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Pecora Alpagota: Veneto Agricoltura ne tutela la biodiversità

Pecora alpagota

La conca dell’Alpago, luogo ideale per la pastorizia, a metà strada tra Cortina d’Ampezzo e Venezia, a pochi chilometri da Belluno, ha dato il nome a una razza ovina autoctona di taglia medio-piccola, dalla caratteristica maculatura scura sulla testa e sulla parte inferiore degli arti, dal mantello folto, fine e ondulato che la ricopre totalmente. Come la maggior parte delle razze autoctone, si è drasticamente ridotta nel secolo scorso: oggi sono presenti in zona poco più di 2000 capi.

Da circa dieci anni Veneto Agricoltura, presso la propria Azienda Pilota e Dimostrativa “Villiago” a Sedico (BL), svolge un lavoro di recupero, conservazione e valorizzazione delle Razze Ovine Autoctone, tra cui anche la Razza Alpagota. Attualmente vengono allevate in purezza circa 40 pecore di razza Alpagota. Il lavoro di selezione previsto dal protocollo operativo consiste, tra le altre azioni, nel mantenere la razza in purezza, utilizzando solo montoni iscritti al Registro Anagrafico gestito dall’Ass. Allevatori di Belluno; nel controllare e selezionare, in base allo standard di razza, gli agnelli nati annualmente; nel valorizzare l’attività mediante atti divulgativi e partecipazione a Mostre e Fiere Nazionali e Locali. Da alcuni anni l’“Agnello d’Alpago” è presidio Slow Food ed il marchio, che garantisce la completa tracciabilità del prodotto, è stato registrato.

Alpagota: razza che regge il confronto con i più celebri pre-salé d’oltralpe
. Considerata ovino a triplice attitudine, cioè valida sia per la carne sia per la produzione di latte e di lana, oggi l’Alpagota è allevata quasi esclusivamente per l’ottima carne che può reggere il confronto con i più celebri pre-salé d’oltralpe. L’agnello d’Alpago è perfetto per esempio in abbinamento ai piatti poveri della tradizione locale, come la “patora”, zuppa di mais e legumi, e la “bagozia”, sorta di polenta fatta con patate, mais, legumi e anche salame e pancetta. La valorizzazione e la commercializzazione dell’agnello d’Alpago sono gestite dall’Associazione “Fardjma”, che ha sede a Tambre (BL) e raggruppa diversi allevatori della zona dell’Alpago.

Al via a Longarone (Bl) Agrimont

Agrimont, la mostra dell’agricoltura di montagna in programma a Longarone Fiere (Bl) nei due fine settimana dal 19 al 21 e dal 26 al 28 marzo, è un punto di riferimento per un settore che sta registrando una rinnovata attenzione ed è considerato, assieme al turismo, una risorsa strategica sulla quale incentrare nuovi progetti di sviluppo per le aree di montagna.

In mostra. Nei giorni di fiera ampio spazio viene dedicato alla filiera legna-calore e alla zootecnica, attività principe dell’agricoltura montana. Grazie alla rinnovata collaborazione con l’Associazione Provinciale Allevatori di Belluno, viene riproposto il padiglione con un’esposizione delle principali razze bovine, equine e ovicaprine allevate in provincia. Sabato 27, alle ore 15, in collaborazione con l’Istituto di Istruzione Superiore “Antonio Della Lucia” di Feltre, ci sarà inoltre una presentazione della razza ovina Pecora Lamon.

Zootecnia bellunese: meno capi, più resa di latte. Il valore della produzione agricola bellunese è dato per oltre il 70% dalle produzioni zootecniche all’interno delle quali il settore trainante è dato dal comparto lattiero-caseario. Il numero di vacche da latte allevate in Provincia di Belluno attualmente è di poco superiore ai 9.000 capi. Dopo il grosso calo, pari a oltre il 50%, di animali allevati dal 1965 agli anni Novanta, la situazione dal 2000 al 2008 si è di fatto stabilizzata su valori di circa 25.000 bovini totali. Le aziende titolari di quota latte in Provincia di Belluno sono diminuite passando dalle 2.236 nel ’92 , alle 1.023 nel ’96, alle 752 nel 2002, fino ad arrivare a poco più di 400 nel 2009. Nonostante la diminuzione del numero delle aziende, la produzione di latte è cresciuta costantemente passando dai 473.974 quintali del ’92 agli oltre 518.000 del 2009. Ciò grazie a un aumento della produzione per singolo capo resa possibile principalmente grazie al miglioramento genetico degli animali allevati e all’adeguamento strutturale delle aziende zootecniche associato al miglioramento delle condizioni sanitarie degli allevamenti, al miglioramento delle tecniche alimentari e non per ultimo ad una sempre maggiore professionalità dell’allevatore.

