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Fotovoltaico: per ANBI Veneto, 2.450 ettari di laghi di cava per pannelli galleggianti l’alternativa al consumo del suolo agricolo

Pannello-Fotovoltaico

 “La pianura veneta è costellata da decine di cave dismesse da decenni o a fine ciclo, ormai piene d’acqua, denominate laghi di cava. Questi laghi ormai compromessi, che occupano, dati Arpav alla mano, una superficie complessiva di ben 2.450 ettari, si prestano benissimo al posizionamento di pannelli solari galleggianti per la produzione di energia solare. Costituirebbero un’alternativa, a zero consumo di suolo, all’utilizzo di terreni agricoli per il posizionamento di impianti fotovoltaici ad alto impatto ambientale e visivo.” A lanciare la proposta per un fotovoltaico più sostenibile è ANBI Veneto, l’associazione regionale dei consorzi di bonifica e irrigazione, per voce del presidente Francesco Cazzaro. L’occasione è stata la presentazione in Consiglio Regionale da parte di Coldiretti Veneto di oltre 24 mila firma raccolte con la petizione “No Fotovoltaico su Terreni Agricoli”.

Produzione sostenibile di energia elettrica. “ANBI Veneto, da sempre in prima linea contro l’indiscriminato consumo di suolo, condivide l’azione di Coldiretti Veneto nel denunciare lo sfruttamento di terreni vocati all’agricoltura per la produzione di energia solare – , spiega il presidente di ANBI Veneto –, le soluzioni per una produzione sostenibile di energia elettrica a basso impatto ambientale ci sono. Per quanto riguarda il fotovoltaico, in altre regioni d’Italia sono già state avviate centrali di produzione di energia solare grazie a pannelli galleggianti nei bacini artificiali a uso plurimo irriguo-idroelettrico, anche gestiti dai consorzi di bonifica. Il Veneto è punteggiato da moltissimi laghi di cava non più redditizi per i proprietari che avrebbero pertanto tutto l’interesse nel metterli a disposizione per l’uso fotovoltaico, tanto più che si tratta di laghi inaccessibili ai cittadini e privi di rilievo paesaggistico. Ad essi potenzialmente si sommano i laghi per l’idroelettrico e i bacini di laminazione, che hanno anche valenza irrigua. In quest’ultimo specifico caso il posizionamento di pannelli galleggianti avrebbe anche un ulteriore effetto positivo: una diminuzione della formazione delle alghe da cui conseguirebbe un miglioramento della qualità della risorsa idrica destinata all’irrigazione”.

I consorzi di bonifica sono molto attivi nella produzione di energia da fonti rinnovabili. Per quanto riguarda l’energia solare a livello regionale, gli impianti solari in gestione ai consorzi di bonifica sono 10 per una produzione media annua di 496.100 kWh. Ad essi si sommano a 30 impianti, sempre in gestione consortile, per l’energia idroelettrica, per una produzione di 31.950.000 Kwh. Un’attenzione all’energia pulita, quella del sistema veneto della bonifica, che vede negli impianti solari galleggianti un’ulteriore strada da perseguire nel segno della sostenibilità. E nel rispetto dell’agricoltura.

Fonte: Servizio stampa ANBI Veneto

Consumo del suolo, rapporto Ispra 2019, il Veneto è la regione con gli incrementi maggiori

