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Pesca in Alto Adriatico, prolungato il fermo fino all’8 settembre 2019 per tutelare al meglio gli stock ittici

Il fermo pesca quest’anno in Adriatico, da Trieste ad Ancona, sarà di 42 giorni consecutivi e arriverà fino a domenica 8 settembre. A proclamarlo, il decreto del Sottosegretario alla Pesca Manzato che ha prolungato lo stop obbligatorio ai pescherecci dal 28 agosto sino all’8 settembre dando ascolto e riconoscimento alle istanze di responsabilità e sostenibilità manifestate in modo corale dalle marinerie venete.

Operazione concertata tra associazioni di categoria, organizzazioni sindacali, Consulta per la pesca e l’acquacoltura, e Regione Veneto. “Sono stati gli armatori e gli operatori ittici a segnalarci, per primi gli effetti negativi di un rientro anticipato della pesca, a fine agosto: le specie ittiche pescate post-fermo sarebbero state perlopiù di piccola taglia, con danni alla fauna marina appena riprodotta e conseguenze deleterie dal punto di vista ambientale e commerciale nei mesi successivi. Abbiamo quindi proposto al Ministero delle politiche Agricole e Alimentari e al Direttore generale della pesca marittima e acquacoltura di prolungare il periodo di arresto obbligatorio per i comprensori marittimi di Venezia, di Chioggia e del Delta del Po al fine di tutelare meglio gli stock ittici presenti in Alto Adriatico. E abbiamo trovato ascolto e piena condivisione”, ha commentato l’assessore regionale alla Pesca, Giuseppe Pan.

Regime di pesca controllata anche nel periodo post-fermo. Gli armatori veneti, insieme a quelli friulani, emiliani e marchigiani, faranno quindi confluire nella decade aggiuntiva di fine agosto-inizio settembre le ulteriori giornate di arresto temporaneo obbligatorio previste nel calendario annuale dalla legislazione nazionale in materia di pesca, prolungando così la stagione di ripopolamento di acque e fondali. Inoltre, armatori e pescatori chiedono di poter applicare nelle settimane post-fermo un regime di pesca controllata, che prevede l’esercizio dell’attività per non più di 72 ore distribuite in 5 giorni su base settimanali.

Fonte: Ufficio Stampa Regione Veneto

 

29 luglio 2019, con oggi l’uomo ha consumato tutte le risorse naturali che la Terra può rigenerare nell’anno. In Italia inizia anche il fermo pesca ma, secondo Coldiretti, lo stato delle risorse comunque peggiorato.

Oggi, 29 luglio 2019, è la giornata che, a livello mondiale, segnala che l’uomo ha già utilizzato le risorse naturali che la Terra può rigenerare nell’anno in corso. Una data che arriva sempre prima, 30 anni in fa in ottobre, 20 anni fa a settembre. In Italia, il giorno coincide anche con l’avvio del fermo pesca.

Le varie date in Italia. Il fermo pesca – sottolinea Coldiretti Impresapesca – bloccherà le attività dei pescherecci per 30 giorni consecutivi, dal 29 luglio fino al 27 agosto dal Friuli Venezia Giulia al Veneto, dall’Emilia Romagna fino a parte delle Marche e della Puglia. Il blocco inizialmente varrà da Trieste ad Ancona e da Bari a Manfredonia, mentre lungo l’Adriatico nel tratto da San Benedetto e Termoli le attività si fermeranno il 15 agosto (fino al 13 settembre). Per quanto riguarda il Tirreno lo stop scatterà da Brindisi a Roma dal 9 settembre all’8 ottobre e da Civitavecchia a Imperia dal 16 settembre al 15 ottobre. Per Sicilia e Sardegna – spiega Coldiretti Impresapesca – sarà, invece, fissato per un mese tra agosto e ottobre su indicazione delle Regioni.

Ulteriori giorni di blocco. Aggiunge Coldiretti: “La novità di quest’anno è che in aggiunta ai periodi di fermo fissati i pescherecci dovranno effettuare ulteriori giorni di blocco che vanno da 7 a 17 giorni, a seconda dalla zona di pesca alla quale sono iscritti. Le giornate di stop saranno decise direttamente dai pescatori che dovranno darne comunicazione scritta entro le ore 9 del giorno stesso. L’intero ammontare delle giornate aggiuntive dovrà essere obbligatoriamente effettuato entro il 31 dicembre 2019. In un Paese come l’Italia che importa dall’estero 8 pesci su 10, nei territori interessati dal fermo biologico aumenta peraltro anche il rischio di ritrovarsi nel piatto per grigliate e fritture, soprattutto al ristorante, prodotto straniero o congelato se non si tratta di quello fresco Made in Italy proveniente dalle altre zone dove non è in atto il fermo pesca, dagli allevamenti nazionali o dalla seppur limitata produzione locale dovuta alle barche delle piccola pesca che possono ugualmente operare. Per non cadere in inganni occorre garantire la trasparenza dell’informazione ai consumatori dal mare alla tavola estendendo l’obbligo dell’indicazione di origine anche ai menu dei ristoranti con una vera e propria ‘carta del pesce’”, ha dichiarato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “passi in avanti sono stati fatti sull’etichettatura nei banchi di vendita, ma devono ora essere accompagnati anche dall’indicazione della data in cui il prodotto è stato pescato”.

