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La transizione verso l’economia circolare nell’Ue è in ritardo, fondi spesi per gestire i rifiuti invece che per impedirne la produzione

Economia circolare

L’approccio dell’“economia circolare” presenta vantaggi significativi in termini di sostenibilità. Per i cittadini, significa prodotti che durano più a lungo e/o più facili da riparare, aggiornare, rifabbricare, riutilizzare o riciclare. A livello di imprese, tale approccio offre una serie di potenziali vantaggi, comprese una maggiore efficienza nell’uso delle risorse e una minore esposizione alla volatilità dei prezzi. Circa l’80 % dell’impatto ambientale di un prodotto dipende, infatti, dalla sua progettazione.

Obiettivo disatteso. A fronte di ciò, l’Unione Europea ha compiuto progressi molto modesti nella transizione verso un’economia circolare: fra il 2015 e il 2021, il tasso medio di circolarità per tutti gli Stati dell’Ue-27 è aumentato soltanto di 0,4 punti percentuali. Sette di essi – Lituania, Svezia, Romania, Danimarca, Lussemburgo, Finlandia e Polonia – hanno addirittura fatto passi indietro. Gli auditor della Corte dei conti europea hanno quindi concluso che l’ambizione Ue di raddoppiare la percentuale di materiali riciclati e reintrodotti nell’economia entro il 2030 appare decisamente difficile da realizzare. “Preservare i materiali e ridurre al minimo i rifiuti è fondamentale se si vuole che l’Ue utilizzi efficientemente le risorse e raggiunga gli obiettivi ambientali del Green Deal,” ha dichiarato Annemie Turtelboom, della Corte dei conti europea. “Ma le azioni finora intraprese dall’Ue sono state inefficaci e la transizione verso l’economia circolare è quasi ferma in molti paesi europei.”

Un’economia circolare preserva quanto più a lungo possibile il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse e riduce al minimo i rifiuti. Per contribuire all’economia circolare, la Commissione europea ha preparato due piani d’azione: il primo, del 2014, conteneva 54 azioni specifiche, il secondo, del 2020, ha aggiunto 35 nuove azioni e fissato obiettivi che raddoppiano il tasso di circolarità, ossia la quota di materiale riciclato e reintrodotto nell’economia, per il 2030. Tali piani non erano vincolanti, ma miravano ad aiutare gli Stati membri ad aumentare le attività di economia circolare negli ultimi anni. Fino a giugno 2022, quasi tutti i paesi dell’UE disponevano o stavano elaborando una strategia nazionale per l’economia circolare.

Spesi i fondi per gestire i rifiuti invece che per impedirne la produzione. L’UE ha messo a disposizione ingenti finanziamenti, stanziando oltre 10 miliardi di euro tra il 2016 e il 2020 per investire nell’innovazione verde ed aiutare le imprese ad essere all’avanguardia nella transizione verso l’economia circolare. Invece, gli Stati membri hanno speso la stragrande maggioranza di questi fondi per gestire i rifiuti invece che impedirne la produzione attraverso la progettazione circolare, che avrebbe avuto probabilmente un impatto maggiore.

I piani dell’UE includevano anche una serie di misure per facilitare l’innovazione e gli investimenti. Gli auditor della Corte hanno trovato scarse prove dell’efficacia di tali misure nel contribuire all’economia circolare, il cui impatto si è rivelato solo modesto nell’aiutare le imprese a fabbricare prodotti più sicuri o ad accedere a tecnologie innovative che rendessero i processi produttivi più sostenibili. Gli auditor evidenziano anche il problema dell’obsolescenza programmata, la pratica di limitare artificialmente la vita utile di un prodotto per renderne necessaria la sostituzione. La Commissione europea ha concluso che non era fattibile rilevare l’obsolescenza programmata, ma che è chiaramente essenziale eliminarla per disporre di prodotti più sostenibili.

Fonte: Servizio comunicazione Corte dei conti europea

La lotta degli Stati membri alla pesca illegale va intensificata

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L’UE è uno dei principali attori globali nel settore della pesca, sia in termini di flotta peschereccia (con circa 79 000 navi), sia in qualità di maggiore importatore al mondo di prodotti ittici (il 34 % del commercio totale a livello mondiale). In linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile, l’UE si è impegnata a porre fine alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata entro il 2020, ma non vi è riuscita. In ogni caso, non basta assicurare la legalità di un prodotto per garantire che quest’ultimo provenga da fonti sostenibili.