Si passeggerà sempre più a piedi nudi…nel cemento e sempre meno nelle aree verdi cittadine! Aumenta, infatti, lo spreco di suolo, soprattutto all’interno delle città italiane. In particolare, nelle aree urbane ad alta densità, solo nel 2018 abbiamo perso 24 metri quadrati per ogni ettaro di area verde. In totale, quasi la metà della perdita di suolo nazionale dell’ultimo anno si concentra nelle aree urbane, il 15% in quelle centrali e semicentrali, il 32% nelle fasce periferiche e menodense. A denunciarlo, i dati sul consumo di suolo in Italia del Rapporto ISPRA SNPA 2019, presentato di recente.
La cementificazione avanza senza sosta soprattutto nelle aree già molto compromesse: il valore è 10 volte maggiore rispetto alle zone meno consumate. A Roma, ad esempio, il consumo cancella, in un solo anno, 57 ettari di aree verdi della città (su 75 ettari di consumo totale). Record a Milano, dove la totalità del consumo di suolo spazza via 11 ettari di aree verdi (su un totale di 11,5 ettari). In controtendenza Torino, che inverte la rotta e inizia a recuperare terreno (7 ettari di suolo riconquistati nel 2018). Il fenomeno non procede di pari passo con la crescita demografica: ogni abitante italiano ha in “carico” oltre 380 m2 disuperfici occupate da cemento, asfalto o altri materiali artificiali, un valore che cresce di quasi 2 metri quadrati ogni anno, con la popolazione che, al contrario, diminuisce sempre d i più. È come se, nell’ultimo anno, avessimo costruito 456 m2 per ogni abitante in meno.
Il Veneto è la regione con gli incrementi maggiori +923 ettari, seguita da Lombardia +633 ettari, Puglia +425 ettari, Emilia-Romagna +381 ettari e Sicilia +302 ettari. Rapportato alla popolazione residente, il valore più alto si riscontra in Basilicata (+2,80 m2/ab), Abruzzo (+2,15 m2/ab), Friuli-Venezia Giulia (+1,96 m2/ab) e Veneto (+1,88 m2/ab).
Il consumo di suolo in città ha un forte legame anche con l’aumento delle temperature: dalla maggiore presenza di superfici artificiali a scapito del verde urbano, infatti, deriva anche un aumento dell’intensità del fenomeno delle isole di calore. La differenza di temperatura estiva delle aree urbane rispetto a quelle rurali raggiunge spesso valori superiori a 2°C nelle città più grandi. A livello generale, lo screening del territorio italiano assicurato dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente segna in rosso altri 51 chilometri quadrati di superficie artificiale solo nel 2018, in media 14 ettari al giorno, al ritmo di 2 metri quadrati ogni secondo. Anche se la velocità sembra essersi stabilizzata, è ancora molto lontana dagli obiettivi europei che prevedono l’azzeramento del consumo di suolo netto (il bilancio tra consumo di suolo e l’aumento di superfici naturali attraverso interventi di demolizione, deimpermeabilizzazione e rinaturalizzazione).
Triste primato per Nogarole Rocca, in provincia di Verona. Roma, con un incremento di superficie artificiale di quasi 75 ettari, è il comune italiano con la maggiore trasformazione, seguito da Verona (33 ettari), L’Aquila (29), Olbia (25), Foggia (23), Alessandria (21), Venezia (19) e Bari (18), tra i comuni con popolazione maggiore di 50.000 abitanti. Tra i comuni più piccoli, si distingue Nogarole Rocca, in provincia di Verona, che ha sfiorato i 45 ettari di incremento. Più della metà delle trasformazioni dell’ultimo anno si devono ai cantieri (2.846 ettari), in gran parte per la realizzazione di nuovi edifici e infrastrutture e quindi destinati a trasformarsi in nuovo consumo permanente e irreversibile.
Il consumo di suolo – non necessariamente abusivo – cresce anche nelle aree protette (+108 ettari nell’ultimo anno), nelle aree vincolate per la tutela paesaggistica (+1074 ettari), in quelle a pericolosità idraulica media (+673 ettari) e da frana (+350 ettari) e nelle zone a pericolosità sismica (+1803 ettari). Negli ultimi sei anni, secondo le prime stime, l’Italia ha perso superfici che erano in grado di produrre tre milioni di quintali di prodotti agricoli e ventimila quintali di prodotti legnosi, nonché di assicurare lo stoccaggio di due milioni di tonnellate di carbonio e l’infiltrazione di oltre 250 milioni di metri cubi di acqua di pioggia che ora, scorrendo in superficie, non sono più disponibili per la ricarica delle falde aggravando la pericolosità idraulica dei nostri territori.
Danni economici. Il recente consumo di suolo produce anche un danno economico potenziale compreso tra i 2 e i 3 miliardi di euro all’anno dovuti alla perdita dei servizi ecosistemici del suolo. Le nuove coperture artificiali non sono l’unico fattore che minaccia il suolo e il territorio, che sono soggetti anche ad altri processi di degrado come la frammentazione, l’erosione, la perdita di habitat, di produttività e di carbonio organico, la desertificazione. Una prima stima delle aree minacciate è stata realizzata dall’ISPRA per valutare la distanza che ci separa dall’obiettivo della Land Degradation Neutrality, previsto dall’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Dal 2012 al 2018, le aree dove il livello di degrado è aumentato coprono 800 km2, quelle con forme di degrado più limitato addirittura 10.000 km2. ISPRA e SNPA, all’interno del progetto europeo SOlL4LIFE, stanno lavorando con le Regioni alla realizzazione di Osservatori Regionali sul consumo di suolo, ai quali spetterà il compito di supportare, con il monitoraggio del SNPA sul consumo di suolo, le attivitàdi pianificazione sostenibile del territorio.
Fonte: Servizio stampa Ispra

