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La quantità di rifiuti pericolosi nell’UE è ancora in aumento

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La produzione di rifiuti pericolosi aumenta e l’UE non può non affrontare la questione. I metodi da preferire per occuparsi dei rifiuti pericolosi sono il riciclo e il recupero di energia. Si dovrebbe ricorrere allo smaltimento solo come estrema risorsa. Ciononostante, oltre il 50 % del totale dei rifiuti pericolosi dell’UE viene ancora smaltito. In questa analisi, abbiamo mostrato che prevenzione e trattamento dei rifiuti pericolosi sono tuttora difficoltosi, ma presentano anche delle opportunità”, ha dichiarato Eva Lindström, responsabile dell’analisi sui rifiuti pericolosi per la Corte dei conti europea.

La normativa dell’UE definisce i rifiuti pericolosi come rifiuti che presentano una o più caratteristiche di pericolo, ad esempio esplosive, irritanti o tossiche. I rifiuti pericolosi sono potenzialmente nocivi per la salute delle persone e per l’ambiente. Il comparto manifatturiero (metallurgico in particolar modo), il trattamento delle acque e dei rifiuti, l’edilizia e il settore estrattivo sono responsabili complessivamente di oltre il 75 % dei rifiuti pericolosi prodotti nell’UE. Questi ultimi possono essere anche generati nelle case delle famiglie (ad esempio, lo sono certi medicinali, le batterie usate, i prodotti per la pulizia e le apparecchiature elettroniche). Nell’ambito della gestione dei rifiuti, a essere responsabili dell’attuazione delle disposizioni giuridiche dell’UE a livello nazionale sono gli Stati membri. La Commissione ha avviato numerose procedure di infrazione nei confronti di quegli Stati che non hanno recepito la normativa dell’UE nella legislazione nazionale o non l’hanno rispettata. La Commissione dispone di una panoramica dei fondi dell’UE per il trattamento dei rifiuti in generale, con 4,3 miliardi di euro di fondi stanziati per il periodo di programmazione 2014‑2020, ma non ne ha una simile per i rifiuti pericolosi nello specifico. I dati disponibili indicano che tali finanziamenti sono stati erogati principalmente tramite Orizzonte 2020 per ricerca e sviluppo di capacità. I fondi che costituiscono l’altro maggiore contributo al finanziamento della gestione dei rifiuti pericolosi sono il Fondo di coesione e il Fondo europeo di sviluppo regionale. A integrazione del bilancio dell’UE, sia il dispositivo per la ripresa e la resilienza, sia la Banca europea per gli investimenti forniscono finanziamenti per la gestione dei rifiuti, inclusi quelli pericolosi. Dall’adozione del regolamento sulla tassonomia nel 2020, l’UE ha smesso di finanziare l’incenerimento dei rifiuti pericolosi e il conferimento in discarica, attività ritenute non sostenibili, mentre ne ha promosso il riciclo.

Il modo migliore di far fronte alla questione è in primo luogo far sì che i rifiuti pericolosi non vengano prodotti. Questo principio è stato una priorità dell’UE fin dal 1991. L’azione dell’UE è stata incentrata sull’influenzare il modo in cui gli operatori economici progettano e realizzano i prodotti, sul rendere chi inquina responsabile dei propri rifiuti e sul fornire ai consumatori migliori informazioni. Nonostante tali iniziative, la quantità di rifiuti pericolosi prodotti nell’UE non sta calando. I rifiuti pericolosi devono essere trattati in appositi impianti, conformemente a regole e requisiti di sicurezza rigidi. L’onere amministrativo e i maggiori costi per gli operatori economici che ne conseguono rendono concreto il rischio di traffico illecito: gli stessi operatori non dichiarano i rifiuti prodotti come pericolosi e li scaricano abusivamente o li spediscono altrove in violazione della normativa. La Corte sottolinea che classificare e tracciare adeguatamente i rifiuti pericolosi aiuterebbe a prevenire trattamenti impropri e scorciatoie illecite, pur rilevando che i rifiuti pericolosi vengono classificati in modi differenti negli Stati membri. Secondo la Corte, inoltre, la Commissione europea potrebbe intensificare i propri sforzi per armonizzare la normativa UE applicabile. Allineare i registri elettronici nazionali dei rifiuti pericolosi al registro europeo previsto per la spedizione dei rifiuti aiuterebbe a tracciarli con maggiore efficacia durante tutto il loro ciclo di vita.

Idealmente, i rifiuti pericolosi dovrebbero essere preparati per essere riutilizzati o riciclati. Tuttavia, la maggior parte di tali rifiuti non è adatta al riutilizzo e il riciclo è limitato da impedimenti tecnici e dalla mancanza di opportunità di mercato per i rifiuti riciclati. Nell’analisi, la Corte evidenzia che migliorare le tecnologie e la capacità di riciclo creerebbe diverse possibilità: ad esempio, recuperare le materie prime critiche dalle apparecchiature elettroniche e da altri rifiuti sosterrebbe l’autonomia strategica dell’UE.