Per effettuare acquisti di qualità al giusto prezzo il consiglio di Coldiretti Impresapesca è di verificare sul bancone l’etichetta, che per legge deve prevedere l’area di pesca (Gsa). Le provenienze sono quelle dalle Gsa 9 (Mar Ligure e Tirreno), 10 (Tirreno centro meridionale), 11 (mari di Sardegna), 16 (coste meridionali della Sicilia), 17 (Adriatico settentrionale), 18 (Adriatico meridionale), 19 (Jonio occidentale), oltre che dalle attigue 7 (Golfo del Leon), 8 (Corsica) e 15 (Malta). Ma si può anche rivolgersi alle esperienze di filiera corta per la vendita diretta del pescato che Coldiretti Impresapesca ha avviato presso la rete di Campagna Amica.

Nei 33 anni di fermo pesca, stato delle risorse peggiorato. Nonostante la riduzione del periodo fisso di blocco delle attività, l’apertura alla tutela differenziata di alcune specie e la possibilità per le imprese di scegliere i restanti giorni di stop, il giudizio di Coldiretti Impresapesca sull’assetto del fermo pesca 2019 non può essere positivo poiché la misura continua a non rispondere alle esigenze della sostenibilità delle principali specie target della pesca nazionale, tanto che lo stato delle risorse nei 33 anni di fermo pesca è progressivamente peggiorato, come anche parallelamente lo stato economico delle imprese e dei redditi. Questo ha determinato nel periodo un crollo della produzione, la perdita di oltre 1/3 delle imprese e di 18.000 posti di lavoro. L’auspicio è che dal 2020 si possa partire dalle novità positive per mettere in campo un nuovo sistema che tenga realmente conto delle esigenze di riproduzione delle specie e delle esigenze economiche delle marinerie.​

Fonte: Servizio stampa Coldiretti

Report sulle marinerie dell’Alto Adriatico: un quarto della flotta veneta è Polesana

Nel 2018 la flotta marittima polesana schierava ben 170 pescherecci, ovvero un quarto circa dell’intera flotta veneta. Si tratta di una cifra in leggero aumento se riferita allo scorso anno (+0,6%), ma in forte calo rispetto al picco registrato nel 2009 (-8,1%). Va comunque rilevato che stazza e potenza motore sono aumentati nel corso dell’ultimo decennio.

La flotta del Polesine si caratterizza per la sua artigianalità, visto che il 67% circa delle imbarcazioni presenta una lunghezza inferiore ai 12 metri che, sommate alle tante barche e barchini di V categoria utilizzate negli impianti di molluschicoltura, rispecchiano appieno le caratteristiche produttive dell’area del Delta del Po. Sono questi i primi dati che emergono dal Report dell’Osservatorio Socio Economico della Pesca e dell’Acquacoltura di Veneto Agricoltura, appena pubblicato, dedicato alla filiera ittica delle tre marinerie polesane, vale a dire Pila-Porto Tolle, Porto Viro e Scardovari.

In dettaglio, i dati salienti. Con 2.080 imprese impegnate nella produzione primaria, registrate alla Camera del Commercio, nel rodigino sono presenti quasi il 68% delle aziende del settore ittico regionale. Più specificatamente, rispetto al 2009, il numero delle imprese della pesca marittima (731 unità) è rimasto pressoché invariato, mentre quello delle imprese operanti nell’acquacoltura (1.349 unità) è cresciuto dell’11%. Considerando anche le aziende operanti nelle attività a valle del settore ittico, come quelle della trasformazione, conservazione e del commercio dei prodotti alieutici, nella provincia di Rovigo sono attive complessivamente 2.481 imprese.

Nell’area del Delta del Po sono attivi tre mercati ittici, vale a dire Pila-Porto Tolle, Porto Viro e Scardovari, che si differenziano per tipologia di prodotto commercializzato. Infatti, se a Pila-Porto Tolle a prevalere è il pesce azzurro, a Porto Viro nel corso degli anni ci si è specializzati nell’attività di pesca nelle acque dolci e salmastre, mentre a Scardovari è predominante la produzione di mitili e vongole. Vale la pena sottolineare che tutti i mercati ittici di quest’area accentrano l’offerta di prodotti ittici provenienti esclusivamente dalla flotta locale.