Capannoni dismessi, da vuoti inutili a risorse utili: nel Veneto, seconda regione in Italia per suolo consumato, l’indagine di Confartigianato traccia il percorso da seguire per rimediare alla situazione

presentazione dell’indagine, da sx Della Puppa, Bonomo, Giacomin, Barel

Capannoni dismessi, il Veneto ne è disseminato, ma quanti sono esattamente? A quanto potrebbe ammontare il loro valore complessivo? Quanti sono quelli recuperabili? E come? Ed il loro valore immobiliare e quello dell’indotto economico potenziale? A queste e molte altre domande risponde la prima vera ricerca originale sul fenomeno, promossa da Confartigianato Imprese Veneto, in collaborazione con IUAV e Regione del Veneto e realizzata da Smart Land (società di ricerca specializzata nel settore) che, per la prima volta, ha adottato un sistema misto di rilevazione con l’utilizzo statistico dei PAT (Piani Assetto Territorio) forniti dalla Regione, che hanno dato il dimensionamento delle superfici e le indicazioni sulla destinazione d’uso, sovrapposti ai dati catastali, che hanno dato indicazioni sulla numerosità, ed indagini originali attraverso gli strumenti forniti da google street view.

In Veneto circa 45 mila edifici inutilizzati, residenziali e non. Partiamo dal valore complessivo che viene stimato in una cifra da capogiro: un miliardo e 200 milioni di euro. Un grande patrimonio inutilizzato al quale sommare altri 2,7 miliardi di valore dei capannoni disponibili sul mercato ma non utilizzati, per un totale patrimoniale sulla carta di 3,9 miliardi di risorse non utilizzate (valori basati sulle quotazioni medie al m2 di fonte Agenzia delle Entrate abbattute in percentuale per tener conto dello stato d’uso e di conservazione dei capannoni). In totale, in Veneto ci sono quasi 45 mila edifici inutilizzati, sia residenziali che non residenziali, pari al 3,7% del totale regionale. Focalizzandosi sui capannoni, secondo i dati catastali 2016 (dato più aggiornato di quello del censimento Istat del 2011) in Veneto ci sono 92 mila capannoni (8% del totale degli edifici) di cui 10.610 quelli dismessi (12% del totale dei capannoni). Su questi si è focalizzata l’indagine, riuscendo a distinguere tra quelli inutilizzabili (da rottamare) che sono ben 4.570 (un 43% che si trova in mediocri o pessime condizioni di conservazione e ad oggi non sono utilizzabili, pari ad una superficie di poco inferiore a 12 milioni di metri quadrati abbandonati, una perdita di valore non solo economica ma anche di qualità del territorio e del paesaggio) e quelli utilizzabili. Questi rappresentano il 57% dei capannoni dismessi e sono ulteriormente suddivisibili tra quelli, 3.155 (30% del dismesso) che sono sul mercato (in vendita o affitto) ed i 2.885 (27% del dismesso) che non sono immessi sul mercato.

Inizio di un percorso da fare. “Entriamo in un tema fondamentale e lo facciamo con una indagine che è il necessario inizio di un percorso di riflessione e studio sul riutilizzo flessibile dei capannoni, o sulla loro eventuale demolizione“, afferma Agostino Bonomo, presidente Confartigianato Imprese Veneto. Che continua: “Vogliamo individuare, insieme ad esperti di vari ambiti, delle soluzioni per affrontare e superare questa situazione. Nel concreto oggi sappiamo, ad esempio, che del 57% di fabbricati dismessi, 3.155 possono essere oggetto di agevolazioni per la riconversione e trasformazione ad esempio mediante cambi di destinazione d’uso, riduzione degli oneri, sostegno al frazionamento, sostegno ad affitti agevolati. E 2.885 possono avere riutilizzi alternativi come: leasing del lastrico solare, incentivi agli usi temporanei degli spazi etc”. “Si tratta di un progetto di ampio respiro, sul medio-lungo termine – aggiunge il leader degli artigiani veneti – che deve essere accompagnato da adeguati strumenti di supporto finanziario, mettendo in sinergia risorse pubbliche e private. La ricerca è entrata anche nell’ambito del valore potenziale dato dalla valorizzazione degli immobili recuperabili. La riconversione e il riutilizzo di questo patrimonio, riqualificandolo e intervenendo con azioni ad hoc, potrebbe portare alla creazione di un indotto pari a 7,9 miliardi. Un ottimo motivo per impegnarci tutti per migliorare la qualità delle aree industriali, soprattutto in collaborazione con gli Enti locali. Anche la demolizione dei manufatti irrecuperabili e il recupero globale di aree abbandonate è un valore attraverso, ad esempio, le potenzialità della legge regionale 11 del 2004 sui crediti edilizi, con recupero di suolo e “trasferimento” della volumetria demolita in altri luoghi, così da ridurre la perdita di valore dei manufatti esistenti e renderli commerciabili”.

