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Vaia, due anni dopo, la risposta dei Consorzi di Bonifica del Veneto, 71 cantieri per 75 milioni di euro

“Due anni fa, gli uomini dei Consorzi di Bonifica del Veneto, in coordinamento con Protezione Civile, Genio e Comuni, erano impegnati nel fornire soccorso alle popolazioni di montagna colpite dalla tempesta Vaia, operando pertanto al di fuori dei propri comprensori, tutti situati in pianura”. A ricordare quei tre giorni che sconvolsero il Veneto tra il 28 e il 30 ottobre 2018 è Francesco Cazzaro, il presidente di Anbi Veneto, l’associazione che riunisce i Consorzi di Bonifica e Irrigazione, tra i protagonisti silenziosi di quei giorni.

Danni. “Abbiamo tutti davanti agli occhi le immagini degli alberi schiantati dal vento ma non dobbiamo dimenticare che Vaia scaricò sulle montagne venete ben 715 mm di pioggia in tre giorni – spiega Cazzaro -, se la rete idraulica in pianura, sempre mantenuta in efficienza, non fosse stata preventivamente svuotata per accogliere le ondate di piena dei fiumi i danni sarebbero stati maggiori. In questo contesto, in funzione di prevenzione, il lavoro dei Consorzi di Bonifica, che gestiscono oltre 27mila km di canali irrigui e di scolo e 400 idrovore, è stato sicuramente determinante. Ma fondamentale è stato anche il lavoro prestato in montagna con squadre impegnate giorno e notte, in ambienti ben diversi da quelli di pianura, per ripristinare strade e opere di difesa idraulica, rimuovere alberi e portare aiuti alle popolazioni nelle contrade alpine rimaste senza acqua e luce elettrica”. 

Francesco Cazzaro

Lavoro svolto. Anche in virtù di questa pronta reazione, il presidente della Regione del Veneto Luca Zaia, in qualità di commissario straordinario della Protezione Civile per l’Emergenza Vaia, ha riconosciuto nei Consorzi i soggetti attuatori degli interventi post tempesta, anche in relazione ai danni subiti in pianura dalla rete idraulica e dalle opere in loro gestione. I Consorzi sono così stati destinatari, tra il 2019 e il 2020, di oltre 75 milioni di euro (€ 48.752.000 nel 2019, € 26.700.00 nel 2020) per ripristinare, efficientare e migliorare la sicurezza idraulica della rete di canali, sulla base di progetti predisposti, approvati e appaltati in tempo record e in moltissimi casi già ultimati. 71 i cantieri, 48 nel 2019 e 23 nel 2029, tra arginature, risezionamenti di canali, manutenzioni straordinarie e potenziamenti di impianti idrovori. 

Rischio idraulico. “Vaia è stato un ulteriore esempio di come i mutamenti climatici in atto possano avere conseguenze devastanti per tutti, e non solo per i territori direttamente colpiti”, chiosa il presidente di Anni Veneto. “I lavori realizzati dai Consorzi con i fondi del post Vaia rappresentano un ulteriore tassello nel vasto piano necessario a mitigare gli effetti di questi mutamenti epocali in una regione a forte rischio idraulico come il Veneto”.

Fonte: Servizio stampa Anbi Veneto

15 settembre 2019, in bici tra Piovego e Brenta per unire al divertimento la conoscenza dei rischi idrogeologici del territorio

Le Associazioni Brenta Sicuro, Slow Bike and Food ed il Gruppo Archeologico Mino Meduaco, propongono per domenica 15 settembre 2019 un itinerario di 32 km di facile esecuzione da percorrere in bicicletta tra il Veneziano e il Padovano finalizzato a far conoscere e rispettare il territorio. Il ritrovo è alle ore 8.30 nel parcheggio del ristorante “Da Marziano” – Ponte di Strà (VE) per la registrazione dei partecipanti (contributo 8 euro a persona comprensivo di assicurazione, guide al percorso e alla sua storia, ristori e piccolo rinfresco finale), possibilità di noleggio bici, obbligatoria la prenotazione al numero 339-2875881 (William).

Il percorso. Si costeggeranno i fiumi a partire dalla provincia di Venezia entrando anche nel centro storico del comune capoluogo di Padova. Molti sono i punti d’interesse: il ponte fra Stra e Noventana è uno dei più significativi con l’arrivo da nord del Brenta e l’immissione del Piovego, oltre che la partenza del Naviglio e del Brenta “Cunetta”, il pezzo più recente di una millenaria storia di corsi d’acqua. Altro punto molto interessante è quello di Riviera Ponti Romani, con l’arrivo del tronco maestro del Bacchiglione che fino agli anni ‘50 rappresentava uno snodo fondamentale per i traffici in arrivo dalla laguna veneziana che, poi proseguivano per il canale Battaglia al mare attraverso il Bacchiglione.

