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Siccità. Il paesaggio veneto sta assumendo una colorazione tipica delle aree del sud Italia, bassi i livelli delle falde acquifere. I Consorzi di bonifica e ANBI Veneto in audizione alla Commissione Agricoltura del Consiglio regionale del Veneto.

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“I mutamenti climatici ci impongono di operare contemporaneamente su un doppio binario: agire con velocità nelle situazioni di emergenza, com’è stata la straordinaria siccità del 2022, e progettare e realizzare opere in grado di rispondere in maniera organica alle nuove sfide.” ANBI Veneto e i Consorzi di Bonifica della Regione hanno incontrato la Commissione Agricoltura del Consiglio Regionale del Veneto e hanno presentato le istanze del territorio.

Le sfide legate ai mutamenti climatici richiedono misure emergenziali e azioni strutturate lungimiranti: in entrambi i casi servono risorse e pianificazione. Lo ha affermato il presidente di ANBI Veneto Francesco Cazzaro, nel corso dell’audizione con la 3^ commissione (Agricoltura) del Consiglio Regionale mercoledì 1 febbraio 2023. E’ stata una preziosa occasione per ripercorrere i grandi temi di questi mesi – siccità, caro energia, rinnovo delle concessioni di derivazione – e ribadire la necessità di investire in un piano per aumentare la capacità del territorio di trattenere risorsa (Piano Laghetti, 88 proposte d’intervento atti ad aumentare la capacità del territorio di trattenere risorsa, riducendone pertanto la dispersione a mare. Il piano prevede il recupero di cave dismesse, la realizzazione di bacini di pianura ad alto valore ambientale, l’allargamento delle sezioni dei canali e la bacinizzazione di corsi d’acqua verso il mare. Con il via libera della Regione, inizierà la caccia ai finanziamenti: 800 mln di euro complessivi, auspicando interventi da ministeri dell’Ambiente, dell’Agricoltura e delle Infrastrutture e trasporti). “Chiediamo alla Regione del Veneto di sostenere e accompagnarci nel percorso di ottenimento di risorse attraverso linee ministeriali, risorse fondamentali per affrontare le sfide che abbiamo davanti”, ha chiosato il direttore di ANBI Veneto, Andrea Crestani.

2022, anno più caldo di sempre, in Veneto è mancato il 30 per cento di pioggia. Il grave problema del 2022 infatti è stata la straordinaria siccità che caratterizzato fiumi, bacini di montagna, falde e depositi nivali. Con 771 mm di pioggia in media contro una media di riferimento di 1100 mm il 2022 è l’anno più secco degli ultimi 30 anni: -30%, peggio del record del 2015. L’anno idrologico (ottobre 2022 – ottobre 2023) si è aperto in Veneto con un deficit di piovosità di 92 mm rispetto alla media 1994-2021. L’inizio del 2023 è stato caratterizzato da diversi episodi di pioggia e nevi ma la situazione desta ancora apprensione soprattutto a causa dei bassi livelli delle falde acquifere; a metà gennaio, per esempio, gli acquiferi dell’alta pianura veronese segnavano livelli di 30-40 cm inferiori al precedente minimo storico per gennaio (2018). Alla data del 15 gennaio le portate dei maggiori fiumi veneti sono quasi ovunque inferiori rispetto alla media del periodo: Po -36% (a Pontelagoscuro), Bacchiglione -55% (a Montegaldella), Adige -15% (Boara Pisani), Brenta -20% (Bassano del Grappa). “Abbiamo un territorio che per mancanza di acqua, sia di pioggia che di acqua che scorre nei fiumi e nei canali, si sta modificando – spiega Cazzaro – , stiamo assumendo una colorazione del paesaggio tipica delle aree del sud Italia e, con questo trend, rischiamo di assumere caratteristiche proprie delle aree semidesertiche”.

Fonte: Servizio stampa ANBI Veneto

Consorzi di bonifica e Regione del Veneto insieme contro la siccità

da sx, Vincenzi, Pan, Romano, Crestani

Con la Legge di Stabilità regionale 2018, approvata lo scorso dicembre, il Veneto si dota di un proprio Piano Irriguo, strumento fondamentale per affrontare il tema della siccità in maniera strutturata, uscendo cioè dalle logiche dell’emergenza. I dati, del resto parlano, chiaro: il 2017, secondo il Cnr, è stato l’anno più secco degli ultimi due secoli con precipitazioni inferiori del 30% rispetto alla media di riferimento (1971-2000).

