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Riuso e riciclo dei rifiuti urbani in Europa: progressi troppo lenti secondo la Corte dei conti europea

Secondo una relazione pubblicata lo scorso 26 novembre dalla Corte dei conti europea, molti Stati membri dell’UE fanno fatica a raggiungere i valori-obiettivo di riutilizzo e di riciclo dei rifiuti urbani. A causa di vincoli finanziari e di debolezze nei rispettivi piani di gestione dei rifiuti, troppo spesso smaltiscono i rifiuti nelle discariche. La Corte ha constatato che l’attuale mercato del riciclo è in difficoltà, la raccolta differenziata rimane in certi casi a un livello molto basso e le tariffe addebitate ai cittadini non coprono necessariamente tutti i costi di gestione dei rifiuti.

“La circolarità è un fattore determinante per la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’UE. Per conseguire questi obiettivi, l’UE dovrebbe creare le condizioni necessarie per rendere il settore del riciclo economicamente redditizio”, ha affermato Stef Blok, il membro della Corte dei conti europea responsabile dell’audit. “I cittadini e le imprese svolgono un ruolo cruciale. Gli incentivi fiscali, come anche far pagare ai cittadini il volume o il peso dei rifiuti che generano, possono indurre a differenziare i rifiuti e a ridurne la quantità”.

Il diritto dell’UE ha dato la priorità, in modo chiaro, alla prevenzione, al riutilizzo e al riciclo dei rifiuti: ne sono scaturiti valori-obiettivo e obblighi giuridici per gli Stati membri. Ciò si riflette anche nelle norme disciplinanti i finanziamenti UE, che hanno gradualmente favorito gli investimenti nell’economia circolare, escludendo le pratiche non sostenibili, come il conferimento in discarica. Tuttavia, i progressi degli Stati membri dell’UE nel conseguimento dei valori-obiettivo relativi ai rifiuti urbani sono molto diversi, e in alcuni di essi sono scarsi o nulli. La Commissione europea ha però avviato le procedure d’infrazione lentamente: per i valori-obiettivo relativi al 2008, dette procedure sono iniziate solo nel 2024.

Un altro grave problema, secondo la Corte, è la sostenibilità economica del settore del riciclo. Se non vi sono abbastanza impianti di riciclo, i valori-obiettivo non possono essere raggiunti. In alcuni Stati membri tali impianti sono però rari o, specie quelli per la plastica, rischiano di chiudere a causa dell’aumento dei costi, della scarsa domanda per i prodotti ottenuti e per l’importazione di plastica più economica da paesi non-UE. La Corte sottolinea che è necessario rendere economicamente conveniente l’attività dei riciclatori, iniziando ad individuare le problematiche sul versante della domanda e dell’offerta che incidono sul mercato unico dei prodotti circolari e delle materie prime secondarie.

A livello nazionale, gli auditor della Corte hanno analizzato una serie di progetti di gestione dei rifiuti cofinanziati dall’UE, rilevando ritardi nell’attuazione e sforamento dei costi. La Corte ha inoltre constatato che negli Stati membri sottoposti ad audit (Grecia, Polonia, Portogallo e Romania) i passi avanti compiuti verso una gestione efficace dei rifiuti urbani sono lenti, a causa di finanziamenti pubblici insufficienti e dell’incapacità di utilizzare appieno strumenti economici quali i sistemi di cauzione-rimborso, l’aumento dell’imposta sul conferimento in discarica e l’applicazione di una tariffa sui rifiuti basata sul volume o sul peso dei rifiuti prodotti (il principio “paghi quanto butti”). Le imposte sul conferimento in discarica variano in modo così significativo tra gli Stati membri che i rifiuti possono persino essere spediti da un paese all’altro per ragioni economiche. Per risolvere tale questione, la Corte raccomanda di valutare la fattibilità di un’armonizzazione dei tributi sul conferimento in discarica e sull’incenerimento in tutta l’UE.

Informazioni sul contesto

I rifiuti urbani sono composti per lo più di materiali d’imballaggio e di rifiuti organici (rifiuti biodegradabili di giardini e parchi nonché rifiuti alimentari e di cucina). Una gestione efficace dei rifiuti urbani richiede la raccolta differenziata ben organizzata di vari materiali, infrastrutture adeguate per la cernita, il trattamento, l’incenerimento e/o il conferimento in discarica e un mercato economicamente sostenibile per i materiali risultanti dal riciclaggio. Gli attuali valori-obiettivo sono fissati dalla direttiva quadro in materia di rifiuti, dal regolamento sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio e dalla direttiva relativa alle discariche di rifiuti; tutta questa normativa è stata modificata numerose volte. La Commissione ha annunciato che un nuovo atto legislativo sull’economia circolare sarà adottato nel 2026 al fine di affrontare le questioni relative al mercato e alla domanda per il riciclaggio. Le principali fonti di finanziamento dell’UE per i progetti in materia di rifiuti urbani sono i fondi della politica di coesione e del dispositivo per la ripresa e la resilienza.

Fonte: servizio stampa Corte dei conti europea

L’inquinamento atmosferico e acustico continuano a rovinare la vita ai cittadini europei

Gli articoli 191 e 192 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) conferiscono all’UE il mandato di salvaguardare, tutelare e migliorare la qualità dell’ambiente, nonché proteggere la salute umana. Più di recente, nell’ambito del Green Deal europeo del 2021, sono stati fissati obiettivi specifici per la riduzione dell’inquinamento atmosferico e acustico entro il 2030. Il fine è non solo ridurre l’impatto dell’inquinamento atmosferico sulla salute (in termini di decessi prematuri) di oltre il 55 % e la minaccia per la biodiversità negli ecosistemi dell’UE del 25 %, ma anche di ridurre del 30 % il numero di persone affette da disturbi cronici dovuti al rumore dei trasporti. Questi obiettivi non sono però vincolanti per gli Stati membri.

Per cui, l’inquinamento urbano nell’UE continua a rappresentare una grave minaccia ambientale per la salute, avverte una relazione della Corte dei conti europea. Nonostante i miglioramenti, le città europee sono troppo rumorose e l’inquinamento atmosferico raggiunge livelli eccessivi. Secondo la Corte, l’UE e i suoi Stati membri dovranno intensificare gli sforzi per applicare le norme più rigide fissate per gli anni a venire, il che desta particolare preoccupazione.