Un tour a valenza strorico-ambientale e culturale. A Vigonovo (Ve), si conoscerà anche la grande incompiuta: l’idrovia Padova mare, indispensabile opera di salvaguardia idraulica ed importante via trasportistica che potrebbe, una volta completata, unire l’interporto di Padova alla laguna veneziana e tutti i porti dell’alto Adriatico. Purtroppo, con l’avvento dei trasporti su “gomma”, tutti i fiumi hanno perso la loro centralità economica e sono stati relegati a meri scarichi di acque, molto spesso fortemente inquinati. E’ indispensabile, invece, rivalutare e rispettare le positive funzioni dei nostri piccoli e grandi corsi d’acqua, sia come elementi di composizione del territorio dal punto di vista ambientale (fruibili corridoi ecologici estremamente utili all’uomo, alle piante, agli animali), oltre che essenziali riserve d’acqua ed invasi in caso di forti precipitazioni.

Fonte: Associazione intercomunale Brenta sicuro

26 marzo 2018, a Codevigo (PD) il corso di formazione giornalisti, già disponibile nella piattaforma, sulla gestione idrogeologica del territorio organizzato in collaborazione con Argav

idrovora Santa Margherita di Codevigo (PD)

Si terrà lunedì 26 marzo 2018 all’interno dell’edificio che ospita l’idrovora Santa Margherita a Codevigo (PD) il corso di formazione giornalisti “La gestione idrogeologica del territorio: stato e prospettive del Veneto” organizzato dall’Ordine dei giornalisti del Veneto in collaborazione con Argav, Unaga (Unione Nazionale Associazione Giornalisti Agricoli), Anbi Veneto (Ass. Naz. Consorzi Gestione Tutela Territorio ed Acque Irrigue). Il corso (4 crediti, 50 posti disponibili, partecipazione gratuita) è già disponibile nella piattaforma di accreditamento.

Temi trattati. Il sistema di bonifica in Veneto. Consorzio di bonifica: ruolo, compiti e storia. Il Piano per la riduzione del Rischio Idrogeologico Anbi/Piano nazionale degli invasi: le ricadute sul Veneto. L’allertamento in emergenza regionale. La mappa del rischio idrogeologico. Siccità estate 2017. Il piano degli interventi. Dove reperire le informazioni in caso di emergenza. “Buone pratiche” nell’utilizzo dei social in caso di emergenza. Analisi sulla vulnerabilità del territorio. Analisi precipitazioni e cambiamenti climatici. Situazione dissesto dell’Emilia Romagna. Il protocollo Unitalia – Protezione Civile. Il volume “Note tecniche sulle alluvioni ed i servizi idrici integrati”.  Al termine, ci sarà la visità guidata all’impianto ed al Museo delle Idrovore. Introduzione Fabrizio Stelluto, presidente Argav, Giuseppe Romano, presidente Anbi Veneto, Paolo Ferraresso, presidente Consorzio di bonifica Bacchiglione. Relatori: Andrea Crestani, direttore Anbi Veneto, associazione regionale dei consorzi per la gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue del Veneto, Gianluca Garro, opera nell’ufficio stampa di #Italiasicura, struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche della presidenza del Consiglio dei Ministri, Renato Drusiani, dal 2013 advisor tecnico dell’area Idrico-Ambientale di Federutility, autore di numerose pubblicazioni in materia di acqua, energia, archeologia idraulica e management dei servizi pubblici locali, Marci Amanti, responsabile del servizio Geologia Applicata e Idrogeologia del Dip. Difesa del Suolo/Servizio Geologico d’Italia. Per la visita guidata all’impianto ed al Museo idrovore: Francesco Veronese, direttore Consorzio di bonifica Bacchiglione.

Cosa abbiamo imparato dopo la grande alluvione del 1966? Fino al 28 gennaio 2017, a Montegrotto Terme (PD) mostra fotografica, incontri e video proiezione

alluvione-1966Una rassegna di fotografie tratte dall’archivio storico del Consorzio di bonifica Bacchiglione che, seguendo il filo narrativo della cronistoria dell’allora parroco di Conche di Codevigo (Pd), don Giuseppe Salbego, ripercorre i tragici momenti dell’alluvione a partire dal 4 novembre, giorno della rotta del Brenta. Una mostra che dal ricordo del passato vuole trarre uno spunto di riflessione per il presente.

Partecipazione libera e gratuita. Nella città termale la mostra sarà accompagnata dall’incontro con Luigi D’Alpaos, che venerdì 20 gennaio, alle 20.45, si produrrà nell’intervento “Difendersi dalle alluvioni si può, basta volerlo”. Sabato 28 gennaio 2017, alle ore 18.00, ci sarà la proiezione del video documentario con interviste ai testimoni dell’alluvione “L’urlo dell’acqua – 50 anni dopo l’alluvione del 1966”, con presentazione dell’autore, Michele Angrisani. Mostra ed incontri si terranno presso la sala I.A.T. di Viale Stazione 60 – Montegrotto Terme. Maggiori info: comune di Montegrotto Terme – Ufficio Cultura – tel. 049 8928761 Ufficio I.A.T. – tel. 049 8928311.

Fonte: Comune di Montegrotto Terme

Criticità idrauliche in Veneto, intervista Anbi a Luigi D’Alpaos

I bacini di laminazione sono la risposta definitiva alle criticità idrauliche in Veneto. L’ing. Luigi D’Alpaos, professore emerito dell’Università di Padova, risponde nell’intervista girata da Anbi Veneto.