Il traffico illecito e lo scarico abusivo dei rifiuti pericolosi continuano a essere attività lucrative: secondo alcune stime, i ricavi annuali si attestano tra 1,5 e 1,8 miliardi di euro per il solo traffico illecito. I casi individuati, le indagini e le azioni penali sono rari, e le sanzioni sono modeste. Il ricorso alla digitalizzazione per meglio tracciare i rifiuti pericolosi e contrastare le false dichiarazioni, oltre a un sistema di sanzioni più dissuasivo, potrebbe limitare le possibilità di praticare il traffico illecito. Anche un divieto su tutte le spedizioni di rifiuti da smaltire, proposto dalla Commissione nel 2021, potrebbe contribuire a contenere tale tipo di traffico.

Fonte: Corte dei conti europea

Il sostegno dell’UE alle regioni carbonifere ha fatto poco per la transizione climatica

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L’assistenza finanziaria dell’Unione Europea alle regioni carbonifere ha avuto un impatto limitato sulla creazione di posti di lavoro e sulla transizione energetica, si afferma nella relazione pubblicata lo sorso 9 novembre dalla Corte dei conti europea. Malgrado i progressi generali, il carbone rimane una fonte significativa di emissioni di gas a effetto serra in numerosi paesi dell’UE. La Corte invita pertanto ad usare il nuovo Fondo per una transizione giusta in modo efficace ed efficiente, per alleviare l’impatto socioeconomico sulle regioni carbonifere della transizione dell’UE verso la neutralità climatica.

Il settore europeo del carbone è stato in costante declino negli ultimi decenni. Per sostenere la transizione socioeconomica ed energetica nelle regioni carbonifere, erano disponibili fondi della politica di coesione dell’UE: per il 2014‑2020, sono stati forniti circa 12,5 miliardi di euro alle sette regioni carbonifere oggetto dell’audit. Sebbene la produzione sia stata notevolmente ridotta, nel 2019 alla combustione di carbone era ancora imputabile il 15 % delle emissioni di gas a effetto serra dell’UE. Il graduale abbandono del carbone a fini di generazione di energia è stato considerato di recente nel Green Deal europeo un fattore essenziale per conseguire gli obiettivi climatici per il 2030 e realizzare la neutralità climatica entro il 2050. Il Fondo per una transizione giusta, istituito nel giugno 2021, mette a disposizione 19,3 miliardi di euro nel periodo 2021‑2027 per le regioni ed i settori più colpiti dalla transizione verso la neutralità climatica. “Il Fondo per una transizione giusta, una componente fondamentale del Green Deal europeo, fornisce notevoli risorse aggiuntive alle regioni carbonifere”, ha dichiarato Nikolaos Milionis, responsabile dell’audio all’interno della Corte dei conti europe. “La Commissione europea dovrebbe far sì che i fondi dell’UE sostengano un chiaro percorso di graduale abbandono del carbone, tenendo conto delle tensioni sul mercato dell’energia seguite all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia”.

La riduzione della produzione di carbone ha inevitabilmente determinato un calo del numero di lavoratori in tale settore. In alcune regioni, come la Lusazia (Germania) e la Slesia (Polonia), tali riduzioni di personale sono state realizzate attraverso fluttuazioni naturali di occupati e pensionamenti, mentre in altre regioni, ad esempio nella Moravia-Slesia (Repubblica Ceca), le imprese carbonifere hanno dovuto licenziare i propri lavoratori. Per i lavoratori del settore del carbone licenziati erano disponibili attività di formazione finanziate dall’UE; tuttavia, stante l’indisponibilità dei dati riguardanti la partecipazione, gli auditor della Corte non hanno potuto stabilire se queste misure abbiano aiutato detti lavoratori a trovare una nuova occupazione. Gli auditor della Corte non hanno neanche constatato alcun impatto significativo dei finanziamenti sulla capacità di produzione di energia da fonti rinnovabili nelle regioni esaminate. Anche gli investimenti finanziati dall’UE volti a conseguire risparmi di energia hanno avuto un impatto modesto o non hanno potuto essere quantificati.

La Corte segnala il rischio che i fondi potrebbero essere spesi senza che la transizione abbia luogo. Prima di proporre il Fondo per una transizione giusta, da destinare alle regioni e ai settori più colpiti, la Commissione non ha svolto un’analisi adeguata delle realizzazioni conseguite in queste regioni grazie ai precedenti finanziamenti dell’UE, né delle necessità ancora da soddisfare. La durata limitata del programma accentua tale rischio, poiché la maggior parte dei fondi devono essere impegnati entro la fine del 2023 ed utilizzati entro la fine del 2026. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e i relativi effetti sul mercato dell’energia potrebbero inoltre comportare ritardi nel graduale abbandono del carbone.

Paesi Ue producono meno carbone ma ne importano di più da altre nazioni. La Corte ha osservato che, in alcuni paesi dell’UE, il carbone prodotto a livello nazionale era stato sostituito da importazioni o da altri combustibili fossili. La Germania e la Polonia, ad esempio, hanno aumentato in misura significativa le loro importazioni di carbone negli ultimi 15 anni. Di conseguenza, il carbone rimane una fonte significativa di emissioni di gas a effetto serra, specie in Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Germania, Slovenia e Romania. La Corte ha inoltre constatato che non si era prestata sufficiente attenzione alle emissioni di metano derivanti dalle miniere di carbone chiuse o abbandonate.