Risultati più eclatanti della ricerca: in Veneto ci sono 5.679 aree produttive con una media di 10 aree produttive per comune e una superficie totale di 41.295 ettari. La provincia di Treviso è quella con più aree produttive per comune, pari a 14 con una superficie media di 5,4 ettari. Vicenza è la provincia con il valore più alto di capannoni, pari al 22% del totale regionale, e di capannoni dismessi, pari al 20% del totale regionale. L’area centrale del Veneto è quella con il numero più elevato di capannoni dismessi ma nella mappa è ben visibile tutta l’incidenza dell’area produttiva e della pedemontana. In Veneto le stime dell’indagine contano ben 135 comuni con una percentuale di capannoni dismessi sul totale del patrimonio inutilizzato (residenziale e non residenziale) superiore al 35%. In questo quadro, negli ultimi anni le compravendite di capannoni sono crollate (-41% rispetto al 2006) ma nonostante questo crollo la quotazione di mercato ha perso solo il 3,6% di valore, passando da 500 a 482 euro/mq, un valore che in molti casi si può ritenere comunque non appetibile. Rispetto alla media nazionale c’è un incremento del valore medio delle quotazioni dei capannoni in Veneto che si scontra con un uso più flessibile e un riuso economicamente appetibile di queste risorse oggi inutilizzate.

“Vogliamo un Veneto più consu(meno) e meno consu(mone) -conclude Bonomo –. Non a caso oggi ci siamo trovati a Padova (il comune veneto con il consumo di suolo più elevato con il 49,2%) in un Veneto che è la seconda regione in Italia per incidenza della superficie di territorio consumato, pari al 12,21% del territorio regionale, dove il 54% dei comuni superano la media regionale di consumo di suolo e il 22% dei comuni supera il 20% di territorio consumato. Come? Innanzi tutto con le sinergie, partendo dal protocollo di intesa tra noi, IUAV e Regione Veneto che prende il via con questa prima mappatura e che proseguirà con la medesima metodologia a livello territoriale al fine di portare Comune per Comune a capire cosa c’è e cosa farne. Lanciamo una campagna “del diversamente capannone” per accompagnare i territori a trasformare edifici brutti che non portano ricchezza in nuovi luoghi anche del terziario (scuole, biblioteche etc) con un po’ di fantasia (ci sono già start up in questo ambito). Infine a partire dalla recente legge regionale sul contenimento del consumo di suolo, che offre ottime opportunità, invitiamo la Regione Veneto a redigere un decalogo di indicazioni concrete da fornire ai comuni che devono attivarsi per procedere, con politiche specifiche di intervento anche nella logica “win win” (tutti vincono) di collaborazione pubblico/privato, a “portare a terra” gli obiettivi della legge. E sempre alla Regione ci appelliamo affinché colmi, al più presto, il ritardo nel riordino delle aree attrezzate con gli APEA (aree produttive ecologicamente attrezzate) e APSEA (aree produttive socialmente e ecologicamente attrezzate) già attivi su altre aree del Paese. A questo link, potete consultare la sintesi dell’indagine.

Fonte: Servizio stampa Confartigianato Imprese Veneto

Progetto di Legge consumo del suolo, la Commissione tecnica territorio di Confartigianato denuncia: “Eccessive deroghe e periodo transitorio rischiano di compromettere la corretta applicazione dei principi enunciati dalla legge”

E’ in corso in questi giorni in Consiglio Regionale Veneto l’esame dei 245 emendamenti presentati in ordine alla nuova Legge Quadro per il contenimento graduale del consumo di suolo. Un provvedimento talmente importante da essere costantemente monitorato da un gruppo di lavoro appositamente costituito in Confartigianato Imprese Veneto: la Commissione tecnica territorio che ha espresso alcune valutazioni nell’ottica di interpretare la norma non come un risultato da acquisire, ma come un primo passo nella direzione giusta a cui farne seguire molti altri.

Le criticità individuate. “Auspichiamo buonsenso e coraggio da parte di tutti – si legge nella nota – per non perdere l’occasione, dopo un iter lungo e travagliato, di lanciare uno sguardo di prospettiva su un nuovo possibile modello di sviluppo. Si tratta infatti, di intervenire su un driver strategico quale il governo del territorio che, è bene ricordare, non è  proprio di nessuna istituzione o categoria economica  ma, piuttosto, attiene al benessere  collettivo e allo sviluppo dell’intero Veneto. E’ per questo che, pur condividendo i principi fondanti del testo, come l’obiettivo di consumo suolo zero per il  2050,  riscontriamo  alcuni  elementi che rischiano di ridurre se non vanificare, l’intento della norma. In particolare ci si riferisce all’eccessivo sistema di deroghe inserito nel testo di legge che, sommato a quanto previsto per il periodo transitorio, rischiano seriamente di compromettere una corretta applicazione dei principi enunciati dalla legge. Come ridondante si ritiene l’introduzione di un ulteriore osservatorio in quanto la Regione dovrebbe essere già in possesso di una mole sufficiente di dati e rilevazioni utili a supportare un processo decisionale”.

