
Non occorre attendere il dato complessivo del mese, per capire che maggio 2023 è stato per il Veneto un mese particolarmente piovoso: a fronte di una media nei trenta giorni stimata in 115 mm, nei primi 15 giorni si sono registrati 130 mm, un surplus pluviometrico che in ragione di successivi episodi temporaleschi è destinato ad accrescere in maniera significativa.Purtroppo, con il ritorno delle piogge intense, tornano anche gli episodi di allagamenti che fortunatamente si sono verificati in aree molto ristrette e con danni contenuti che non sono neanche vagamente paragonabili alla tragedia dell’Emilia-Romagna.
La principale ondata di maltempo si è verificata a cavallo tra il 10 e l’11 maggio e ha colpito tutto il territorio regionale comportando allagamenti e disagi nell’area tra il Polesine, la Bassa Veronese, la Bassa Padovana: le precipitazioni più intense si sono registrate a Trecenta (Ro) con 250 mm, mentre a Cinto Euganeo (Pd) si sono registrati 246 mm. Un tratto del canale Ceresolo è esondato allagando una porzione contenuta della campagna di Rovigo, mentre allagamenti si sono verificati nella Bassa Veronese tra Castagnaro e Villa Bartolomea e nel Padovano, tra Megliadino San Vitale e Monselice. Come purtroppo accade sempre più spesso a causa dei cambiamenti climatici, questi allagamenti sono dovuti a straordinarie quantità di pioggia che si abbattano in poche ore. Nelle aree sopraccitate, per esempio, si sono riversati in 36 ore quantitativi che mediamente cadono in due mesi.
Disagi a parte, le piogge hanno portato ristoro alle campagne, rimpinguato i bacini montani e sostenuto le portate dei fiumi che in molti casi, soprattutto i bacini meridionali, sono superiori alla media del periodo. Benefici sono attesi anche nelle falde acquifere, gravemente colpite dalla siccità, i cui tempi di rimpinguamento sono comunque molto lenti.
Al netto delle logiche considerazioni sull’importanza di un’efficiente rete di scolo, non va dimenticato che fino a poche settimane fa il Veneto – come gran parte del Paese – versava in una condizione di grave siccità che durava da quasi due anni. L’errore principale è dunque quello di dimenticare la situazione in cui corpi idrici e le campagne versavano: una situazione che purtroppo è destinata a riproporsi. Dal 2000 ad oggi sono stati ben sette gli anni caratterizzati da crisi idrica: come dire un anno ogni tre. Con un susseguirsi di record di anni caldi e secchi.
Qualcosa, a dire il vero si muove: l’avvio di una cabina di regia sull’emergenza idrica, la nomina di un Commissario esperto come Nicola dall’Acqua, le risorse stanziate (ultime annunciate, gli oltre 100 milioni stanziati dalla Cabina di regia per 5 regioni, 22 dei quali arriveranno in Veneto a integrare i costi per la realizzazione della nuova barriera anti sale sull’Adige), sono tutti segnali concreti che dimostrano come la crisi climatica sia ormai un tema ben presente nell’agenda politica.
L’alluvione in Emilia-Romagna. Con 350 mm di pioggia caduti in poche ore in un’area pedemontana attraversata da decine di fiumi a carattere torrentizio, la Romagna è stata colpita da una catastrofe naturale che ha tempi di ritorno plurisecolari. Una tempesta perfetta nella quale ha inciso anche un altro fattore: la stessa area, infatti, pochi giorni prima, era stata colpita da altri episodi temporaleschi significativi che avevano saturato il terreno riducendone la capacità di assorbimento. Ogni considerazione riguardante il consumo del suolo eccessivo e il fatto che la pianura Padana ha una natura pluviale, frutto di sedimenti trasportati nei millenni, e pertanto soggetta a questi fenomeni, è più che legittima; è comunque altresì evidente che questi eventi estremi, a conclusione di lunghi periodi siccitosi, sono effetto di cambiamenti climatici che sempre più condizionano e condizioneranno le nostre vite ed è pertanto fondamentale e non più rinviabile un ripensamento generale dei territorio. “Sarebbe miope tacere che quanto accaduto in Emilia-Romagna ha colpito una delle regioni più attente alla sicurezza idrogeologica, evidenziando l’impotente esposizione del nostro Paese alle violente conseguenze della crisi climatica – aggiunge Massimo Gargano, direttore generale di Anbi, – ma l’attenzione, in realtà, dovrebbe concentrarsi sulle troppe emergenze idrogeologiche, evitate per semplice casualità nelle scorse settimane, pur in quadro complessivo di siccità. E’ necessaria una nuova cultura del territorio, perché l’estremizzazione degli eventi atmosferici non è più un’eccezione, ma un ricorrente pericolo, che grava sulla vita delle nostre comunità.” Impressionante è osservare l’evoluzione delle piene in decine di torrenti concentrati in una zona piuttosto limitata dell’Emilia-Romagna e constatare che molti dei torrenti ora esondati segnalavano insufficienza idrica fino a qualche settimana fa; infatti, il bollettino di Arpae (Agenzia Prevenzione Ambiente Energia Emilia Romagna) ricorda che aprile era stato fortemente carente di piogge con un deficit pluviometrico, che a livello regionale aveva toccato il 66,2%! Gli aumenti repentini dei livelli registrati da fiumi e torrenti, evidenziano come siano in grado in poche ore di sprigionare una potenza distruttiva, che rende inadeguata l’attuale rete idraulica ed obbliga ad una riflessione anche sui criteri di manutenzione.
Fonte: ANBI Veneto
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