Fonte: Corte dei conti europea

 

Pesca illegale, la Corte dei conti europea invoca azioni più decisive per contrastarla

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L’UE è uno dei principali attori globali nel settore della pesca, sia in termini di flotta peschereccia (con circa 79 000 navi), sia in qualità di maggiore importatore al mondo di prodotti ittici (il 34 % del commercio totale a livello mondiale). In linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile, l’UE si è impegnata a porre fine alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata entro il 2020, ma non vi è riuscita. In ogni caso, non basta assicurare la legalità di un prodotto per garantire che quest’ultimo provenga da fonti sostenibili.

Nel 2008 l’UE ha istituito un sistema di certificazione delle catture al fine di garantire la legalità dei prodotti della pesca importati. “L’UE dispone di regimi di controllo per contrastare lo spaccio di prodotti ittici pescati illegalmente ai consumatori”, ha affermato Eva Lindström, responsabile dell’audit all’interno della Corte dei conti europea. “Nonostante tali misure, però, questi prodotti continuano a finire nel piatto dei cittadini dell’UE. Ciò è fra l’altro dovuto al fatto che le verifiche e le sanzioni sono applicate in modo diverso a seconda dello Stato membro”.  Secondo la Corte, il sistema di certificazione delle catture istituito nel 2008 ha migliorato la tracciabilità e ha rafforzato i controlli sulle importazioni, ma i controlli eseguiti dagli Stati membri non sono uniformi. Il sistema di certificazione delle catture dell’UE è basato su documentazione cartacea, con il maggior rischio di frode che ne consegue, mentre sarebbe più efficace – sostiene la Corte – un’unica banca dati elettronica a livello di Unione. In realtà, la Commissione europea ha sviluppato un sistema informatico a livello di UE per svelare più facilmente le frodi e automatizzare i controlli, ma nessuno Stato membro lo utilizza. La Commissione ha proposto di renderne obbligatorio l’uso.

Cartellini “gialli” e “rossi”. La Commissione e il Consiglio, qualora reputino carenti i regimi di controllo in atto in paesi non appartenenti all’UE che esportano prodotti ittici nell’Unione, possono intervenire emettendo cartellini “gialli” o “rossi”. Quando viene attribuito un cartellino rosso a uno di questi paesi, gli Stati membri dell’UE sono tenuti a respingere tutte le importazioni di prodotti della pesca provenienti dai suoi pescherecci. La Corte ha riscontrato che il sistema dei cartellini si è rivelato utile, innescando riforme nella maggior parte dei paesi a cui è stato applicato. Agli Stati membri spetta verificare l’attività di pesca condotta dalla flotta battente la loro bandiera e nelle loro acque. La Corte ha constatato che le verifiche nazionali hanno spesso rilevato casi di pesca illegale. Ciò nonostante, in alcuni Stati membri persistono, a causa di scarsi controlli, volumi di pesca eccessivi e una comunicazione incompleta delle catture. La dichiarazione errata delle catture costituisce l’infrazione più comune commessa dalla flotta dell’UE, a cui fa seguito la pesca in zone di divieto o senza contingenti assegnati e l’utilizzo di attrezzi illegali. È ampiamente dimostrato, stando alla Corte, che è problematico imporre il rispetto dell’obbligo di sbarco e che i rigetti illegali in mare continuano. La Corte ha inoltre constatato che i progetti finanziati dall’UE sottoposti all’audit avevano concorso a rafforzare il regime di controllo della pesca.

Quanto al sistema sanzionatorio, la Corte ha rilevato che la grande maggioranza delle infrazioni gravi individuate ha determinato l’avvio di un’indagine o di un procedimento penale, con la conseguente irrogazione tempestiva di sanzioni. Dall’audit è emerso però che non vi sono condizioni di parità nel territorio dell’UE. Ad esempio, la Corte ha osservato che l’ammenda media inflitta per un’infrazione analoga variava da circa 200 euro (Cipro, Lituana ed Estonia) a oltre 7 000 euro (Spagna). In alcuni Stati membri, le sanzioni non costituivano un adeguato deterrente contro la pesca illegale, in quanto non erano commisurate ai vantaggi economici ricavati dalle infrazioni. La Corte raccomanda alla Commissione di perseguire l’applicazione uniforme ed efficace di un sistema sanzionatorio dissuasivo. Andrebbe inoltre armonizzata l’applicazione del sistema di punti di penalità nei vari Stati membri. La relazione speciale 20/2022 intitolata “Azione dell’UE per contrastare la pesca illegale – Regimi di controllo in atto ma indeboliti da verifiche e sanzioni non uniformi applicate dagli Stati membri” è disponibile sul sito Internet della Corte dei conti europea.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

REPowerEu, il piano Ue per ridurre la dipendenza dai combustili fossili russi, parte “azzoppato”

BandiereBruxelles

REPowerEU, il piano dell’UE per ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi per diversificare l’approvvigionamento energetico a livello dell’UE e accelerare la transizione verde, potrebbe trovare notevoli difficoltà pratiche, avverte la Corte dei conti europea. La riuscita del piano REPowerEU dipenderà, infatti, dall’attuazione di azioni complementari a tutti i livelli e dalla disponibilità di finanziamenti per circa 200 miliardi di euro.