Le osservazioni mosse. Continua la nota: “Con lo spirito propositivo che ha sempre contraddistinto Confartigianato, la Commissione pone quindi sul piatto una riflessione su alcune tematiche fortemente connesse al governo del territorio e che, anche se non tutte direttamente implicate nella norma in questione, non possono essere tralasciate se davvero si vuole innestare un processo di riforma serio ed incisivo, che guardi in prospettiva ad una riorganizzazione delle politiche territoriali del Veneto: promuovere il riutilizzo delle aree dismesse attraverso politiche di incentivo a processi di riqualificazione anche in chiave di efficientamento energetico, che possano davvero creare un interesse reale e fornire strumenti concreti per poter trasformare quelle che ad oggi sono aree degradate di città e periferie, in moderni quartieri efficienti ed a misura d’uomo; affrontare la problematica degli abbattimenti di quegli edifici non più funzionali o recuperabili, utilizzando strumenti quali i crediti edilizi, in grado di generare un interesse di mercato per ciò che oggi non ha più valore; definire nuove politiche di sviluppo dei centri urbani che tengano conto delle mutate condizioni sociali, dei fabbisogni della popolazione e della sostenibilità del territorio; superare il concetto di invarianza idraulica, dunque anziché garantire semplicemente l’invariabilità nel tempo delle capacità idrauliche del suolo e dei corpi  ricettori puntare al miglioramento delle condizioni esistenti, affrontando così il tema legato al rischio alluvionale che rappresenta la prima minaccia ambientale, sociale ed economica di larga scala per il nostro territorio regionale; ridurre il peso degli oneri di urbanizzazione nel sostegno della spesa corrente dei comuni elemento che li spinge a non adottare politiche di contenimento.

Cambiare davvero faccia al Veneto. Cconclude la nota della Commissione Tecnica Territorio: “Crediamo sia giunta l’ora che tutti gli attori dal legislatore regionale, agli amministratori locali, coinvolgendo banche e attori economici, siglino un patto volto ad una reale riqualificazione urbana del nostro territorio. Un accordo non dettato dalla cogenza di una norma, ma dalla volontà di cambiare davvero faccia al Veneto”.

Fonte: Servizio Stampa Confartigianato Veneto Imprese

Consumo del suolo, importante report di Confartigianato Veneto pone i riflettori sulla riqualificazione urbana, conveniente dal punto di vista ambientale, economico e occupazionale

VolantinoConsumoSuoloNon c’è peggiore decisione di quella fatta alla cieca. E’ per questo che, alla vigilia di scelte importanti che la Regione Veneto si accinge a fare con l’avvio della discussione su alcune proposte di legge -dalla n.14 relativa al contenimento del consumo di suolo, alla rigenerazione urbana e al miglioramento della qualità insediativa, fino alla proposta di nuove disposizioni in materia di valutazione d’impatto ambientale – Confartigianato Imprese Veneto ha commissionato alla società Theorema un report sulla situazione del territorio del Veneto, con particolare riferimento al consumo di suolo e alle trasformazioni che lo hanno attraversato negli ultimi anni.

Tre i macro dati di contesto che emergono dall’indagine. 1) La Regione Veneto è la 2° in Italia, dietro alla Lombardia, per suolo consumato, ben 1.744 Kmq pari al 9,6%; 2) il modello insediativo prevalente in Veneto è quello diffuso e irregolare costituito per lo più da tessuti edilizi disaggregati e da un’alternanza amorfa di tipologie e destinazioni d’uso differenti. E’ il cosiddetto fenomeno dello sprawl urbano ossia dello sviluppo disgregato delle città lungo i principali assi di collegamento per aree molto estese, che porta con se evidenti effetti a catena: polverizzazione del territorio naturale, impermeabilizzazione dei suoli, inefficienza dei servizi e dei sistemi di mobilità collettivi, scarsa qualità visiva del paesaggio; 3) il 52% del patrimonio edilizio totale, cioè 435mila edifici (pari a 970mila abitazioni, ben il 57% del patrimonio residenziale) della regione è stato costruito tra il 1945 e il 1981 con bassi standard qualitativi e ad alto consumo energetico. “Se a tutto questo aggiungiamo i 45mila edifici che risultano oggi inutilizzati (4% del patrimonio totale) – ha spiegato Federico Della Puppa, coordinatore della ricerca – abbiamo chiaro il quadro: la rigenerazione urbana è l’obiettivo da perseguire per avere vantaggi ambientali, sociali ed economici”.