Tra i compiti dei Consorzi, garantire acqua alle colture. Il tema è stato affrontato nei giorni scorsi a Veronafiere, nel contesto di Fieragricola 2018, in una conferenza dal titolo “Il Veneto oltre l’emergenza siccità: dal Piano Irriguo Regionale agli strumenti per il risparmio idrico” promosso da Anbi Veneto, l’associazione dei consorzi di bonifica, al quale sono intervenuti l’assessore regionale all’Agricoltura Giuseppe Pan, il presidente di Anbi Francesco Vincenzi, il presidente e il direttore di Anbi Veneto Giuseppe Romano e Andrea Crestani. I Consorzi di bonifica, che tra i propri compiti fondamentali hanno quello di garantire l’acqua alle colture, e Anbi Veneto, avevano sollevato il tema dell’efficientamento della rete irrigua nonché della realizzazione di nuovi bacini e infrastrutture già da tempo. Il Piano Irriguo regionale pertanto interpreta attentamente questo richiesta rappresentando uno strumento per un approccio strutturato alla tematica. Tematica fondamentale per l’agricoltura: si tratta infatti di preservare un comparto che in Veneto vale ogni anno 5 miliardi di euro, con produzioni di altissima qualità apprezzate anche all’estero.

Oltre cento gli interventi necessari. Il collegato alla Legge di Stabilità 2018 della Regione del Veneto prevede che il Piano Irriguo venga tracciato entro giugno (180 giorni dall’entrata in vigore della legge) e affida ai Consorzi di Bonifica la realizzazione degli interventi secondo criteri di efficacia ed efficienza sull’utilizzo della risorsa idrica irrigua, riconoscendo ai medesimi un contributo nella misura massima del cento per cento sulla spesa ammissibile. Gli undici Consorzi di Bonifica del Veneto (Acque Risorgive, Adige Euganeo, Adige Po, Alta Pianura Veneta, Bacchiglione, Brenta, Delta del Po, L.E.B., Piave, Veneto Orientale, Veronese) hanno individuato complessivamente 148 interventi necessari a garantire un’efficiente rete di distribuzione dell’acqua e che per dimensione e costo si candidano ad essere incluse nel Piano regionale. ll valore complessivo di queste opere ammonta a 60.990.000 euro, opere “minori” per dimensioni e costi – nessuna supera i 500mila euro -, ma non per gli effetti sul territorio, visto che tali opere interessano una superficie di ben 208.345 ettari. Tutte le opere rispondono, inoltre, a criteri legati al risparmio della risorsa idrica anche in relazione alla problematica molto attuale del deflusso ecologico.

I relatori. “Oggi a Fieragricola intendiamo ribadire che c’è tutto un sistema, quello dei consorzi di bonifica, che lavora costantemente tutto l’anno per mantenere la rete irrigua, affrontare stati di crisi e portare acqua nei nostri campi, per questo dobbiamo essere grati loro per questo lavoro. Negli ultimi dieci anni, stiamo registrando danni dovuti alla siccità soprattutto in periodi tradizionalmente caratterizzati da piogge e precipitazioni nevose, per questo dobbiamo prepararci ad un piano irriguo articolato che preveda in primis il mantenimento della rete attuale che ereditiamo da un passato glorioso precedente alla Repubblica Veneta”, ha affermato Pan. “Due anni fa abbiamo espresso la necessità di un piano Irriguo regionale, oggi il Piano è stato inserito nella legge di stabilità della Regione; siamo qui a Fieragricola a definire i particolari dato che sarà a regime nel 2018, dalle parole ai fatti dunque, pertanto ringraziamo il governatore Luca Zaia e l’assessore regionale Pan per la prontezza nella risposta. Questi sono fatti concreti, ancor più fondamentali dopo una stagione particolarmente siccitosa. Sono inoltre fatti strutturali che permetteranno ai Consorzi di bonifica di fare programmazione pluriennale”, ha affermato Romano. “Pensiamo ad un piano regionale che si focalizzi sulla manutenzione delle infrastrutture irrigue prima ancora a nuove opere , parliamo dell’ampliamenti delle reti già esistenti, sistemazione di manufatti di derivazione, sostegni, canalette, bacini di accumulo, sistemi di telecontrollo, potenziamento di pompe e opere di contrasto del cuneo salino”, ha aggiunto Crestani.

