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Agribusiness in Africa, dal potenziale inespresso agli scenari futuri: i dati dell’International Market Watch di Nomisma

L’economia dell’Africa è caratterizzata da un potenziale produttivo inespresso: è questo uno degli aspetti principali messi in luce dal Report “Agribusiness in Africa e le relazioni commerciali con UE e Italia” realizzato nell’ambito dell’Osservatorio Nomisma – Veronafiere – Fieragricola. Come evidenziato dal rapporto coordinato da Chiara Volpato, project manager ed esperta dell’area Agrifood di Nomisma, e presentato da Denis Pantini, responsabile del settore agroalimentare, lo scenario africano è dominato da un ritardo strutturale che si esprime anche in campo agricolo e genera una crisi di sistema della filiera. Da qui deriva un’economia che, pur rappresentando il 24% della superficie agricola utilizzabile a livello mondiale, in termini di valore non va oltre il 6%.

Africa – resto del mondo: il gap è ancora ampio. Lo studio di Nomisma evidenzia che, nonostante i trend della ricchezza prodotta siano positivi, il gap tra Africa e resto del mondo rimane ampio. Le origini di questo gap sono da attribuire a  un quadro economico-demografico ancora in via di sviluppo in molte aree del continente, che è all’origine di problemi come la denutrizione (in Africa raggiunge un tasso del 20%, mentre nel resto del mondo si ferma a quota 11% sul totale della popolazione) e a un’agricoltura che in molte aree del continente non va oltre la sussistenza e fa crescere il deficit commerciale dell’agroalimentare, elementi a cui paradossalmente si aggiunge l’aumento dello spreco alimentare (a causa delle perdite lungo la filiera produttiva e distributiva, arriva a toccare il 15%). Lo scenario delineato da Nomisma evidenzia, inoltre, che nel prossimo futuro a livello globale l’Africa avrà un impatto decisivo in termini ambientali, commerciali e demografici (entro i prossimi 30 anni sarà africano 1/4 della popolazione mondiale).

Il potenziale di sviluppo agricolo del continente africano. I dati espressi dall’Osservatorio dedicato all’Agribusiness in Africa evidenziano che, nonostante un quadro economico – demografico ancora in via di sviluppo, il continente africano è l’area geografica con le maggiori potenzialità di sviluppo agricolo: la sua produzione, che tocca un valore di 232 miliardi di dollari, deriva per la maggior parte da colture a seminativo (l’Africa è l’epicentro mondiale delle coltivazioni di sorgo, seconda coltura nel Continente dopo il mais). Le colture a maggior valore aggiunto, come frutta e ortaggi, invece, si sviluppano solo sul 3% della superficie coltivata.
Sul fronte dell’allevamento l’Africa contribuisce al 20% della produzione mondiale di carne ovina e bufalina ma, per far fronte al fabbisogno legato al fortissimo incremento demografico, dovrà comunque mantenere canali di approvvigionamento esterno, restando di fatto un importatore netto di alimenti di origine animale. In base alle proiezioni sviluppate dall’Osservatorio, la domanda di prodotti zootecnici in Africa raggiungerà quota +145% (in volume) per quanto riguarda nello specifico il mercato della carne entro il 2050.

Lo scenario delle importazioni di derrate agricole. Sul fronte delle importazioni di derrate agricole l’ultimo decennio ha fatto registrare cambiamenti sostanziali a causa dell’entrata in scena di nuovi attori. Emblematico il caso della Russia che è diventata il principale fornitore, con una quota di mercato salita dal 5% del 2008 al 12% del 2018. Restano indietro gli Stati Uniti, la cui quota è passata dal 13% al 9%, e la Francia scesa al 7%. Tra i nuovi fornitori guadagna terreno l’India che in dieci anni ha aumentato la quota di 4 punti percentuali. Con il 64% del totale, i cereali sono in testa ai prodotti importati. Pesci e crostacei raggiungono il 13%, l’ortofrutta l’11%, mentre semi e frutti oleosi si fermano all’8%.