Tre le strade da percorrere. 1) Soddisfare il fabbisogno abitativo futuro attraverso il recupero del patrimonio edilizio inutilizzato. Le 460mila abitazioni a disposizione con i loro 51milioni e mezzo di mq potenziali sono sufficienti a soddisfare il fabbisogno abitativo veneto per i prossimi 17 anni. L’Istat stima in 27mila unità la crescita annua di famiglie nella nostra regione. Se si intervenisse sul patrimonio esistente per soddisfare il fabbisogno abitativo futuro si risparmierebbe l’incremento del 40% della superficie urbanizzata cioè 2,5 volte il consumo di suolo registrato dal 1983 al 2006! 2) Migliorare la qualità urbana e abitativa attraverso la riqualificazione del patrimonio edilizio scadente. Se si mettesse mano all’efficientamento energetico delle oltre 250mila abitazioni oggi in stato pessimo o mediocre, si attiverebbero (in un periodo di proiezione di 10 anni) 17 miliardi di euro di investimenti per ristrutturazione, si produrrebbero 17.000 posti di lavoro e soprattutto si rispetterebbe l’ambiente con il 17% in meno di emissioni totali a livello regionale (-1milione ton Co2). Inoltre ogni famiglia
risparmierebbe 1.600 euro all’anno per un risparmio regionale complessivo di 414 milioni di euro l’anno. 3) Dare valore al patrimonio edilizio e alla qualità al territorio attraverso l’efficientamento energetico del patrimonio energivoro (1945-1981) fatto di 435mila edifici (quasi 1 milione di abitazioni) in Classe G. Se si avviasse un percorso di ristrutturazione standard (sempre in un periodo di proiezioni di 10 anni) si potrebbero attivare circa 29 miliardi di euro di investimenti che possono arrivare a 49 miliardi se la riqualificazione fosse di tipo avanzata (cappotti e sottotetti). Ciò porterebbe alla creazione di almeno 29mila posti di lavoro (49mila nel migliore dei casi), al risparmio di quasi 4 milioni di metri cubi di Co2, ed il taglio drastico della bolletta energetica delle famiglie da 3mila a 5/6cento euro. Con un risparmio totale veneto tra i 2,2 ed 2,3 miliardi. Nel caso della riqualificazione è stato infine calcolato che un investimento di 50mila euro si ripaga completamente in 10 anni con un risparmio medio in bolletta per gli anni seguenti di 2.500 € all’anno. Ma non solo in un quadro prospettico di risparmio a 30 anni, la redditività finanziaria dell’operazione è superiore al 10%, una bella prospettiva in un periodo in cui è difficile avere interessi sopra lo zero virgola!

Crediti edilizi. La ricerca ha puntato infine i riflettori su una opportunità poco sfruttata, quella dei crediti edilizi. Il credito edilizio consiste in una “quantità volumetrica” ossia in una “volumetria edificabilericonosciuta dalla Pubblica Amministrazione quale “corrispettivo urbanistico” a fronte dell’esecuzione di tutti quegli interventi di riqualificazione urbanistico/ambientale (demolizione di opere incongrue, eliminazione di elementi di degrado e realizzazione di interventi di miglioramento della qualità urbana, paesaggistica, architettonica e ambientale). Nella nostra regione gli interventi di rigenerazione urbana che includono demolizioni o trasferimenti dello ius aedificandi sono costantemente sotto l’1%. Occorre promuovere l’utilizzo dell’istituto del credito edilizio attraverso una campagna di informazione dei cittadini, la facilitazione e la semplificazione delle procedure di scambio del credito, l’istituzione di una banca dati unica regionale riassuntiva di tutti i crediti edilizi in commercio.

Le proposte di Confartigianato Veneto. Ha commentato Luigi Curto, presidente di Confartigianato Imprese Veneto: “Mettiamo nelle mani dell’assessore regionale al Territorio, Cultura e Sicurezza Cristiano Corazzari tutto il materiale ed approfittiamo per sottoporgli tre proposte concrete: 1) accelerare il più possibile l’iter di approvazione di queste norme perché i cittadini e le imprese hanno bisogno di certezze ed un quadro legislativo definito. In particolare, il comparto edilizio ha bisogno di una spinta nella direzione giusta. 2) Stabilire da subito una azione informativa e formativa da parte della Regione Veneto verso il personale degli uffici tecnici di comuni ed enti locali al fine di avere una applicazione corretta ed uniforme. 3) Cogliere l’occasione per attivare a regia regionale un tavolo delle costruzioni (organizzazioni artigiane ed industriali, sindacati ed ordini professionali) che affronti il monitoraggio dell’attuazione del provvedimento. La norma nasce da una discussione collegiale avventa nel corso della scorsa legislatura, e collegialmente va
gestita”.