Sanzioni applicate in modo diverse in ogni Stato UE. “L’UE dispone di regimi di controllo per contrastare lo spaccio di prodotti ittici pescati illegalmente ai consumatori”, ha affermato Eva Lindström, responsabile dell’audit per la Corte dei conti europea. “Nonostante tali misure, però, questi prodotti continuano a finire nel piatto dei cittadini dell’UE. Ciò è fra l’altro dovuto al fatto che le verifiche e le sanzioni sono applicate in modo diverso a seconda dello Stato membro”.

Nel 2008 l’UE ha istituito un sistema di certificazione delle catture al fine di garantire la legalità dei prodotti della pesca importati. Secondo la Corte, tale sistema ha migliorato la tracciabilità e ha rafforzato i controlli sulle importazioni, ma i controlli eseguiti dagli Stati membri non sono uniformi. Il sistema di certificazione delle catture dell’UE è basato su documentazione cartacea, con il maggior rischio di frode che ne consegue, mentre sarebbe più efficace – sostiene la Corte – un’unica banca dati elettronica a livello di Unione. In realtà, la Commissione europea ha sviluppato un sistema informatico a livello di UE per svelare più facilmente le frodi e automatizzare i controlli, ma nessuno Stato membro lo utilizza. La Commissione ha proposto di renderne obbligatorio l’uso.

Cartellini “gialli” o “rossi”. La Commissione e il Consiglio, qualora reputino carenti i regimi di controllo in atto in paesi non appartenenti all’UE che esportano prodotti ittici nell’Unione, possono intervenire emettendo cartellini “gialli” o “rossi”. Quando viene attribuito un cartellino rosso a uno di questi paesi, gli Stati membri dell’UE sono tenuti a respingere tutte le importazioni di prodotti della pesca provenienti dai suoi pescherecci. La Corte ha riscontrato che il sistema dei cartellini si è rivelato utile, innescando riforme nella maggior parte dei paesi a cui è stato applicato.

Agli Stati membri spetta verificare l’attività di pesca condotta dalla flotta battente la loro bandiera e nelle loro acque. La Corte ha constatato che le verifiche nazionali hanno spesso rilevato casi di pesca illegale. Ciò nonostante, in alcuni Stati membri persistono, a causa di scarsi controlli, volumi di pesca eccessivi e una comunicazione incompleta delle catture. La dichiarazione errata delle catture costituisce l’infrazione più comune commessa dalla flotta dell’UE, a cui fa seguito la pesca in zone di divieto o senza contingenti assegnati e l’utilizzo di attrezzi illegali. È ampiamente dimostrato, stando alla Corte, che è problematico imporre il rispetto dell’obbligo di sbarco e che i rigetti illegali in mare continuano. La Corte ha inoltre constatato che i progetti finanziati dall’UE sottoposti all’audit avevano concorso a rafforzare il regime di controllo della pesca.

Quanto al sistema sanzionatorio, la Corte ha rilevato che la grande maggioranza delle infrazioni gravi individuate ha determinato l’avvio di un’indagine o di un procedimento penale, con la conseguente irrogazione tempestiva di sanzioni. Dall’audit è emerso però che non vi sono condizioni di parità nel territorio dell’UE. Ad esempio, la Corte ha osservato che l’ammenda media inflitta per un’infrazione analoga variava da circa 200 euro (Cipro, Lituana ed Estonia) a oltre 7 000 euro (Spagna). In alcuni Stati membri, le sanzioni non costituivano un adeguato deterrente contro la pesca illegale, in quanto non erano commisurate ai vantaggi economici ricavati dalle infrazioni. La Corte raccomanda alla Commissione di perseguire l’applicazione uniforme ed efficace di un sistema sanzionatorio dissuasivo. Andrebbe inoltre armonizzata l’applicazione del sistema di punti di penalità nei vari Stati membri.

Fonte: Corte dei conti europea

La quantità di rifiuti pericolosi nell’UE è ancora in aumento

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La produzione di rifiuti pericolosi aumenta e l’UE non può non affrontare la questione. I metodi da preferire per occuparsi dei rifiuti pericolosi sono il riciclo e il recupero di energia. Si dovrebbe ricorrere allo smaltimento solo come estrema risorsa. Ciononostante, oltre il 50 % del totale dei rifiuti pericolosi dell’UE viene ancora smaltito. In questa analisi, abbiamo mostrato che prevenzione e trattamento dei rifiuti pericolosi sono tuttora difficoltosi, ma presentano anche delle opportunità”, ha dichiarato Eva Lindström, responsabile dell’analisi sui rifiuti pericolosi per la Corte dei conti europea.