Fonte: Servizio Stampa Anbi Veneto

Argini dei fiumi monitorati in wireless, tecnologia per ridurre rischio alluvioni

Esercitazione nel Parco Retrone a Vicenza

Esercitazione nel Parco Retrone a Vicenza

Ridurre il rischio alluvioni attraverso non solo grandi interventi infrastrutturali, ma anche con l’applicazione delle più sofisticate tecnologie, usate per monitorare la rete idrica e comprenderne, così, lo stato di salute in modo da prevenire le emergenze. Questo il tema al centro del COWM, Citizen Observatories for Water Management, tenutosi nei giorni scorsi a Venezia e organizzato dall’Autorità di Bacino dei Fiumi dell’Alto Adriatico, sotto l’alto patrocinio della Commissione Europea, del Ministero per l’Ambiente e della Protezione Civile Nazionale.

100 km di argini lungo il Bacchiglione monitorati dalla Regione Veneto. Durante il convegno sono stati presentati alcuni significativi esempi relativi a corsi d’acqua in cui, negli ultimi anni, si sono verificate disastrose rotture con importanti eventi alluvionali. “Dopo la rottura del Frassine a Prà di Botte (PD) , la più grave avvenuta nel corso dell’alluvione del 2010 in Veneto con una fuoriuscita di oltre 25 milioni di metri cubi d’acqua, è stato realizzato un importante intervento di ricostruzione – ha spiegato Tiziano Pinato, dipartimento Difesa del Suolo Regione Veneto – e tuttavia, le indagini georadar e in tomografia hanno evidenziato che esiste ancora un problema di infiltrazione che indebolisce l’argine, che resta quindi sotto stretta osservazione”. Dopo questo primo monitoraggio, la Regione Veneto ha scelto di indagare ben 100 chilometri di arginature lungo il corso del Bacchiglione (per un costo contenuto di 150 euro al chilometro), dalla zona sud di Vicenza fino al Padovano, l’area più ad alto rischio in Veneto. “Un’indagine che ci ha dato una ricostruzione tridimensionale dello stato di salute degli argini, rilevando temperature in profondità e presenza di acqua e che – ha aggiunto Pinato – ci consente oggi di vedere i punti di criticità su cui intervenire: come a monte di Ponte San Nicolò (PD) dove è stata rilevata un’infiltrazione ed è stato possibile intervenire prevenendo una rottura”.

Sperimentazione in atto nel Modenese. Per quanto riguarda il monitoraggio in tempo reale dello stato di salute degli argini, la prima sperimentazione italiana è in corso da gennaio lungo il Secchia, nel tratto dove aveva rotto a Cavezzo (MO) grazie alla collaborazione tra AIPO, Agenzia Interregionale per il Po e CAE Spa, azienda leader nel settore delle tecnologie di acquisizione dati a scopo di protezione civile. Nel Modenese è stata introdotta la tecnologia WSN (Wireless Sensor Network): “Una stazione di monitoraggio multirischio – spiega Guido Bernardi, CAE spa – raccoglie i dati di sensori disposti a maglia su tutto il tratto arginale consentendo di trasmettere in tempo reale dati relativi a temperature o movimenti a diverse profondità. La centralina di monitoraggio funziona in ogni condizione: è alimentata con fotovoltaico e trasmette anche via radio, evitando così quelle interruzioni possibili nei casi di black out”. Una sola centrale può monitorare e inviare in diretta su App ai tecnici, i dati per un tratto fino a 2 km (con 10 punti di monitoraggio) per un investimento di 150mila euro.

Osservatori dei Cittadini . “Abbiamo da poco approvato il nuovo Piano del Rischio Alluvioni per l’area del Nordest italiano – spiega Michele Ferri, responsabile progetti speciali Autorità di Bacino Alto Adriatico – che ha posto come obiettivi non solo interventi infrastrutturali ma anche la riduzione del danno per le popolazioni. L’investimento in tecnologie ci permette analisi dei dati e individuazione delle priorità. E in questo senso, il monitoraggio arginale, per un territorio ad alto rischio alluvione come il Nordest dove gli argini sono spesso vecchi di secoli, rappresenta un obiettivo strategico così come gli Osservatori dei Cittadini”. “Dopo decenni in cui il cittadino è stato impotente di fronte alla devastazione urbanistica del territorio, oggi le comunità sono rimesse al centro della governance delle acque – ha aggiunto il direttore Anbi Veneto, Andrea Crestani – sia attraverso gli Osservatori dei Cittadini, al centro di COWM, ma anche con i Contratti di Fiume, strumenti strategici di pianificazione territoriale attraverso la partecipazione dal basso”. “In questo convegno, si è dimostrato come la vicinanza tra Regione del Veneto, Consorzi di Bonifica, Auorità di Bacino e società private come CAE – ha concluso il presidente Anbi Veneto, Giuseppe Romano – possa produrre, soprattutto in una fase di crisi economica come questa, ottimi risultati sul piano della sicurezza idrogeologica”.