Il parere della Regione. Ha detto l’assessore Corazzari: “Useremo certamente questo prezioso e corposo studio a supporto di una norma, il PDL n°14 che ha avviato il suo iter nella commissione consiliare competente, una legge che vogliamo segni un cambio di passo (primo firmatario ricorda è lo stesso Governatore Zaia) perché è chiaro che, in una regione tra le più “consumate” d’Italia, riqualificazione ristrutturazione e rigenerazione urbana siano gli elementi su cui puntare. E non solo per una questione di risparmio energetico e riqualificazione ma soprattutto per gli effetti collaterali positivi che ne derivano come la maggiore sicurezza e qualità della vita dei cittadini e la rivalutazione di uno dei punti fermi di noi veneti: l’abitazione. Ci impegnamo a far si che l’iter della legge n°14 sia il più breve possibile e contiamo di chiudere con la sua approvazione prima delle ferie estive. In riferimento alla sua applicazione uniforme e diffusa sul territorio, all’approvazione della legge seguirà una fase di informazione/formazione sui tecnici locali anche attraverso gli organi che già operano in regione quali ad esempio il tavolo tecnico permanente per lo sviluppo dell’urbanistica o l’osservatorio della pianificazione a cui si aggiungerà un continuo monitoraggio degli effetti della legge come già previsto nel testo di legge in discussione. Sulla costituzione di un tavolo regionale sulle costruzioni, nessun ostacolo da parte della Regione anche se già esistono coordinamenti sul tema che possono ovviamente essere migliorati e rivitalizzati soprattutto da organizzazioni dinamiche come Confartigianato”.

Fonte: Servizio Stampa Confartigianato Imprese Veneto

Consumo di suolo e urbanizzazione, serve una legge forte

Mappa suolo terra2015, anno internazionale dei suoli. Ma in Italia il disegno di legge per tutelarli è bloccato da tre anni con il rischio di utilizzi a macchia d’olio di terreni per motivi urbanistici. Le prospettive più ottimistiche? “Riprenderlo a gennaio dopo l’approvazione della legge di stabilità, se non vengono posti nuovi blocchi – ha anticipato a L’Informatore Agrario Mario Catania, fautore nel 2012 della “Legge quadro in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo del suolo”, ad oggi ancora al vaglio della Camera. Tra i punti forti rientrano il divieto quinquennale di mutamento di destinazione d’uso, previsto per tutte le aree coltivate e disposizioni transitorie che vietano per tre anni il consumo di nuovo suolo, a eccezione di quello necessario per i lavori già previsti dai piani regolatori”.

In base a dati Cnr ogni giorno 55 ettari di terreno vengono “impermeabilizzati” dalla cementificazione e quasi il 21% del territorio italiano è a rischio desertificazione. Fame di suolo nella nostra Penisola spesso si scontra insomma con fame di nuovi terreni per l’edilizia. “Occorre invece cambiare prospettiva e indirizzare l’edilizia verso il riuso e la riqualificazione delle aree degradate e già costruite, anziché verso l’occupazione di aree prive di edificazione, come indirizza la proposta di legge” spiega Catania, presidente della Commissione anticontraffazione. Filiera del cemento e resistenze politiche permettendo. “Non dimentichiamo che in Italia si continua a occupare suolo agricolo con nuove costruzioni al posto di valorizzare un gran numero di immobili invenduti o inutilizzati” aggiunge Antonio Boschetti, direttore de L’Informatore Agrario.

Un problema non solo europeo. Il consumo irrazionale di suolo legato all’espansione del settore edilizio non è però un problema solo nazionale. Tra il 1997 e il 2012 l’Europa, il continente più urbanizzato del mondo, ha perso una superficie di terra coltivabile pari all’estensione di Cipro, cioè abbastanza per produrre pane per la Germania per un anno. A livello legislativo l’Europa, rispetto all’Italia, è penalizzata non da un blocco ma da un dietrofront normativo: dopo sette anni di dibattito inconcludente, il 30 aprile 2014 la Commissione Europea ha ritirato la sua proposta di direttiva quadro sulla gestione dei suoli. Il motivo – paradossale? Nonostante contenesse misure contro la cementificazione e l’impermeabilizzazione dei terreni, i primi ad attaccare il progetto sono stati gli agricoltori, contrari a nuove pratiche burocratiche. Tradotto in business: gli imprenditori rurali si sono sorprendentemente dimostrati più disposti a perdere la risorsa strategica del loro core business che non a compilare i documenti utili per evitarlo.

Fonte: Servizio Stampa Edizioni L’Informatore Agrario

Ricerca fertile contro la fame di suolo: i nuovi indirizzi a Expo

20070320_campagna24 miliardi di tonnellate di suolo fertile persi ogni anno, con un tasso di erosione tra le 10 e le 40 volte superiore alla capacità di rigenerazione: saldo in negativo di terra per il mondo agricolo in prospettiva di sfamare quelli che saranno 9 miliardi di persone nel 2050. L’allarme, scattato nell’anno internazionale dei suoli delle Nazioni Unite, è rimbalzato ad Expo2015 e ha messo in luce l’urgenza di aumentare la produzione agricola per ettaro.

