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Confartigianato Veneto aggiorna la propria indagine sui capannoni dismessi inutilizzati nel territorio regionale: in 6 anni calano di 1.400 unità, ma ce ne sono ancora oltre 9 mila, in gran parte in ambiti rurali o in contesti urbani consolidati, poco funzionali ad un riuso produttivo

Schermata 2023-07-09 alle 16.32.59Cosa è successo al patrimonio edilizio industriale-artigianale veneto negli ultimi 6 anni (2016/2022)?Rispetto alle 10.600 unità immobiliari produttive inutilizzate in Veneto rilevate da Confartigianato Veneto nel 2016, dalla nostra precedente ricerca, nel 2022 ne stimiamo 9.200, rilevando una contrazione del 13%, pari a circa 1.400 unità immobiliari recuperate e riutilizzate in termini assoluti. Ad oggi, ogni 10 unità produttive, ve ne è una dismessa. A livello di superfici vi sono 18,15 milioni di mq di dismesso, in diminuzione del 16% rispetto alla precedente rilevazione del 2016.

Difficoltosa la riconversione se non ubicato in area produttiva e ad alta connessione stradale. “E’ una buona notizia che in Veneto, ancora uno dei territori più spreconi di suolo in Italia, si siano recuperati circa 3 milioni e mezzo di metri cubi di capannoni dimessi – afferma Roberto Boschetto,  presidente di Confartigianato Imprese Veneto-. Un recupero sicuramente agevolato da una crescita del valore aggiunto del settore manifatturiero che, secondo i dati Istat, è cresciuto del 12,9% tra il 2016 e il 2021. Anche se le imprese, secondo i dati Unioncamere, diminuiscono in termini numerici, crescono in modo rilevante gli addetti, +6,8% nel settore industriale e +14,6% nel settore della logistica. Una congiuntura quindi che conferma un cambiamento nella dimensione d’impresa e nel volume della produzione che porta con sé necessità diverse rispetto ad un tempo in termini di spazi, localizzazione ecc. Infatti -prosegue- è stato riconvertito prevalentemente il patrimonio di più grandi dimensioni, di tipologia riconducibile soprattutto al tipico capannone produttivo localizzato in area produttiva propriamente detta e posto in ambito ad alta connessione stradale. Il dismesso rilevato nel territorio al di fuori dagli ambiti produttivi propriamente detti, in contesti rurali, in ambiti impropri o inseriti in ambiti urbani consolidati risulta invece stabile e in alcuni casi in aumento. È evidente la difficoltà di riconvertire tali spazi – spesso di piccole-medie dimensioni, localizzati in ambiti a ridotta accessibilità e spesso inglobati alla residenza – che rappresentano il 41% del patrimonio produttivo inutilizzato ad oggi in Veneto in termini di unità immobiliari (circa 3.400 unità immobiliari produttive sulle 9.200 inutilizzate stimate) e il 30% in termini di superfici (5,3 milioni di mq)”.

Secondo i dati ISPRA e Arpav, la Regione Veneto si attesta ancora al 1° posto per superfici di edifici pro capite con 147 m2 ad abitante (a fronte di una media nazionale di 90 m2 ad abitante) e al 2° posto per incidenza di suolo consumato pari all’11,9% rispetto una media nazionale del 7,1%. Del nuovo suolo consumato irreversibile rilevato nell’anno 2020-2021 pari a 551 ettari, il 59% è da attribuire alla realizzazione di nuovi edifici industriali/produttivi e a spazi di pertinenza quali parcheggi e aree di movimentazioni mezzi. Particolarmente rilevante il peso del settore della logistica e dei trasporti nella produzione di nuovo suolo consumato: +50 ettari nell’ultimo anno disponibile (ma con una punta di 80 ettari nel 2018). Il comparto produttivo e quello logistico risultano i principali driver del consumo di suolo veneto.