Il contesto nazionale. Il Piano Irriguo regionale si inserisce in un sistema di strumenti finanziari più articolato che a livello nazionale, per la “grande progettualità” (opere più complesse e onerose), include il Piano Irriguo Nazionale (per il quale in Veneto contempla progetti esecutivi per 147 milioni di euro) e il Piano Invasi, previsto nella legge di Stabilità del 2018 (per il quale in Veneto ha progetti di bacini di accumulo e riconversioni irrigue per 600 milioni di Euro). Grande fabbisogno di investimento dunque, a fronte di risorse ancora limitate (complessivamente lo stato mette a disposizione 646 milioni di euro di risorse, meno di quanto necessita il solo Veneto, prima regione per progetti presentati), ma intanto il tema della siccità comincia ad essere affrontato in maniera strutturale e si lascia alle spalle il concetto fuorviante di “emergenza. Per il presidente di Anbi Francesco Vincenziva preservato il reticolo idraulico minore così come vanno terminate le grandi incompiute idrauliche ed ottimizzato l’uso dei bacini esistenti, molti  dei quali hanno capacità fortemente ridotta per mancanza di manutenzione”. Vincenzi ha proseguito sottolineando come, per la prima volta, la rete irrigua sia entrata a pieno titolo tra le infrastrutture strategiche italiane come strade, porti, ferrovie ed aeroporti. “Una partita tutta da giocare ma nella quale i Consorzi di bonifica si caratterizzano per capacità progettuale ed operativa”.

Fonte: Servizio Stampa Anbi Veneto

Presentato il Report “Manutenzione Italia: Consorzi di bonifica in azione per #italiasicura”

Dissesto idrogeologicoL’Anbi (Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni) ha presentato nei giorni scorsi a Roma nella Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri l’annuale Piano per la Riduzione del Rischio Idrogeologico ribattezzato Report “Manutenzione Italia: Consorzi di bonifica in azione per #italiasicura”.

Circa il 10% del Bel Paese ad elevato rischio idrogeologico. Ad aprire i lavori è stato il presidente dell’Anbi, Francesco Vincenzi, che ha tra l’altro detto: “Secondo dati del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, il 9,8% della Penisola è costituito da aree ad elevata criticità idrogeologica: si tratta dell’82% dei comuni, dove si stimano a rischio 6.250 scuole, 550 ospedali, circa 500.000 aziende (agricole comprese), 1.200.000 edifici residenziali e non. Con riferimento alla popolazione si calcolano 6.154.011 abitanti in aree ad elevata criticità idraulica (dati I.S.P.R.A. – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e circa 22 milioni di abitanti su territori a rischio medio. Un recente studio attesta che l’Italia è il Paese europeo maggiormente interessato da fenomeni franosi: sono state censite 499.511 frane (pari a circa il 70% delle frane mappate in Europa). Secondo stime I.S.P.R.A., la popolazione esposta a fenomeni franosi in Italia ammonta a 1.001.174 abitanti. Anche nel 2014 piogge intense e violente hanno colpito il territorio del nostro Paese; i danni sono ingenti ed ammonterebbero, secondo indicazioni provenienti da dichiarazioni ufficiali, ad oltre 4 miliardi di euro.”

Urbanizzazione in pianura, circa il 20%. Vincenzi ha proseguito: “L’ISPRA, in un recente rapporto sull’uso del territorio (fine febbraio 2014), ha di nuovo sottolineato le gravi conseguenze della cementificazione e quindi dell’impermeabilizzazione del suolo, che negli ultimi anni ha più che raddoppiato la propria incidenza per abitante rispetto agli anni ’50: da 178 a 369 metri quadrati. Risultato: il suolo urbanizzato occupa oggi il 7,3% della superficie nazionale (60 anni fa era il 2,9%), ben oltre la media europea, pari al 4,6%. Se consideriamo che si costruisce soprattutto su terreni pianeggianti, facilmente accessibili e che in Italia sono relativamente pochi, la percentuale di urbanizzazione in pianura si avvicina al 20%: in sostanza sono stati sottratti all’assorbimento naturale della pioggia ed all’agricoltura 1,32 milioni di ettari, prevalentemente fra i terreni migliori del punto di vista agricolo; superfluo è sottolineare anche le conseguenze da un punto di vista produttivo ed occupazionale. Si è inoltre verificato un notevole degrado degli ambienti rurali, in particolare nelle zone di collina e di bassa montagna, con frequente abbandono dell’attività agricola e delle connesse sistemazioni idrauliche con conseguente aumento dell’erosione del suolo. A ciò bisogna aggiungere lo spopolamento della montagna, i disboscamenti, l’eccessivo consumo del suolo, la forte presenza dell’uomo sulle coste: sono elementi, che incidono profondamente sulla fragilità del territorio, rendendolo paradossalmente vulnerabile in un caso per la mancata presenza dell’uomo, nell’altro per l’eccessiva pressione su risorse quali acqua e suolo. A tali fattori si è poi unita la variabilità climatica con il conseguente regime di piogge intense e concentrate nello spazio e nel tempo.”

