
Gli edifici residenziali contribuiscono a circa un quarto (25 %) del consumo energetico dell’UE. Dal 2021, il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF) per la ripresa dal Covid, che impiega il 37% dei finanziamenti UE, destinato ad obiettivi relativi al clima e all’energia, ha offerto agli Stati membri l’opportunità di promuovere il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici residenziali. Inoltre, nella proposta di bilancio dell’UE per il periodo 2028-2034 la Commissione europea prevede l’opzione di continuare a finanziare le ristrutturazioni. Ebbene, le misure di ristrutturazione intraprese utilizzando questi fondi hanno consentito di ottenere solo modesti risparmi energetici.
È questa la principale conclusione della relazione pubblicata lo scorso 7 luglio dalla Corte dei conti europea. Sono stati finanziati per lo più progetti facili da realizzare, a scapito dei lavori di ristrutturazione più profondi che produrrebbero più risultati sul lungo periodo. Senza misure più mirate - un’esplicita focalizzazione sui risultati e un monitoraggio più intenso -, la spesa futura potrebbe non consentire di raggiungere gli obiettivi dell’UE in materia di clima ed energia, raggiungibili con edifici più efficienti.
Due terzi dell’energia consumata per riscaldare e raffrescare gli edifici è però prodotta ancora con combustibili fossili e quasi tre quarti degli edifici in tutta l’UE è tuttora inefficiente dal punto di vista energetico. Per ridurre i consumi energetici e tagliare le emissioni è quindi essenziale ristrutturare le abitazioni esistenti, soprattutto mediante progetti di ristrutturazione “profonda” che consentono di risparmiare oltre il 60% dell’energia, fondamentali per creare un parco immobiliare altamente efficiente.
A giudizio della Corte, questo approccio può generare due tipi di problemi. Innanzitutto, le misure di ristrutturazione di media intensità possono bloccare la prestazione energetica degli edifici a bassi livelli per anni, rendendo futuri miglioramenti addirittura più difficili e costosi da realizzare. In secondo luogo, gli investimenti realizzati non sono probabilmente la scelta ideale ai fini della decarbonizzazione a lungo termine. La Corte ha in effetti riscontrato che vi è una forte domanda per le misure semplici, come la sostituzione delle finestre o l’installazione di pannelli solari, mentre i lavori di costruzione che assicurano una maggiore efficienza energetica sono meno richiesti.
La Corte è inoltre critica sul modo in cui vengono verificati i risultati. La maggior parte delle misure di ristrutturazione finanziate dall'Unione Europea si focalizza sulle realizzazioni (output), come il numero di abitazioni ristrutturate o l’estensione delle superfici ristrutturate. Pochissime misure si concentrano sui risultati effettivi, come la riduzione del consumo energetico: su 111 misure di ristrutturazione esaminate, solo tre includevano obiettivi di risparmio energetico. Per stimare il risparmio energetico, i Paesi dell’UE sono incoraggiati a utilizzare gli attestati di prestazione energetica. La Corte giudica però tali informazioni non sufficientemente affidabili e confrontabili e quindi non idonee per un adeguato monitoraggio, per due ragioni. La prima è che gli attestati sono basati sui consumi stimati e non rispecchiano i consumi reali di energia, che dipendono dal modo in cui le persone riscaldano o raffrescano le proprie abitazioni e dai parametri di utilizzo delle stesse. La seconda è che gli attestati contengono spesso errori, per cui i risparmi sono sovrastimati o sottostimati.
La relazione evidenzia infine come non si tenga conto del rapporto costi-efficacia degli interventi: diventa così difficile individuare i casi di uso inefficiente dei fondi e adottare misure correttive durante l’attuazione dei progetti. L’analisi della Corte, che prende in esame diverse tipologie di interventi, edifici e scelte d’intervento, mostra che il costo dei risparmi ottenuti per unità di energia varia enormemente da uno Stato membro all’altro se esaminato in maggiore dettaglio. A tale proposito, il regime italiano del Superbonus, che da solo dovrebbe ricevere quasi un terzo di tutti i finanziamenti dedicati alle ristrutturazioni (14 miliardi di euro) nell’ambito dell’RRF, costituisce un esempio particolarmente eloquente. I costi per unità di energia risparmiata sono risultati essere quattro volte superiori a quanto inizialmente previsto. Inoltre, il regime copre fino al 110 % dei costi delle ristrutturazioni, il che significa che il sostegno pubblico può essere superiore ai costi effettivi. A giudizio della Corte, si tratta manifestamente di un uso inefficiente dei fondi dell’UE.
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