la fotografia, Roberto Busellato e con i testi e i contenuti di Margherita Grotto.