Tre quarti dei cittadini dell’UE vivono in aree urbane e sono quindi particolarmente esposti all’inquinamento atmosferico e acustico. L’inquinamento atmosferico uccide almeno 250.000 persone all’anno in Europa, secondo l’Agenzia europea per l’ambiente. Inoltre, l’esposizione prolungata a un rumore eccessivo può avere effetti negativi sulla salute, come disturbi del sonno, ansia, disturbi cognitivi e problemi di salute mentale, che ogni anno sono all’origine di 48.000 nuovi casi di patologie cardiache e di 12.000 decessi prematuri in Europa. L’UE ha introdotto norme per proteggere i suoi 450 milioni di cittadini dall’inquinamento atmosferico e acustico. La Commissione europea dichiara inoltre di aver destinato 46,4 miliardi di euro per il periodo 2014-2020 e 185,5 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 al conseguimento degli obiettivi in materia di aria pulita.

“Sono stati compiuti progressi nella lotta contro l’inquinamento urbano, ma sarebbe un errore dormire sugli allori” ha dichiarato Klaus-Heiner Lehne, il Membro della Corte responsabile dell’audit. “L’UE e i suoi Stati membri devono capire che gli obiettivi ambiziosi potranno essere raggiunti soltanto a prezzo di notevoli ulteriori sforzi”. Gli auditor prendono atto del complessivo miglioramento della qualità dell’aria nell’UE. Avvertono però che l’inquinamento atmosferico, in particolare la concentrazione di biossido d’azoto (NO2) causata da auto e mezzi pesanti, resta un problema grave. Nel 2022, 10 Stati membri registravano ancora livelli di NO2 superiori all’attuale limite dell’UE. Dato che ben presto le norme sulla qualità dell’aria dell’UE verranno inasprite, le città dell’UE dovranno impegnarsi ulteriormente per attuarle ed avvicinarsi così ai livelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

Il rumore è l’altra faccia dell’inquinamento urbano, ed è spesso trascurato. La Corte conclude che è praticamente impossibile valutare i progressi conseguiti nel ridurre questo tipo di inquinamento nell’UE. Il monitoraggio delle emissioni acustiche è lacunoso e tardivo nella maggior parte degli Stati membri, per cui non si riesce a definire una tendenza. I dati indicano che è improbabile che venga raggiunto l’obiettivo per l’“inquinamento acustico zero” entro il 2030 di ridurre del 30 % il numero di persone che sviluppano patologie a causa del rumore generato dai trasporti. Le stime mostrano che potrebbe scendere, nella migliore delle ipotesi, del 19 % e, nello scenario peggiore, potrebbe addirittura aumentare del 3 % entro il 2030.

Il fatto è che le città hanno difficoltà a ridurre l’inquinamento atmosferico e acustico per tutta una serie di motivi che vanno dallo scarso coordinamento tra le autorità a misure di dubbia efficacia, per non parlare dell’opposizione locale a tali misure. Prendiamo ad esempio le zone verdi in cui pedoni e ciclisti hanno la precedenza sulle auto. La Corte ha riscontrato che tali misure comportano benefici per chi vive in quelle zone, ma peggiorano la qualità dell’aria e i livelli di rumore nelle strade limitrofe. Analogamente, le zone a basse emissioni, che contribuiscono a ridurre l’inquinamento atmosferico e acustico, sono un tema sempre più controverso. A Barcellona o a Cracovia, ad esempio, la loro introduzione ha provocato una serie di azioni legali per discriminazione o ostacolo alla libertà di movimento, per cui la misura è stata ridimensionata o ritardata.La Corte ha rilevato inoltre che la procedura d’infrazione della Commissione europea è lunga e non sempre efficace nel garantire il rispetto delle norme dell’UE sull’inquinamento atmosferico ed acustico nelle città sottoposte ad audit.

Fonte testo e foto: servizio stampa Corte dei conti europea

Mari dell’Unione Europea: le navi che inquinano passano ancora tra le maglie dei controlli

I natanti come le navi mercantili, le navi da crociera, i traghetti passeggeri, le navi da pesca e le imbarcazioni da diporto sono notevoli fonti di inquinamento marino. Sono responsabili di sversamenti di idrocarburi, scarico di sostanze chimiche, smaltimento scorretto dei rifiuti, emissioni di gas, perdita di container e attrezzi da pesca dismessi. L’UE e i suoi Stati membri – 22 dei quali hanno linee costiere – si sforzano di contrastare l’inquinamento provocato dalle navi in parecchi modi, con l’obiettivo molto ambizioso di ottenere l’inquinamento zero per il 2030. La Corte dei conti europea ha valutato le azioni dell’UE volte a contrastare l’inquinamento provocato dalle navi nel periodo compreso tra gennaio 2014 e settembre 2024. Tra le attività di audit, vi sono state visite in Francia e Germania per coprire due sottoregioni marine (il grande Mare del Nord ed il Mar Baltico) costituenti la seconda via di navigazione più trafficata al mondo.

Ebbene, la Corte dei conti europea suona l’allarme: navi e imbarcazioni continuano ad inquinare i mari dell’UE. Sebbene la normativa europea, che incorpora le norme internazionali applicabili, a volte con requisiti ancora più rigorosi, in settori quali l’inquinamento da idrocarburi, i relitti delle navi e le emissioni di zolfo, mostri miglioramenti, la sua applicazione da parte dei 22 Stati membri costieri dell’UE è lungi dall’essere soddisfacente. Le azioni volte a prevenire, affrontare, monitorare e sanzionare i vari tipi di inquinamento provocato dalle navi non sono all’altezza del compito – avverte la Corte.

Tuttavia, la Corte dei conti europea segnala che vi sono anche lacune che l’UE deve ancora colmare, specie per quel che riguarda i rischi di inquinamento. Ad esempio, è ancora possibile per gli armatori eludere l’obbligo di riciclo dei materiali delle navi scegliendo una bandiera di uno Stato non-UE prima di procedere con lo smantellamento. I dati parlano da soli: nel 2022 una nave su sette nel mondo batteva bandiera di uno Stato dell’UE, ma tale cifra scendeva del 50 % per il parco navi a fine ciclo di vita. Analogamente, le norme UE sui container persi in mare sono tutt’altro che a tenuta stagna. In primo luogo, non vi è garanzia che tutte le perdite siano dichiarate; in secondo luogo, vengono recuperati pochissimi container.