Antefatto. A seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il Consiglio europeo ha deciso che l’UE deve gradualmente pervenire ad eliminare del tutto, il prima possibile, la propria dipendenza dalle importazioni di gas, petrolio e carbone russi. La Commissione europea ha quindi presentato il piano REPowerEU, volto ad aumentare la resilienza del sistema energetico dell’UE riducendone la dipendenza dai combustibili fossili e diversificando l’approvvigionamento energetico a livello dell’UE. L’obiettivo verrà realizzato tramite il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF): misure a sostegno dell’obiettivo verranno incluse nei capitoli REPowerEU dei piani nazionali per la ripresa e la resilienza.

Fondi realmente disponibili pari a 20 miliardi di euro. La Commissione ha stimato che gli investimenti aggiuntivi per REPowerEU – e più in particolare per eliminare progressivamente le importazioni di combustibili fossili russi entro il 2027 – ammonterebbero a 210 miliardi di euro. Tuttavia, i finanziamenti aggiuntivi totali resi disponibili ammontano solo a 20 miliardi di euro; le altre fonti di finanziamento sono al di fuori del controllo della Commissione e dipendono dalla volontà degli Stati membri di utilizzare i restanti prestiti dell’RRF o di stornare fondi da altre politiche dell’UE, in particolare da quelle per la coesione e lo sviluppo rurale. Di conseguenza, avverte la Corte, l’importo totale dei finanziamenti effettivamente disponibili potrebbe non essere sufficiente a coprire il fabbisogno d’investimento stimato.

Secondo la Corte, anche la prevista ripartizione dei fondi tra gli Stati membri pone problemi. Visto che i fondi verrebbero distribuiti in percentuali basate quelle inizialmente utilizzate per l’RRF, non rifletterebbero né le sfide e gli obiettivi attuali di REPowerEU né i bisogni specifici degli Stati membri. L’assenza di uno specifico termine ultimo per la presentazione dei capitoli REPowerEU riduce la probabilità che vengano individuati e promossi progetti transfrontalieri. La mancanza di qualsivoglia analisi comparativa limita la visione strategica in merito a quali progetti hanno il più alto potenziale per contribuire alla sicurezza e all’indipendenza energetiche dell’UE.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

La spesa agricola dell’UE non ha reso l’agricoltura più rispettosa del clima

BandiereBruxelles

Secondo una relazione della Corte dei conti europea, i finanziamenti agricoli dell’UE per l’azione per il clima non hanno contribuito a ridurre le emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’agricoltura. Benché oltre un quarto di tutta la spesa agricola dell’UE nel periodo 2014 2020 (più di 100 miliardi di euro) sia stata destinata alla mitigazione dei cambiamenti climatici, è dal 2010 che le emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’agricoltura non diminuiscono. La maggior parte delle misure finanziate dalla politica agricola comune (PAC) ha infatti limitate potenzialità ai fini della mitigazione dei cambiamenti climatici, e la PAC non incentiva l’adozione di pratiche efficaci rispettose dell’ambiente.

Monito. “L’UE svolge un ruolo fondamentale nella mitigazione dei cambiamenti climatici nel settore agricolo, dal momento che elabora normativa in materia di ambiente e cofinanzia la maggior parte della spesa agricola degli Stati membri”, ha dichiarato Viorel Ștefan, responsabile della relazione all’interno della Corte dei conti europea. “Le nostre constatazioni dovrebbero essere utili per raggiungere l’obiettivo UE della neutralità climatica entro il 2050. La nuova politica agricola comune deve concentrarsi di più sulla riduzione delle emissioni prodotte dall’agricoltura, deve essere più trasparente e rendere meglio conto del contributo fornito alla mitigazione dei cambiamenti climatici”.

La verifica. La Corte ha esaminato se le pratiche per la mitigazione dei cambiamenti climatici sostenute dalla PAC nel periodo 2014 2020 abbiano le potenzialità di ridurre le emissioni di gas a effetto serra prodotte da tre fonti fondamentali: zootecnia, fertilizzanti chimici e letame e uso dei terreni (terre coltivate e pascoli). Ha analizzato inoltre se, nel periodo 2014 2020, la PAC abbia incentivato l’adozione di efficaci pratiche di mitigazione meglio che nel periodo precedente (2007 2013).

Le emissioni prodotte dall’allevamento del bestiame rappresentano circa metà delle emissioni in agricoltura ed è dal 2010 che non diminuiscono. Tali emissioni sono direttamente collegate alle dimensioni delle mandrie, e i bovini ne causano i due terzi. La quota di emissioni riconducibile alla zootecnia aumenta ulteriormente se si tiene conto delle emissioni connesse alla produzione di mangimi animali (comprese le importazioni). La PAC non cerca però di limitare il numero di capi di bestiame, né fornisce incentivi per una loro riduzione. Le misure di mercato della PAC includono la promozione dei prodotti di origine animale, il cui consumo non diminuisce dal 2014: contribuiscono così a mantenere le emissioni di gas a effetto serra invece che a ridurle.