Macchinari agricoli: il ruolo dei nuovi player orientali. Per quanto riguarda l’import di macchinari agricoli, la storica posizione di leadership dell’Italia è stata ridimensionata dall’avvento di nuovi player orientali. Tra i protagonisti principali nel mercato delle trattrici c’è l’India, che nel giro di un decennio è passata in testa incrementando del 15% la propria quota di mercato sul fronte delle trattrici, mentre l’Italia pur restando il secondo fornitore di trattrici per il continente africano ha registrato un decremento del 2% della sua quota (ora al 15%). Sul fronte delle macchine agricole ha un ruolo di leadership anche la Cina, la cui quota di mercato è passata, nel giro di un decennio, dal 14% al 27% e oggi domina la top 5 dei fornitori, seguita ancora una volta dall’Italia, che resta al 9%. Nel complesso, il settore dei macchinari agricoli è quello che presenta la prospettiva più promettente nel breve periodo: la domanda complessiva di queste forniture è passata da 1,4 miliardi del 2008 a 2,3 miliardi nel 2018, con una crescita che ha toccato quota +65%.

Interscambio Italia – Africa e scenari futuri. Sul fronte dell’interscambio di prodotti agricoli e alimentari tra Italia e Africa, si registra un saldo negativo della nostra bilancia commerciale. Nello specifico: per le derrate agricole siamo a quota -580 milioni, mentre per quanto riguarda il settore alimentare la bilancia commerciale segna -62 milioni, per un saldo negativo complessivo di quasi 650 milioni. Questo dato è determinato soprattutto dagli acquisti di derrate agricole africane che comprendono prevalentemente pesci, verdura e frutta, (per oltre un terzo si tratta di agrumi provenienti in gran parte dal Sud Africa). Per l’Africa, lo sviluppo del proprio settore primario sarà un’esigenza sempre più stringente per dare risposta al progressivo aumento demografico e la crescente domanda alimentare. Come ha spiegato Denis Pantini, per il continente africano lo sviluppo deve basarsi sull’aumento della produttività in chiave sostenibile, elemento strettamente connesso a un incremento della dotazione tecnologica e meccanica. Per maggiori informazioni e approfondimenti sugli osservatori Nomisma o sulla piattaforma dedicata all’Agribusiness italiano si può scrivere a osservatori@nomisma.it o visitare il sito di Agrifood Monitor.

Fonte: Servizio stampa Nomisma

 

 

 

 

Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, vino italiano verso record surplus commerciale (6 mld di euro), export in crescita moderata, giù il prezzo medio, in Cina si affacciano gli spumanti

L’Italia del vino italiano si appresta quest’anno a superare per la prima volta i 6 miliardi di euro di saldo di una bilancia commerciale strutturalmente attiva, sebbene nel primo semestre la crescita (+3,3%, a circa 3 miliardi di euro) sia meno vigorosa rispetto al passato e il prezzo medio registri un calo significativo, specie nell’area Ue. Volano le vendite nei Paesi terzi oggetto di trattati di libero scambio (Giappone, Canada, Corea del Sud), mentre l’incremento negli Usa è inferiore rispetto alla media del mercato e in Cina si affacciano gli sparkling, unica tipologia segnalata in crescita nel Dragone. È l’aggiornamento sul mercato del vino dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, che ha analizzato i dati semestrali export a fonte Istat e le performance della domanda extra-Ue a base doganale nei primi sette mesi del 2019.

Export e prezzo medio, il semestre (Istat). Il pur positivo +3,3% a valore (base Istat) sottende un export italiano di vino che ha risentito nel primo semestre di una brusca frenata registrata nel mese di giugno (-7,6%), ma soprattutto di un prezzo medio in calo. Complice in particolare la caduta dello sfuso e la contemporanea minor contrazione dell’imbottigliato, il prezzo medio segna a livello globale un -5,1% sul pari periodo dello scorso anno, con punte del -7,9% per l’area comunitaria. Giù tutte le principali piazze europee, in primis la top buyer Germania (-10,1%), la cui quotazione media si è fermata a 1,9 euro al litro. Scende anche il prezzo di acquisto in Regno Unito, a -3,6% (-9,9% lo sparkling) e Francia (-9,4%), che detiene il primato del low cost (1,8 euro/l) anche per effetto dei maxi acquisti di sfuso. Meno netta la situazione nei Paesi terzi, con Stati Uniti, Canada e Svizzera in leggera crescita, Norvegia e Russia stabili, mentre si deprezza in modo significativo il vino italiano in Giappone e in Cina. Nel complesso, il vino italiano nel mondo (sfuso compreso) è venduto in media a 2,9 euro/litro, nell’Ue a 2,3 euro/litro. Per il responsabile di Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini: «Tra i top exporter mondiali, quella dell’Italia rappresenta la quarta miglior performance per il primo semestre, dopo quella della Nuova Zelanda (+13,2%), il cui export cresce sensibilmente in Usa e Uk, del Cile (+8,2%) e della Francia (+5,9%), quest’ultima in forte spolvero negli USA, Uk e Giappone con aumenti superiori al 10 per cento».