“L’inquinamento marino provocato dalle navi rimane un grave problema e, nonostante una serie di miglioramenti negli ultimi anni, l’azione dell’UE non è realmente in grado di tirarci fuori dalle cattive acque”, ha affermato Nikolaos Milionis, il Membro della Corte responsabile dell’audit. “In realtà, si stima che più di tre quarti dei mari europei abbiano un problema di inquinamento e, dunque, l’ambizioso obiettivo di raggiungere un inquinamento zero per proteggere la salute delle persone, la biodiversità e gli stock ittici non è ancora in vista”.

La Corte osserva inoltre che i paesi dell’UE sottoutilizzano strumenti – quali ad esempio una rete di navi pronte a intervenire in caso di sversamenti di idrocarburi oppure il rilevamento tramite droni – dei quali l’UE li ha dotati per aiutarli a combattere l’inquinamento provocato dalle navi. Un esempio lampante è il sistema europeo di sorveglianza satellitare per il rilevamento di chiazze di idrocarburi (CleanSeaNet), che consente la sorveglianza e il rilevamento precoce di possibili casi di inquinamento. Nel periodo 2022-2023, tale sistema ha individuato in totale 7.731 possibili sversamenti nei mari dell’UE, per lo più in Spagna (1462), Grecia (1367) e Italia (1188). La Corte ha però constatato che gli Stati membri si sono attivati per meno della metà di queste segnalazioni, confermando l’inquinamento solo nel 7% dei casi, anche a causa del tempo trascorso tra l’acquisizione dell’immagine satellitare e l’effettivo controllo dell’inquinamento.

La Corte ha inoltre rilevato che le autorità degli Stati membri non espletano sufficienti ispezioni preventive delle navi e che le sanzioni per gli inquinatori restano miti. Coloro che scaricano illegalmente in mare sostanze inquinanti sono raramente soggetti a sanzioni efficaci o dissuasive e l’azione penale è rara. Analogamente, pochi Stati membri segnalano violazioni relative al recupero di attrezzatura da pesca abbandonata, persa o dismessa.

Nel complesso, la Corte conclude che né la Commissione né gli Stati membri monitorano appieno i fondi UE utilizzati per contrastare l’inquinamento delle acque marine. Non dispongono di una visione d’insieme dei risultati effettivamente ottenuti, né delle modalità con cui questi ultimi potrebbero essere replicati su scala più ampia. Al contempo, dall’audit è emerso che l’UE ha difficoltà a monitorare l’inquinamento provocato dalle navi. L’effettivo ammontare di sversamenti di idrocarburi, di sostanze contaminanti e di rifiuti marini provenienti dalle navi resta sconosciuto, così come non si conosce l’identità di chi inquina.

Fonte testo e foto: servizio stampa Corte dei conti europea

Piani agricoli nazionali: più verdi, ma ancora non abbastanza per gli obiettivi dell’Unione Europea

La politica agricola comune (PAC) è un ambito di intervento fondamentale dell’Unione europea, a cui è destinato il 31 % della dotazione finanziaria dell’UE per il periodo 2021-2027. Basata sui piani definiti da ciascuno Stato membro, si articola in due fondi: il Fondo europeo agricolo di garanzia (FEAGA) e il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (FEASR). Ma c’è un abisso tra i valori-obiettivo climatico-ambientali dell’UE e i piani agricoli elaborati dagli Stati membri, questa è la conclusione di una relazione pubblicata dalla Corte dei conti europea.

La politica agricola comune (PAC) per il periodo 2023-2027 ha dato agli Stati membri la flessibilità necessaria per riflettere nei propri piani gli ambiziosi obiettivi ecologici dell’UE. Tutti gli Stati membri si sono avvalsi delle esenzioni per le condizioni agricole e ambientali, mentre alcuni di essi hanno ridotto o ritardato l’applicazione delle misure verdi necessarie per ottenere i fondi dell’UE. Nel complesso, gli auditor della Corte concludono che i piani nazionali della PAC non sono molto più ambiziosi di prima per la tutela ambientale.

I 378,5 miliardi di euro erogati dalla PAC 2021-2027 mirano, oltre che ad assicurare il sostegno a un reddito adeguato per gli agricoltori, alla sicurezza alimentare e ai mezzi di sostentamento nelle zone rurali, oltre a difendere l’ambiente dai danni e dai cambiamenti climatici, che possono anch’essi avere ripercussioni dirette sulla produzione agricola (in caso, ad esempio, di condizioni meteorologiche estreme). “L’impostazione della politica agricola comune è migliorata sotto il profilo ecologico. Tuttavia, rispetto al passato, non abbiamo riscontrato differenze sostanziali nei piani agricoli degli Stati membri”, ha dichiarato Nikolaos Milionis, il Membro della Corte dei conti europea responsabile dell’audit. “La nostra conclusione è che le ambizioni climatico-ambientali dell’UE non trovano sponda a livello nazionale e che mancano, inoltre, elementi chiave per valutare la performance ecologica”.

La nuova PAC ha introdotto maggiori condizioni per ottenere i fondi dell’UE, offrendo nel contempo agli Stati membri maggiore flessibilità nell’applicazione di determinate norme. Ha poi istituito i regimi ecologici, che premiano le pratiche benefiche per il clima, l’ambiente e il benessere degli animali, e ha riconfermato le misure di sviluppo rurale; in entrambi i casi ha previsto l’obbligo, assolto da tutti gli Stati membri, di assegnare una percentuale minima di fondi alle misure climatico-ambientali.

Tuttavia, rispetto al periodo precedente, la Corte non ha riscontrato un miglioramento sostanziale dei piani PAC sotto il profilo ecologico. Inoltre, in risposta alle proteste degli agricoltori del maggio 2024, sono stati allentati alcuni requisiti di condizionalità (come la rotazione delle colture per migliorare la qualità del suolo, ora divenuta facoltativa) e, pertanto, l’impatto verde dei piani potrebbe essere ancora inferiore.