Le emissioni dovute ai fertilizzanti chimici e al letame, che rappresentano quasi un terzo delle emissioni prodotte dall’agricoltura, sono aumentate tra il 2010 e il 2018. La PAC ha sostenuto pratiche che potrebbero ridurre l’uso di fertilizzanti, come l’agricoltura biologica e la coltivazione di legumi da granella. Tali pratiche, secondo la Corte, non hanno tuttavia un effetto certo sulle emissioni di gas a effetto serra. Pratiche di provata efficacia, come i metodi dell’agricoltura di precisione che regolano l’applicazione di fertilizzanti in base alle necessità delle colture, ricevono invece meno finanziamenti.

La PAC finanzia pratiche non rispettose dell’ambiente, sovvenzionando, ad esempio, gli agricoltori che coltivano le torbiere drenate, che rappresentano meno del 2 % delle superfici agricole dell’UE ma rilasciano il 20 % delle emissioni di gas a effetto serra dell’UE prodotte dall’agricoltura. I fondi per lo sviluppo rurale avrebbero potuto essere utilizzati per il ripristino di queste torbiere, ma ciò è avvenuto di rado. Il sostegno a misure della PAC per il sequestro del carbonio, quali l’imboschimento, i sistemi agroforestali e la conversione di seminativi in prato, non è aumentato rispetto al periodo 2007 2013. La normativa dell’UE attualmente non applica il principio “chi inquina paga” alle emissioni di gas a effetto serra del settore agricolo.

Infine, la Corte ha rilevato che le norme di condizionalità e le misure di sviluppo rurale sono cambiate poco rispetto al periodo precedente, nonostante le maggiori ambizioni dell’UE in materia di clima. Il regime di inverdimento avrebbe dovuto rafforzare la performance ambientale della PAC: invece, non ha incentivato gli agricoltori ad adottare misure efficaci rispettose dell’ambiente, e l’impatto prodotto sul clima è stato marginale.

Il contesto . La produzione alimentare è responsabile del 26 % delle emissioni mondiali di gas a effetto serra e l’agricoltura, soprattutto il settore zootecnico, è responsabile della maggior parte di tali emissioni. Attualmente a livello dell’UE si sta negoziando la politica agricola comune per il periodo 2021 2027, che disporrà di una dotazione di circa 387 miliardi di euro. Quando verrà raggiunto un accordo sulle nuove regole, gli Stati membri le attueranno attraverso i “piani strategici della PAC” elaborati a livello nazionale e soggetti al monitoraggio della Commissione europea. In base alle norme attuali, ogni Stato membro decide se il proprio settore agricolo debba contribuire alla riduzione delle emissioni prodotte dall’agricoltura.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Mobilita’ elettrica, svolta possibile solo se l’Unione Europea accelera la realizzazione delle infrastrutture di ricarica

Con il Green Deal europeo annunciato nel dicembre 2019, l’UE mira a ridurre, entro il 2050, le proprie emissioni di gas a effetto serra generate dai trasporti del 90 % rispetto al 1990, nell’ambito di più ingenti sforzi profusi per divenire un’economia climaticamente neutra. I trasporti generano circa un quarto di tutte le emissioni di gas a effetto serra nell’UE, prevalentemente (72 %) tramite il trasporto su strada. Una parte essenziale della riduzione delle emissioni generate dal trasporto su strada consiste nel passare gradualmente a modi di alimentazione alternativi, a minore intensità di carbonio.

Nel 2020, nonostante il generale calo delle immatricolazioni di nuovi veicoli dovuto alla pandemia di COVID-19, il segmento dei veicoli elettrici e ibridi ricaricabili ha visto crescere considerevolmente la propria quota di mercato. Le reti di ricarica, tuttavia, non si stanno sviluppando allo stesso ritmo. “La mobilità elettrica necessita di un numero sufficiente di infrastrutture di ricarica. Ma affinché tali infrastrutture siano costruite, è necessario che ci siano maggiori certezze circa la diffusione dei veicoli elettrici”, ha dichiarato Ladislav Balko, membro della Corte responsabile della relazione. “Lo scorso anno, un’autovettura ogni dieci vendute nell’UE era ricaricabile elettricamente, ma le infrastrutture di ricarica non sono accessibili in modo uniforme nell’UE. La Corte ritiene che la Commissione dovrebbe fare di più per sostenere una copertura della rete in tutta l’UE e garantire che i fondi UE vadano là dove sono maggiormente necessari”.

L’UE sostiene gli Stati membri nella realizzazione di infrastrutture di ricarica elettrica mediante strumenti di intervento, coordinamento e finanziamenti. Secondo la Corte, non è stata realizzata un’analisi completa del deficit infrastrutturale, che stabilisse quante stazioni di ricarica accessibili al pubblico fossero necessarie, dove avrebbero dovuto essere situate e quale potenza avrebbero dovuto erogare. I finanziamenti forniti mediante il meccanismo per collegare l’Europa (MCE) non sono sempre andati là dove erano maggiormente necessari, e non vi erano valori-obiettivo chiari e coerenti né requisiti minimi in materia di infrastrutture a livello UE. Sistemi informativi e di pagamento differenti complicano l’esperienza dell’utente. Ad esempio, tra le diverse reti vi sono scarse informazioni coordinate sulla disponibilità in tempo reale, sui dati di ricarica e sui dettagli di fatturazione.