Extra-Ue: le importazioni di vino nei primi 7 mesi di quest’anno (dogane). Prosegue l’incremento del vino italiano nei Paesi terzi, seppur a ritmi meno decisi rispetto al recente passato. Le importazioni di bianchi e rossi made in Italy nei primi 10 Paesi buyer, che da soli valgono l’87% del mercato extra-Ue, sono infatti cresciute nel complesso del 2,8% a valore. Meglio dei competitor (import da mondo a +0,9%), e in particolare della Francia, che paga la pesante contrazione transalpina in Cina e a Hong Kong. L’analisi su base doganale dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, che ha riguardato i principali buyer extra-Ue (ad esclusione della Russia), dimostra inoltre come il trend italiano sia sostenuto dai soliti sparkling, a +9,8%, e dagli incrementi registrati dalle aree oggetto di recenti trattati di libero scambio. Il Giappone, in particolare, che avanza del 15% sullo stesso periodo dello scorso anno, ma anche il Canada, a +4,5% e ormai prossimo a raggiungere la Svizzera al secondo posto tra i top buyer extraeuropei. Negli Stati Uniti (+3%) la crescita è dimezzata rispetto al valore delle importazioni totali di vino (+8%) e, ancora una volta, gli spumanti (+11,1%) indorano il dato italiano bloccato dal +1% dei fermi imbottigliati, questi ultimi timidi anche nel complesso della domanda extraUe (+1,6%). Le importazioni cinesi, in gran parte bloccate nel primo quadrimestre di quest’anno a causa di un eccesso di scorte ma soprattutto di un rallentamento economico, riducono il trend negativo e chiudono, per l’Italia, a -7,3%. Mentre la sorpresa nel Dragone (come a Hong Kong) sono gli sparkling: +6,2% il dato italiano, +12,2% quello globale.

Fonte: Servizio stampa Veronafiere

Agroalimentare italiano alla prova della Brexit: vale il 6 per cento dell’import UK, ma per il Veneto arriva al 15 per cento

A sei mesi dalla data ufficiale del divorzio del Regno Unito dall’Unione Europea (29 marzo 2019) e ancora in mancanza di un accordo sulle modalità di uscita, al III Forum Agrifood Monitor di Nomisma e Crif si è fatto il punto sul ruolo che questo mercato detiene per il nostro sistema agroalimentare e sui rischi collegati ai potenziali effetti della Brexit.

I protagonisti del confronto. Oltre all’approfondimento tecnico-scientifico curato da Nomisma, il confronto è stato alimentato dai contributi sul tema delle tutele giuridiche di Dop/Igp forniti da Rebecca Halford-Harrison e Claudio Perrella degli studi legali Keystone Law e LS Lexjus Sinacta, dello stato dell’arte del negoziato da parte del vice ambasciatore britannico Ken O’Flaherty e dell’europarlamentare Paolo De Castro, nonché dalle testimonianze di due importanti Consorzi di Tutela di prodotti per i quali il Regno Unito rappresenta un mercato fondamentale, vale a dire Prosecco e Parmigiano Reggiano, nelle persone dei rispettivi direttori Luca Giavi e Riccardo Deserti.

