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Frumento: forte calo di produzione e dei prezzi di mercato in Italia

mietitura frumento x webSi è ormai conclusa la trebbiatura del grano in tutto il Paese e gli agricoltori italiani tirano le somme di un’annata agraria – la 2012-2013 – fortemente segnata dal maltempo. Lo ricorda Confagricoltura, segnalando che il raccolto del frumento tenero del 2013 esce molto ridimensionato da un andamento climatico primaverile freddo e piovoso che in alcune zone del Nord si è protratto anche oltre la metà di giugno.

Meno grano italiano=più grano importato. Enrico Gambi, cerealicoltore a Ravenna e presidente della Federazione nazionale cereali alimentari di Confagricoltura, evidenzia che “le semine autunnali del 2012, effettuate regolarmente e in crescita del 2,4% rispetto all’anno precedente, facevano pensare ad un leggero aumento della produzione di frumento tenero. Per come si è sviluppata successivamente la coltura nel 2013, il calo di produzione poteva anche superare il 10% stimato oggi “sotto trebbia”.  Meno grano italiano vuol dire, inevitabilmente, più grano importato. “Nonostante la qualità dei prodotti trasformati dall’industria alimentare italiana, quest’anno il pane e la pasta nel nostro Paese saranno ancor meno made in Italy di quanto non siano in un’annata normale” conclude Gambi. A fronte della minore disponibilità di prodotto nazionale e della prospettiva di dover importare oltre il 50% del fabbisogno interno di frumento tenero, prosegue la tendenza al ribasso dei prezzi del mercato italiano, in sintonia con l’andamento dei mercati internazionali che tiene conto della grande abbondanza dei raccolti 2013 in alcuni paesi esportatori “chiave” come la Russia, l’Ucraina, la Francia e la Germania. “Con un raccolto nazionale in calo, il prezzo del frumento tenero dovrebbe aumentare o, quanto meno, tenere nonostante le importazioni di prodotto estero” commenta Massimiliano Giansanti, componente della Giunta esecutiva di Confagricoltura, “ma con un trend del mercato così ribassista si allontana la prospettiva di quotazioni elevate come quelle della passata campagna. Tuttavia, così come i margini elevati della scorsa annata sono andati a beneficio di tutta la filiera, sarebbe auspicabile che anche le perdite subìte quest’anno dai cerealicoltori italiani a causa del maltempo fossero alleviate da prezzi soddisfacenti”.

(Fonte: Confagricoltura)

Dopo 20 anni scendono le quotazioni dei terreni

lavoro-voucher-agricoltura-treviso-provincia-crisiIl mercato fondiario italiano ha registrato nel 2012 un altro anno di rallentamento, sia per quanto riguarda l’attività di compravendita sia in termini di quotazioni. Gli operatori del settore, intervistati nel corso dell’annuale indagine svolta dalle sedi regionali dell’INEA (ente pubblico istituito nel 1928, che svolge attività di ricerca, di rilevazione, analisi e previsione nel campo strutturale e socio-economico del settore agro-industriale, forestale e della pesca), sono concordi nell’affermare che gli scambi si sono ulteriormente ridotti rispetto agli anni precedenti.

Contrazione del 3,1 per cento. La riduzione del volume delle compravendite si è riflessa anche sulle quotazioni che per la prima volta da vent’anni a questa parte hanno registrato il segno negativo come media nazionale. Il prezzo della terra è diminuito in modo impercettibile (-0,1%) in termini nominali, ma se si tiene conto del tasso di inflazione la contrazione è piuttosto rilevante (-3,1%) e va ad aggiungersi alle riduzioni in termini reali registrate dal 2008. Considerando l’incremento generale dei prezzi, il patrimonio fondiario italiano, in media, vale il 93% di quanto valeva nel 2008. La diminuzione del prezzo medio, per quanto debole, è il risultato di andamenti territoriali parzialmente inaspettati.

Cedimento quotazioni anche al Nord e in pianura. Sotto il profilo geografico si conferma la graduale divaricazione dei valori fondiari tra le regioni settentrionali e quelle centrali e meridionali, ma mentre negli anni precedenti la crescita dei valori al Nord riusciva a compensare la stasi delle quotazioni nel Mezzogiorno, nel 2012 si evidenzia un cedimento delle quotazioni anche in regioni come Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige, dove i valori fondiari sono generalmente più elevati e la domanda più sostenuta. In secondo luogo il prezzo della terra diminuisce in misura relativamente più elevata nelle zone di pianura, malgrado tali aree siano più ricche di terreni fertili e dotati di buone infrastrutture dove si concentra la maggior parte dell’attività di compravendita.