 

Fonte: Servizio Stampa Cowm2016

 

Rischi per il territorio, azione dell’uomo decisiva

campi allagatiI rischi per il territorio italiano vengono dalla natura, ma ancor più dall’azione dell’uomo. L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ha presentato l’annuario relativo ai dati ambientali 2014-2015. Nel 2014 in Italia si sono verificati 211 eventi franosi importanti che hanno causato complessivamente 14 vittime e danni alla rete stradale e ferroviaria. Le Regioni più colpite sono state Liguria, Piemonte, Toscana, Veneto, Campania, Lombardia e Sicilia. La stima della popolazione esposta a rischio alluvioni in Italia è pari a 8.600.000 abitanti nello scenario di pericolosità idraulica media (tempo di ritorno fra 100 e 200 anni), mentre i beni culturali esposti al medesimo rischio sono circa 28.500 e circa 7.100 le strutture scolastiche.

Per quanto riguarda l’inquinamento sono stati individuati sul territorio nazionale 40 Siti di Interesse Nazionale (SIN). Gli stabilimenti a rischio di incidente rilevante sono 1.104. Di questi circa un quarto è concentrato in Lombardia, ma anche in Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna si rileva un’elevata presenza di industrie a rischio (rispettivamente il 10%, il 9% e l’8% ciascuno).

Si rilevano anche dati positivi. Ad esempio, l’agricoltura biologica interessa il 9,1% della SAU (Superficie Agricola Utilizzata) nazionale: rispetto al 2012 si rileva un aumento complessivo del 5,4% del numero di operatori. L’Italia è al quinto posto in Europa, tra gli Stati Membri, per quanto riguarda la superficie interessata da questo tipo di agricoltura sostenibile. Altro dato positivo: l’89,5% delle acque di balneazione marine è classificata “sufficiente” a livello microbiologico.

Una fotografia inesorabile. C’è in ogni caso troppo cemento sulle nostre coste, visto che ben 675 km del litorale italiano, pari a circa l’8,2% del totale, sono artificializzati, soprattutto con opere di difesa costiera aderenti alla riva che occupano 414 chilometri di costa (62% del totale della costa artificializzata), con opere portuali che occupano 252 km (37% del totale) e con le colmate per i restanti 9 km. Tra 2000 e 2007 altri 14,2 km di costa sono stati artificializzati, principalmente per la realizzazione di nuove opere portuali, che hanno interessato 12,1 km (+ 5,7% rispetto al 2000) e di opere di difesa, che hanno coinvolto 2,1 km (+0,5%). La buona notizia è che “su 15 Regioni costiere, 11 sono attualmente dotate di strumenti di pianificazione che includono l’intero territorio costiero. Tra gli strumenti adottati per la gestione delle coste, l’approccio più diffuso è legato alla mitigazione dei processi di erosione”. Comunque i litorali presentano significative variazioni geomorfologiche: “il 46% delle nostre coste basse, in 50 anni (1950-1999), ha subito modifiche superiori a 25 metri; inoltre, nel periodo compreso tra 2000 e 2007, il 37% dei litorali ha subito variazioni superiori a 5 metri e i tratti di costa in erosione (895 km) sono ancora superiori a quelli in progradazione (849 km)”.

Fiumi e laghi, per la maggior parte stato ecologico non buono. Tornando ai dati, quelli parziali sulle acque vedono il 60% dei fiumi (al monitoraggio hanno partecipato 16 Regioni e due Province Autonome, per un totale di 2.440 corpi idrici e 35.144,5 km esaminati) e il 65% dei laghi (monitorati da 10 Regioni e 2 Province Autonome, per un totale di 139 corpi idrici) in uno stato ecologico inferiore al ‘buono’. Si può scaricare l’Annuario a questo link.

Fonte: Europe Direct Veneto

Bacino di laminazione di Trissino (VI), raccoglierà l’acqua del Guà per 2milioni di metri cubi

SIlvio Parise, Pres. Consorzio di bonifica Alta Pianura Veneta

SIlvio Parise, Pres. Consorzio di bonifica Alta Pianura Veneta

“La realizzazione dei bacini di laminazione delle piene è fondamentale per la difesa del territorio”. Così il presidente della Regione Luca Zaia in occasione della consegna dei lavori, appaltati dal Consorzio di Bonifica Alta Pianura Veneta, per realizzare sul fiume Agno-Guà l’adeguamento dei bacini demaniali di Trissino e Tezze di Arzignano, nel vicentino.

I cantieri aperti. La Regione ha finanziato l’opera, che rientra nel piano complessivo per la mitigazione del rischio idraulico sul territorio regionale. Avrà effetti positivi sul controllo del regime idraulico del fiume Agno-Guà, caratterizzato da fenomeni di piena di notevole entità che in passato hanno prodotto danni rilevanti. Zaia ha ricordato che assommano a 925 i cantieri aperti, grandi e piccoli, ma anche le grandi opere seguite all’alluvione del 2010 stanno diventando una realtà. Basti pensare al bacino di Caldogno, che tra qualche mese sarà completato, con un invaso che potrà accogliere quasi 4 milioni di mc. di acqua. In cantiere ci sono già anche i bacini della Combaretta, di Muson dei Sassi, di Prà dei Gai, di Viale Diaz, di Montebello e, ovviamente, di Trissino.