Le chiavi sono valorizzare la ricerca come leva di management e sfruttare l’agricoltura di precisione per distribuire fertilizzanti in modo mirato, preservando suolo ed ecosistema. «Solo considerando la conoscenza un input di produzione e quindi incrementando il livello di elaborazione, applicazione e condivisione delle conoscenze applicate agli agroecosistemi è possibile un più razionale utilizzo dei nutrienti, dell’acqua e dell’energia, una gestione dei suoli che contrasti l’erosione, un impiego consapevole e diffuso delle risorse nella lotta a parassiti e fitopatie – ha dichiarato a L’Informatore Agrario Paolo de Castro, coordinatore S&D alla Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale del Parlamento europeo e relatore permanente per Expo 2015. La ricerca dovrebbe indicare strategie a lungo termine, riappropriandosi della capacità di progettare e costruire lo spazio dell’innovazione».

Se il cammino per ricostruire uno strato da 2,5 centimetri di suolo eroso è di 5 secoli, in compenso negli ultimi 50 anni la scienza agronomica ha fatto passi da gigante attivando piani di fertilizzazione che hanno aumentato la qualità del frumento tenero in funzione del suo tipo di utilizzo (per biscotti, pane, panificabile superiore, di forza) o della varietà e raggiunto precisi obiettivi a livello di contenuto proteico o glutinico. «In parallelo l’orizzonte si è ampliato: dal campo si è passati all’unità di paesaggio, dalla singola coltura a un vero e proprio sistema in cui pratiche colturali, avvicendamento, gestione dei residui e lavorazioni del terreno cooperano per esaltare la fertilità dei suoli – commenta Antonio Boschetti, direttore de L’Informatore Agrario. In questo contesto più ampio il prodotto fertilizzante è un attore che esercita una azione corale e di primo piano, con prospettive di crescita». Secondo il  rapporto Fao «World fertilizer trends and outlook to 2018», il consumo mondiale di fertilizzanti potrebbe superare i 200 milioni di tonnellate nel 2018, un dato del 25% superiore rispetto a quanto registrato nel 2008, con un trend di crescita annuo pari all’1,8%. Un incremento che riguarda in particolare i Paesi in via di sviluppo, dove questi mezzi tecnici sono oggi indispensabili alleati nella lotta alla fame.

Strategie a lungo termine. «Se vogliamo sfamare il Pianeta e le popolazioni che oggi non hanno accesso al cibo – ha detto Francesco Caterini, presidente Assofertilizzanti – occorre un’agricoltura che sia economicamente e ambientalmente sostenibile e una conoscenza per ettaro dove il fertilizzante, inserito in un processo di autoregolamentazione in sinergia con le organizzazioni agricole,  sia il più possibile efficiente nel rispetto del paesaggio».

Fonte: Servizio Stampa L’Informatore Agrario

Legge anticemento, Manzato: Regioni unanimi, moratoria di almeno tre anni

L’assessore all’agricoltura del Veneto Franco Manzato, ha proposto e fatto accettare all’unanimità dagli assessori regionali, assieme al collega della Puglia Dario Stefano, la modifica al testo governativo che prevede una moratoria immediata di almeno tre anni all’erosione del suolo agricolo, senza attendere tutti gli adempimenti previsti.

La modifica recita, in sostanza: “dalla data di entrata in vigore della presente legge e sino al recepimento negli strumenti urbanistici dei vincoli conseguenti al limite di superficie agricola di cui all’articolo 3 della presente legge, e comunque non oltre il termine di tre anni, non è consentito il consumo di superficie agricola”, fatte salve “le previsioni degli strumenti urbanistici vigenti, le opere pubbliche, nonché gli interventi strumentali all’esercizio delle attività” necessarie all’imprenditore agricolo.

Ora spetta al Parlamento agire. “Ringrazio Catania per l’impegno personale, ma gli ricordo che una cosa del genere non può essere decisa sulla base dei tempi dell’emergenza elettorale a fronte di obblighi costituzionali, dopo che per decenni i Governi se ne sono disinteressati e anzi hanno operato, sottraendo loro risorse, per mettere i Comuni nelle condizioni di ‘dover’ ricorrere alle lottizzazioni che hanno ridotto pesantemente il suolo coltivato e coltivabile. Noi in Veneto abbiamo messo mano alla questione, ma non potevamo intervenire su materia di competenza comunale e soprattutto sugli introiti che questa ha garantito di fronte ai tagli continui dello Stato. Al quale ora ripassa la palla perché, dopo il necessario passaggio del confronto con le regioni, spetta al Parlamento l’approvazione concreta e definitiva del provvedimento. Ho visto leggi assurde approvate in un paio di giorni e leggi necessarie rimaste nel limbo. Vediamo in quale categoria i parlamentari inseriranno questa che è una legge doverosa ed etica. Il mio auspicio è che la approvino in un paio di giorni. Sono troppo ottimista?”.

(Fonte: Regione Veneto)