La normativa dell’UE definisce i rifiuti pericolosi come rifiuti che presentano una o più caratteristiche di pericolo, ad esempio esplosive, irritanti o tossiche. I rifiuti pericolosi sono potenzialmente nocivi per la salute delle persone e per l’ambiente. Il comparto manifatturiero (metallurgico in particolar modo), il trattamento delle acque e dei rifiuti, l’edilizia e il settore estrattivo sono responsabili complessivamente di oltre il 75 % dei rifiuti pericolosi prodotti nell’UE. Questi ultimi possono essere anche generati nelle case delle famiglie (ad esempio, lo sono certi medicinali, le batterie usate, i prodotti per la pulizia e le apparecchiature elettroniche). Nell’ambito della gestione dei rifiuti, a essere responsabili dell’attuazione delle disposizioni giuridiche dell’UE a livello nazionale sono gli Stati membri. La Commissione ha avviato numerose procedure di infrazione nei confronti di quegli Stati che non hanno recepito la normativa dell’UE nella legislazione nazionale o non l’hanno rispettata. La Commissione dispone di una panoramica dei fondi dell’UE per il trattamento dei rifiuti in generale, con 4,3 miliardi di euro di fondi stanziati per il periodo di programmazione 2014‑2020, ma non ne ha una simile per i rifiuti pericolosi nello specifico. I dati disponibili indicano che tali finanziamenti sono stati erogati principalmente tramite Orizzonte 2020 per ricerca e sviluppo di capacità. I fondi che costituiscono l’altro maggiore contributo al finanziamento della gestione dei rifiuti pericolosi sono il Fondo di coesione e il Fondo europeo di sviluppo regionale. A integrazione del bilancio dell’UE, sia il dispositivo per la ripresa e la resilienza, sia la Banca europea per gli investimenti forniscono finanziamenti per la gestione dei rifiuti, inclusi quelli pericolosi. Dall’adozione del regolamento sulla tassonomia nel 2020, l’UE ha smesso di finanziare l’incenerimento dei rifiuti pericolosi e il conferimento in discarica, attività ritenute non sostenibili, mentre ne ha promosso il riciclo.

Il modo migliore di far fronte alla questione è in primo luogo far sì che i rifiuti pericolosi non vengano prodotti. Questo principio è stato una priorità dell’UE fin dal 1991. L’azione dell’UE è stata incentrata sull’influenzare il modo in cui gli operatori economici progettano e realizzano i prodotti, sul rendere chi inquina responsabile dei propri rifiuti e sul fornire ai consumatori migliori informazioni. Nonostante tali iniziative, la quantità di rifiuti pericolosi prodotti nell’UE non sta calando. I rifiuti pericolosi devono essere trattati in appositi impianti, conformemente a regole e requisiti di sicurezza rigidi. L’onere amministrativo e i maggiori costi per gli operatori economici che ne conseguono rendono concreto il rischio di traffico illecito: gli stessi operatori non dichiarano i rifiuti prodotti come pericolosi e li scaricano abusivamente o li spediscono altrove in violazione della normativa. La Corte sottolinea che classificare e tracciare adeguatamente i rifiuti pericolosi aiuterebbe a prevenire trattamenti impropri e scorciatoie illecite, pur rilevando che i rifiuti pericolosi vengono classificati in modi differenti negli Stati membri. Secondo la Corte, inoltre, la Commissione europea potrebbe intensificare i propri sforzi per armonizzare la normativa UE applicabile. Allineare i registri elettronici nazionali dei rifiuti pericolosi al registro europeo previsto per la spedizione dei rifiuti aiuterebbe a tracciarli con maggiore efficacia durante tutto il loro ciclo di vita.

Idealmente, i rifiuti pericolosi dovrebbero essere preparati per essere riutilizzati o riciclati. Tuttavia, la maggior parte di tali rifiuti non è adatta al riutilizzo e il riciclo è limitato da impedimenti tecnici e dalla mancanza di opportunità di mercato per i rifiuti riciclati. Nell’analisi, la Corte evidenzia che migliorare le tecnologie e la capacità di riciclo creerebbe diverse possibilità: ad esempio, recuperare le materie prime critiche dalle apparecchiature elettroniche e da altri rifiuti sosterrebbe l’autonomia strategica dell’UE.