Produzione dei singoli mercati ittici. Nel 2018 a Pila-Porto Tolle sono state pescate 5.933 tonnellate di pesce, per il 50% costituite da pesce azzurro, in calo rispetto all’anno precedente (-23,9%). Il fatturato complessivo è stato di circa 12 milioni di euro che, in linea con la perdita di quantitativo, è sceso del -22,1% rispetto al 2017. La produzione di Porto Viro ha sfiorato le 372 tonnellate (-8,2%), mentre il relativo fatturato è stato di circa 0,9 milioni di euro (-3,7%), pescato che per il 60% è rappresentato da cefalame vario. A Scardovari, invece, i quantitativi pescati nel 2018 sono stati poco inferiori alle 285 tonnellate (+13,1%), mentre gli introiti registrati si sono fermati a circa 0,8 milioni di euro, con pannocchie, granchi e cefali a rappresentare il grosso della produzione.

Produzione dei molluschi bivalvi. In Polesine operano 20 draghe idrauliche, appartenenti al Co.Ge.Vo. di Chioggia, tutte dedite alla pesca esclusiva delle vongole di mare (Chamelea gallina). Nel 2018 è stata registrata una produzione di circa 540 tonnellate, cifra che fa scaturire una perdita nell’anno del -26,1%. Il vero fiore all’occhiello dell’area del Delta del Po è la venericoltura effettuata in laguna nella Sacca di Scardovari, che ha raggiunto una produzione di circa 12.500 tonnellate. Si tratta di una produzione che, a differenza di quella dell’area della laguna veneziana, costituisce il grosso dei volumi di vongole veraci e filippine prodotte nel Veneto. In Polesine, alla tradizionale mitilicoltura su pali in laguna, si associa una importante attività svolta in alto mare (off-shore), che ha visto crescere il numero di impianti di mitili long line. Purtroppo, però, sia la mitilicoltura a mare che quella lagunare presentano quantitativi di produzione in diminuzione, rispettivamente del -15,6% e -15,4%. Report completo a questo link

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

Oggi, sabato 20 ottobre, i soci Argav visitano la valle da pesca Miana Serraglia di Mira (VE)

azienda agricola Sant’Ilario

Oggi, sabato 20 ottobre, dalle 9 alle 11, i soci Argav visiteranno la valle da pesca Miana Serraglia a Mira (VE) nonché l’azienda agricola Sant’Ilario, grazie all’interessamento del consigliere Gian Omar Bison e la disponibilità ad ospitarci del direttore delle strutture, Ivan Furlanetto.

Programma. L’incontro consentirà di conoscere meglio le caratteristiche della pesca valliva nonché di apprezzare le bellezze del paesaggio lagunare in un periodo ottimale per queste realtà, che va da ottobre a dicembre. Al termine della visita, i soci si sposteranno nella vicina sede dell’Associazione Cavanisti di Giare, dove il professor Mario Poppi, storico e scrittore, parlerà della laguna Sud, della Serenissima e dei cippi confinari di conterminazione. Nel contempo, ci sarà modo di incontrare alcune realtà agricole e produttive locali, tar cui insaccati (Bareato Carni), produttori di miele di barena e di Prosecco Doc Riviera del Brenta, produttori di verdure pronte al consumo (Insalata dell’Orto di Busana) e di i crostini e grissini gourmet (Panificio Marinetto).

Alto Adriatico, pesca marittima in difficoltà

Il settore della pesca nell’Alto Adriatico non sta attraversando un gran momento. Lo conferma l’ultimo Report dell’Osservatorio Socio Economico della Pesca e dell’Acquacoltura di Veneto Agricoltura (sorto nel 2004 nell’ambito del Programma europeo ADRI.FISH con l’obiettivo di raccogliere ed elaborare dati economici e sociali sulla pesca di Veneto, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Slovenia e Croazia) che ha preso in esame le marinerie romagnole di Rimini, Cesenatico e Cattolica.

Trend negativo. In pratica, alla stregua di quanto avviene nella pesca marittima dell’intera area dell’Alto Adriatico, anche la flotta riminese mostra un trend negativo, con i 147 pescherecci registrati nel 2017 e un calo decennale del -22,6%. Stesso discorso per la flotta marittima di Cesenatico, che alle 66 barche presenti fa associare una perdita decennale del -31,8%. In controtendenza, invece, è la flotta cattolicense, che segna una variazione annua nulla (41 unità presenti) e un rialzo nel lungo periodo del 5,1%.