Costi da tre a cinque volte superiori rispetto alla spesa per interventi strutturali preventivi. Il Presidente A.N.B.I. ha poi insistito: “Secondo stime correnti per risarcire e riparare i danni dopo le alluvioni, si è speso da tre a cinque volte più di quanto sarebbe stato necessario per adottare interventi strutturali preventivi e programmabili, quindi maggiormente trasparenti, nelle zone interessate. Fra il 2010 e il 2012 il costo del dissesto idrogeologico è stato stimato in 7,5 miliardi di euro (in media 2,5 miliardi l’anno), mentre nei 65 anni precedenti era stato, in valore attuale, di 54 miliardi di euro (in media 0,83 miliardi l’anno). Il Ministero dell’Ambiente calcolava, nel 2008, che per mettere in sicurezza idrogeologica le zone a maggior rischio del territorio italiano sarebbero stati necessari almeno 40 miliardi di euro in 15 anni. In pratica con le somme spese in risarcimenti e riparazioni dei danni nelle sole località colpite si sarebbe potuta realizzare la difesa dell’intero territorio, abbattendo i costi futuri ed evitando tante vittime. E’ necessario, quindi – ha continuato – un programma di messa in sicurezza del territorio attraverso la manutenzione, che garantisca un’idonea regolazione idraulica ed assicuri quelle condizioni di conservazione del suolo, indispensabili alla vita civile ed alle attività produttive anche attraverso regole e norme comportamentali. Per tale ragione ad un piano di azioni per la riduzione del rischio idrogeologico deve unirsi un provvedimento legislativo destinato a risolvere il problema del consumo del suolo. Manutenzione ed usi del territorio sono un binomio inscindibile, cui è subordinata in gran parte la sicurezza territoriale del Paese.”

Piano di gestione del rischio alluvioni da pubblicare entro giugno 2015. Vincenzi ha quindi allargato l’orizzonte: “E’ anche necessaria un’importante svolta nella progettazione urbanistica, che garantisca, con precise norme, l’invarianza idraulica negli interventi, che incidono sulle trasformazioni del territorio. In caso contrario l’impermeabilizzazione continuerà a ridurre le capacità di ritenzione idrica del terreno originario con inevitabili gravi danni in occasione delle piogge.” Si è quindi soffermato sulle nuova opportunità derivanti da Bruxelles: “La prevenzione dei rischi è un tema chiave per azioni future anche in materia di politica comunitaria di coesione. In tale ambito rientrano i piani per l’attuazione della Direttiva Europea 2007/60: si tratta dei piani di gestione del rischio alluvioni a livello di distretto idrografico, che gli Stati membri devono provvedere ad ultimare e pubblicare entro il 22 Giugno 2015.”

Interventi disattesi. Oltre all’adozione di norme sull’invarianza idraulica, Anbi chiede la definizione di norme forti sull’invarianza della disponibilità di acqua come condizione di ogni nuovo insediamento abitativo o produttivo. “Il Governo – ha evidenziato Vincenzi – in più occasioni aveva posto in evidenza che sarebbero stati necessari 40 miliardi in 15 anni per realizzare un piano di azioni ed interventi per la sicurezza del territorio. Con la Legge Finanziaria 2010 si sarebbe dovuto iniziare a realizzare tale programma, giacchè tale legge prevedeva che le risorse, assegnate per il risanamento ambientale con delibera C.I.P.E. e pari a 1.000 milioni di euro, fossero destinate a piani straordinari per la sicurezza del territorio, comprendenti gli interventi aventi priorità assoluta ed atti a rimuovere le situazioni a più elevato rischio idrogeologico.Fu quindi deciso di procedere all’utilizzazione di tali risorse attraverso Accordi di Programma tra Ministero dell’Ambiente e Regioni, che contemplassero il cofinanziamento regionale, definendo la scala di priorità degli interventi. Furono quindi stipulati tali Accordi di Programma con l’individuazione degli specifici interventi e delle relative priorità, prevedendo un impegno complessivo di € 2.097.771.266,00 tra finanziamento statale e cofinanziamento regionale. Per ogni Accordo fu nominato un Commissario con il compito di provvedere alla realizzazione degli interventi previsti. Sia per le mancate disponibilità dei fondi, sia per la complessità delle procedure, risultava speso, a luglio 2014, meno del 4% di quanto previsto!