Agrimont si rivolge anche al grande pubblico. In mostra ampia varietà di prodotti e piccole attrezzature da utilizzare nella cura dell’orto e del giardino di casa, senza dimenticare la presenza dei numerosi stand dove ci sarà la possibilità di acquistare le più qualificate produzioni tipiche dell’agricoltura di montagna, come formaggi, insaccati, e speck e, più in generale, delle regioni italiane. Orario d’ingresso: venerdì 14:30-19:00, sabato e domenica 9:00-19:00.

(fonte Longarone Fiere)

Dalle stalle alle stelle: le deiezioni diventano risorsa con RiduCaReflui

Con la Direttiva Nitrati 676/91/CE, l’Unione Europea ha regolamentato la prevenzione e la riduzione dall’inquinamento delle acque superficiali e profonde derivanti dall’attività zootecnica. Questa Direttiva è stata recepita a livello nazionale con alcuni Decreti Legislativi nel 1999 e nel 2006. A loro volta le singole regioni hanno emanato i provvedimenti necessari per applicare pienamente le norme comunitarie e nazionali sul territorio regionale. Queste leggi si pongono l’obiettivo di tutelare le risorse ambientali dall’inquinamento causato dai nitrati di origine agricola, al fine di garantire una produzione sicura e sostenibile.

Per l’Italia, possibilità di deroga al carico di azoto da 170 a 250 Kg/ha. Ogni regione ha individuato zone vulnerabili e non vulnerabili sul suo territorio e ha stabilito i piani operativi che ogni azienda deve presentare per dimostrare la corretta utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento e dei fertilizzanti azotati. La Direttiva nitrati prevede pure che gli Stati membri possano chiedere deroghe. In passato Bruxelles ha concesso la deroga a Danimarca, Olanda, Germania, Austria, Irlanda e Fiandre. Anche l’Italia, sulla base di dati scientifici, ha chiesto di poter sostenere un carico di azoto superiore al limite fissato dei 170 chili di azoto per ettaro nelle aree vulnerabili ai nitrati della Pianura Padana (complessivamente pari a circa 1 milione e 800mila ettari). L’obiettivo è quello di arrivare ai 250 chili di azoto per ettaro.

Il progetto della Regione Veneto. Questa azione vede la Regione Veneto capofila; Regione che ha anche lanciato con Veneto AgricolturaRiduCaReflui”, un articolato progetto di riduzione del carico inquinante generato dai reflui zootecnici nell’area del Bacino Scolante della Laguna veneta, che sarà presentato giovedì 25 febbraio 2010 a Legnaro (Corte Benedettina, ore 9,30). E’ importante infatti approfondire e valutare soluzioni che permettano alle aziende di operare entro i limiti normativi, conferendo i cosiddetti “effluenti di allevamento” (in pratica le deiezioni animali) a centri aziendali o consortili di trattamento, a impianti di depurazione in via di dismissione, a impianti di digestione anaerobica con trattamento a valle del digestato mediante diverse tecnologie di abbattimento/valorizzazione dell’azoto.

Le soluzioni. Lo scopo del progetto è quello di analizzare “percorsi concreti” per il trattamento dei reflui zootecnici in grado di consentirne il loro riutilizzo trasformandoli, così, in una risorsa per l’ambiente tramite la valorizzazione energetica (produzione di biogas a monte del trattamento) e la valorizzazione agronomica (produzione di fertilizzanti organici da trattamenti conservativi dell’azoto). I percorsi analizzati forniranno alle aziende una varietà di soluzioni: logistiche, tecnologiche e contrattuali.  Soluzioni che permetteranno loro di operare entro i limiti della Direttiva. Il convegno in programma, che tra gli altri vedrà la partecipazione di professori universitari (Borin, Pettenella, Chiumenti) e importanti tecnici (Mezzalira e Correale per Veneto Agricoltura, De Gobbi per la Regione), ha lo scopo di presentare agli attori del mondo agricolo e non il Progetto segnalando problematiche e soluzioni (fonte: Veneto Agricoltura).