Le imprese della filiera ittica di Rimini e Cattolica sono in perdita di unità, visto che alle 358 aziende complessive presenti nell’area corrisponde una decrescita rispetto al 2009 del -2,7%, dovuto alle sole ditte operanti nella pesca. Per la provincia di Forlì-Cesena, che comprende le imprese ittiche di Cesenatico (146 unità), la perdita è ancora più accentuata (-13,6%).

Lo sbarcato locale del mercato ittico di Cattolica, comprensivo anche del pescato della vicina flotta marchigiana di Gabicce, dopo un periodo di forte perdita dei quantitativi, negli ultimi cinque anni si tiene costante intorno alle 500 tonnellate. A Cesenatico, invece, a fronte di una produzione nel 2017 di circa 4.400 tonnellate, si registra un rialzo annuo del 3,1%. Il mercato di Rimini, che commercializza anche prodotto di provenienza nazionale ed estera, con le totali 1.709 tonnellate transitate nell’ultimo anno, segna variazioni negative rispetto sia al 2016 (-6,5%) che al 2008 (-12,6%). Si rileva la stessa situazione anche per il fatturato relativo alle vendite di prodotti alieutici visti in precedenza.

Il valore stimato delle vongole di mare pescate dal Co.Ge.Mo. di Rimini nel 2017 è pari a 2.172 tonnellate (+6,2%). Se la mitilicoltura dell’area di Cesenatico fa segnare una crescita decennale del 30% netto, a fronte delle 4.327 tonnellate prodotte, per gli allevamenti riminesi si registra un calo nello stesso periodo del -13,7% (3.735 tonnellate prodotte).

In aumento sia le importazioni che le esportazioni per la provincia di Rimini dei prodotti della pesca tal quali, secondo i dati della locale Camera del Commercio, che fanno scaturire un saldo della bilancia estera negativo per circa 14 milioni di euro. Del tutto opposta è la situazione che si rileva per le transazioni internazionali della provincia di Forlì-Cesena, che anche in questo caso portano ad un saldo della bilancia commerciale negativo per circa quattro milioni di euro.

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

Pesca e acquacoltura nel Veneziano, approvati bandi tesi allo sviluppo e al rafforzamento del settore

Sono stati approvati dalla Regione Veneto 15 progetti su bandi pubblicati lo scorso autunno da Flag Veneziano, l’ente di sviluppo che si occupa di promuovere e sostenere la pesca locale e che è presieduto da Antonio Gottardo. I progetti riguardano l’Azione 1 “Rafforzamento dell’economia ittica in laguna di Venezia”, l’Azione 4 “Valorizzazione delle produzioni marine per la riqualificazione del settore” e l’Azione 7 “Tutela delle risorse naturali ed ambientali in ambito lagunare e marino”.

Finanziamenti: 70 per cento a imprese, cooperative e consorzi, 30 per cento ad enti e istituti di ricerca. I progetti riceveranno complessivamente un finanziamento regionale Feamp di 1.210.600€, di cui più del 70%, ovvero 900.609€, saranno destinati direttamente a imprese, cooperative e consorzi dell’area. Il rimanente a enti pubblici e enti di ricerca. Con la maggior parte di questi progetti verrà sviluppata e rafforzata la produzione della pesca e dell’acquacoltura, sia in ambito marino che lagunare. Forte l’impulso alle attività di diversificazione. Il risultato auspicato sarà il potenziamento della trasformazione, della certificazione e della commercializzazione che darà impulso alla filiera produttiva delle specie regionali e di quelle non pienamente sfruttate.

1.480.502€ di finanziamento per 13 beneficiari e 19 progetti. Un focus particolare riguarda il rafforzamento dell’economia ittica nella laguna settentrionale e centrale di Venezia sia per quanto riguarda la molluschicoltura sia per la pesca artigianale-tradizionale. Importante anche la cooperazione che si creerà tra esperti scientifici e pescatori, indirizzando le attività di ricerca sugli effettivi fabbisogni del settore e dei mercati di riferimento. A questi 15 progetti approvati si aggiungono i 4 già finanziati per 269.902,00€ lo scorso 23 febbraio che hanno consentito l’apertura dei 4 Centri servizi sul territorio del Compartimento marittimo di Venezia. Il totale dei finanziamenti erogati fino ad ora dai Bandi del Flag Veneziano ammonta a 1.480.502€.

Fonte: Servizio stampa VeGal

Acquacoltura, la regione in Italia con il maggior numero di impianti è il Veneto, ma il Bel Paese importa il 40 per cento del fabbisogno nazionale

pesca vongole

La produzione dell’acquacoltura è in crescita molto forte nel Mondo, più contenuta in Europa. L’Italia, dopo un avvio promettente negli anni ’90 e successivi andamenti altalenanti, oggi ricorre a massicce importazioni per soddisfare il fabbisogno interno. Di seguito, i dati del report redatto dal centro studi di Confagricoltura.

Che cos’è. L’acquacoltura consiste nell’allevamento di animali e piante acquatici, in acque dolci, salmastre o marine. In Italia si allevano soprattutto tre specie di pesci (trote, spigole e orate) e molluschi (mitili e vongole veraci) che nell’insieme rappresentano (2013) poco meno del 98% della produzione. Nel periodo 2002-2013 si evidenziano sensibili flessioni della quota di produzione (% sulla produzione nazionale complessiva) di mitili e vongole (-10 punti percentuali) e un incremento soprattutto della produzione di trote (+7 punti percentuali).

Le aziende che svolgono attività di acquacoltura (vivai, incubatoi, laghetti di pesca sportiva, moltiplicazione di riproduttori, ingrasso per il consumo finale) sono in costante crescita. Nel 2017 hanno superato le 3000 unità, con un incremento di circa il 60% rispetto al 2012. L’incremento più rilevante, sia pure per ridotti valori assoluti, si è registrato negli allevamenti di crostacei, pressoché triplicati. La regione con il maggior numero di impianti di acquacoltura è il Veneto (829); seguono, notevolmente distanziate, l’Emilia Romagna (469) e il Piemonte (367). Fra le Regioni meridionali, superano i cento impianti solo Puglia (131) e Campania (123). Gli allevamenti finalizzati all’ingrasso per il consumo finale sono 1.346, con netta prevalenza in Veneto (617) e poi in Puglia (126), Emilia Romagna (118) e Friuli Venezia Giulia (104).

Produzione. Nel 2014 e nel 2015, la produzione complessiva dell’acquacoltura italiana si è attestata intorno a 149 mila tonnellate, con una flessione di circa il 3% rispetto al 2010. La produzione di pesci è diminuita del 7,7%, quella di molluschi è rimasta pressoché invariata (-0,7%), i crostacei hanno segnato -38,5% ma per volumi assoluti molto ridotti. Circa il 70% della produzione complessiva dell’acquacoltura proviene da quattro regioni: Emilia Romagna (42,3 migliaia di tonnellate nel 2014), Veneto (31,2), Friuli Venezia Giulia (17,4) e Puglia (11,6). La più elevata produzione di pesci si realizza in Friuli Venezia Giulia (13,5 migliaia di tonnellate), seguita dal Veneto (5,4) e dalla Lombardia (4,3); nella produzione di molluschi, prevale l’Emilia Romagna (41,9 migliaia di tonnellate) seguita da Veneto (25,8) e Puglia (10,6). La produzione di crostacei, peraltro limitata a 15-16 tonnellate, interessa solo 4 regioni, con Umbria e Puglia a quota sei tonnellate ciascuna, e Veneto ed Emilia Romagna al disotto delle due tonnellate.

L’Italia, nel periodo 2010-2013, ha importato prodotti dell’acquacoltura per quantitativi crescenti dalle 104,7 (2010) alle 112,4 (2013) migliaia di tonnellate, a fronte di una produzione decrescente dalle 153,6 (2010) alle 140,8 (2013) migliaia di tonnellate. Il grado di autoapprovvigionamento di settore, strutturalmente deficitario, ha segnato il miglior risultato nel 2011 con il 65,8% (quando la produzione ha segnato il massimo di 164,5 migliaia di tonnellate), per poi scendere al 59,9% nel 2012 (quando la produzione ha segnato il minimo di 137,2 migliaia di tonnellate), cui è seguita una lieve ripresa nel 2013 (61,8%).

La produzione mondiale ed europea.La produzione mondiale dell’acquacoltura ha segnato, fra il 1990 e il 2015, una crescita del 629%, passando da 16,8 a 106 milioni di tonnellate. La produzione in Africa è aumentata di quasi 22 volte, in Asia di 7 volte, in America di 6 volte, in Oceania di 4 volte, in Europa dell’85%. Nello stesso periodo, la produzione italiana ha segnato una flessione del 3%. L’incidenza della produzione italiana sulla produzione mondiale è passata dallo 0,91% allo 0,14%; e sulla produzione europea, dal 9,5% al 5%. La produzione europea, nel 1990, rappresentava il 9,6% della produzione mondiale; nel 2015, è scesa al 2,8%. Agli incrementi del volume della produzione dell’acquacoltura mondiale corrispondono incrementi del valore inferiori per Africa e Asia e superiori per America, Europa e Oceania. Il peso del valore della produzione italiana sul valore della produzione mondiale è sceso dal 1,26% del 1990 allo 0,25% del 2015; sul valore della produzione europea, dal 8,4% del 1990 al 3,5% del 2015.

In Europa (2015), l’Italia è al sesto posto per volume e all’ottavo per valore della produzione dell’acquacoltura. Tutti i principali paesi produttori europei segnano nel 2015 una sensibile flessione del valore della produzione rispetto all’anno precedente, mentre i volumi decrescono solo nel Regno Unito, in Russia e nelle Isole Faroe. Nel 2015 rispetto al 2014, l’Italia, a fronte di volumi di produzione pressoché costanti, ha registrato una perdita di valore del 16,4%. Fra i primi dieci paesi produttori del settore dell’acquacoltura, sette sono asiatici e solo uno di Europa (Norvegia), America (Ecuador) e Africa (Egitto). I “Top 10” rappresentano, nel 2015, il 90% in volume e l’80% in valore, della produzione acquicola mondiale; entrambi questi valori sono cresciuti di circa due punti percentuali rispetto al 2010.

Conclusioni. In un quadro mondiale di forte crescita della produzione dell’acquacoltura (+629% in volume nel 2015 rispetto al 1990), l’Europa segna gli incrementi più contenuti (+285%). L’Italia presenta andamenti dei volumi produttivi sensibilmente contrastati (154 mila tonnellate nel 1990, 217 mila nel 2000, 149 mila nel 2015) rappresentando comunque quote notevolmente decrescenti della produzione mondiale e continentale (nel 1990 l’1,26%, nel 2015 lo 0,25%). Considerando che nel nostro paese le aziende che svolgono attività di acquacoltura sono in costante crescita (+59,6% a luglio 2017 rispetto al 2012), mentre la produzione, pur con alti e bassi, resta sostanzialmente invariata, si evidenzia la notevole instabilità del settore, peraltro confermata nelle premesse del vigente Piano strategico per l’acquacoltura in Italia 2014-2020 elaborato dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. Il grado di autoapprovvigionamento nazionale del settore è strutturalmente basso e risente delle fluttuazioni della produzione e dell’incremento della domanda interna, attestandosi attualmente intorno al 60%. Ciò significa che importiamo (soprattutto pesci) per circa il 40% del fabbisogno nazionale (circa 110 mila tonnellate), a fronte di esportazioni che negli ultimi anni variano fra le 20 e le 25 mila tonnellate.

Fonte: Centro Studi Confagricoltura

Pesca in Veneto, decennio 2006-2016 “in gondola”

Nel decennio 2006-2016, il settore della pesca nel Veneto ha avuto un andamento altalenante. Lo conferma il Rapporto strutturale sul comparto ittico regionale pubblicato da Veneto Agricoltura che registra una riduzione (-23%) del numero di pescherecci che nel 2016 erano 659. Fa da contraltare però l’incremento (+23,8%) del numero delle aziende ittiche attive nel settore risultanti ben 3.752 nel 2016, mentre nel decennio considerato il numero di occupati (6.937 unità) si è ridotto del -1,3%. Tra il 2006-2016 si registra anche una forte perdita di forza lavoro dal settore delle pesca (-57,4%), mentre risulta in crescita esponenziale l’occupazione nel comparto dell’allevamento (+1843,5%).

Flotta peschereccia ridotta di un quarto (-23%) e di oltre metà la forza lavoro, stabile la produzione. In lieve calo (-3,9%) la produzione locale regionale come pure il fatturato (-3%), che giornalmente viene sbarcata nei sei mercati ittici regionali (Venezia, Caorle, Chioggia, Pila, Scardovari e Porto Viro), con i primi due in forte perdita nel periodo considerato. A tenere, rispetto al 2006, sono solo i quantitativi di pesce azzurro (+15%), mentre sono tutte in diminuzione le altre tipologie di pesce, i molluschi e i crostacei. Se si considerano i transiti complessivi, ossia anche i prodotti di provenienza nazionale ed estera che arrivano a Chioggia e Venezia, risultano in perdita i quantitativi di entrambi (-6,8% Chioggia, -13,4% a Venezia), mentre al mercato ittico di Venezia tiene il fatturato (+5,3%) grazie al prodotto estero.