La Corte ha inoltre rilevato che i piani PAC non sono ben allineati al Green Deal, che pure rappresenta una delle principali politiche dell’UE a favore del clima e dell’ambiente. Le norme non impongono agli Stati membri di includere nei rispettivi piani agricoli una stima dei contributi della PAC ai valori-obiettivo del Green Deal. A giudizio della Corte, l’aumento dei terreni coltivati con metodi biologici è l’unico obiettivo misurabile; peraltro, sarà molto difficile raggiungere il valore fissato dal Green Deal a questo riguardo per il 2030. Stando all’analisi della Corte, il conseguimento degli obiettivi del Green Deal dipende in larga misura da azioni che esulano dalla PAC.

Gli auditor segnalano poi che il quadro di monitoraggio per verificare la performance ecologica della PAC è stato semplificato, ma manca di elementi chiave (ad esempio, la mera comunicazione delle azioni intraprese per ridurre le emissioni non è indicativa di una loro riduzione effettiva). La Corte raccomanda pertanto di rafforzare il quadro, in particolare definendo con chiarezza valori-obiettivo e indicatori di risultato che misurino i progressi compiuti.

Fonte testo e foto: servizio stampa Corte dei conti europea

Agricoltura biologica: il sostegno dell’Unione Europea a questa pratica dovrebbe correggere il tiro

Dagli anni ’90 del secolo scorso l’Unione Europea incoraggia l’utilizzo di pratiche agricole maggiormente sostenibili dal punto di vista ambientale. Tra queste, l’agricoltura biologica rimane l’unico metodo di produzione agricola attualmente standardizzato e disciplinato a livello UE. L’obiettivo dell’agricoltura biologica è produrre alimenti utilizzando sostanze e processi naturali, favorendo così una maggiore biodiversità e un minore inquinamento delle risorse idriche, dell’aria e del suolo. Nel 2022 circa 17 milioni di ettari, ossia il 10,5 % della superficie agricola totale utilizzata, erano coltivati nell’UE con pratiche biologiche.

In una relazione la Corte dei conti europea semina dubbi sull’efficacia del sostegno dell’UE all’agricoltura biologica. L’attuale strategia presenta carenze significative e non sono stati definiti né una visione né valori-obiettivo per il settore del biologico al di là del 2030. Se da un lato, grazie ai miliardi di euro che l’UE fornisce ogni anno, si è ampliata la superficie coltivata con metodi biologici, dall’altro si è prestata troppo poca attenzione ai requisiti e alle esigenze del settore. Di conseguenza, la produzione biologica rimane un mercato di nicchia ed è probabile, avvisa la Corte, che in questo ambito l’UE abbia sbagliato mira.

L’agricoltura biologica è una componente essenziale della strategia dell’UE “Dal produttore al consumatore” e può incidere sul raggiungimento degli ambiziosi obiettivi ambientali e climatici dell’Unione. Nel periodo 2014-2022, per la conversione all’agricoltura biologica o il mantenimento delle relative pratiche, gli agricoltori europei hanno ricevuto circa 12 miliardi di euro di sostegno dalla politica agricola comune (PAC) ed entro il 2027 dovrebbero percepire altri 15 miliardi di euro o quasi, secondo le previsioni. Tuttavia, la diffusione dell’agricoltura biologica varia notevolmente da uno Stato membro all’altro: si passa da meno del 5 % della superficie agricola di Paesi Bassi, Polonia, Bulgaria, Irlanda e Malta a oltre il 25 % in Austria.

“L’agricoltura europea sta diventando più verde e l’agricoltura biologica svolge un ruolo fondamentale in tal senso. Tuttavia, per un successo duraturo, non è sufficiente focalizzarsi solo sull’aumento della superficie coltivata con metodi biologici. Occorre fare di più per sostenere l’intero settore, sviluppando il mercato e incentivando la produzione”, ha dichiarato Keit Pentus-Rosimannus, il Membro della Corte responsabile dell’audit. “Altrimenti, rischiamo di creare un sistema sbilanciato che dipende completamente dai fondi dell’UE, anziché un comparto dinamico trainato da consumatori informati”.

Secondo gli auditor della Corte, è possibile che il sostegno della PAC ignori gli obiettivi ambientali e di mercato. Ad esempio, gli agricoltori possono ricevere fondi dell’UE anche se non applicano la rotazione delle colture o gli standard in materia di benessere degli animali, princìpi fondamentali dell’agricoltura biologica. Gli auditor hanno inoltre rilevato che era prassi giuridica comune autorizzare l’utilizzo di sementi non biologiche per coltivazioni biologiche e osservano che attualmente non vi è modo di valutare fino a che punto si siano concretizzati i presunti benefici ambientali dell’agricoltura biologica.

Il sostegno della PAC era inteso a compensare gli agricoltori per i costi aggiuntivi e il mancato guadagno dovuti al passaggio dall’agricoltura tradizionale a quella biologica. Per ricevere i fondi dell’UE, gli agricoltori biologici non erano tenuti ad assicurare una produzione biologica: è anche per questo che tale produzione continua a costituire un mercato molto piccolo, che rappresenta non più del 4 % dell’intero mercato degli alimenti dell’UE.

Più in generale, la Corte mette in discussione la strategia dell’UE in questo ambito. Sebbene l’attuale piano d’azione per il settore rappresenti un miglioramento rispetto al precedente, mancano elementi chiave: non sono ancora previsti obiettivi adeguati e quantificabili per il settore biologico, né modi per misurare i progressi compiuti. Inoltre, la Corte evidenzia la mancanza di una visione strategica al di là del 2030, che apporti la stabilità e la prospettiva a lungo termine necessarie per il successo del settore. In pratica, l’unico obiettivo (non vincolante) che l’UE ha fissato per il settore è quello di aumentare la superficie destinata all’agricoltura biologica. Tuttavia, lo sviluppo e le ambizioni di espansione dell’agricoltura biologica variano notevolmente da un paese all’altro dell’UE, tanto che l’Unione rischia di non raggiungere il valore-obiettivo del 25 % fissato per il 2030. La Corte avverte che, per correggere il tiro, la diffusione dell’agricoltura biologica in Europa dovrebbe raddoppiare.