In Gran Bretagna, l’autosufficienza alimentare non supera il 50 per cento. Con un valore vicino ai 56 miliardi di euro, Il Regno Unito rappresenta il sesto mercato al mondo per import di prodotti agroalimentari e il secondo per consumi a livello europeo (250 miliardi di euro nel 2017). Si tratta di un paese dove l’autosufficienza alimentare non supera il 50% e per tale motivo fortemente dipendente dalle importazioni, in particolare degli (ancora) partner europei, dato che il 70% delle forniture di prodotti alimentari proviene proprio da questi paesi. In tale ambito, l’Italia figura come il sesto fornitore, con una quota a valore vicina al 6% dell’import britannico.

Vista dall’altra sponda, la Gran Bretagna si configura come il nostro quarto mercato di export alimentare più importante, dopo Germania, Francia e Stati Uniti. Un mercato che nell’ultimo decennio ha aumentato i propri acquisti di prodotti del “Made in Italy” del 43%, ben più di quanto fatto nei confronti dei nostri concorrenti francesi o olandesi, ma meno rispetto a quelli spagnoli o tedeschi (+55%). Nei mesi successivi alla dichiarazione di uscita dall’Ue sancita con il referendum e con un sterlina svalutata di oltre il 10% rispetto all’euro, i tassi di crescita delle nostre vendite sul mercato britannico si sono ridotti per poi riprendersi nei primi sette mesi del 2018, quando l’import di prodotti alimentari dal nostro paese ha registrato un quasi +3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Tuttavia, se dal dato dell’export agroalimentare complessivo si passa a considerare quello delle singole produzioni, la rilevanza del Regno Unito assume ben altri contorni.

I prodotti più richiesti in UK. “I casi di prodotti fortemente legati agli acquisti dal Regno Unito sono numerosi. Basti pensare al Prosecco, per il quale la Gran Bretagna assorbe circa il 40% di tutto l’export, oppure ai pelati e alle polpe di pomodoro per le quali l’incidenza di questo mercato arriva al 20%” dichiara Denis Pantini, responsabile dell’Area Agroalimentare di Nomisma. Tra i prodotti che vantano valori di esportazione più contenuti (sotto i 100 milioni di euro in questo mercato) vanno poi segnalati anche le zuppe pronte e i fagioli in scatola per i quali UK assorbe circa un terzo del relativo export. Anche i formaggi grana Dop (Parmigiano Reggiano e Grana Padano) contano sul Regno Unito per il 9% delle proprie vendite oltre frontiera. “E parlando di indicazioni geografiche, non bisogna sottovalutare il fatto che tra vini e prodotti alimentari Dop e Ipg finisce in Gran Bretagna circa un miliardo di euro del nostro export “di eccellenze”, vale a dire quasi un terzo dell’intero valore delle esportazioni italiane di food&beverage in questo mercato”, sottolinea Pantini.

Un Paese importante per l’export veneto. Si tratta di numeri importanti che invitano a prestare attenzione all’evolversi nel negoziato in corso tra Ue e Uk, anche perché da come saranno definiti gli accordi di uscita – e da come questi impatteranno sulla tenuta del potere di acquisto degli inglesi e sul sistema delle tutela delle denominazioni di origine – non dipende solo il futuro di alcuni tra i principali prodotti del food&beverage italiano ma anche delle economie locali collegate: basti pensare che per tre regioni italiane (Campania, Veneto e Basilicata), il Regno Unito arriva a pesare fino al 15% sull’export agroalimentare regionale.

Fonte: Servizio stampa Nomisma e CRIF

Export agroalimentare: nei primi 5 mesi del 2018, l’Italia corre e mette il sale sulla coda della Francia, in testa tra i top exporter per pochi decimali

Tra inasprimento dei dazi, ritorno al protezionismo, accordi di libero scambio non ratificati e la Brexit alle porte, l’export agroalimentare dell’Italia in questo (quasi) primo giro di boa del 2018 continua a correre mettendo a segno un +3,5% rispetto all’anno precedente (gennaio-maggio 2018 su stesso periodo 2017 a valore).

Usa, Canada e Giappone importano di meno ma non dal Belpaese. “Non dobbiamo però farci ingannare, dato che al momento ci troviamo ancora in una fase di “minacce” e non di “ostacoli”, nel senso che tutte le problematiche appena descritte prefigurano uno scenario futuro benché potenzialmente imminente.” ricorda Denis Pantini, responsabile area agroalimentare di Nomisma. In effetti, andando ad analizzare la crescita dell’export italiano per singolo mercato di destinazione, si evince come in molti di quelli oggi sotto “osservazione” per i rischi sopra citati, le esportazioni agroalimentari del nostro paese stanno correndo più di quelle dei concorrenti. Se negli Usa le importazioni totali di prodotti agroalimentari hanno fatto registrare (a valore) un calo del 4% nel periodo analizzato, quelle dal nostro paese sono invece cresciute del 4,5%. Trend analogo in Canada: a fronte di una riduzione dell’import agroalimentare complessivo del 6,8%, quello di prodotti italiani è aumentato del 4%. In Giappone, con il quale si è appena chiuso l’Accordo di Partenariato Economico (Jefta), l’import agroalimentare dal nostro paese è cresciuto del +1,6% contro una riduzione complessiva del 5,3%.

Lo stesso succede in Europa, dove si registra un incremento dell’import agroalimentare dall’Italia del 2,6% nel Regno Unito (rispetto ad un -2,4% a livello totale) mentre in Germania le importazioni dall’Italia sono cresciute del 5,8%. In buona sostanza “un’Italia in netta controtendenza che “fa meglio del mercato”, per usare un termine tanto caro ai trader di Borsa, e che invita a valutare con attenzione i possibili impatti per il settore agroalimentare italiano che potrebbero derivare da una riduzione della spinta propulsiva che il commercio internazionale ha impresso alla crescita delle nostre imprese”, conclude Pantini.

Successo nei mercati “emergenti” dell’Est europeo. Spinta propulsiva che, in una comparazione tra top exporter in questa prima parte dell’anno, sta ponendo l’Italia al di sopra di tutti, eccezion fatta per la Francia che ci supera per pochi decimali in termini di crescita nell’export (4%). Merito anche dei buoni risultati registrati al di fuori dei mercati tradizionali dell’Europa Occidentale o del Nord America come nel caso del Messico (dove l’export agroalimentare italiano cresce del 23%), della Corea del Sud (+20%), della Romania (+13%) o della Polonia (+8%), dove negli ultimi cinque anni le importazioni di food&beverage dal nostro paese sono aumentate del 46%, grazie anche ad un consumatore locale che ha potuto godere di un maggior livello di benessere e che in prospettiva dovrebbe veder crescere ancora i propri redditi (+18% le previsioni di aumento del pil pro-capite in Polonia nel prossimo quinquennio).

28 settembre, a Bologna il Forum Agrifood Monitor. Le suddette performance, il ruolo fondamentale dell’export per la sostenibilità economica delle nostre imprese agroalimentari, la valutazione delle opportunità esistenti, nonché i possibili impatti derivanti dalle diverse minacce che si prospettano all’orizzonte dello scenario di mercato, saranno i temi che il Forum Agrifood Monitor 2018 approfondirà il prossimo 28 settembre. Il Forum sarà occasione per esaminare i possibili effetti derivanti dalla Brexit sul sistema agroalimentare italiano e per analizzare il posizionamento, reputazione e percezione che il food&beverage (in particolare i salumi “made in Italy”) detiene presso il consumatore polacco.

Fonte: Nomisma Agrifood Monitor su dati dogane

Dalla rete alla zappa, la vita in campagna fa tendenza anche tra i giovani

E’ boom per la campagna negli orti coltivati dal numero crescente di hobbisti ma anche su internet, dove gli italiani si posizionano al quarto posto, dopo Stati Uniti, Gran Bretagna e Turchia, tra i 72 milioni di visitatori mensili di Farmville, il videogame che trasforma gli utenti in agricoltori virtuali e che sta spopolando in tutto il mondo. Il dato è emerso dall’incontro, promosso da giovani impresa della Coldiretti alla Fieragricola di Verona appena conclusasi,  per la presentazione dell’edizione 2010 dell’Oscar Green, il riconoscimento che premia gli imprenditori agricoli più innovativi (iscrizioni aperte fino al 5 aprile 2010).

La popolazione degli agro-internauti. Farmville (prodotto da Zynga) sta sostituendo tra le giovani generazioni i tradizionali giochi di guerra, è gratuito, si sviluppa nel tempo e consiste nella gestione di una azienda agricola con allevamenti, semine e raccolti da eseguire, nei tempi previsti e in modo imprenditoriale, per evitare la perdita di denaro. Obiettivo è quello di ampliare la propria attività con disciplina, creatività e strategia, premiati i comportamenti virtuosi come la collaborazione con i vicini con i quali si interagisce. In Italia a giocare a Farmville sono per lo più giovani ma vi si cimentano anche molti professionisti che lo considerano una forma di svago “nella natura” rispetto alla routine quotidiana, oltre a veri agricoltori che alternano la propria attività reale con quella virtuale su internet.

foto viniesapori.net

Crescente anche il numero di agricoltori per hobby. Dalla ricerca presentata a Fieragricola 2010 condotta da Nomisma in collaborazione con il mensile Vita in Campagna, emerge che la compagine degli hobby farmer è molto variegata: impiegati, liberi professionisti, lavoratori autonomi, dipendenti pubblici, operai, pensionati. Tutti sono accomunati dalla passione di coltivare e praticare l’attività agricola per consumare prodotti più sani e genuini (62,5%), per praticare attività all’aria aperta (61,7%), per valorizzare un terreno ereditato (39,3%) o appositamente acquistato (35,7%), ma anche per risparmiare nell’acquisto di prodotti alimentari (25,1%). Le dimensioni medie dei terreni coltivati si aggirano mediamente tra 0,6 e 1,2 ettari di superficie, spesso comprendenti anche parti a bosco. Si tratta essenzialmente di terreni in proprietà (oltre il 90%) localizzati per la maggior parte in collina e montagna (61,6%), cioè in aree maggiormente sensibili dal punto di vista del mantenimento e presidio territoriale; rispetto a questi ambiti la consapevolezza degli hobby farmer è massima, al punto che circa il 70% dichiara che le attività praticate contribuiscono al mantenimento/valorizzazione del paesaggio e il 58% in favore della tutela ambientale degli spazi rurali.

Cosa coltivano. La destinazione produttiva riguarda prevalentemente ortaggi (88,6%), frutta (65%), vite (34,3%) e olivo (32,3%) e, molto spesso, sono completate da processi di trasformazione per l’ottenimento di conserve vegetali (49,5%), olio (27,5%) e vino (23,7%). In qualche caso poi (circa il 40%) vi sono anche piccole attività di allevamento (in particolare di avicunicoli).  I prodotti ottenuti dall’attività di coltivazione e trasformazione sono destinati in via quasi esclusiva all’autoconsumo familiare (81,8%) o a regali ad amici e parenti (7,4%), evidenziando in questo modo l’assenza di rapporti di mercato, a conferma del fatto che l’attività di coltivazione di un fondo agricolo è fortemente legata a motivazioni di carattere extraeconomico (gratificazione personale, benessere derivante dall’attività agricola svolta nel tempo libero, ecc.) e non è guidata dalla volontà di ottenere un reddito, seppur solo integrativo: infatti, circa il 90% dichiara che non ottiene nessun reddito dall’attività di coltivazione che svolge. Il tempo dedicato all’attività produttiva sul terreno, che in media viene coltivato da circa venti anni, mostra come il 55% degli interessati dichiara di riservare oltre 10 ore a settimana a tali attività, mentre la quota restante impiega fino a 10 ore/settimana (equivalenti a circa 2 ore al giorno).

Agricoltura amatoriale, non un fuoco di paglia. In sostanza dalla ricerca emerge che in Italia esiste una parte di territorio agricolo, rurale e forestale che non è in capo ad agricoltori e che viene gestito secondo criteri non funzionali all’attività produttiva e mercantile (all’hobby farmer non interessa ottenere reddito dal terreno), ma secondo logiche rivolte soprattutto al mantenimento ambientale e paesaggistico e più in generale della tutela territoriale. Si tratta di benefici (o, più tecnicamente “esternalità”) sottostimati o addirittura non riconosciuti dal punto di vista collettivo – alla luce della mancanza di rilevazioni statistiche ufficiali – che però permettono, assieme al contributo preponderante dell’attività propriamente agricola, una conservazione degli spazi rurali i cui vantaggi finiscono con il ricadere sull’intera popolazione.

(fonti: Coldiretti- Nomisma)