Allevamento, bene occupazione e mitilicoltura. Male i mercati, specie Venezia e Caorle. In forte salita i prezzi medi di quasi tutte le specie analizzate, che portano a un +26,8% del prezzo medio generale. In calo del -19,6% la produzione complessiva dei molluschi bivalve di mare operata dai Co.Ge.Vo. (Consorzi di Gestione e Valorizzazione dei Molluschi) veneti, diminuzione dovuta sia alle vongole di mare (-14,2%) e ancor più, ai fasolari (-36,0%). Per quanto riguarda gli allevamenti, si registrano diminuzioni di produzione della venericoltura (-11,1% sempre nel periodo 2006-2016) e della piscicoltura (-17,7%), mentre è la sola mitilicoltura a presentare un lusinghiero +68,9%, rialzo dovuto in gran parte agli impianti longline in mare aperto.

In rialzo il numero delle imprese (+23,8%) e le importazioni ittiche. Brutte notizie arrivano anche dalla bilancia commerciale estera, dato che nel decennio 2006-2016 il Veneto risulta ampiamente deficitario di prodotto ittico: infatti, a fronte del calo delle esportazioni del -9,4%, fa eco una forte crescita delle importazioni (+45,5%). Il valore complessivo del settore ittico veneto, riferito alla produzione complessiva della pesca marittima e dell’acquacoltura, dopo un periodo di lento ma costante calo, negli ultimi tre anni si mostra in salita, assestandosi su un valore di circa 200 milioni di euro, un aumento del +3,1% rispetto all’anno precedente. Confrontando questo valore, registrato nel 2016, con il picco massimo rilevato nel 2006 (242,1 milioni di euro), ne risulta però un calo produttivo in termini di valore del -17,8%.

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

Pesca, andamento del comparto ittico Veneto nel 2016 in chiaro-scuro

Luci ed ombre per il comparto ittico veneto nel 2016. Tanti infatti i segni negativi dal lato produttivo, ma fortunatamente cresce il numero delle aziende e degli occupati e rimane stabile la consistenza della flotta marittima. È questa la fotografia che emerge dal Report annuale di Veneto Agricoltura che analizza gli ultimi dati disponibili (2016) riguardanti il comparto ittico regionale.

Nel dettaglio. La produzione locale veneta, giornalmente sbarcata nei sei mercati ittici regionali (Venezia, Chioggia, Caorle, Pila, Scardovari e Porto Viro), ha registrato nel 2016 una perdita produttiva del -15,5% (20.149 t di prodotto), mentre ha tenuto il fatturato con un +5,1% (54,8 milioni di euro). Ad incidere maggiormente sulla diminuzione dei quantitativi pescati è stata la produzione di pesce azzurro (alici e sardine), calata del -21% netto, con i mercati di Chioggia e Pila fortemente penalizzati. Bene la flotta peschereccia veneta che nel 2016, con 659 unità rilevate, è rimasta invariata rispetto all’anno precedente, interrompendo così la contrazione del numero delle imbarcazioni che aveva caratterizzato una lunga fase precedente.

L’allevamento ittico ha registrato delle perdite. Nel 2016 la produzione regionale della venericoltura è stata infatti pari a 13.030 t, con un calo del -17% netto rispetto all’anno precedente. Buona, invece, la ripresa della produzione della mitilicoltura veneta, dopo il deciso calo registrato nel 2015 causato da una fortissima mareggiata verificatasi durante l’inverno: la produzione complessiva è stata di 20.561 t segnando un rialzo del +191,1%. Con 4.864 t. registrate nel 2016, i Co.Ge.Vo. (Consorzi di Gestione e Valorizzazione dei Molluschi) vedono salire la propria produzione del +16,3% rispetto al 2015, con le vongole di mare in aumento del +22,1%. Il buon rialzo produttivo è dovuto all’oculato prelievo della risorsa da parte dei due Co.Ge.Vo. veneti, che nel corso dell’anno si sono autoimposti ben quattro mesi di fermo biologico. Anche nel 2016 è risultata in perdita la produzione di fasolari (-5,2%), conseguenza della volontà da parte della O.P. I Fasolari di non eccedere coi prelievi, per una chiara politica di stabilizzazione del prezzo.

Buone notizie arrivano dal fronte delle imprese della filiera ittica veneta che nel 2016 hanno segnato un leggero aumento (+1,5%), pari a 3.752 unità, come pure il numero degli occupati che sale del +4,4%. Il dossier “La pesca in numeri”, curato dall’Osservatorio Socio Economico della Pesca e dell’Acquacoltura dell’Agenzia regionale, può essere scaricato a questo link,  

Fonte: Servizio Stampa Veneto Agricoltura

Pesca in Unione Europea, la Corte dei conti europea richiede maggiori controlli

Secondo una relazione della Corte dei conti europea, occorrono maggiori sforzi affinché l’UE disponga di un sistema di controllo della pesca efficace. A giudizio della Corte, gli Stati membri e la Commissione europea hanno compiuto progressi nell’ultimo decennio; tuttavia, l’UE non dispone ancora di un sistema di controllo della pesca sufficientemente efficace a supporto della politica comune della pesca.

La politica comune della pesca (PCP) mira a garantire la sostenibilità a lungo termine degli stock ittici e del settore della pesca. Molti stock sono ancora oggetto di pesca eccessiva per cui occorrono sforzi costanti per un’efficace gestione della pesca. La PCP comprende perciò misure tese a limitare la capacità delle flotte pescherecce e a gestire la pesca con l’imposizione di limiti alle catture, come i contingenti, e all’attività di pesca, come le restrizioni allo sforzo di pesca o le norme tecniche per talune attività di pesca. Il successo della PCP richiede la definizione e l’applicazione di un sistema di controllo efficace. Il regime di controllo è stato riformato l’ultima volta nel 2009 per ovviare alle gravi debolezze rilevate dalla Corte dei conti europea nella relazione speciale n.7/2007.

Gli auditor hanno visitato quattro Stati membri: Spagna, Francia, Italia e Regno Unito (Scozia). Nessuno di questi quattro paesi aveva verificato a sufficienza l’esattezza dei dati relativi alla capacità della propria flotta peschereccia né delle informazioni sui pescherecci contenute nei rispettivi registri delle flotte. Nessuno aveva verificato il tonnellaggio dei pescherecci e due non avevano verificato la potenza motrice. Inoltre, la Corte ha rilevato significative discrepanze tra i dettagli relativi ai pescherecci riportati nei registri delle flotte e quelli contenuti nei documenti giustificativi.

A giudizio della Corte, nel complesso gli Stati membri esaminati hanno adeguatamente attuato le misure di gestione della pesca. I sistemi di controllo dei pescherecci via satellite hanno fornito informazioni utilissime per il monitoraggio ed il controllo delle attività di pesca. Tuttavia, per effetto delle esenzioni previste dal regolamento sul controllo, l’89% della flotta UE non è stato monitorato, impedendo così una gestione efficace della pesca in alcuni settori e per talune specie. “Gli Stati membri non hanno ancora dato piena attuazione al regolamento sul controllo della pesca nell’UE“ ha affermato Janusz Wojciechowski, il Membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione, “ed occorre modificare alcune disposizioni normative se si vuole che gli Stati membri attuino un controllo efficace delle attività di pesca”.

Scarsa trasparenza. Gli Stati membri hanno gestito in modo soddisfacente l’utilizzo dei contingenti di pesca. Tuttavia, quando hanno affidato alle organizzazioni di produttori la gestione della distribuzione dei contingenti, non sempre erano a conoscenza dei criteri da queste utilizzati. Questa scarsa trasparenza ha reso difficile individuare i reali beneficiari delle possibilità di pesca, valutare eventuali potenziali impatti negativi sull’ambiente e sulle economie locali, nonché adottare, ove necessario, misure correttive. La Corte ha rilevato anche esempi di buone pratiche, in cui le organizzazioni professionali di pescatori hanno chiesto ai propri membri di osservare misure di conservazione supplementari, ma più mirate rispetto a quelle previste dalla politica comune della pesca.

I dati sulle attività di pesca raccolti nel quadro del regolamento sul controllo non erano sufficientemente completi ed attendibili. Secondo la Corte, i dati sulle catture relativi ai pescherecci che compilano dichiarazioni in formato cartaceo, una quota significativa della flotta dell’UE, erano incompleti e spesso registrati in maniera non corretta. Esistevano significative discrepanze tra gli sbarchi dichiarati e le successive note di prima vendita. Due dei quattro Stati membri visitati non hanno condiviso e tracciato in misura sufficiente le informazioni sulle attività svolte dai pescherecci di uno Stato membro di bandiera nelle acque di un altro. I processi di convalida dei dati applicati dagli Stati membri erano insufficienti. Inoltre, vi erano significative differenze tra i dati sulle catture totali registrati dagli Stati membri e quelli di cui disponeva la Commissione.

In generale, gli Stati membri visitati hanno pianificato e condotto le ispezioni sulle attività di pesca in modo soddisfacente. Gli ispettori non avevano però un accesso in tempo reale alle informazioni sui pescherecci, il che riduceva l’efficacia delle ispezioni e, anche se erano state definite procedure standard per le ispezioni, queste non venivano sempre applicate. I risultati delle ispezioni non erano sempre correttamente comunicati e le sanzioni applicate non fungevano sempre da efficace deterrente. Il sistema a punti, un’innovazione fondamentale per garantire un trattamento equo degli operatori di pesca, non era applicato in modo uniforme nei diversi Stati membri e persino all’interno di uno stesso Stato membro.

Fonte: Servizio Stampa Corte dei conti europea