Fonte testo e foto: servizio stampa Corte dei conti europea

Incendi boschivi, ogni anno nell’Unione Europea va in fumo una superficie superiore a quella del Molise, risultati incerti per le misure comunitarie stanziate per evitarli

Gli incendi boschivi rappresentano una delle diverse calamità naturali che si sono intensificate a causa dei cambiamenti climatici, bruciando vaste aree di zone boschive e provocando vittime, perdita di biodiversità e perdite economiche stimate a circa due miliardi di euro all’anno. Tuttavia, la resilienza delle foreste agli incendi boschivi può essere migliorata, ad esempio attraverso una governance dei rischi appropriata, un’adeguata gestione delle foreste e attività di pianificazione del paesaggio. Sebbene la Commissione europea sostenga i paesi dell’UE mediante finanziamenti, la politica forestale resta di competenza di ciascuno Stato membro. A questo riguardo, la Corte dei conti europea ha effettuato una speciale relazione in merito a come gli Stati membri utilizzano le risorse Ue per affrontare gli incendi boschivi.

Ebbene, i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea non sono sempre utilizzati in maniera efficace sul campo. Nel documento si legge che i fondi UE per affrontare gli incendi boschivi non sono spesi in maniera sistematica laddove le necessità e i rischi sono maggiori, o in una prospettiva a lungo termine, nonostante ciò sia di cruciale importanza per il conseguimento di risultati tangibili. Adottare questo tipo di approccio è invece fondamentale, in quanto gli incendi boschivi sono divenuti più frequenti e gravi nell’UE negli ultimi anni.

Sebbene l’ammontare preciso di questi fondi UE non sia in larga misura noto, una cosa è certa: un importo sempre crescente di finanziamenti UE (in particolare mediante il dispositivo per la ripresa e la resilienza – RRF) potrebbe essere utilizzato a tale scopo. E siccome prevenire è meglio che curare, i paesi dell’UE adesso tendono a concentrarsi più sulle misure di prevenzione, come la creazione di fasce tagliafuoco e la rimozione della vegetazione. In Portogallo, ad esempio, la Corte dei conti europea ha rilevato che la percentuale spesa in questo ambito è salita dal 20 % al 61 % tra il 2017 e il 2022. Analogamente, nella regione nord-occidentale spagnola della Galizia, è dal 2018 che la prevenzione fa la parte del leone nel bilancio relativo agli incendi boschivi. Sono questi segnali incoraggianti, in quanto gli esperti ritengono che il passaggio verso la prevenzione sia necessario per ridurre la probabilità e l’impatto degli incendi.

Nonostante ciò, gli incendi boschivi si sono intensificati negli ultimi anni, sia in termini di quantità che di entità. E i cambiamenti climatici sicuramente hanno una parte in questa tendenza. Nell’UE il numero degli incendi boschivi riguardanti superfici superiori a 30 ettari è triplicato tra il 2006-2010 e il 2021-2024, raggiungendo nel secondo periodo un numero medio annuo di quasi 1.900. Di conseguenza, anche l’area colpita è aumentata significativamente, fino ad arrivare a una media annua di oltre 5.250 km quadrati negli ultimi quattro anni. In altre parole, una superficie superiore a quella del Molise va in fumo nell’UE ogni anno.

“Rafforzare le misure di prevenzione contro gli incendi boschivi è senza dubbio un passo nella giusta direzione”, ha affermato Nikolaos Milionis, il Membro della Corte responsabile dell’audit. “Ma per evitare che il sostegno dell’UE si riveli solo un fuoco di paglia, i fondi dell’Unione devono essere spesi in modo da garantire i migliori risultati e un impatto sostenibile”.La Corte dei conti europea ritiene che i progetti selezionati per ricevere i finanziamenti UE non sempre sono indirizzati a aree in cui l’impatto sarà maggiore. In alcune regioni spagnole, ad esempio, la dotazione finanziaria era ripartita tra tutte le province, a prescindere dai rischi e dalle esigenze. Inoltre, la Corte dei conti europea ha riscontrato che alcune delle misure finanziate si basavano su informazioni non aggiornate. In Grecia, ad esempio, dove nel 2023 l’area bruciata è stata di tre volte superiore alla media annuale per il periodo 2006-2022, l’elenco delle aree soggette al rischio di incendi boschivi risale a oltre 45 anni fa. In Portogallo, la Corte ha rilevato che un’area parzialmente inondata aveva ricevuto in priorità fondi UE per affrontare gli incendi boschivi. All’origine di ciò vi era il mancato aggiornamento della mappa della pericolosità, per cui era stato ignorato il fatto che diversi anni fa era stata costruita una diga in quel punto.

Nel complesso, la Corte dei conti europea conclude che è difficile stabilire gli effettivi risultati conseguiti dai finanziamenti dell’UE per affrontare gli incendi boschivi. Ciò non è però solo dovuto a una mancanza di dati, indicatori incoerenti o un monitoraggio carente: dipende anche dal fatto che la sostenibilità delle azioni finanziate non è sempre assicurata, soprattutto in relazione all’RRF. Nonostante quest’ultimo abbia fornito significativi finanziamenti supplementari una tantum (470 milioni di euro in Grecia per lavori di prevenzione e 390 milioni di euro in Portogallo), nessuno di tali paesi riserva risorse UE o nazionali per assicurare che le misure di prevenzione restino efficaci nel lungo termine. La Corte dei conti europea conclude pertanto che è possibile che l’impatto dell’azione dell’UE in materia di prevenzione si limiti a un massimo di tre o quattro anni.

Fonte testo e foto: servizio stampa Corte dei conti europea

Mari dell’Unione Europea: le navi che inquinano passano ancora tra le maglie dei controlli

In una relazione pubblicata lo scorso 4 marzo, la Corte dei conti europea suona l’allarme: navi e imbarcazioni continuano a inquinare i mari dell’Unione Europea. Sebbene la normativa UE mostri miglioramenti e sia a volte più rigorosa delle norme internazionali, la sua applicazione da parte dei 22 Stati membri costieri europei è lungi dall’essere soddisfacente. Le azioni volte a prevenire, affrontare, monitorare e sanzionare i vari tipi di inquinamento provocato dalle navi non sono all’altezza del compito – avverte la Corte.