Raccomandazioni. Nella prospettiva del riesame in corso del quadro strategico e normativo in materia di mobilità elettrica, la Corte raccomanda alla Commissione europea di preparare una tabella di marcia con i termini entro cui raggiungere i valori-obiettivo per le infrastrutture di ricarica e di stabilire norme e requisiti minimi. Raccomanda inoltre di destinare i finanziamenti sulla base di criteri oggettivi e di analisi del deficit infrastrutturale, nonché di garantire che i progetti cofinanziati offrano un accesso sostenibile e non discriminatorio a tutti gli utilizzatori.

Fonte: servizio stampa Corte dei Conti europea

Corte dei conti europea: azione UE inefficace nell’arrestare il declino degli impollinatori selvatici

Secondo una nuova relazione della Corte dei conti europea, le misure adottate dall’UE non hanno garantito la protezione degli impollinatori selvatici. La strategia sulla biodiversità fino al 2020 si è dimostrata ampiamente inefficace nel prevenirne il declino. Inoltre, le principali politiche dell’UE, tra cui la politica agricola comune, non contemplano criteri specifici per la protezione degli impollinatori selvatici. La Corte sostiene che, per di più, la normativa UE in materia di pesticidi rappresenta una delle principali cause della perdita di tali specie animali.

Gli impollinatori, come api, vespe, sirfidi, farfalle, falene e coleotteri contribuiscono in maniera significativa all’aumento della quantità e della qualità degli alimenti a noi disponibili. Negli ultimi decenni, tuttavia, la quantità e la diversità degli impollinatori selvatici sono diminuite, principalmente a causa dell’agricoltura intensiva e dell’uso dei pesticidi. La Commissione europea ha predisposto un quadro di misure per affrontare il problema, basato in gran parte sull’iniziativa a favore degli impollinatori del 2018 e sulla strategia dell’UE sulla biodiversità fino al 2020. Ha inoltre introdotto, nelle politiche e nella normativa UE esistenti, misure potenzialmente in grado di avere effetti sugli impollinatori selvatici. La Corte ha valutato l’efficacia di tale azione.“Gli impollinatori rivestono un ruolo essenziale nella riproduzione delle piante e nelle funzioni ecosistemiche, e la loro diminuzione dovrebbe essere interpretata come una grave minaccia al nostro ambiente, all’agricoltura e ad un approvvigionamento alimentare di qualità”, ha dichiarato Samo Jereb, il Membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione. “Le iniziative finora intraprese dall’UE per proteggere gli impollinatori selvatici si sono purtroppo rivelate non abbastanza incisive da produrre i frutti sperati.”

La Corte ha rilevato che il quadro ad hoc predisposto dall’UE in materia non contribuisce realmente a proteggere gli impollinatori selvatici. Sebbene la strategia dell’UE sulla biodiversità fino al 2020 non prevedesse alcuna singola azione specificamente destinata ad invertire il declino degli impollinatori selvatici, quattro degli obiettivi da essa stabiliti potrebbero indirettamente favorire tali specie animali. Tuttavia, dalla revisione intermedia della strategia realizzata dalla Commissione, è emerso che per tre di tali obiettivi, i progressi erano stati insufficienti o nulli. La revisione ha inoltre individuato proprio nell’impollinazione uno degli elementi più degradati negli ecosistemi dell’UE. La Corte ha inoltre constatato che l’iniziativa a favore degli impollinatori non ha condotto a modifiche significative delle principali politiche.

La Corte ha inoltre rilevato che altre politiche dell’UE che promuovono la biodiversità non contemplano requisiti specifici per la protezione degli impollinatori selvatici. La Commissione non si è avvalsa delle opzioni disponibili in termini di misure di conservazione della biodiversità previste da altri programmi, quali la direttiva Habitat, la rete Natura 2000 e il programma LIFE. Quanto alla PAC, la Corte ritiene inoltre che sia parte del problema, non parte della soluzione. In una recente relazione, la Corte è giunta alla conclusione che gli obblighi di inverdimento e lo strumento di condizionalità previsti nel quadro della PAC non sono stati efficaci nell’arrestare il declino della biodiversità nei terreni agricoli.

Infine, la Corte sottolinea inoltre che l’attuale normativa in materia di pesticidi non è in grado di offrire misure adeguate per la protezione degli impollinatori selvatici. La normativa attualmente in vigore prevede misure di protezione per le api mellifere, ma le valutazioni dei rischi si basano ancora su orientamenti obsoleti e poco in linea con i requisiti normativi e le più recenti conoscenze scientifiche. A tale riguardo, la Corte sottolinea che il quadro dell’UE in materia ha consentito agli Stati membri di continuare ad utilizzare pesticidi ritenuti responsabili di ingenti perdite di api mellifere. A titolo di esempio, tra il 2013 e il 2019 sono state concesse 206 autorizzazioni di emergenza per tre neonicotinoidi (imidacloprid, tiametoxam e clothianidin), sebbene il loro uso sia soggetto a restrizioni dal 2013 e l’impiego all’area aperta sia severamente vietato dal 2018. In un’altra relazione pubblicata quest’anno, la Corte ha constatato che le pratiche di difesa integrata potrebbero contribuire a ridurre il ricorso ai neonicotinoidi, ma l’UE ha compiuto scarsi progressi nell’assicurarne il rispetto.