Ma che consistenza ha in termini di superfici e immobili, il comparto produttivo del Veneto? – Sono oltre 37.000 le grandi superfici produttive/commerciali stimate su base dati Corine Land Cover, rilevando un peso del 17,2% sulla superficie consumata presente in regione, in costante crescita negli anni (+6,6% di superficie produttive/commerciali negli ultimi 6 anni). Dai dati dello stock catastale dell’Agenzia delle Entrate è possibile rilevare 97.130 unità immobiliari produttive, in crescita di 4.917 unità rispetto al 2016 e pari a +5,3% in termini percentuali. In Veneto ogni impresa attiva manifatturiera ha potenzialmente a disposizione 1,5 unità immobiliari produttive. La crescita dello stock si relaziona alle dinamiche del mercato del comparto. Secondo i dati rilevati dall’osservatorio del mercato immobiliare OMI, le compravendite del settore risultano in crescita esponenziale dal 2016 ad oggi: +53% di transazioni a fronte di valori medi di mercato in diminuzione del 3,1%. In Veneto un capannone nel 2021 vale in media 467 euro/mq a fronte di 482 euro/mq nel 2016.

Cosa manca da riconvertire e quale futuro per tali spazi? La dimensione media del patrimonio produttivo inutilizzato in Veneto è di 1.880 mq che scende a 1.440 mq se si escludono i grandi complessi produttivi. 1 unità immobiliare su 5 di tale patrimonio sarebbe da demolire in quanto inutilizzabile, mentre un 4% risulta incompiuto. Il 77% dell’inutilizzato è afferente alla tipologia del classico capannone, mentre un 20% è riconducibile a manufatti per lo più artigianali. Vi è poi un 3% di grandi plessi produttivi con superfici medie superiori a 10.000 mq. Il 41% di tale patrimonio e posto al di fuori delle aree produttive, in ambiti rurali o in spazi interclusi nei contesti urbani consolidati, poco funzionali ad un uso produttivo.

Quale futuro per questo patrimonio? La consistenza del patrimonio produttivo inutilizzato per tipologia, caratteristiche e localizzazione permette di individuare specifiche politiche di intervento e riconversione. Delle superfici produttive inutilizzate è possibile stimare pari al 24% il patrimonio produttivo inutilizzato che si suppone possa essere reimmesso sul mercato con la medesima funzione e in breve tempo, senza necessità di politiche e iniziative specifiche. 5,7 milioni di mq, pari al 31% dell’inutilizzato, per il loro riuso necessiterebbero di interventi di demolizione, che possono essere così stimati:  1 milioni di mq potrebbero essere avviati a politiche di rinaturalizzazione delle aree, usufruendo della L.R 14/2019 articolo 4 comma 2, in quanto localizzati in aree rurale; 2,6 milioni di mq potrebbero essere oggetto di politiche di rigenerazione urbana, in quanto localizzati in ambiti centrali urbani (mediante l’utilizzo di strumenti diversificati quali PUA, accordi di programma ecc); 2,1 milioni di mq che potrebbero essere oggetto di demolizione e ricostruzione in quanto localizzati in aree produttive. I rimanenti 9,1 milioni di mq potrebbero essere rifunzionalizzati usufruendo della L.R. 14/2017 art. 8, mediante l’utilizzo degli “usi temporanei”, ipotizzando per essi funzioni prevalentemente di welfare, se localizzati in aree produttive, o a vari usi, anche sociali, se localizzati in ambito urbano consolidato.