La normativa dell’Unione Europea incorpora le norme internazionali applicabili, a volte con requisiti ancora più rigorosi, in settori quali l’inquinamento da idrocarburi, i relitti delle navi e le emissioni di zolfo. Tuttavia, la Corte dei conti europea segnala che vi sono anche lacune che l’UE deve ancora colmare, specie per quel che riguarda i rischi di inquinamento.

Per esempio, è ancora possibile per gli armatori eludere l’obbligo di riciclo dei materiali delle navi scegliendo una bandiera di uno Stato non-UE prima di procedere con lo smantellamento. I dati parlano da soli: nel 2022 una nave su sette nel mondo batteva bandiera di uno Stato dell’UE, ma tale cifra scendeva del 50 % per il parco navi a fine ciclo di vita. Analogamente, le norme UE sui container persi in mare sono tutt’altro che a tenuta stagna. In primo luogo, non vi è garanzia che tutte le perdite siano dichiarate; in secondo luogo, vengono recuperati pochissimi container.

“L’inquinamento marino provocato dalle navi rimane un grave problema e, nonostante una serie di miglioramenti negli ultimi anni, l’azione dell’UE non è realmente in grado di tirarci fuori dalle cattive acque”, ha affermato Nikolaos Milionis, il Membro della Corte responsabile dell’audit. “In realtà, si stima che più di tre quarti dei mari europei abbiano un problema di inquinamento e, dunque, l’ambizioso obiettivo di raggiungere un inquinamento zero per proteggere la salute delle persone, la biodiversità e gli stock ittici non è ancora in vista”.

La Corte osserva inoltre che i paesi dell’UE sottoutilizzano strumenti – quali ad esempio una rete di navi pronte a intervenire in caso di sversamenti di idrocarburi oppure il rilevamento tramite droni – dei quali l’UE li ha dotati per aiutarli a combattere l’inquinamento provocato dalle navi. Un esempio lampante è il sistema europeo di sorveglianza satellitare per il rilevamento di chiazze di idrocarburi (CleanSeaNet), che consente la sorveglianza e il rilevamento precoce di possibili casi di inquinamento. Nel periodo 2022-2023, tale sistema ha individuato in totale 7.731 possibili sversamenti nei mari dell’UE, per lo più in Spagna (1462), Grecia (1367) e Italia (1188).
La Corte ha però constatato che gli Stati membri si sono attivati per meno della metà di queste segnalazioni, confermando l’inquinamento solo nel 7 % dei casi, anche a causa del tempo trascorso tra l’acquisizione dell’immagine satellitare e l’effettivo controllo dell’inquinamento.

La Corte ha inoltre rilevato che le autorità degli Stati membri non espletano sufficienti ispezioni preventive delle navi e che le sanzioni per gli inquinatori restano miti. Coloro che scaricano illegalmente in mare sostanze inquinanti sono raramente soggetti a sanzioni efficaci o dissuasive e l’azione penale è rara. Analogamente, pochi Stati membri segnalano violazioni relative al recupero di attrezzatura da pesca abbandonata, persa o dismessa.

Nel complesso, la Corte conclude che né la Commissione né gli Stati membri monitorano appieno i fondi UE utilizzati per contrastare l’inquinamento delle acque marine. Non dispongono di una visione d’insieme dei risultati effettivamente ottenuti, né delle modalità con cui questi ultimi potrebbero essere replicati su scala più ampia. Al contempo, dall’audit è emerso che l’UE ha difficoltà a monitorare l’inquinamento provocato dalle navi. L’effettivo ammontare di sversamenti di idrocarburi, di sostanze contaminanti e di rifiuti marini provenienti dalle navi resta sconosciuto, così come non si conosce l’identità di chi inquina.

Fonte: servizio stampa Corte dei conti europea

L’inquinamento atmosferico e acustico continuano a nuocere alla salute dei cittadini europei

Tre quarti dei cittadini europei vivono in aree urbane e sono quindi particolarmente esposti all’inquinamento atmosferico e acustico. L’inquinamento atmosferico uccide almeno 250.000 persone all’anno in Europa, secondo l’Agenzia europea per l’ambiente. Inoltre, l’esposizione prolungata a un rumore eccessivo può avere effetti negativi sulla salute, come disturbi del sonno, ansia, disturbi cognitivi e problemi di salute mentale, che ogni anno sono all’origine di 48.000 nuovi casi di patologie cardiache e di 12.000 decessi prematuri in Europa. A questo proposito, l’Unione Europea ha introdotto norme per proteggere i suoi 450 milioni di cittadini dall’inquinamento atmosferico e acustico, destinando 46,4 miliardi di euro per il periodo 2014-2020 e 185,5miliardi di euro per il periodo 2021-2027 al conseguimento degli obiettivi in materia di aria pulita.

Il rumore è l’altra faccia dell’inquinamento urbano, ed è spesso trascurato

“Sono stati compiuti progressi nella lotta contro l’inquinamento urbano, ma sarebbe un errore dormire sugli allori”ha dichiarato Klaus-Heiner Lehne, esponsabile dell’audit per la Corte dei conti europea.  L’Ue e i suoi Stati membri devono capire che gli obiettivi ambiziosi potranno essere raggiunti soltanto a prezzo di notevoli ulteriori sforzi”.Gli auditor, infatti, prendono atto del complessivo miglioramento della qualità dell’aria nell’Ue, ma avvertono che l’inquinamento atmosferico, in particolare la concentrazione di biossido d’azoto (NO2) causata da auto e mezzi pesanti, resta un problema grave. Nel 2022, 10Stati membri registravano ancora livelli di NO2 superiori all’attuale limite dell’UE. Dato che ben presto le norme sulla qualità dell’aria dell’Ue verranno inasprite, le città europee dovranno impegnarsi ulteriormente per attuarle ed avvicinarsi così ai livelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

La Corte conclude che è praticamente impossibile valutare i progressi conseguiti nel ridurre questo tipo di inquinamento nell’UE. Il monitoraggio delle emissioni acustiche è lacunoso e tardivo nella maggior parte degli Stati membri, per cui non si riesce a definire una tendenza. I dati indicano che è improbabile che venga raggiunto l’obiettivo per l’“inquinamento acustico zero” entro il 2030 di ridurre del 30 % il numero di persone che sviluppano patologie a causa del rumore generato dai trasporti. Le stime mostrano che potrebbe scendere, nella migliore delle ipotesi, del 19 % e, nello scenario peggiore, potrebbe addirittura aumentare del 3 % entro il 2030.

Le città hanno difficoltà a ridurre l’inquinamento atmosferico e acustico per tutta una serie di motivi, che vanno dallo scarso coordinamento tra le autorità a misure di dubbia efficacia, per non parlare dell’opposizione locale a tali misure. Prendiamo ad esempio le zone verdi, in cui i pedoni e i ciclisti hanno la precedenza sulle auto. La Corte ha riscontrato che tali misure comportano benefici per chi vive in quelle zone, ma peggiorano la qualità dell’aria e i livelli di rumore nelle strade limitrofe. Analogamente, le zone a basse emissioni, che contribuiscono a ridurre l’inquinamento atmosferico e acustico, sono un tema sempre più controverso. A Barcellona o a Cracovia, ad esempio, la loro introduzione ha provocato una serie di azioni legali per discriminazione o ostacolo alla libertà di movimento, per cui la misura è stata ridimensionata o ritardata. La Corte ha rilevato inoltre che la procedura d’infrazione della Commissione europea è lunga e non sempre efficace nel garantire il rispetto delle norme dell’Ue sull’inquinamento atmosferico ed acustico nelle città sottoposte ad audit.

Un inizio difficile per le entrate dell’Unione Europea basate sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati

Secondo una relazione della Corte dei conti europea pubblicata lo scorso settembre, la risorsa basata sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati, introdotta nel 2021, non ha funzionato. Le azioni volte a monitorare e a sostenere l’attuazione non sono state tempestive, con molti dei paesi dell’Unione Europea impreparati alla sfida. Problemi persistenti con la comparabilità e l’affidabilità dei dati, nonché la mancanza di controlli adeguati sui rifiuti di imballaggio di plastica effettivamente riciclati implicano probabili disfunzioni nel calcolo della risorsa.

Oltre a contribuire al rimborso dei fondi dello strumento europeo per la ripresa, la risorsa Ue basata sulla plastica mira a fornire un incentivo a ridurre il consumo di prodotti di plastica monouso, promuovere il riciclaggio e dare impulso all’economia circolare. È costituita da un contributo nazionale calcolato sulla base di un importo pari a 0,80 euro per chilogrammo di rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati. Poiché i dati pertinenti sono disponibili solo a distanza di due anni, i contributi sono basati su previsioni che sono successivamente adeguate. Nel 2023 le entrate derivanti dalla risorsa propria basata sulla plastica ammontavano a 7,2 miliardi di euro, pari al 4 % delle entrate complessive dell’UE.

“Dopo aver utilizzato le stesse risorse per 33 anni, nel 2021 l’Ue ha introdotto una fonte aggiuntiva di entrate basata sui rifiuti di imballaggio di plastica non riciclati generati dagli Stati membri. Tuttavia, il metodo di calcolo di questa nuova entrata presenta ancora troppe debolezze”, ha dichiarato Lefteris Christoforou, membro della Corte responsabile dell’audit. “Pertanto, chiediamo alla Commissione europea di risolvere immediatamente il problema e che gli insegnamenti tratti in questa occasione vengano sfruttati nell’elaborazione di potenziali future fonti di entrate dell’Ue”.

La Corte dei conti europea segnala che solo cinque paesi Ue hanno recepito le disposizioni della direttiva sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio nella legislazione nazionale entro i termini, inducendo la Commissione europea ad avviare procedure di infrazione nei confronti dei 22 Stati membri rimanenti, delle quali una era ancora in corso al momento dell’audit. I controlli di conformità sono stati effettuati da un contraente esterno una volta considerato completato il recepimento della normativa europea. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, la Corte ha notato che almeno una disposizione fondamentale (ad esempio, la definizione di “plastica” e di “imballaggio”, o il calcolo dei rifiuti di imballaggi di plastica generati e riciclati) non era stata adeguatamente recepita. Gli auditor della Corte rilevano che dare seguito a tali questioni può richiedere anni. Fino ad allora, i Paesi europei probabilmente continueranno a utilizzare definizioni incoerenti e metodi di compilazione errati che incidono sul calcolo dei rispettivi contributi: è per questo motivo che la Corte esorta la Commissione europea ad affrontare la situazione.

Per il primo anno di attuazione della risorsa basata sulla plastica (2021), la maggior parte (22) degli Stati membri avevano previsto una quantità inferiore a quella calcolata utilizzando i dati definitivi. Nel complesso, la quantità totale di rifiuti di imballaggio non riciclati prevista per il 2021 era di 1,4 miliardi di chilogrammi in meno rispetto alle quantità comunicate nel 2023. Di conseguenza, la risorsa basata sulla plastica per il 2021 è stata sottostimata di un importo di 1,1 miliardi di euro (circa un quinto dei 5,9 miliardi di euro riscossi quell’anno), ed è stato necessario compensarla con un’altra risorsa per riequilibrare il bilancio.

La Corte dei conti europea rileva che i paesi Ue utilizzano diversi metodi di compilazione e non effettuano un bilanciamento dei risultati ottenuti. Ha inoltre riscontrato che solo sei Stati membri avevano comunicato i dati relativi al riciclaggio all’atto di immissione in un’operazione di riciclaggio come richiesto dalla normativa, mentre altri avevano principalmente fatto ricorso a dati ottenuti al punto di uscita dall’impianto di cernita, e applicato tassi di scarto medio. Ciò fa sì che le stime degli Stati membri relativi alle quantità riciclate siano difficili da mettere a confronto e meno affidabili, e incide sulla rendicontazione del modo in cui i valori-obiettivo stabiliti dalla direttiva sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio sono raggiunti.

Infine, a causa di una mancanza di controlli adeguati, vi è un rischio elevato che alcuni rifiuti di imballaggio di plastica non siano effettivamente riciclati. In effetti, se i rifiuti dichiarati come riciclati sono inceneriti, scaricati o conferiti in discarica, ciò non solo costituisce un reato ambientale, ma si traduce anche in una indebita riduzione degli importi dovuti per la risorsa propria. La Corte dei conti europea rileva che lo stesso rischio si applica ai rifiuti di plastica esportati al di fuori dell’Unione Europea, in quanto gli Stati membri non possono attualmente verificare che le condizioni di riciclaggio in paesi terzi siano conformi alle disposizioni UE. Pertanto, raccomanda di adottare misure per mitigare tale rischio.

Fonte: servizio stampa Corte dei conti europea

Scarso progresso dell’Ue sull’idrogeno: confronto con obiettivi 2030

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Fusina (VE), Centrale a idrogeno Enel

Secondo una relazione della Corte dei conti europea, l’Ue è riuscita solo in parte a porre le basi per il mercato emergente dell’idrogeno rinnovabile. Nonostante le svariate azioni positive intraprese dalla Commissione europea, permangono problemi lungo tutta la catena del valore dell’idrogeno ed è improbabile che l’Ue raggiunga gli obiettivi per il 2030 in materia di produzione e importazione di idrogeno rinnovabile. La Corte esorta a fare il punto della situazione per far sì che gli obiettivi perseguiti dall’Ue siano realistici e le scelte strategiche non compromettano la competitività di industrie fondamentali o creino nuove dipendenze.

Informazioni generali

L’idrogeno può essere prodotto in vari modi: a partire dall’acqua utilizzando energia elettrica (elettrolisi) o a partire dal gas naturale (reforming). L’idrogeno rinnovabile, ossia l’idrogeno prodotto utilizzando energia elettrica rinnovabile o biomassa, può consentire di rendere più ecologiche le industrie pesanti dell’Ue.  Il suo uso comporta però una serie di sfide, tra cui i costi di produzione e il fabbisogno di energia elettrica rinnovabile e di acqua. Nel 2022 l’idrogeno rappresentava meno del 2 % del consumo energetico europeo e la maggior parte della domanda proveniva dalle raffinerie. Stando alla relazione della Corte, la domanda che dovrebbe essere stimolata non raggiungerà nemmeno 10 milioni di tonnellate entro il 2030, né tanto meno i 20 milioni di tonnellate previsti inizialmente dalla Commissione.

Assenza di strategia

La Corte rileva che, allo stato attuale, non esiste una strategia generale dell’Ue sulle importazioni di idrogeno. L’idrogeno rinnovabile o “verde” ha significative ripercussioni sul futuro di industrie essenziali dell’Ue, dato che può aiutare la decarbonizzazione soprattutto in settori difficilmente elettrificabili, come la produzione di acciaio, nonché l’industria petrolchimica, del cemento e dei fertilizzanti. Può inoltre aiutare l’Ue a raggiungere l’obiettivo climatico di zero emissioni nette entro il 2050 e a ridurre ulteriormente la dipendenza dell’Ue dai combustibili fossili russi. “Occorre fare il punto della situazione della politica industriale dell’Ue in materia di idrogeno rinnovabile” ha dichiarato Stef Blok, responsabile dell’audit per la Corte dei conti europea. “L’Ue dovrebbe decidere una strategia per progredire sulla via della decarbonizzazione, senza alterare la situazione concorrenziale di industrie essenziali dell’Ue o creare nuove dipendenze strategiche”.

Luci e ombre

Per iniziare, la Commissione ha fissato obiettivi eccessivamente ambiziosi per la produzione e l’importazione di idrogeno rinnovabile (10 milioni di tonnellate per ciascuna entro il 2030). Questi obiettivi non erano basati su analisi approfondite, bensì il frutto di valutazioni politiche. Inoltre, il loro raggiungimento è stato compromesso da un inizio accidentato. Innanzitutto, le ambizioni divergenti degli Stati membri non erano sempre allineate con gli obiettivi dell’Ue. Poi, nel coordinare l’azione degli Stati membri e dell’industria la Commissione non ha fatto sì che tutte le parti spingessero nella stessa direzione. D’altra parte, la Corte riconosce alla Commissione il merito di aver proposto la maggior parte degli atti giuridici in breve tempo: il quadro normativo è quasi completo e ha fornito quella certezza che è indispensabile per creare un nuovo mercato. Tuttavia, c’è voluto tempo per trovare un accordo sulle norme che definiscono l’idrogeno rinnovabile e molte decisioni di investimento sono state posticipate. I promotori dei progetti hanno inoltre rinviato le decisioni di investimento perché l’offerta dipende dalla domanda e viceversa.

Creare una industria Ue dell’idrogeno richiede massicci investimenti pubblici e privati, ma la Commissione non dispone di una visione completa né del fabbisogno né dei finanziamenti pubblici disponibili. Al tempo stesso, i finanziamenti dell’Ue, che gli auditor hanno stimato a 18,8 miliardi di euro per il periodo 2021-2027, sono dispersi tra più programmi: di conseguenza, per le imprese è difficile scegliere il tipo di finanziamento più adatto a uno specifico progetto. Il grosso dei finanziamenti dell’Ue è utilizzato dagli Stati membri con una quota importante di industrie difficili da decarbonizzare e che hanno progetti in fase più avanzata, ossia Germania, Spagna, Francia e Paesi Bassi. Non vi è ancora alcuna garanzia che il potenziale di produzione di idrogeno dell’Ue possa essere sfruttato appieno o che i finanziamenti pubblici consentiranno di trasportare l’idrogeno verde all’interno dell’Ue dai paesi con un buon potenziale di produzione a quelli con una elevata domanda da parte del settore industriale.

Raccomandazioni

La Corte raccomanda alla Commissione di aggiornare la strategia per l’idrogeno sulla base di una valutazione approfondita dei seguenti aspetti: come calibrare gli incentivi sul mercato per la produzione e l’uso dell’idrogeno rinnovabile; come stabilire un ordine di priorità per gli scarsi finanziamenti dell’Ue e decidere su quali parti della catena del valore focalizzarsi; considerare quali industrie l’Ue vuole mantenere e a quale prezzo, date le implicazioni geopolitiche della produzione interna all’Ue rispetto alle importazioni da paesi terzi.

Fonte: Corte dei conti europea