Raccomandazioni. Dato che il “Green Deal europeo” sarà in cima all’agenda dell’UE nei decenni a venire, la Corte raccomanda alla Commissione europea di: valutare la necessità di predisporre misure specifiche per gli impollinatori selvatici nelle azioni e nelle misure di follow-up previste per il 2021 relative alla strategia dell’UE sulla biodiversità fino al 2030; integrare meglio azioni volte a proteggere gli impollinatori selvatici negli strumenti strategici dell’UE relativi alla conservazione della biodiversità e all’agricoltura; e migliorare la protezione degli impollinatori selvatici nel processo di valutazione dei rischi legati ai pesticidi.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

La Corte dei conti europea esamina nuove tecnologie di produzione e trattamento delle immagini ai fini del monitoraggio della PAC

La Corte dei conti europea sta svolgendo un audit, la cui pubblicazione è prevista per l’inizio del 2020, per valutare l’uso da parte dell’UE delle nuove tecnologie di produzione e trattamento delle immagini ai fini del monitoraggio della politica agricola comune (PAC).

Effettuati controlli sul 5 per cento dei richiedenti aiuti UE. In particolare, esaminerà il sostegno fornito dalla Commissione europea e le pratiche in uso negli Stati membri e analizzerà le problematiche che ostacolano un’applicazione più rapida e diffusa di queste nuove tecnologie. Ogni anno, infatti, gli Stati membri effettuano circa 900 000 controlli in loco sugli aiuti dell’UE nel settore agricolo. Tali controlli coprono tuttavia solo il 5 % dei richiedenti. Le nuove tecnologie di produzione e trattamento delle immagini, invece, possono fornire prove più complete delle attività agricole realmente svolte dagli agricoltori e della loro conformità alle norme della PAC, oltre ad accrescere l’efficacia delle future misure climatiche e ambientali della PAC. Potenzialmente, può anche ridurre i costi dei controlli negli Stati membri, esaminando al contempo un numero maggiore di beneficiari.

Da circa due anni, il programma dell’UE che si avvale del satellite Sentinel di Copernicus fornisce immagini ad alta risoluzione disponibili gratuitamente. I dati forniti dal satellite possono facilitare i controlli concernenti, ad esempio, l’attività agricola svolta sulle parcelle, la classificazione delle colture o talune aree di interesse ecologico. La Commissione e gli Stati membri stanno promuovendo anche altri progetti, che prevedono l’uso di foto geo-referenziate e di droni e soluzioni per il monitoraggio dei terreni. Tutti offrono opportunità per monitorare la PAC in un modo più completo, efficace ed efficiente sotto il profilo dei costi.

L’audit della Corte valuterà se la Commissione europea e gli Stati membri abbiano preso provvedimenti per sfruttare le potenzialità delle nuove tecnologie in materia di immagini per il monitoraggio della PAC. In particolare, analizzerà: se la Commissione abbia incoraggiato l’impiego diffuso delle tecnologie in questione; se gli Stati membri abbiano preso provvedimenti per porle in atto. L’audit prevede anche visite informative in quattro Stati membri che hanno iniziato a utilizzare le immagini satellitari per il monitoraggio della PAC, ossia Belgio, Danimarca, Italia e Spagna.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Pericoli chimici negli alimenti, secondo la Corte dei conti europea il sistema di sicurezza alimentare Ue è sottoposto a forti pressioni

Premessa. La politica dell’Unione Europea in materia di sicurezza alimentare mira ad assicurare un livello elevato di tutela della vita e della salute umana e a proteggere i cittadini europei da tre tipi di pericoli che gli alimenti possono comportare: fisici, biologici e chimici. Un modello di sicurezza questo, guardato con rispetto in tutto il mondo, ma che è attualmente sottoposto a forti pressioni per quanto riguarda il pericolo chimico, secondo la Corte dei conti europea.

Ritardi istituzionali. Il quadro giuridico disciplinante le sostanze chimiche in alimenti, mangimi, vegetali e animali vivi è tuttora in corso di elaborazione – afferma la Corte – e non ha ancora raggiunto il livello di attuazione previsto dalla legislazione dell’UE sulla produzione di alimenti. Inoltre, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che fornisce consulenza scientifica per la definizione delle politiche europee, ha accumulato un arretrato di lavoro in relazione alle sostanze chimiche. Ciò incide negativamente sul corretto funzionamento di parti del sistema e sulla sostenibilità del modello nel suo insieme.“La sicurezza alimentare è un tema altamente prioritario per l’UE; ha un impatto su tutti i cittadini ed è strettamente collegata al commercio”, ha dichiarato Janusz Wojciechowski, il Membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione. “L’attuale sistema dell’UE deve però far fronte ad una serie di incongruenze e di problematiche”.