 Nel 2014, il “decreto competitività”. “Così, la priorità indicata dal Governo – continua Vincenzi -, relativa alle azioni per la riduzione del dissesto idrogeologico, registra una prima concreta azione attuativa nell’istituzione, a giugno 2014 presso la Presidenza del Consiglio, della Struttura di Missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche, avente il compito specifico di accelerare l’attuazione degli interventi di messa in sicurezza del territorio, di coordinare le azioni di tutte le strutture dello Stato e gli enti operanti nel settore, di supportare la nuova programmazione delle risorse per il ciclo 2014-2020. Per la stessa finalità il cosiddetto “decreto competitività” del 2014 ha affidato la responsabilità della realizzazione degli interventi ai Presidenti delle Regioni in qualità di Commissari straordinari delegati, attribuendo loro importanti poteri sostitutivi e di deroga. Un successivo decreto legge ha reso ordinaria l’attribuzione, ai Presidenti di Regione, di funzioni per gli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico avviando contemporaneamente un procedimento di ricognizione sullo stato di attuazione di tutti gli interventi finanziati anche in data antecedente al 2009 per procedere alla revoca delle risorse economiche non ancora utilizzate e destinarle ad interventi altrettanto urgenti, ma immediatamente cantierabili. L’obiettivo è stato quello di trasformare in cantieri oltre 2 miliardi di euro non spesi dal 1998 per ridurre situazioni di emergenza territoriale (casse di espansione e vasche di laminazione di fiumi e torrenti, argini anti-alluvioni, briglie per la regimentazione delle acque, messa in sicurezza di frane, stabilizzazione di versanti a rischio, etc.). E’ questa la prima volta- ha sottolineato Vincenzi – che l’Italia sul tema del contrasto al rischio idrogeologico fa un salto di qualità ed investe sulla salvaguardia del territorio e sulla prevenzione, anziché concentrarsi sull’intervento in fase di emergenza”.

Aperti 450 cantieri, ma procedure ancora farraginose. Come certificato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ricordato Vincenzi – da giugno a dicembre 2014, in tutta Italia, sono stati aperti 450 cantieri per circa 700 milioni di euro in lavori finalizzati alla prevenzione del rischio idrogeologico. Finalmente esiste oggi un database chiaro di ciò che serve all’Italia per ridurre i suoi immensi rischi di frane e alluvioni. Le Regioni, con le Autorità di bacino e la Protezione Civile, hanno per altro indicato la necessità di circa 5200 opere per un fabbisogno di 19 miliardi di euro; i ritardi nelle procedure autorizzative dei progetti sono però notevolissime, per cui molto ancora si deve fare nel semplificare le procedure. Contemporaneamente la Struttura di Missione presso Palazzo Chigi ha raccolto, insieme al Ministero dell`Ambiente, le proposte regionali per 2 piani: il Piano nazionale per la difesa del suolo 2014-2020 (risorse tra i 7 ed i 9 miliardi di euro) ed il Piano stralcio destinato alle aree metropolitane. Per il Piano nazionale, le proposte giunte dalle Regioni ammontano a una spesa di 16.357 milioni, di cui 875 milioni con progettazione esecutiva e 2.029 milioni con progettazione definitiva: ci sono quindi interventi per circa 2,9 miliardi di euro, cantierabili in tempi brevi appena il Piano avrà il via libera.”

La proposta Anbi di investimento sulla montagna. ” Il 20 novembre 2014 – continua Vincenzi nella sua relazione – è stato inoltre presentato a Palazzo Chigi il primo stralcio del piano triennale 2014-2020: oltre un miliardo di euro destinato ad interventi per la sicurezza nelle città ed aree metropolitane. Per quanto concerne l’aspetto finanziario, il Ministro dell’Ambiente pone in evidenza che l’azione del Governo segue 2 linee di intervento: in primo luogo, il recupero di risorse assegnate a partire dal 1998, finalizzate al dissesto idrogeologico e non ancora utilizzate; in secondo luogo, la programmazione di nuove risorse a valere sul ciclo del Fondo per lo sviluppo e la coesione 2014-2020. Il presidente Anbi lancia quindi un’idea: “Vi sono 4 miliardi di euro per l’occupazione sostenibile che i Consorzi di bonifica, fuori dal Patto di Stabilità ed in collaborazione ad esempio con locali cooperative di lavoro, sono disponibili ad investire sulla montagna, la cui fragilità è in continua crescita. Gli enti consortili sono anche pronti ad assumersi la responsabilità di colmare il vuoto istituzionale ed operativo, che l’abolizione di Province e Comunità Montane ha determinato: azioni di area vasta, impensabili per i Comuni, ma da realizzare e condividere con loro. E’ una innovazione di metodo, che si auspica venga concretamente recepita per le positive implicazioni in termini di messa in sicurezza dei territori montani, occupazione e garanzia di reddito nelle aree più difficili. L’adeguamento delle opere di bonifica – ha concluso Vincenzi – è condizione fondamentale per la sicurezza territoriale, indispensabile per qualunque attività economica: se non vi è stabilità del suolo non si realizzano investimenti per infrastrutture ed impianti.”