Il traffico illecito e lo scarico abusivo dei rifiuti pericolosi continuano a essere attività lucrative: secondo alcune stime, i ricavi annuali si attestano tra 1,5 e 1,8 miliardi di euro per il solo traffico illecito. I casi individuati, le indagini e le azioni penali sono rari, e le sanzioni sono modeste. Il ricorso alla digitalizzazione per meglio tracciare i rifiuti pericolosi e contrastare le false dichiarazioni, oltre a un sistema di sanzioni più dissuasivo, potrebbe limitare le possibilità di praticare il traffico illecito. Anche un divieto su tutte le spedizioni di rifiuti da smaltire, proposto dalla Commissione nel 2021, potrebbe contribuire a contenere tale tipo di traffico.

Fonte: Corte dei conti europea

Il sostegno dell’UE alle regioni carbonifere ha fatto poco per la transizione climatica

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L’assistenza finanziaria dell’Unione Europea alle regioni carbonifere ha avuto un impatto limitato sulla creazione di posti di lavoro e sulla transizione energetica, si afferma nella relazione pubblicata lo sorso 9 novembre dalla Corte dei conti europea. Malgrado i progressi generali, il carbone rimane una fonte significativa di emissioni di gas a effetto serra in numerosi paesi dell’UE. La Corte invita pertanto ad usare il nuovo Fondo per una transizione giusta in modo efficace ed efficiente, per alleviare l’impatto socioeconomico sulle regioni carbonifere della transizione dell’UE verso la neutralità climatica.

Il settore europeo del carbone è stato in costante declino negli ultimi decenni. Per sostenere la transizione socioeconomica ed energetica nelle regioni carbonifere, erano disponibili fondi della politica di coesione dell’UE: per il 2014‑2020, sono stati forniti circa 12,5 miliardi di euro alle sette regioni carbonifere oggetto dell’audit. Sebbene la produzione sia stata notevolmente ridotta, nel 2019 alla combustione di carbone era ancora imputabile il 15 % delle emissioni di gas a effetto serra dell’UE. Il graduale abbandono del carbone a fini di generazione di energia è stato considerato di recente nel Green Deal europeo un fattore essenziale per conseguire gli obiettivi climatici per il 2030 e realizzare la neutralità climatica entro il 2050. Il Fondo per una transizione giusta, istituito nel giugno 2021, mette a disposizione 19,3 miliardi di euro nel periodo 2021‑2027 per le regioni ed i settori più colpiti dalla transizione verso la neutralità climatica. “Il Fondo per una transizione giusta, una componente fondamentale del Green Deal europeo, fornisce notevoli risorse aggiuntive alle regioni carbonifere”, ha dichiarato Nikolaos Milionis, responsabile dell’audio all’interno della Corte dei conti europe. “La Commissione europea dovrebbe far sì che i fondi dell’UE sostengano un chiaro percorso di graduale abbandono del carbone, tenendo conto delle tensioni sul mercato dell’energia seguite all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia”.

La riduzione della produzione di carbone ha inevitabilmente determinato un calo del numero di lavoratori in tale settore. In alcune regioni, come la Lusazia (Germania) e la Slesia (Polonia), tali riduzioni di personale sono state realizzate attraverso fluttuazioni naturali di occupati e pensionamenti, mentre in altre regioni, ad esempio nella Moravia-Slesia (Repubblica Ceca), le imprese carbonifere hanno dovuto licenziare i propri lavoratori. Per i lavoratori del settore del carbone licenziati erano disponibili attività di formazione finanziate dall’UE; tuttavia, stante l’indisponibilità dei dati riguardanti la partecipazione, gli auditor della Corte non hanno potuto stabilire se queste misure abbiano aiutato detti lavoratori a trovare una nuova occupazione. Gli auditor della Corte non hanno neanche constatato alcun impatto significativo dei finanziamenti sulla capacità di produzione di energia da fonti rinnovabili nelle regioni esaminate. Anche gli investimenti finanziati dall’UE volti a conseguire risparmi di energia hanno avuto un impatto modesto o non hanno potuto essere quantificati.