Affiancare controlli pubblici/privati. In alcuni Stati membri, i controlli per alcuni gruppi di sostanze chimiche sono più frequenti che per altri e il relativo quadro normativo è talmente esteso che le autorità pubbliche trovano difficile adempiere a tutti i propri compiti. A giudizio della Corte, i controlli eseguiti da organismi pubblici possono costituire solo una piccola parte di tutti i controlli effettuati e la credibilità del modello UE può essere preservata al meglio affiancando ai sistemi di controllo pubblici quelli del settore privato. Tuttavia, solo di recente si è iniziato ad esplorare le sinergie tra i due sistemi. L’UE ha limitato l’uso di determinati antiparassitari sulla base di criteri di pericolo. Ciononostante, spiega la Corte, i residui di questi stessi antiparassitari potrebbero essere tollerati in prodotti importati nell’UE se una valutazione del rischio ha indicato che non vi sono rischi per i consumatori. La Corte ha inoltre rilevato limiti nel sistema di controllo, giacché gli Stati membri hanno difficoltà nello stabilire quali misure esecutive adottare in caso di mancato rispetto delle norme.

Raccomandazioni. La Corte raccomanda alla Commissione europea di valutare potenziali modifiche alla normativa che disciplina i pericoli chimici, alla luce della capacità di applicarla in modo uniforme; stimolare ulteriormente la complementarità, in modo che le autorità pubbliche degli Stati membri possano fare maggiore affidamento sui controlli svolti dal settore privato; spiegare quali misure intende adottare per i residui di antiparassitari presenti negli alimenti, al fine di mantenere lo stesso livello di garanzia sia per gli alimenti prodotti nell’UE che per quelli importati, senza violare le norme dell’OMC; fornire agli Stati membri ulteriori istruzioni sull’applicazione di misure esecutive e rafforzare le proprie procedure atte a monitorare la conformità con la legislazione alimentare dell’UE.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

PAC, azione di greening inefficace dal punto di vista ambientale, a segnalarlo la Corte dei conti europea

L’UE spende 12 miliardi di euro l’anno per  l’inverdimento (greening), pari al 30 % di tutti i pagamenti diretti della PAC e a quasi all’8% dell’intero bilancio dell’UE. Per gli agricoltori, questo si traduce in un importo medio di circa 80 euro per ettaro all’anno. Quando è stato introdotto l’inverdimento nel 2013, il Parlamento europeo e il Consiglio hanno spostato questi fondi dagli altri pagamenti diretti. L’ammontare totale dei pagamenti diretti della PAC è quindi rimasto sostanzialmente stabile.

L’inverdimento rientra nell’ambito della gestione concorrente, in cui la Commissione europea detiene la responsabilità complessiva per l’esecuzione del bilancio dell’UE, ma delega i compiti di attuazione agli Stati membri. Lo scopo della sua introduzione era quello di compensare gli agricoltori per l’impatto positivo che tali pratiche avrebbero prodotto sull’ambiente, un beneficio che non sarebbe stato altrimenti compensato dal mercato. Si tratta dell’unico pagamento diretto la cui principale finalità dichiarata è di carattere ambientale.

La verifica. La Corte dei conti europea, quindi, ha esaminato se l’inverdimento sia stato in grado di migliorare la performance della PAC sul piano ambientale e climatico in linea con gli obiettivi dell’UE. Sono state consultate le autorità di cinque Stati membri: Grecia, Spagna (Castiglia e León), Francia (Aquitania e Nord-Pas-de-Calais), Paesi Bassi e Polonia. È emerso che la Commissione europea non aveva sviluppato una logica di intervento completa per i pagamenti verdi, né aveva definito obiettivi ambientali chiari e sufficientemente ambiziosi da conseguire grazie a tali pagamenti. Inoltre, la dotazione di bilancio assegnata all’inverdimento non è basata sul conseguimento degli obiettivi della politica in materia di ambiente e clima. In base a quanto osservato, la Corte ritiene improbabile che l’inverdimento apporti benefici significativi per l’ambiente e per il clima, principalmente perché una parte significativa delle pratiche sovvenzionate sarebbe stata attuata comunque, anche senza tale contributo. La Corte stima che i cambiamenti delle pratiche agricole indotti dall’inverdimento interessino soltanto il 5% circa della superficie agricola dell’UE. La Corte ha rilevato infine che è improbabile che i risultati della politica giustifichino la notevole complessità che l’inverdimento ha aggiunto alla PAC, dovuta in parte alla sovrapposizione tra gli obblighi introdotti dall’inverdimento e gli altri obblighi ambientali della PAC.

Raccomandazioni. La Corte raccomanda alla Commissione di definire, in occasione della prossima riforma della PAC, una logica di intervento completa riguardo al contributo della PAC agli obiettivi dell’UE in materia di ambiente e di clima. Nella proposta di riforma, la Commissione dovrebbe applicare i seguenti princìpi:gli agricoltori dovrebbero percepire i pagamenti PAC soltanto se rispettano una serie di norme ambientali di base. Le sanzioni applicate in caso di inosservanza dovrebbero costituire un deterrente sufficiente; i programmi agricoli volti a rispondere a necessità di carattere ambientale e climatico dovrebbero includere obiettivi di performance e finanziamenti che rispecchino i costi sostenuti e il mancato guadagno risultante da pratiche che vanno oltre gli standard ambientali di base; quando gli Stati membri hanno la possibilità di scegliere tra più opzioni per l’attuazione della PAC, dovrebbero dimostrare di aver scelto opzioni efficaci ed efficienti ai fini del conseguimento degli obiettivi della politica.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea