(di Marina Meneguzzi) Il nome dovrebbe derivare da ‘rabioso’, termine dialettale usato per descrivere un frutto che rimane sempre un po’ acerbo e pertanto un po’ astringente. Di certo è che il suo “carattere tenace” l’ha fatto attraversare pressochè indenne attraverso il flagello della fillossera. E’ il Raboso veneto, vitigno “principe” della Doc Corte Benedettine, la denominazione più giovane del padovano, sorta nel 2004. Un suo parente stretto, probabilmente un clone originatosi naturalmente, il Friularo, è invece il “re” della Doc Bagnoli, altra denominazione della provincia di Padova, nata nel 1995.
Una bellezza davvero “inebriante”. Oltre al vitigno che dà vita e corpo ai loro vini più importanti, al fatto di essere piccoline e piuttosto giovani, e per questo spesso si trovano unite nella promozione, le due Doc padovane condividono la filosofia del “benessere a Km zero”. Che le ha portate a realizzare, in collaborazione con Coldiretti Veneto, le bio-creme alle vinacce del Friularo e del Moscato fior d’Arancio. Che, a detta di Onorio Finesso, presidente del Consorzio Tutela vini Doc “Corti Benedettine del Padovano” e di Lorenzo Borletti, presidente del Consorzio Vini Doc Bagnoli, stanno avendo particolare successo. Come i loro vini, sempre di grande personalità, che pian piano si stanno conquistando il gusto degli enoappassionati.
Doc “Corti Benedettine del Padovano”. Il territorio di questa Doc si estende nell’area
sud-orientale della provincia di Padova e nella parte meridionale della provincia di Venezia, occupando il territorio che per oltre 700 anni, dal 12° all’inizio del 19° secolo, ha visto la presenza e l’opera dei monaci dell’Abbazia Benedettina di Santa Giustina di Padova. Accanto a vitigni storici e autoctoni, come il Raboso, il Refosco, il Tai e il Moscato, quest’ultimo in prima fila in fatto di qualità nelle tipologie Moscato Spumante, Moscato e Passito, si coltivano con buoni risultati quelli internazionali, dunque Merlot, Cabernet, Chardonnay, Sauvignon, Pinot grigio e Pinot bianco. L’ampia gamma di vitigni presente nella Doc consente sia la produzione di vini da consumare giovani, freschi e floreali, sia di vini a medio o lungo invecchiamento, eleganti, morbidi e più strutturati.
Doc Bagnoli o Bagnoli di Sopra. “Per bever il Bon Vin in quei confini i se parte per sin da le Città…a Bagnoli se gode e no se paga. El Paron generoso accoglie tuti, con trattamento nobile, e cortese”. Così il drammaturgo veneziano Carlo Goldoni descriveva nel ‘700 il buon bere nel territorio di questa Doc. Che comprende terre di origine sedimentario-alluvionale e di medio impasto e calcarei. Fattori questi che, insieme alle sensibili escursioni termiche giornaliere estive causate dalla vicinanza del fiume Adige, determinano la forte aromaticità delle uve della zona, friularo in primis, presente nella zona da più di 500 anni. Base per la vinificazione di quasi tutti i rossi, il Friularo è proposto anche come monovitigno, in versione Passito (con uve appassite in fruttaio sulle “arele”, graticci fatti con canne palustri intrecciate e affinato in caratelli di rovere per almeno due anni) e, di recente, anche vinificato in bianco, nell’interessantissimo e già di successo Spumante Brut (sia Metodo Classico che Charmat). Buona presenza nel territorio anche dei vitigni internazionali, che danno vini di pronta beva e di medio e lungo invecchiamento.
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