La Corte segnala il rischio che i fondi potrebbero essere spesi senza che la transizione abbia luogo. Prima di proporre il Fondo per una transizione giusta, da destinare alle regioni e ai settori più colpiti, la Commissione non ha svolto un’analisi adeguata delle realizzazioni conseguite in queste regioni grazie ai precedenti finanziamenti dell’UE, né delle necessità ancora da soddisfare. La durata limitata del programma accentua tale rischio, poiché la maggior parte dei fondi devono essere impegnati entro la fine del 2023 ed utilizzati entro la fine del 2026. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e i relativi effetti sul mercato dell’energia potrebbero inoltre comportare ritardi nel graduale abbandono del carbone.

Paesi Ue producono meno carbone ma ne importano di più da altre nazioni. La Corte ha osservato che, in alcuni paesi dell’UE, il carbone prodotto a livello nazionale era stato sostituito da importazioni o da altri combustibili fossili. La Germania e la Polonia, ad esempio, hanno aumentato in misura significativa le loro importazioni di carbone negli ultimi 15 anni. Di conseguenza, il carbone rimane una fonte significativa di emissioni di gas a effetto serra, specie in Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Germania, Slovenia e Romania. La Corte ha inoltre constatato che non si era prestata sufficiente attenzione alle emissioni di metano derivanti dalle miniere di carbone chiuse o abbandonate.

Fonte: Corte dei conti europea

 

Dal produttore al consumatore: nuove norme per accelerare l’autorizzazione dei pesticidi biologici

agricoltura

Per sostenere la transizione dell’UE a sistemi alimentari sostenibili e la riduzione dell’uso di pesticidi chimici nell’ambito della strategia “Dal produttore al consumatore”, la Commissione europea ha adottato nuove norme volte ad aumentare la disponibilità e l’accesso ai prodotti fitosanitari biologici da utilizzare negli Stati membri.

Impegno a ridurre l’uso dei pesticidi chimici del 50% entro il 2030. Le nuove norme faciliteranno l’autorizzazione dei microrganismi da usare come sostanze attive nei prodotti fitosanitari e offriranno agli agricoltori dell’UE ulteriori opzioni per sostituire i prodotti fitosanitari chimici con alternative più sostenibili. Stella Kyriakides, Commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “La transizione a sistemi alimentari più sostenibili implica la necessità di trovare alternative ai pesticidi chimici che rispettino il nostro pianeta e la nostra salute. La Commissione si è impegnata ad agevolare questo processo aumentando il numero di alternative biologiche e a basso rischio sul mercato: dall’inizio del nostro mandato abbiamo già approvato 20 alternative a basso rischio. Grazie a queste nuove norme, faremo sì che le alternative biologiche possano raggiungere i nostri agricoltori ancora più rapidamente. Quanto più investiamo collettivamente risorse nella valutazione dei prodotti fitosanitari, tante più alternative sicure avremo a disposizione per tenere fede al nostro impegno a ridurre l’uso dei pesticidi chimici del 50% entro il 2030.”

Le nuove norme saranno applicate da novembre 2022. porranno le proprietà biologiche ed ecologiche di ciascun microrganismo al centro del processo di valutazione scientifica dei rischi, che deve dimostrare la sicurezza prima che i microrganismi possano essere approvati come sostanze attive nei prodotti fitosanitari. Tali norme dovrebbero accelerare l’autorizzazione dei microrganismi e dei prodotti fitosanitari biologici che li contengono. Già approvate dagli Stati membri nel febbraio 2022, le nuove norme si applicheranno a partire dal novembre 2022. 

Fonte: Commissione europea in Italia

REPowerEu, il piano Ue per ridurre la dipendenza dai combustili fossili russi, parte “azzoppato”

BandiereBruxelles

REPowerEU, il piano dell’UE per ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi per diversificare l’approvvigionamento energetico a livello dell’UE e accelerare la transizione verde, potrebbe trovare notevoli difficoltà pratiche, avverte la Corte dei conti europea. La riuscita del piano REPowerEU dipenderà, infatti, dall’attuazione di azioni complementari a tutti i livelli e dalla disponibilità di finanziamenti per circa 200 miliardi di euro.

Antefatto. A seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il Consiglio europeo ha deciso che l’UE deve gradualmente pervenire ad eliminare del tutto, il prima possibile, la propria dipendenza dalle importazioni di gas, petrolio e carbone russi. La Commissione europea ha quindi presentato il piano REPowerEU, volto ad aumentare la resilienza del sistema energetico dell’UE riducendone la dipendenza dai combustibili fossili e diversificando l’approvvigionamento energetico a livello dell’UE. L’obiettivo verrà realizzato tramite il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF): misure a sostegno dell’obiettivo verranno incluse nei capitoli REPowerEU dei piani nazionali per la ripresa e la resilienza.

Fondi realmente disponibili pari a 20 miliardi di euro. La Commissione ha stimato che gli investimenti aggiuntivi per REPowerEU – e più in particolare per eliminare progressivamente le importazioni di combustibili fossili russi entro il 2027 – ammonterebbero a 210 miliardi di euro. Tuttavia, i finanziamenti aggiuntivi totali resi disponibili ammontano solo a 20 miliardi di euro; le altre fonti di finanziamento sono al di fuori del controllo della Commissione e dipendono dalla volontà degli Stati membri di utilizzare i restanti prestiti dell’RRF o di stornare fondi da altre politiche dell’UE, in particolare da quelle per la coesione e lo sviluppo rurale. Di conseguenza, avverte la Corte, l’importo totale dei finanziamenti effettivamente disponibili potrebbe non essere sufficiente a coprire il fabbisogno d’investimento stimato.

Secondo la Corte, anche la prevista ripartizione dei fondi tra gli Stati membri pone problemi. Visto che i fondi verrebbero distribuiti in percentuali basate quelle inizialmente utilizzate per l’RRF, non rifletterebbero né le sfide e gli obiettivi attuali di REPowerEU né i bisogni specifici degli Stati membri. L’assenza di uno specifico termine ultimo per la presentazione dei capitoli REPowerEU riduce la probabilità che vengano individuati e promossi progetti transfrontalieri. La mancanza di qualsivoglia analisi comparativa limita la visione strategica in merito a quali progetti hanno il più alto potenziale per contribuire alla sicurezza e all’indipendenza energetiche dell’UE.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

La Commissione europea sostiene gli agricoltori dell’UE attraverso i fondi per lo sviluppo rurale e intensifica il monitoraggio dei mercati agricoli

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La Commissione europea ha presentato lo scorso 20 maggio una misura eccezionale finanziata dal Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR) per consentire agli Stati membri di versare una somma forfettaria una tantum agli agricoltori e alle imprese agroalimentari colpite da aumenti significativi dei costi dei fattori di produzione. La misura fa seguito al pacchetto di sostegno da 500 milioni di euro per gli agricoltori dell’UE adottato il 23 marzo scorso nel quadro della comunicazione “Proteggere la sicurezza alimentare e rafforzare la resilienza dei sistemi alimentari”.

Una volta adottata dai legislatori, la misura consentirà agli Stati membri di decidere di destinare i fondi disponibili fino al limite del 5% del loro bilancio FEASR per il periodo 2021-2022 al sostegno diretto al reddito degli agricoltori e delle piccole e medie imprese attivi nella trasformazione, nella commercializzazione o nello sviluppo dei prodotti agricoli. Gli Stati membri sono tenuti a destinare questo sostegno ai beneficiari maggiormente colpiti dalla crisi attuale e impegnati nell’economia circolare, nella gestione dei nutrienti, nell’uso efficiente delle risorse o nei metodi di produzione rispettosi dell’ambiente e del clima.

La Commissione sta inoltre intensificando il monitoraggio dei principali mercati agricoli colpiti dall’invasione russa dell’Ucraina. Gli Stati membri dovranno comunicare alla Commissione il loro livello mensile di scorte di cereali, semi oleosi, riso e sementi certificate di tali prodotti detenute da produttori, grossisti e operatori pertinenti. La Commissione ha inoltre presentato un quadro interattivo che fornisce statistiche aggiornate e dettagliate su prezzi, produzione e commercio di frumento da farina, granturco, orzo, colza, olio di girasole e semi di soia a livello dell’UE e mondiale. Questo fornisce agli operatori di mercato un quadro tempestivo e accurato della disponibilità di prodotti essenziali per alimenti e mangimi.

Fonte: Commissione europea rappresentanza in Italia

Azione per il clima: l’UE fallisce l’obiettivo di destinare il 20 per cento del bilancio nel 2014-2020 

BandiereBruxelles

Secondo una relazione speciale pubblicata lo scorso 30 maggio dalla Corte dei conti europea, l’UE ha mancato l’obiettivo perseguito di destinare all’azione per il clima almeno il 20 % della propria dotazione di bilancio per il 2014 2020.

La Commissione europea aveva annunciato di averlo raggiunto con una spesa al riguardo di 216 miliardi di euro. La Corte ha però rilevato che non sempre la spesa rendicontata riguardava l’azione per il clima e che a tale titolo erano stati comunicati importi in eccesso per almeno 72 miliardi di euro. La Corte teme che potrebbero persistere problemi di affidabilità anche nella rendicontazione della Commissione relativa al periodo 2021 2027, il cui valore-obiettivo dell’UE in materia di spesa per il clima salirà al 30%. “La lotta ai cambiamenti climatici rappresenta una priorità chiave per l’UE, che si è prefissata obiettivi climatici ed energetici ambiziosi”, ha dichiarato Joëlle Elvinger, responsabile dell’audit della Corte. “La Corte ha rilevato che, nel periodo 2014 -2020, non tutta la spesa del bilancio dell’UE dichiarata in relazione al clima era effettivamente pertinente all’azione in tale ambito. Per questo motivo, vengono formulate diverse raccomandazioni per collegare meglio la spesa dell’UE agli obiettivi climatici ed energetici perseguiti. Ad esempio, la Corte raccomanda alla Commissione di giustificare la pertinenza al clima dei finanziamenti agricoli”.

Nei programmi di spesa pubblica dell’UE, i principali settori dichiarati come connessi al clima sono agricoltura, infrastrutture e coesione; la Commissione assegna coefficienti alle varie componenti dei programmi a seconda del rispettivo contributo atteso all’azione per il clima. Secondo la Corte, la rendicontazione sulla spesa per il clima presenta punti deboli che la rendono generalmente inattendibile. L’attuale metodo di monitoraggio si basa su ipotesi: non valuta il contributo finale al conseguimento degli obiettivi climatici dell’UE e non vi è alcun sistema per tenere sotto osservazione i risultati raggiunti al riguardo. I coefficienti non sono sempre realistici: in alcuni casi la spesa è considerata pertinente al clima, nonostante i progetti e i regimi sostenuti abbiano su quest’ultimo un impatto scarso o nullo (ad esempio, le infrastrutture nelle aree rurali). In altri casi, non si tiene conto dei potenziali effetti negativi (ad esempio, l’impatto nocivo delle emissioni di carbonio).

È nei finanziamenti agricoli che la spesa per il clima risulta particolarmente sovrastimata, di quasi 60 miliardi di euro, secondo la Corte. Stando ai dati comunicati dalla Commissione, il 26 % dei finanziamenti agricoli dell’UE riguardava il clima, ossia circa la metà delle spese totali dell’UE in questo ambito. Eppure, è dal 2010 che le emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’agricoltura non diminuiscono. Analogamente, la Corte ritiene che la Commissione abbia sovrastimato il contributo fornito all’azione per il clima da altri finanziamenti per la coesione e le infrastrutture, quali per il trasporto ferroviario, l’energia elettrica e le biomasse. Applicando coefficienti più ragionevoli, la Corte calcola che la quota della spesa per il clima a valere sul bilancio dell’UE si aggiri più probabilmente intorno al 13 % (pari a circa 144 miliardi di euro), anziché al 20 % comunicato. La Corte segnala inoltre il rischio che gli importi pianificati o impegnati non siano spesi, il che potrebbe tradursi in un’ulteriore sovrastima della spesa per il clima.

La Corte ha inoltre esaminato i cambiamenti attesi nel monitoraggio della spesa per il clima dopo il 2020, per aiutare la Commissione a migliorare la futura rendicontazione in materia. La Corte nutre dubbi sull’affidabilità della rendicontazione sulla spesa relativa al clima per il periodo 2021 2027. Nonostante i miglioramenti proposti a livello dei metodi di rendicontazione, persistono in gran parte i problemi rilevati per il periodo 2014 2020. Lo strumento di finanziamento Next Generation EU, istituito nel 2020, contempla il principio fondamentale di “non arrecare un danno significativo”, ossia le attività economiche non devono costituire una minaccia per gli obiettivi ambientali o climatici. La Corte ha tuttavia rilevato che lo strumento pone ulteriori problemi a causa di collegamenti poco chiari tra pagamenti e obiettivi climatici.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Da gennaio 2022 stop all’importazione e da giugno alla vendita di prodotti alimentari contenenti l’additivo E171 (biossido di titanio), in quanto a rischio effetto cancerogeno

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Dall’inizio del 2022, la Commissione Europea ha vietato in Europa l’uso del biossido di titanio come additivo alimentare, concedendo un periodo di transizione massimo di sei mesi cosicché il divieto diventerà assoluto e totale nei prodotti alimentari a partire da giugno. Per i consumatori, il biossido di titanio è configurato in etichetta come additivo alimentare dalla siglatura E171: questo additivo è utilizzato in una varietà di prodotti alimentari, tra cui gomme da masticare, dolciumi, pasticcini, zuppe e piatti pronti, grazie alla sua capacità di opacizzare e conferire il colore bianco a molti prodotti.