Prodotti “made in Italy” legati anche all’efficenza della rete di bonifica. Come più volte evidenziato, la produttività della maggior parte dei terreni agricoli, la qualità delle produzioni del “made in Italy”, la loro competitività e quindi il reddito delle imprese agricole dipende dalla efficienza della rete di bonifica, che conferisce sicurezza idraulica anche agli insediamenti civili, alle città e ad altri impianti industriali e commerciali nei comprensori affidati (basti ricordare l’Agro Pontino e vaste zone della Pianura Padana della Lombardia e del Veneto, gli aeroporti di Fiumicino e di Venezia, la ferrovia Roma-Napoli, l’autostrada Firenze-Roma: se non funzionassero le idrovore dei Consorzi tali zone rimarrebbero sommerse dalle acque). L’Anbi, pertanto, ha ritenuto utile procedere ad un ulteriore aggiornamento delle indicazioni già facenti parte di precedenti proposte con l’auspicio che di esse si possa tener conto da parte della Struttura di Missione per la mitigazione del rischio idrogeologico. Nel 2015 gli interventi proposti sono 3.335 per un importo complessivo di 8,4 miliardi di euro. Essi riguardano in prevalenza quelle azioni che non rientrano in azioni ordinarie, cui si fa fronte con i contributi dei privati: si tratta di manutenzioni straordinarie delle opere di bonifica, di sistemazione e regolazione idrauliche, di ripristino di fenomeni di dissesto idrogeologico.

2014,  anno “horribilis” per la sicurezza idrogeologica. All’iniziativa Anbi è intervenuto, fra gli altri, il Ministro dell’Ambiente e del Territorio, Gian Luca Galletti, che ha sottolineato lo sforzo di governance dell’esecutivo in un settore, la salvaguardia idrogeologica, bloccato più da pastoie burocratiche e disattenzioni che da carenza di finanziamenti comunque insufficienti ad una radicale soluzione del problema. In tali meandri normativi sono stati individuati 2 miliardi e 300 milioni di euro, cui se ne aggiungeranno almeno altri 5 dal Fondo di Coesione 2014-2015; l’obbiettivo è prevenire il rischio di frane ed alluvioni. “Il 2014 è stato un anno horribilis per la sicurezza idrogeologica: non solo si sono contate numerose vittime, ma si sono registrati ben 4 miliardi di danni, dato superiore ad una media già pesante.” A dirlo è stato Erasmo D’Angelis, Capo Struttura di Missione contro il Rischio Idrogeologico, cui è stata affidata la conclusione della mattinata di lavoro. Egli ha anche sottolineato la necessità di cambiare l’approccio superficiale, fin qui evidenziato dalla politica e spesso denunciato dalla stessa Anbi: “I Consorzi di bonifica- ha concluso D’Angelis – sono un braccio operativo dello Stato, il cui ruolo è destinato a crescere.”

Fonte: Anbi

Maltempo. Romano (Unione Veneta Bonifiche): “Eventi meteo calamitosi sempre più frequenti impongono un cambio di passo”. Conte (Regione Veneto), chiede di rivedere il patto di stabilità e si appella ai sindaci: “Attenzione ai vincoli idraulici””.

campagne allagateAccanto agli allagamenti diffusi dei giorni scorsi, va ricordato l’andamento meteorologico di una primavera anomala, in cui le precipitazioni sono state (in alcune aree) anche del doppio rispetto alla media. Nei primi quattro mesi dell’anno sono caduti circa 600 millimetri di acqua, su una media annuale di circa 1000 millimetri, ovvero il 60% dell’intera piovosità annuale.

Piogge eccezionali come queste hanno imbottito i terreni, ormai privi di capacità di assorbimento. L’acqua si è quindi riversata nella rete idraulica minore colmando canali, fossi e scoline al limite delle portate. Giuseppe Romano, presidente Unione Veneta Bonifiche: “In questo voglio sottolineare che i Consorzi di bonifica avevano provveduto anticipatamente allo svuotamento dei canali, proprio per far fronte all’eventuale criticità. Senza azioni di questo tipo a quest’ora staremo parlando di un Veneto interamente sommerso.” Inoltre l’agricoltura, già duramente colpita dalla siccità dello scorso anno, si trova ora a fare i conti con il problema inverso. La bieticoltura è ormai “tagliata fuori”, così come le prime semine primaverili che rischiano di saltare, tanto che nelle campagne si comincia a pensare di già ad investire nella soia. Giusppe Romano: “Il 40% della superficie destinata alle barbabietole è senza semina; il 30% per il mais. In uno scenario più che drammatico, la situazione agricola veneta presenta oggi 32 mila ettari di superficie agricola regionale deputata alle orticole non ancora seminata.”