“Due i risultati principali che ci siamo prefissi con questa nuova indagine – aggiunge Boschetto -: stimare il mercato che sarebbe possibile attivare dalla riconversione di tale patrimonio che risulta essere pari a 7,51 miliardi di euro. Benefici economici che potrebbero attivarsi nell’ipotesi di un pieno e totale riutilizzo di questi immobili e delle relative superfici, ai quali vanno sommati i potenziali benefici sociali (risposte alla domanda di spazi alternativi anche per usi sociali, superfici a disposizione per la sostenibilità energetica, opportunità di nuovi servizi e funzioni per le comunità, incremento della sicurezza e della qualità del contesto urbano) ed ambientali (risparmio di suolo consumato, risparmio di CO2, rinaturalizzazione del suolo ecc) ricavabili a livello locale. In secondo luogo, mettere a disposizione un patrimonio informativo unico che può rappresentare la base utile per far maturare nel sistema delle imprese e nei Comuni maggiore consapevolezza sull’importanza di avviare processi di rigenerazione urbana. L’attenzione sulla pianificazione del territorio è infatti in carico alle Amministrazioni Comunali ma è anche vero che un ruolo importante lo riveste la Regione che può fissare limiti, vincoli ma anche agevolazioni per interventi che riportino a nuova vita edifici dismessi contribuendo così alla riduzione del consumo di suolo. E, proprio da alcuni mesi, la Regione Veneto sta lavorando a un Testo unico dell’edilizia e dell’urbanistica che punta ad un riordino della normativa in materia di urbanistica, edilizia, paesaggio. Il Testo unico si chiamerà “Veneto territorio sostenibile” e a breve sarà oggetto di confronto con gli amministratori pubblici, la Parti Sociali e gli addetti del settore. Siamo convinti che il nostro lavoro potrà avere un ruolo fondamentale come lo ebbe quello del 2017 per la approvazione della legge 14/2017 sul Consumo di Suolo”.

Fonte: Servizio stampa Confartigianato Imprese Veneto

Consumo del suolo, in tre anni persi 1.400 ettari di terreno in Veneto, Padova e Treviso in testa

“La terra è un bene sociale e come tale deve essere considerata, non solo dal lato produttivo, dunque, anche in qualità di risorsa comune”. Ha esordito così il direttore di Coldiretti Veneto Pietro Piccioni al convegno di Realtà Veneta organizzato nei giorni scorsi a Vigonza in provincia di Padova dal titolo “Consumo del suolo tra il dire e il fare”, che metteva l’accento sul nuovo progetto di legge che il Consiglio regionale dovrà discutere in aula.

Veneto ai primi posti per sottrazione di superficie coltivata. Dopo l’intervento di presentazione del testo licenziato dalla II Commissione consiliare da parte del presidente nonché consigliere regionale Francesco Calzava, coadiuvato nell’esposizione  dall’architetto Vincenzo Fabris, Piccioni pur riconoscendo il coraggio dell’amministrazione regionale nel voler metter ordine ad una situazione che pone il Veneto ai primi posti per sottrazione di superficie coltivata a favore di un’urbanizzazione sfrenata e di opere infrastrutturali non sempre completate, ha precisato che nelle osservazioni già consegnate agli uffici si sottolinea come ancora ci sia molta strada da fare per azzerare il problema. “Nonostante un approccio maturo alla questione che mette in evidenza gli errori del passato e un orientamento al saldo zero, tanto sforzo – ha detto – non ci dà ancora la tranquillità che le modifiche proposte da Coldiretti siano state tutte accolte. Coldiretti lamenta un articolato a maglie larghe a cui i Sindaci – sul palco rappresentati dalla presidente dell’Anci Maria Rosa Pavanello – possono ricorrere con deroghe e permessi. “Non possiamo tirarci indietro difronte all’avvio dei lavori già in corso in molti comuni – ha replicato la Pavanello – sarebbe da primi cittadini irresponsabili”.

Burocrazia, società multietnica. Il coordinatore del tavolo “Urban Meta”, l’architetto Giuseppe Capocchin, ha ricordato il grande impegno di confronto con tutte le forze sociali, ambientali ed economiche che hanno prodotto un lavoro armonioso a dispetto degli interessi di ognuno. “Tanto equilibrio – ha commentato l’architetto – è stato in qualche caso stravolto dai vari passaggi previsti dalle procedure burocratiche”. Di cambio di prospettiva ha parlato Bruno Barel dell’omonimo Studio legale e docente di diritto internazionale, il quale ha sottolineato un’inversione di rotta da parte degli addetti ai lavori, interessati più alla bellezza, alla salvaguardia ambientale e al recupero di spazi vuoti da riutilizzare oltre a quelli dismessi da rigenerare. “In base alla proiezione demografica – ha chiesto ai relatori – quale indirizzo dare al Veneto per il futuro urbanizzato? Ragionamento, il suo,  legato all’invecchiamento della popolazione e ad una società multietnica”.