La decisione della Commissione si basa sul parere scientifico espresso a maggio 2021 dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa): «Tenuto conto di tutti gli studi e i dati scientifici disponibili – aveva affermato Maged Younes, presidente del panel di esperti Efsa sugli additivi e aromatizzanti alimentari (Faf) – il gruppo scientifico ha concluso che il biossido di titanio non può più essere considerato sicuro come additivo alimentare. Un elemento fondamentale per giungere a tale conclusione è che non abbiamo potuto escludere timori in termini di genotossicità, connessi all’ingestione di particelle di biossido di titanio. Dopo l’ingestione, l’assorbimento di particelle di biossido di titanio è basso, tuttavia esse possono accumularsi nell’organismo umano. E questa azione potrebbe avere effetti cancerogeni».

Al momento esclusi i prodotti cosmetici e medicinali. A seguito del regolamento comunitario per l’eliminazione del biossido di titanio dall’elenco degli additivi alimentari autorizzati, alle aziende del settore alimentare sarà vietato importare prodotti contenenti E171 in Europa, ma anche produrre prodotti contenenti E171 nell’UE o venderli nell’UE. Il biossido di titanio è anche un ingrediente centrale di un gran numero di medicinali e prodotti cosmetici, ma per il momento, le industrie farmaceutiche e cosmetiche non saranno interessate dal divieto.

Fonte: Garanitaly.it

Economia circolare: la Commissione europea estende il marchio di qualità ecologica dell’UE a tutti i prodotti cosmetici e per la cura degli animali

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La Commissione europea ha adottato i nuovi criteri del marchio di qualità ecologica dell’UE (Ecolabel UE) per i prodotti cosmetici e per i prodotti per la cura degli animali, offrendo così ai consumatori di tutta l’Unione la convenienza di una prova affidabile per quanto riguarda i marchi veramente ecologici.

I criteri del marchio di qualità ecologica dell’UE permettono di ridurre l’impatto ambientale dei prodotti sull’acqua, sul terreno e sulla biodiversità, contribuendo in questo modo a un’economia pulita e circolare e a un ambiente privo di sostanze tossiche. L’Ecolabel UE è un marchio di eccellenza ambientale affidabile, verificato da un soggetto terzo, che tiene conto dell’impatto ambientale di un prodotto nel corso del suo ciclo di vita completo, dall’estrazione delle materie prime fino allo smaltimento finale.

Il Commissario per l’Ambiente, gli oceani e la pesca, Virginijus Sinkevičius, ha dichiarato: “Da oggi i prodotti cosmetici e per gli animali da compagnia che rispettano maggiormente l’ambiente possono essere premiati con l’Ecolabel UE: si tratta di un ulteriore successo per questo marchio creato nel 1992. Esorto le imprese a richiedere il marchio di qualità ecologica dell’UE e a beneficiare della sua indiscutibile reputazione. L’Ecolabel UE permette di indirizzare i consumatori verso prodotti ecologici affidabili e certificati, e sostiene la transizione a un’economia pulita e circolare.”

I criteri aggiornati dell’Ecolabel UE saranno da oggi applicati a tutti i prodotti cosmetici, quali definiti nel relativo regolamento. I requisiti per l’assegnazione del marchio di qualità ecologica dell’UE ai cosmetici riguardavano in precedenza una gamma limitata di prodotti detti “da sciacquare”, come gel doccia, shampoo e balsami. Le norme aggiornate comprendono i cosmetici “da non sciacquare”, come creme, oli, lozioni per la cura della pelle, deodoranti e antitraspiranti, protezioni solari, ma anche i prodotti per i capelli e per il trucco. Nel settore della cura degli animali, il marchio di qualità ecologica dell’UE può ora essere assegnato ai prodotti da sciacquare. L’Ecolabel UE sostiene la transizione ecologica e la strategia in materia di inquinamento zero, fornendo migliori alternative ai consumatori in cerca di opzioni sane e sostenibili.

Fonte: Rappresentanza in Italia Commissione europea