Bacini di laminazione necessari. Il tutto aggravato dalla eccessiva cementificazione del territorio, aumentata del 27% negli ultimi 30 anni. Dal 2010 i Consorzi di bonifica, oltre alle ordinarie manutenzioni, hanno operato straordinariamente per 30 milioni di euro, che se li sommiamo ai 110 milioni investiti dalla Regione mostrano che dal 2010 è stato fatto molto per il Veneto: opere eccellenti, come la cassa di espansione di Riese Pio X, a Castelfranco Veneto, nel trevigiano, dove senza di essa finirebbe allagata gran parte dell’area della castellana. Tuttavia, 120mm in 6 ore è una statistica impressionante, soprattutto in un contesto meteo-climatico come quello che stiamo vivendo. Situazioni che non possono ridursi al dare la colpa al meteo, soprattutto quando l’evento straordinario si verifica con questa frequenza. Giuseppe Romano: “Bisogna convivere con i grandi eventi e dare avvio agli interventi previsti per la riduzione del rischio idraulico, a partire dai bacini di laminazione. Unione Veneta Bonifiche ha presentato un piano pluriennale per la messa in sicurezza idraulica del Veneto da 557 progetti per un valore di 1,4 miliardi di euro. Ma questo non garantirebbe la fine degli allagamenti, in quanto è necessario anche un grande piano fatto di piccoli interventi fondati su una nuova cultura di gestione del territorio, ad invarianza idraulica zero. Credo sia importante dire basta all’urbanizzazione non governata, rispettare i pareri di compatibilità idraulica sulle nuove urbanizzazioni, provvedere alla pulizia dei fossi nelle campagne e recuperare gli scoli nelle aree urbane.

Fino al 26 maggio, eventi nel territorio per far conoscere il lavoro dei Consorzi di bonfica. La Settimana Nazionale della Bonifica e dell’Irrigazione  (programma qui) con decine di manifestazioni su tutto il territorio e un coinvolgimento scolastico di circa 5000 ragazzi, si pone come obiettivo proprio questo, convinti che un cambio culturale sia strettamente connesso con i decisori del futuro di domani”.

Regione Veneto: “Necessario rivedere il patto di stabilità”. Maurizio Conte, Assessore all’Ambiente della Regione Veneto, esprime la necessità di metter mano al Patto di stabilità: “ La collaborazione che c’è stata in questi due anni con i Geni Civili e i Consorzi di bonifica è stata essenziale per individuare le criticità del Veneto. Ma serve prima metter mano al patto di stabilità per poter finalmente sbloccare le risorse necessarie a fare le opere. Se abbiamo le risorse ma non possiamo utilizzarle, qualcosa non va. Spero che Zanonato dia a Zaia i poteri che servono per l’approvazione di alcuni progetti. Inoltre, voglio fare un appello ai sindaci: le cose sono cambiate, va bene dare la possibilità a tutti di costruire, ma non si possono mettere in discussione vincoli idraulici che poi devono essere ripagati se costruiti in maniera errata. È necessario un coordinamento per la realizzazione di queste opere. C’è stata qualche ingiustificata situazione, ma alcuni lavori non sono stati fatti per la criticità del tempo negli ultimi mesi. Trissino e Caldogno sono esempi, come il lavoro di Fonte, nel trevigiano, che risolverà il problema del Muson. 120 milioni previsti per la realizzazione di 5 casse di espansione. In questi due anni siamo riusciti a trovare con le associazioni di categoria dell’agricoltura degli accordi. Noi dobbiamo essere garantisti della proprietà privata ma non si possono non prendere in considerazione le infrastrutture per la tutela dei comuni”.

(Fonte: Unione Veneta Bonifiche)

Difesa idrogeologica del territorio: Italia un Paese a rischio

Massimo Gargano, Presidente ANBI

A seguito della risoluzione approvata dalla Commissione Ambiente della Camera in data 21 aprile 2009, 10 deputati – Zamparutti, Piffari, Libè, Germanà, Guido Dussin, Commercio, Sardelli, Ghilia, Braga, Bossa – hanno presentato all’Aula di Montecitorio una mozione sulla difesa idrogeologica del territorio, approvata con voto quasi unanime (479 si su 481 presenti).

Le cifre del disastro. “Non possiamo che apprezzare l’impegno di quanti avvertono come prioritari gli interventi per la tutela di un suolo, già morfologicamente fragile, come quello italiano” commenta Massimo Gargano, Presidente dell’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni (A.N.B.I.).  I dati che seguono, riportati nell’atto di indirizzo, testimoniano la grave situazione presente nel Paese: negli ultimi 80 anni si sono verificati 5.400 alluvioni e 11.000 frane; secondo il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, sono “a rischio elevato” l’89% dei comuni umbri, l’87% di quelli lucani, l’86% di quelli molisani, il 71% di quelli liguri o valdostani, il 68% di quelli abruzzesi, il 44% di quelli lombardi: in pratica, oltre la metà degli italiani vive in aree soggette ad alluvioni, frane, smottamenti, terremoti, fenomeni vulcanici e persino maremoti; secondo il C.I.N.A.S., Consorzio Universitario del Politecnico di Milano, nel decennio 1994-2004, lo Stato ha dovuto esborsare 20.946 milioni di euro per tamponare i danni di alluvioni, terremoti e frane più gravi, vale a dire oltre 2 miliardi l’anno, ai quali va aggiunto un altro miliardo e mezzo complessivo per interventi minori; l’Italia è un Paese fortemente antropizzato con una densità media pari a 118 abitanti per chilometro quadrato (la Francia ne conta 114 , la Spagna 89) ma fortissime sperequazioni nella distribuzione territoriale: ai 68 abitanti per chilometro quadrato della Sardegna si contrappongono i 379 della Lombardia (da sola, questa regione registra una volta e mezza gli abitanti della Finlandia!); il patrimonio immobiliare italiano è stimato in 27 milioni di abitazioni; i più recenti riferimenti statistici indicano che, dal 2003 ad oggi, sono state costruite 1.600.000 abitazioni (oltre il 10% sono abusive!) nonostante, da 20 anni, la popolazione, nel nostro Paese, non sia cresciuta, ma al contrario sia calata sensibilmente e solo negli ultimi anni abbia dato segni di ripresa, grazie al contributo degli immigrati. Oggi l’Italia è il primo Paese in Europa per disponibilità di abitazioni, di cui il 20% non occupate!

Edifici pubblici costruiti in aree a rischio. E ancora,  una recente mappatura, effettuata dal C.R.E.S.M.E., evidenzia la condizione critica, in cui versano oltre 20.000 edifici pubblici, tra cui scuole ed ospedali, realizzati in aree dichiarate di estrema pericolosità per esposizione al rischio idrogeologico o sismico; spesso gli Enti Locali, per motivazioni politiche quali l’approvazione di piani urbanistici o la destinazione di aree edificabili, non attuano il principio della prevenzione e, a volte, strutture pubbliche (scuole , caserme, ospedali, stazioni) vengono costruite in aree a rischio quali, per esempio, quelle nelle prossime vicinanze dei fiumi; secondo i dati comunicati dal Governo, l’estensione delle aree a criticità idrogeologica è pari al 9,8% del territorio nazionale (il 6,8% coinvolge direttamente centri urbani, infrastrutture ed aree produttive). Il fabbisogno necessario per la sistemazione complessiva della situazione di dissesto sul territorio nazionale è stimato in 44 miliardi di euro, di cui 27 miliardi per il Centro-Nord e 13 miliardi per il Mezzogiorno, oltre a 4 miliardi per il recupero e la tutela del patrimonio costiero.

Gli impegni dell’atto parlamentare. La mozione impegna il Governo a presentare e a dotare delle opportune risorse pluriennali il piano nazionale straordinario per il rischio idrogeologico, secondo le indicazioni già comunicate alle Camere; ad attuare sollecitamente la Direttiva Europea sulla valutazione e gestione dei rischi di alluvioni; a promuovere iniziative normative, che introducano norme a favore della difesa del suolo e della riduzione del rischio idrogeologico, in modo da costituire un quadro di riferimento certo per singole normative regionali. “Contribuire a diffondere la conoscenza su questo atto parlamentare – conclude Gargano – ci pare un doveroso passo per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica verso problemi, drammaticamente emersi nelle scorse settimane, ma che la memoria collettiva pare avere già rimosso. A fronte dei dati sopra riportati e che cancellano ogni alibi, chiediamo, una volta di più, che la sicurezza idrogeologica e la manutenzione dell’imponente reticolo di scolo (quasi 200 mila chilometri di canali e corsi d’acqua naturali ed artificiali gestiti dai Consorzi di Bonifica) siano assunte come priorità nelle politiche del Paese, che continua a spendere molto più per riparare i danni di quanto destina alla prevenzione”.

(fonte: Asterisco informazioni)