Sicurezza del territorio veneto, in miglioramento ma obiettivo molto distante. “I soldi sono quelli della Regione – ha detto Zaia – che, per la prima volta nella storia, in questi anni ha stanziato risorse e investito in queste importanti infrastrutture. Ma per completare l’intero disegno programmatorio servono ingenti finanziamenti. Abbiamo un progetto per quasi tre miliardi di euro presentato nel 2010 al governo e a tutt’oggi non è stato finanziato”. “Oggi siamo più sicuri di prima – ha aggiunto – ma il nostro obiettivo è arrivare ad una sicurezza pressoché totale del territorio veneto; anche se è altrettanto vero che è ancora un obiettivo molto distante. Realizzare opere è servito e servirà; questi grandi bacini di laminazione daranno infatti più risposte rispetto a quattro o cinque anni fa, quando non ne avevamo nessuno”. L’opera appaltata riguarda il bacino di monte localizzato tra le località di Trissino e Cinto di Arzignano, in cui è previsto un volume massimo invasabile di oltre 2 milioni di mc. su una superficie di circa 55 ettari. Il costo complessivo del progetto è di oltre 23 milioni di euro, con un recupero di 5,5 milioni per la vendita del materiale scavato e un finanziamento a carico della Regione di 17,6 milioni di euro.

Fonte: Regione Veneto

Presentato il Report “Manutenzione Italia: Consorzi di bonifica in azione per #italiasicura”

Dissesto idrogeologicoL’Anbi (Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni) ha presentato nei giorni scorsi a Roma nella Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri l’annuale Piano per la Riduzione del Rischio Idrogeologico ribattezzato Report “Manutenzione Italia: Consorzi di bonifica in azione per #italiasicura”.

Circa il 10% del Bel Paese ad elevato rischio idrogeologico. Ad aprire i lavori è stato il presidente dell’Anbi, Francesco Vincenzi, che ha tra l’altro detto: “Secondo dati del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, il 9,8% della Penisola è costituito da aree ad elevata criticità idrogeologica: si tratta dell’82% dei comuni, dove si stimano a rischio 6.250 scuole, 550 ospedali, circa 500.000 aziende (agricole comprese), 1.200.000 edifici residenziali e non. Con riferimento alla popolazione si calcolano 6.154.011 abitanti in aree ad elevata criticità idraulica (dati I.S.P.R.A. – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e circa 22 milioni di abitanti su territori a rischio medio. Un recente studio attesta che l’Italia è il Paese europeo maggiormente interessato da fenomeni franosi: sono state censite 499.511 frane (pari a circa il 70% delle frane mappate in Europa). Secondo stime I.S.P.R.A., la popolazione esposta a fenomeni franosi in Italia ammonta a 1.001.174 abitanti. Anche nel 2014 piogge intense e violente hanno colpito il territorio del nostro Paese; i danni sono ingenti ed ammonterebbero, secondo indicazioni provenienti da dichiarazioni ufficiali, ad oltre 4 miliardi di euro.”

Urbanizzazione in pianura, circa il 20%. Vincenzi ha proseguito: “L’ISPRA, in un recente rapporto sull’uso del territorio (fine febbraio 2014), ha di nuovo sottolineato le gravi conseguenze della cementificazione e quindi dell’impermeabilizzazione del suolo, che negli ultimi anni ha più che raddoppiato la propria incidenza per abitante rispetto agli anni ’50: da 178 a 369 metri quadrati. Risultato: il suolo urbanizzato occupa oggi il 7,3% della superficie nazionale (60 anni fa era il 2,9%), ben oltre la media europea, pari al 4,6%. Se consideriamo che si costruisce soprattutto su terreni pianeggianti, facilmente accessibili e che in Italia sono relativamente pochi, la percentuale di urbanizzazione in pianura si avvicina al 20%: in sostanza sono stati sottratti all’assorbimento naturale della pioggia ed all’agricoltura 1,32 milioni di ettari, prevalentemente fra i terreni migliori del punto di vista agricolo; superfluo è sottolineare anche le conseguenze da un punto di vista produttivo ed occupazionale. Si è inoltre verificato un notevole degrado degli ambienti rurali, in particolare nelle zone di collina e di bassa montagna, con frequente abbandono dell’attività agricola e delle connesse sistemazioni idrauliche con conseguente aumento dell’erosione del suolo. A ciò bisogna aggiungere lo spopolamento della montagna, i disboscamenti, l’eccessivo consumo del suolo, la forte presenza dell’uomo sulle coste: sono elementi, che incidono profondamente sulla fragilità del territorio, rendendolo paradossalmente vulnerabile in un caso per la mancata presenza dell’uomo, nell’altro per l’eccessiva pressione su risorse quali acqua e suolo. A tali fattori si è poi unita la variabilità climatica con il conseguente regime di piogge intense e concentrate nello spazio e nel tempo.”

Costi da tre a cinque volte superiori rispetto alla spesa per interventi strutturali preventivi. Il Presidente A.N.B.I. ha poi insistito: “Secondo stime correnti per risarcire e riparare i danni dopo le alluvioni, si è speso da tre a cinque volte più di quanto sarebbe stato necessario per adottare interventi strutturali preventivi e programmabili, quindi maggiormente trasparenti, nelle zone interessate. Fra il 2010 e il 2012 il costo del dissesto idrogeologico è stato stimato in 7,5 miliardi di euro (in media 2,5 miliardi l’anno), mentre nei 65 anni precedenti era stato, in valore attuale, di 54 miliardi di euro (in media 0,83 miliardi l’anno). Il Ministero dell’Ambiente calcolava, nel 2008, che per mettere in sicurezza idrogeologica le zone a maggior rischio del territorio italiano sarebbero stati necessari almeno 40 miliardi di euro in 15 anni. In pratica con le somme spese in risarcimenti e riparazioni dei danni nelle sole località colpite si sarebbe potuta realizzare la difesa dell’intero territorio, abbattendo i costi futuri ed evitando tante vittime. E’ necessario, quindi – ha continuato – un programma di messa in sicurezza del territorio attraverso la manutenzione, che garantisca un’idonea regolazione idraulica ed assicuri quelle condizioni di conservazione del suolo, indispensabili alla vita civile ed alle attività produttive anche attraverso regole e norme comportamentali. Per tale ragione ad un piano di azioni per la riduzione del rischio idrogeologico deve unirsi un provvedimento legislativo destinato a risolvere il problema del consumo del suolo. Manutenzione ed usi del territorio sono un binomio inscindibile, cui è subordinata in gran parte la sicurezza territoriale del Paese.”

Piano di gestione del rischio alluvioni da pubblicare entro giugno 2015. Vincenzi ha quindi allargato l’orizzonte: “E’ anche necessaria un’importante svolta nella progettazione urbanistica, che garantisca, con precise norme, l’invarianza idraulica negli interventi, che incidono sulle trasformazioni del territorio. In caso contrario l’impermeabilizzazione continuerà a ridurre le capacità di ritenzione idrica del terreno originario con inevitabili gravi danni in occasione delle piogge.” Si è quindi soffermato sulle nuova opportunità derivanti da Bruxelles: “La prevenzione dei rischi è un tema chiave per azioni future anche in materia di politica comunitaria di coesione. In tale ambito rientrano i piani per l’attuazione della Direttiva Europea 2007/60: si tratta dei piani di gestione del rischio alluvioni a livello di distretto idrografico, che gli Stati membri devono provvedere ad ultimare e pubblicare entro il 22 Giugno 2015.”

Interventi disattesi. Oltre all’adozione di norme sull’invarianza idraulica, Anbi chiede la definizione di norme forti sull’invarianza della disponibilità di acqua come condizione di ogni nuovo insediamento abitativo o produttivo. “Il Governo – ha evidenziato Vincenzi – in più occasioni aveva posto in evidenza che sarebbero stati necessari 40 miliardi in 15 anni per realizzare un piano di azioni ed interventi per la sicurezza del territorio. Con la Legge Finanziaria 2010 si sarebbe dovuto iniziare a realizzare tale programma, giacchè tale legge prevedeva che le risorse, assegnate per il risanamento ambientale con delibera C.I.P.E. e pari a 1.000 milioni di euro, fossero destinate a piani straordinari per la sicurezza del territorio, comprendenti gli interventi aventi priorità assoluta ed atti a rimuovere le situazioni a più elevato rischio idrogeologico.Fu quindi deciso di procedere all’utilizzazione di tali risorse attraverso Accordi di Programma tra Ministero dell’Ambiente e Regioni, che contemplassero il cofinanziamento regionale, definendo la scala di priorità degli interventi. Furono quindi stipulati tali Accordi di Programma con l’individuazione degli specifici interventi e delle relative priorità, prevedendo un impegno complessivo di € 2.097.771.266,00 tra finanziamento statale e cofinanziamento regionale. Per ogni Accordo fu nominato un Commissario con il compito di provvedere alla realizzazione degli interventi previsti. Sia per le mancate disponibilità dei fondi, sia per la complessità delle procedure, risultava speso, a luglio 2014, meno del 4% di quanto previsto!

 Nel 2014, il “decreto competitività”. “Così, la priorità indicata dal Governo – continua Vincenzi -, relativa alle azioni per la riduzione del dissesto idrogeologico, registra una prima concreta azione attuativa nell’istituzione, a giugno 2014 presso la Presidenza del Consiglio, della Struttura di Missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche, avente il compito specifico di accelerare l’attuazione degli interventi di messa in sicurezza del territorio, di coordinare le azioni di tutte le strutture dello Stato e gli enti operanti nel settore, di supportare la nuova programmazione delle risorse per il ciclo 2014-2020. Per la stessa finalità il cosiddetto “decreto competitività” del 2014 ha affidato la responsabilità della realizzazione degli interventi ai Presidenti delle Regioni in qualità di Commissari straordinari delegati, attribuendo loro importanti poteri sostitutivi e di deroga. Un successivo decreto legge ha reso ordinaria l’attribuzione, ai Presidenti di Regione, di funzioni per gli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico avviando contemporaneamente un procedimento di ricognizione sullo stato di attuazione di tutti gli interventi finanziati anche in data antecedente al 2009 per procedere alla revoca delle risorse economiche non ancora utilizzate e destinarle ad interventi altrettanto urgenti, ma immediatamente cantierabili. L’obiettivo è stato quello di trasformare in cantieri oltre 2 miliardi di euro non spesi dal 1998 per ridurre situazioni di emergenza territoriale (casse di espansione e vasche di laminazione di fiumi e torrenti, argini anti-alluvioni, briglie per la regimentazione delle acque, messa in sicurezza di frane, stabilizzazione di versanti a rischio, etc.). E’ questa la prima volta- ha sottolineato Vincenzi – che l’Italia sul tema del contrasto al rischio idrogeologico fa un salto di qualità ed investe sulla salvaguardia del territorio e sulla prevenzione, anziché concentrarsi sull’intervento in fase di emergenza”.

Aperti 450 cantieri, ma procedure ancora farraginose. Come certificato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ricordato Vincenzi – da giugno a dicembre 2014, in tutta Italia, sono stati aperti 450 cantieri per circa 700 milioni di euro in lavori finalizzati alla prevenzione del rischio idrogeologico. Finalmente esiste oggi un database chiaro di ciò che serve all’Italia per ridurre i suoi immensi rischi di frane e alluvioni. Le Regioni, con le Autorità di bacino e la Protezione Civile, hanno per altro indicato la necessità di circa 5200 opere per un fabbisogno di 19 miliardi di euro; i ritardi nelle procedure autorizzative dei progetti sono però notevolissime, per cui molto ancora si deve fare nel semplificare le procedure. Contemporaneamente la Struttura di Missione presso Palazzo Chigi ha raccolto, insieme al Ministero dell`Ambiente, le proposte regionali per 2 piani: il Piano nazionale per la difesa del suolo 2014-2020 (risorse tra i 7 ed i 9 miliardi di euro) ed il Piano stralcio destinato alle aree metropolitane. Per il Piano nazionale, le proposte giunte dalle Regioni ammontano a una spesa di 16.357 milioni, di cui 875 milioni con progettazione esecutiva e 2.029 milioni con progettazione definitiva: ci sono quindi interventi per circa 2,9 miliardi di euro, cantierabili in tempi brevi appena il Piano avrà il via libera.”

La proposta Anbi di investimento sulla montagna. ” Il 20 novembre 2014 – continua Vincenzi nella sua relazione – è stato inoltre presentato a Palazzo Chigi il primo stralcio del piano triennale 2014-2020: oltre un miliardo di euro destinato ad interventi per la sicurezza nelle città ed aree metropolitane. Per quanto concerne l’aspetto finanziario, il Ministro dell’Ambiente pone in evidenza che l’azione del Governo segue 2 linee di intervento: in primo luogo, il recupero di risorse assegnate a partire dal 1998, finalizzate al dissesto idrogeologico e non ancora utilizzate; in secondo luogo, la programmazione di nuove risorse a valere sul ciclo del Fondo per lo sviluppo e la coesione 2014-2020. Il presidente Anbi lancia quindi un’idea: “Vi sono 4 miliardi di euro per l’occupazione sostenibile che i Consorzi di bonifica, fuori dal Patto di Stabilità ed in collaborazione ad esempio con locali cooperative di lavoro, sono disponibili ad investire sulla montagna, la cui fragilità è in continua crescita. Gli enti consortili sono anche pronti ad assumersi la responsabilità di colmare il vuoto istituzionale ed operativo, che l’abolizione di Province e Comunità Montane ha determinato: azioni di area vasta, impensabili per i Comuni, ma da realizzare e condividere con loro. E’ una innovazione di metodo, che si auspica venga concretamente recepita per le positive implicazioni in termini di messa in sicurezza dei territori montani, occupazione e garanzia di reddito nelle aree più difficili. L’adeguamento delle opere di bonifica – ha concluso Vincenzi – è condizione fondamentale per la sicurezza territoriale, indispensabile per qualunque attività economica: se non vi è stabilità del suolo non si realizzano investimenti per infrastrutture ed impianti.”

Prodotti “made in Italy” legati anche all’efficenza della rete di bonifica. Come più volte evidenziato, la produttività della maggior parte dei terreni agricoli, la qualità delle produzioni del “made in Italy”, la loro competitività e quindi il reddito delle imprese agricole dipende dalla efficienza della rete di bonifica, che conferisce sicurezza idraulica anche agli insediamenti civili, alle città e ad altri impianti industriali e commerciali nei comprensori affidati (basti ricordare l’Agro Pontino e vaste zone della Pianura Padana della Lombardia e del Veneto, gli aeroporti di Fiumicino e di Venezia, la ferrovia Roma-Napoli, l’autostrada Firenze-Roma: se non funzionassero le idrovore dei Consorzi tali zone rimarrebbero sommerse dalle acque). L’Anbi, pertanto, ha ritenuto utile procedere ad un ulteriore aggiornamento delle indicazioni già facenti parte di precedenti proposte con l’auspicio che di esse si possa tener conto da parte della Struttura di Missione per la mitigazione del rischio idrogeologico. Nel 2015 gli interventi proposti sono 3.335 per un importo complessivo di 8,4 miliardi di euro. Essi riguardano in prevalenza quelle azioni che non rientrano in azioni ordinarie, cui si fa fronte con i contributi dei privati: si tratta di manutenzioni straordinarie delle opere di bonifica, di sistemazione e regolazione idrauliche, di ripristino di fenomeni di dissesto idrogeologico.

2014,  anno “horribilis” per la sicurezza idrogeologica. All’iniziativa Anbi è intervenuto, fra gli altri, il Ministro dell’Ambiente e del Territorio, Gian Luca Galletti, che ha sottolineato lo sforzo di governance dell’esecutivo in un settore, la salvaguardia idrogeologica, bloccato più da pastoie burocratiche e disattenzioni che da carenza di finanziamenti comunque insufficienti ad una radicale soluzione del problema. In tali meandri normativi sono stati individuati 2 miliardi e 300 milioni di euro, cui se ne aggiungeranno almeno altri 5 dal Fondo di Coesione 2014-2015; l’obbiettivo è prevenire il rischio di frane ed alluvioni. “Il 2014 è stato un anno horribilis per la sicurezza idrogeologica: non solo si sono contate numerose vittime, ma si sono registrati ben 4 miliardi di danni, dato superiore ad una media già pesante.” A dirlo è stato Erasmo D’Angelis, Capo Struttura di Missione contro il Rischio Idrogeologico, cui è stata affidata la conclusione della mattinata di lavoro. Egli ha anche sottolineato la necessità di cambiare l’approccio superficiale, fin qui evidenziato dalla politica e spesso denunciato dalla stessa Anbi: “I Consorzi di bonifica- ha concluso D’Angelis – sono un braccio operativo dello Stato, il cui ruolo è destinato a crescere.”

Fonte: Anbi

10 webcam installate nei punti critici del sistema idrico veneto grazie all’accordo Regione-Bcc

ZAIA BANCHE CREDITO COOPERATIVOUn protocollo di intesa tra la Regione del Veneto e la Federazione Veneta delle Banche di Credito Cooperativo per contribuire alla prevenzione dalle catastrofi ambientali. E’ quanto è stato siglato ieri tra il presidente della Regione Veneto Luca Zaia e il presidente della Federazione, che riunisce le 32 banche di credito cooperativo presenti sul territorio veneto, Ilario Novella.

10 webcam installate nei punti critici del sistema idrico regionale. Un progetto che ha preso corpo inizialmente come atto di solidarietà concreta per fronteggiare l’emergenza per la grande alluvione in Veneto del 2010 e che nel tempo si è trasformato in volontà precisa di contribuire ad un piano di monitoraggio costante delle criticità e delle situazioni a rischio per i corsi d’acqua. In un processo di salvaguardia e di prevenzione messo a punto dalla Protezione civile del Veneto, il Credito Cooperativo ha aderito con slancio per inaugurare un piano di intervento innovativo. Le prime dieci postazioni fisse di una rete di webcam sofisticate da installare nei punti chiave del nostro sistema idrico regionale sono quindi donate dal Credito Cooperativo alla Regione, nell’ottica di vicinanza alle proprie comunità locali e in particolare a quelle più colpite negli ultimi tempi da calamità naturali e ancora a rischio per il futuro.

Strumento di prevenzione. “La Banche di Credito Cooperativo del Veneto – ha sottolineato Zaia – con questa preziosa iniziativa confermano la loro fondamentale vocazione di Banche del territorio e per questo meritano la nostra gratitudine. Un progetto di monitoraggio come questo costituisce di fatto uno straordinario strumento di prevenzione che, permettendoci di conoscere minuto per minuto le condizioni dei corsi d’acqua, renderà possibile ridurre al minimo i tempi d’intervento quando dovesse scattare l’allarme. Le BCC si affiancano così al sempre difficile lavoro della Protezione Civile, sia sul piano previsionale che su quello degli interventi, entrando a pieno titolo nella squadra che lavora h24 per proteggere il Veneto e i Veneti dagli eventi catastrofici”.

Impegno sociale. “La raccolta fondi avviata dal nostro movimento – spiega il presidente della Federazione Veneta delle BCC Ilario Novella– ci ha consentito in più momenti e su più livelli di essere vicini alla popolazione colpita con iniziative locali e provinciali. Le nostre BCC operative nella provincia di Padova hanno contribuito con i primi 55 mila euro donati alla Protezione civile per far fronte alle emergenze e alle ingenti spese urgenti. Oltre 100 mila euro sono stati raccolti anche dalle BCC/CRA Vicentine e donati alla Curia di Vicenza per rimettere in funzione la Casa dello studente, pesantemente colpita dall’alluvione. La nostra solidarietà al Soccorso alpino e ad altre Istituzioni nei momenti più critici non ci ha fatto però perdere di vista la necessità di politiche di lungo respiro, che oggi abbiamo la possibilità di mettere in atto attraverso la proposta interessante della Regione del Veneto. Ecco che l’opportunità di contribuire a questo progetto utile, meritevole e incisivo e che più di altri aveva bisogno di finanziamenti per poter partire- ha ribadito Novella- ci è parsa la migliore soluzione per completare il nostro impegno”.

Il contributo di 91 mila euro, frutto della raccolta di donazioni da amministratori, dipendenti, soci e clienti del Credito Cooperativo e attraverso la rete delle 640 filiali presenti in Veneto, servirà quindi per l’acquisto, la posa, il funzionamento e la manutenzione per un anno delle prime 10 telecamere, da posizionare nei luoghi strategici individuati dagli Enti competenti nel territorio regionale. Il sistema funzionerà anche di notte e garantirà un monitoraggio costante dei fiumi e dei corsi d’acqua a rischio alluvione 24 ore su 24.

Fonte: Regione Veneto