Costi occulti della cementificazione. Il senatore Mario Dalla Tor, membro della commissione agricoltura, nell’illustrare l’iter del provvedimento nazionale che potrebbe prevedere una moratoria (blocco delle edificazioni per un lungo periodo) a cui la legislazione regionale dovrà adeguarsi ha elencato i “costi occulti” della cementificazione di oltre 27 milioni di euro all’anno a Venezia, e a Treviso addirittura 52 milioni. È la stima che l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale)- ha spiegato –  ha pubblicato nel nuovo Rapporto dove si calcolano le conseguenze del cemento sul territorio italiano dal 2012 al 2015: in tre anni sono stati consumati 1.400 ettari di terreno in Veneto, dove il suolo impermeabilizzato è cresciuto dello 0,6% (la media italiana è +0,7%). Tra le province più interessate dal fenomeno Padova e Treviso. Da non sottovalutare – ha concluso – l’avanzamento del bosco, particolarmente significativo nelle zone di montagna a causa  dell’abbandono delle campagne. Non sono mancate le punzecchiature del giornalista moderatore Renzo Mazzaro che, citando l’esperienza di Agrivillage e Veneto City, ha chiamato in causa varie volte la politica veneta.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova

Consumo del suolo-Piano Casa: Coldiretti, “la campagna non vuole più deroghe”

VolantinoConsumoSuolo“Sindaci o Assessori l’importante è la responsabilità del governo del territorio che non si controlla a colpi di deroghe né con la burocrazia”. Lo afferma Coldiretti Veneto alla vigilia delle audizioni in Consiglio regionale sulla proposta di legge per la tutela del consumo del suolo e a poche ore da un convegno in programma sul Piano Casa recentemente approvato dalla Regione.

Riqualificare senza compromettere ulteriore campagna. “I due provvedimenti dovrebbero essere letti in parallelo – sottolinea Coldiretti – azzerare lo spreco di terreno agricolo non significa bloccare lo sviluppo insediativo chiudendo migliaia di imprese edili con relative conseguenze pesanti per l’occupazione, ma, attraverso la riqualificazione delle case e degli edifici produttivi spesso collocati in zona impropria è possibile, senza compromettere ulteriore campagna, migliorare il tessuto urbano esistente assicurando lo sviluppo all’economia veneta”. Per questo Coldiretti ha detto “si” al Piano Casa sollecitando una normativa coerente.

Il ruolo dei comuni. “Ci dovremmo chiedere però perché il Consiglio regionale ha ritenuto necessario supplire la parte di competenza dei Comuni – si interroga Coldiretti – forse perché i casi di burocrazia inefficiente sono innumerevoli e quelli paradossali sono pressoché quotidiani? Abbattere una stalla per rifarla tale e quale, oppure abbassare un tetto di qualche centimetro perché lo dice un Ente Parco? Coltivare una proprietà spezzettata dal passaggio di un’autostrada dovendo “guadare” un sottopasso continuamente allagato, perdere il finanziamento comunitario già assegnato per un puntiglio dell’amministrazione? Addirittura attendere le concessioni demaniali obbligando le persone a vivere da abusivi nelle proprie case”.  Lunga e triste casistica che impone riflessioni ai primi cittadini che non possono più trincerarsi dietro l’accumulo di carte affermando che questo sia il baluardo della salvaguardia territoriale, tutt’altro, si consolida un certo modo di agire che sottintende l’adagio: ‘chi può fa e chi non ha i soldi aspetta’. “I Sindaci hanno ragione a sostenere la propria potestà rispetto alle norme urbanistiche – conclude Coldiretti – ma questo implica una responsabilità rispetto alle scelte nell’interesse dei cittadini, ai quali non può venir meno il diritto alla bellezza del paesaggio che passa anche attraverso la valorizzazione degli immobili presenti costruiti in altre epoche. Se questa nuova responsabilità non si afferma con forza è giusto che il Veneto volti pagina”.

(Fonte: Coldiretti Veneto)