Le possibili cause. Una prima ipotesi che potrebbe spiegare l’andamento in flessione riguarda il graduale processo di aggiustamento dei prezzi a cui si sta assistendo, in conseguenza della crisi economica e dei nuovi scenari che hanno caratterizzato l’agricoltura europea nell’ultimo decennio. La difficoltà di accesso al credito rimane uno dei fattori che limita le potenzialità della domanda degli agricoltori professionali che sono ancora interessati a consolidare la struttura aziendale per aumentare le economie di scala. D’altra parte gli acquirenti extragricoli sono frenati dalla mancanza di liquidità e dalle prospettive incerte per la redditività del settore, anche se non manca l’interesse di investitori, anche stranieri, per acquisizione di aziende intere o per corpi fondiari di una certa rilevanza situati in zone particolarmente pregiate. Oltre alla crisi economica, l’agricoltura italiana risente anche delle mutate condizioni di mercato e degli sviluppi della politica agricola sempre più orientata verso una riduzione del sostegno ai redditi. È probabile che, in un contesto caratterizzato da elevata volatilità dei prezzi e da prospettive di ulteriori contrazioni degli aiuti al reddito, gli agricoltori anziani e quelli meno professionali abbandonino il settore anche attraverso la vendita del fondo. Sembra venuto meno anche l’effetto sulla domanda degli incentivi per le fonti energetiche rinnovabili che in contesti locali avevano portato il valore dei terreni a livelli particolarmente elevati. Inoltre, l’introduzione dell’IMU per i terreni agricoli ha ridotto ulteriormente le aspettative degli investitori. A fronte di prezzi della terra che nell’ultimo decennio sono stati ritenuti in molti casi non compatibili con la normale redditività agricola, la flessione delle quotazioni potrebbe continuare anche nel prossimo futuro. Va aggiunto che non sembra possibile generalizzare questa prospettiva, considerato l’andamento differenziato che caratterizza il mercato fondiario a livello territoriale. Inoltre il riallineamento tra valori fondiari e redditività potrebbe rimettere nuovamente in gioco gli agricoltori che sono interessati a investire nella propria impresa.

Il mercato degli affitti nel 2012. Nel 2012 la domanda di terreni in affitto ha continuato a prevalere sull’offerta nelle regioni settentrionali, dove il mercato ha mantenuto la sua tradizionale dinamicità, a eccezione di alcune aree che hanno registrato una diminuzione del numero di trattative in quanto soggette all’abbandono dell’attività agricola a causa degli elevati costi di produzione o influenzate dalla competizione per suoli a potenziale destinazione urbanistica. Sono risultate in diminuzione le contrattazioni di lungo periodo, mentre i canoni sono rimasti tendenzialmente stabili, sebbene legati alla tipologia di coltura praticata o alla utilizzazione agroenergetica. Nelle aree montane sono aumentate le richieste per malghe e pascoli, anche a seguito dell’esigenza di adeguare il carico animale secondo quanto richiesto dalla direttiva sui nitrati. Nelle regioni centrali la situazione rimane sostanzialmente stabile, anche se sono stati segnalati alcuni incrementi dei canoni. Nelle regioni meridionali è proseguita la regolarizzazione dei contratti, in alcuni casi imposta dalle regole di accesso alle misure dei PSR, ma sono ancora frequenti gli accordi verbali e pagamenti in natura. Sempre più diffuse le contrattazioni stagionali, non solo nel caso di terreni destinati a colture orticole per via delle esigenze agronomiche di rotazione legate alle problematiche di stanchezza del terreno, ma anche per i vigneti dove gli operatori hanno segnalato forme contrattuali limitate a una sola annata, per cui, ad esempio, le cantine prendono direttamente in gestione i vigneti al fine di garantire il soddisfacimento di accordi commerciali preventivati. Anche in queste regioni è continuato l’abbandono delle attività agricole con un conseguente incremento delle superfici offerte in affitto.

L’affitto di terreni interessa il 38 per cento della superficie agricola nazionale. Secondo l’ultimo censimento l’affitto interessa quasi 5 milioni di ettari (il 38% della superficie agricola nazionale) e si consolida come principale strumento di ampliamento delle superfici aziendali in tutta Italia, probabilmente a causa della lunga congiuntura negativa e della conseguente difficoltà nel mercato delle compravendite. In linea generale, il ricorso all’affitto è stato favorito dall’incerta evoluzione delle politiche agricole sebbene si tenda a contratti di durata più breve in attesa che si delinei il nuovo quadro delle politiche comunitarie. Si è rafforzato anche il ruolo e l’importanza dei contoterzisti, che oltre a ottimizzare l’utilizzo del parco macchine combinando le prestazioni di servizi con la lavorazione di fondi propri, spesso stringono accordi di coltivazione con i proprietari in possesso di titoli di aiuto al reddito.L’aumento delle imposte sul capitale fondiario sembra abbiano comportato un certo irrigidimento nelle trattative da parte dei concedenti.

Gli effetti della PAC sugli affitti. In futuro le contrattazioni e i canoni sono attesi in crescita anche a causa del perdurare della crisi economica oltre che per l’insediamento di giovani agricoltori. Inoltre, gli orientamenti della futura PAC a favore degli imprenditori agricoli definiti “attivi” potrebbero incentivare i soggetti “non attivi” a cedere in affitto i terreni. L’indagine sul mercato fondiario curata dall’INEA è disponibile in Internet. Un’analisi dettagliata verrà pubblicata nel volume INEA (2013) Annuario dell’agricoltura italiana, Volume LXVI, Istituto Nazionale di Economia Agraria, Roma.

(Fonte: INEA)

L’olio in USA: cambiano i costumi, resta l’extravergine

olioLa crisi economica ha cambiato le abitudini alimentari degli americani: mangiano sempre più spesso a casa e per questo motivo si fanno sempre più scelte di acquisto. Il consumatore medio spende circa 110 dollari a settimana per mangiare e un quarto è speso per specialità alimentari. Un terzo dei consumatori americani acquista specialità alimentari perché li hanno visti utilizzare in un cooking show televisivo. Un terzo dei pasti viene preparato in casa e nella classifica dei cibi realizzati al primo posto vi sono specialità americane (92%), italiane (79%), messicane/latine (63%), cinesi (42%).

Oli italiani, States mercato d’elezione. È il profilo delle nuove tendenze alimentari americane che emerge al Summer Fancy Food di New York dove Unaprol e Ice concludono la prima intesa operativa sull’olio extra vergine di oliva. Due anni di proficua collaborazione, tra pubblico e privato, con incoming di operatori, buyer e giornalisti in Italia; eventi promozionali all’estero con educational e workshop; azioni di sensibilizzazione in generale dei consumatori di Stati Uniti, Canada, Cina, Hong Kong, Austria, Belgio e Russia. Gli Stati Uniti rappresentano il mercato d’elezione per gli oli italiani. Rispetto al 2011, nel 2012 le forniture dall’Italia sono aumentate in volume del 10%.

Olio in USA: l’iniziativa promozionale italiana. Gli Stati Uniti hanno acquistato dall’Italia circa 110.000 tonnellate di oli vergini per un corrispondente valore di 307 milioni di euro. L’Italia detiene una quota del 54% in quantità e del 58% in valore delle importazioni statunitensi di oli vergini. L’analisi dei dati in valore mostra un andamento in linea con i dati in volume e mostrano una progressione del 9% rispetto al 2011. Per quanto riguarda le vendite al dettaglio sul mercato statunitense l’olio d’oliva, all’interno delle tipologie di olio vendute, rappresenta il 15% in volume ed il 37% in valore. Sul totale dell’olio venduto in confezioni da litro il 59% è rappresentato da olio extra vergine di oliva ed il 62% delle confezioni è realizzato in vetro. La bottiglia da mezzo litro è la più venduta.

L’Intesa siglata tra Ministero dello Sviluppo Economico, l’ICE – Agenzia per la promozione e l’internazionalizzazione del Made in Italy e l’Unaprol, che opera nell’ambito dell’internazionalizzazione dei contratti di filiera sottoscritti con il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, ha celebrato il primo esperimento in assoluto tra pubblico e privato per il sostegno di azioni in favore dell’olio extra vergine di oliva di alta qualità italiano. Per quest’ultima tappa selezionati alcuni tra i migliori oli extra vergini di oliva a marchio FOI della filiera olivicola firmata dagli olivicoltori italiani. L’evento si è concluso con una prova di degustazione comparativa che aiuta giornalisti e buyer ad individuare e separare oli di scarsa qualità distinguendoli da quelli di alta qualità italiana.

(Fonte: Garantitaly.it)

Crisi: Coldiretti, in mani straniere marchi italiani storici per 10 mld

made in italy in mani straniereSono passati in mani straniere marchi storici dell’agroalimentare italiano per un fatturato di almeno 10 miliardi di euro dall’inizio della crisi, che ha reso più facili le operazioni di acquisizione nel nostro Paese. E’ quanto ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini sulla base di uno studio presentato ieri all’Assemblea nazionale dove è stato allestito “Lo scaffale del Made in Italy che non c’è più” dal quale si evidenzia che nel mondo c’è fame d’Italia con una drammatica escalation nella perdita del patrimonio agroalimentare nazionale.

Interrotta la filiera agricola tutta italiana. “I grandi gruppi multinazionali che fuggono dall’Italia della chimica e della meccanica investono invece nell’agroalimentare nazionale perché, nonostante il crollo storico dei consumi interni, fa segnare il record nelle esportazioni grazie all’immagine conquistata con i primati nella sicurezza, nella tipicità e nella qualità” ha affermato il presidente della Coldiretti. “Il passaggio di proprietà – ha denunciato Marini – ha spesso significato svuotamento finanziario delle società acquisite, delocalizzazione della produzione, chiusura di stabilimenti e perdita di occupazione. Si è iniziato con l’importare materie prime dall’estero per produrre prodotti tricolori. Poi si è passati ad acquisire direttamente marchi storici e il prossimo passo è la chiusura degli stabilimenti italiani per trasferirli all’estero. Un processo – conclude il presidente di Coldiretti – di fronte al quale occorre accelerare nella costruzione di una filiera agricola tutta italiana che veda direttamente protagonisti gli agricoltori per garantire quel legame con il territorio che ha consentito ai grandi marchi di raggiungere traguardi prestigiosi”.

Vino e alta pasticceria. Se la settimana scorsa la multinazionale del lusso LVMH ha acquisito una partecipazione di maggioranza nel capitale sociale della Pasticceria Confetteria Cova proprietaria della società Cova Montenapoleone Srl, che gestisce la nota pasticceria milanese, l’ultimo colpo nelle campagne toscane è stato messo a segno – sottolinea la Coldiretti – da un imprenditore cinese della farmaceutica di Hong Kong, che ha acquistato per la prima volta un’azienda vitivinicola agricola nel Chianti, terra simbolo della Toscana per la produzione di vino: l’azienda agricola Casanova – La Ripintura, a Greve in Chianti, nel cuore della Docg del Gallo Nero. Nel 2013 – continua la Coldiretti – si è verificato il passaggio di mano del 25 per cento della proprietà del riso Scotti ceduto dalla famiglia pavese al colosso industriale spagnolo Ebro Foods.

Pelati e gelati. Nel 2012 la Princes Limited (Princes), una controllata dalla Giapponese Mitsubishi, ha siglato un contratto con AR Industrie Alimentari SpA (ARIA), leader italiana nella produzione di pelati, per creare una nuova società denominata “Princes Industrie Alimentari SrL” (PIA), controllata al 51 per cento dalla Princes, mentre il marchio Star passa definitivamente in mano spagnola con il gruppo Agrolimen che ha aumentato la propria partecipazione in Gallina Blanca Star al 75 per cento. Infine, è volata in Inghilterra la Eskigel che produce gelati in vaschetta per la grande distribuzione (Panorama, Pam, Carrefour, Auchan, Conad, Coop).

Spumanti, latte, formaggi, confetture, zucchero e salumi. Nel 2011 la società Gancia, casa storica per la produzione di spumante, è divenuta di proprietà per il 70 per cento dell’oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vokda Russki Standard; la francese Lactalis è stata, invece protagonista – sottolinea la Coldiretti – dell’operazione che ha portato la Parmalat a finire sotto controllo transalpino; il 49 per cento di Eridania Italia Spa operante nello zucchero è stato acquisito dalla francese Cristalalco Sas e la Fiorucci salumi è passata alla spagnola Campofrio Food Group, la quale ha ora in corso una ristrutturazione degli impianti di lavorazione a Pomezia che sta mettendo a rischio numerosi posti di lavoro. Nel 2010 il 27 per cento del gruppo lattiero caseario Ferrari Giovanni Industria Casearia S.p.A fondata nel 1823 che vende tra l’altro Parmigiano Reggiano e Grana Padano è stato acquisito dalla francese Bongrain Europe Sas e la Boschetti Alimentare Spa, che produce confetture dal 1981, è diventata di proprietà della francese Financière Lubersac che ne detiene il 95 per cento.

Olio e pizza. L’anno precedente, nel 2009 – prosegue la Coldiretti -, è iniziata la cessione di quote della Del Verde industrie alimentari spa che è divenuta di proprietà della spagnola Molinos Delplata Sl, la quale fa parte del gruppo argentino Molinos Rio de la Plata. Nel 2008 la Bertolli era stata venduta all’Unilever per poi essere acquisita dal gruppo spagnolo SOS, è iniziata la cessione di Rigamonti salumificio spa, divenuta di proprietà dei brasiliani attraverso la società olandese Hitaholb International, mentre la Orzo Bimbo è stata acquisita dalla francese Nutrition&Santè S.A. del gruppo Novartis. Lo stesso anno è stata ceduta anche Italpizza, l’azienda modenese che produce pizza e snack surgelati, all’inglese Bakkavor acquisitions limited.

Shopping straniero del mady in Italy. Con l’inizio della crisi – informa la Coldiretti – si è dunque verificata una accelerazione nel processo di cessione dei marchi storici del Made in Italy che nell’agroalimentare era già in fase avanzata. Nel 2006 la Galbani era entrata in orbita Lactalis, ma lo stesso anno gli spagnoli hanno messo le mani pure sulla Carapelli, dopo aver incamerato anche la Sasso appena dodici mesi prima. Nel 2005 – continua la Coldiretti – la francese Andros aveva acquisito le Fattorie Scaldasole, che in realtà parlavano straniero già dal 1985, con la vendita alla Heinz. Nel 2003 hanno cambiato bandiera anche la birra Peroni, passata all’azienda sudafricana SABMiller, e Invernizzi, di proprietà dal 1985 della Kraft e ora finita alla Lactalis. Negli anni Novanta erano state Locatelli e San Pellegrino ad entrare nel gruppo Nestlè, anche se poi la prima era stata “girata” alla solita Lactalis (1998). Nel 1995 la Stock, venduta alla tedesca Eckes A.G, è stata acquisita nel 2007 dagli americani della Oaktree Capital Management, che lo scorso anno hanno chiuso lo storico stabilimento di Trieste per trasferire la produzione in Repubblica Ceca. La stessa Nestlè – conclude la Coldiretti – possedeva già dal 1993 il marchio Antica gelateria del Corso e addirittura dal 1988 la Buitoni e la Perugina.

(Fonte: Coldiretti)

Agriturist nazionale si colora di Veneto

AgrituristIl presidente regionale David Nicoli è vicepresidente nazionale; il past president Alberto Sartori è presidente del Collegio dei revisori dei conti; Alessandra Da Porto entra nella Giunta esecutiva. Questo l’esito definitivo del rinnovo delle cariche di Agriturist nazionale, la più antica e prestigiosa associazione agrituristica del nostro Paese, dopo che il ligure Cosimo Melacca era già diventato nuovo presidente.

Chi sono i neo-eletti. David Nicoli è stato eletto all’unanimità lo scorso mese di maggio alla presidenza di Agriturist Veneto; classe 1971, una laurea in scienze dell’informazione, è titolare a Rovigo di un’azienda ad indirizzo cerealicolo e dell’agriturismo “Millefiori” con alloggio e ristorazione.  Alberto Sartori, già presidente di Agriturist Veneto per due mandati, è titolare dell’azienda agrituristica “Tenuta La Pila” a Villa Bartolomea (VR), località Spininmbecco, con alloggio e ristorazione, in una corte rurale risalente al 1733 situata in prossimità del fiume Adige.Alessandra da Porto conduce con il padre Antonio l’agriturismo con alloggi “Villa Selvatico”, una villa veneta del XVI secolo circondata da un parco secolare, situata a Vigonza (PD), località Codiverno.

(Fonte: Confagricoltura Veneto)

Dop e Igp italiane generano un giro d’affari di 12 miliardi al consumo, allarme lanciato da Aicig di “sfruttamento parassitario” delle denominazioni comunali

fascia_dopUn giro d’affari di circa 6,5 miliardi di euro alla produzione, pari a circa il 38% del valore totale delle vendite di prodotti agricoli e alimentari registrati a livello UE e circa 12 miliardi al consumo, di cui 8,5 derivanti dai consumi interni e il resto concentrato nell’Unione Europea. Sono questi i valori, in crescita, nonostante la crisi, per le DOP e le IGP italiane ricordati dall’assemblea annuale di AICIG, Associazione Italiana Consorzi Indicazioni Geografiche, che, nel dibattito, “ Il mercato dei prodotti DOP e IGP tra opportunità e opportunismo” ha riflettuto sul ruolo delle denominazioni, anche in termini economici, fotografando un settore con una buona vitalità, sostenuta dal crescente interesse del mercato e dei consumatori nei confronti del patrimonio di eccellenze agroalimentari italiane e dagli sforzi di tutti quegli operatori quotidianamente impegnati nella loro valorizzazione, in Italia e all’estero.

Marchi De.Co (denominazioni comunali) in contrasto con le disposizioni comunitarie. Nonostante la crescente importanza delle produzioni DOP e IGP da un punto di vista economico, in particolare nel corso dell’attuale congiuntura, sempre più numerosi risultano i fenomeni di sfruttamento parassitario delle indicazioni geografiche così come altre forme a carattere prevalentemente localistico, di apparente legame con il territorio, che tuttavia non forniscono al consumatore alcuna forma di garanzia, non avendo alle spalle consorzi di tutela oppure organismi di certificazione ufficialmente riconosciuti e non potendo fornire garanzie né sulla provenienza della materia prima utilizzata né sulla modalità produttiva. Proprio su questo particolarmente dura è stata la presa di posizione dei consorzi riuniti in AICIG e dell’On.Paolo De Castro, che ha affermato: “In Italia siamo bravissimi a farci male da soli: ricordiamo tutte le iniziative, come i marchi De.Co. (denominazioni comunali), in contrasto con le disposizioni comunitarie e capaci di creare solo confusione sui mercati. Dobbiamo valorizzare e investire sulle denominazioni comunitarie.”

(Fonte: Consorzio Asiago Dop)

Le trappole del cibo “low cost”, dossier presentato a Bruxelles da Coldiretti

-1Il cahiers de doleance presentato nel Dossier Coldiretti su “I rischi del cibo low cost” è piuttosto lungo: una mozzarella su quattro non è realizzata con il latte ma partendo da cagliate straniere spesso provenienti dall’Est europeo;  proviene dall’Argentina quasi la metà dell’import dei limoni sul quale sono stati riscontrati problemi di trattamenti chimici;  sono raddoppiate le importazioni in Italia di imitazioni del Parmigiano reggiano e del Grana Padano Dop che non rispettano però’ i rigidi disciplinari; “wine kit” promettono prestigiosi vini italiani ottenuti da polveri miracolose (140.000 confezioni vengono addirittura realizzate in una fabbrica svedese);  nel 2012 sono stati importati in Italia 85 milioni di chili di pomodori “irregolari” per presenza di residui chimici, conservati in fusti che vengono rilavorati e diventano concentrato o sughi miracolosamente italiani;  nel 25% dei casi l‘aglio argentino che giunge in Italia è irregolare per la presenza di residui chimici;  in quattro bottiglie di olio extravergine su cinque in vendita in Italia è praticamente illeggibile la provenienza delle olive impiegate;  vi sono allarmi per l’importazione in Italia di nocciole e pistacchi dalla Turchia contaminati per la presenza di muffe e aflatossine;  nel 2012 sono aumentate del 38 per cento le importazioni di miele naturale dalla Cina (l’Ue ha lanciato un allarme sul rischio di contaminazione da organismi geneticamente modificati);  il 90% dei cosci venduti in Italia per il prosciutto cotto provengono da animali provenienti da Olanda, Danimarca, Francia, Germania e Spagna senza che questo venga indicato in etichetta;  in Italia nel 2012 sono aumentate del 12 per cento le importazioni di riso dagli Stati Uniti (rischio Ogm); in Italia arriva un flusso di milioni di chilogrammi di impasti per pane semicotti, surgelati, con una durata di 24 mesi, grazie ad additivi e conservanti, provenienti dall’Est europeo;  oltre la metà del grano duro utilizzato nella produzione di pasta è di importazione, con problemi di aflatossine; nel corso del 2012 sono stati importati in Italia quasi un milione di chili di succo d’arancia dal Brasile, con problemi per la presenza dell’ antiparassitario carbendazim.

+ 26% allarme cibo con boom low cost. Nel 2013 sono aumentati del 26 per cento gli allarmi alimentari in Italia dove quello del cibo low cost è l’unico settore a registrare un aumento delle vendite per effetto della crisi. E’ quanto emerge dal primo dossier sui “Rischi dei cibi low cost” presentato dalla Coldiretti a Bruxelles, dal quale si evidenzia nel primo trimestre dell’anno un balzo record nel numero di notifiche nazionali al sistema di allerta comunitario per la prevenzione dei rischi alimentari, rispetto allo stesso periodo di cinque anni fa, prima dell’inizio della crisi. A differenza di quanto è accaduto per tutti gli altri settori – sottolinea la Coldiretti – dall’abbigliamento alle automobili, in cui gli italiani hanno rinunciato agli acquisti, per l’alimentare, che va in tavola tutti i giorni, questo non è possibile, almeno oltre un certo limite, ma si è verificato un sensibile spostamento verso i prodotti a basso costo per cercare comunque di risparmiare. Nel primo trimestre del 2013 le vendite sono aumentate solo nei discount alimentari che – precisa la Coldiretti – hanno fatto segnare un incremento del 2 per cento mentre sono risultate in calo tutte le altre forme distributive fisse al dettaglio. Una tendenza – continua la Coldiretti – frutto del cambiamento dei consumi delle famiglie italiane che per gli alimentari e bevande nel 2012 sono scesi a 117 miliardi, con un calo del 6,3 per cento dal 2008. Una storica inversione di tendenza provocata – precisa la Coldiretti – dall’aumento degli acquisti di “cibo low cost” con oltre sei famiglie italiane su dieci (62,3 per cento) che hanno tagliato quantità e qualità degli alimenti privilegiando nell’acquisto prodotti offerti spesso a prezzi troppo bassi per essere sinceri, che rischiano di avere un impatto sulla salute. “Dietro questi prodotti spesso si nascondono infatti ricette modificate, l’uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi” ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel sottolineare che “verificare sempre gli ingredienti e la provenienza in etichetta, preferire l’acquisto di prodotti freschi o comunque poco elaborati e che non devono aver subito lunghi trasporti, diffidare dei prodotti che costano troppo poco come certi extravergini che non coprono neanche il costo della raccolta, sono alcuni dei consigli da seguire”.

-2In Europa 8 allarmi su 10 da cibi extracomunitari. L’80 per cento degli allarmi alimentari è stato provocato da prodotti a basso costo provenienti da Paesi fuori dall’Unione Europea. E’ quanto emerge dal dossier e dal quale si evidenzia che nel 2012, in base al sistema di allerta comunitario per la prevenzione dei rischi alimentari, a salire sul podio sono stati nell’ordine la Cina, l’India e la Turchia. Nazioni dalle quali provengono ingredienti e alimenti che possono essere offerti a basso prezzo anche per le diverse regole sanitarie e ambientali in vigore, oltre che per lo sfruttamento della manodopera. La relazione sul sistema di allerta rapido sui rischi alimentari nell’Unione Europa – sottolinea la Coldiretti – ha registrato allarmi sull’importazione di nocciole e pistacchi dalla Turchia, contaminati per la presenza di muffe e aflatossine e spesso utilizzati per snack low cost. Ma nel 2012 – continua la Coldiretti – sono anche aumentate del 38 per cento le importazioni in Italia di miele naturale dalla Cina per un totale di 1,7 milioni di chili, a fronte di una produzione nazionale stimata in 8 milioni di chili. Dopo che la scoperta di antibiotici nella produzione cinese aveva di fatto azzerato gli arrivi in Europa adesso un nuovo allarme – informa la Coldiretti – riguarda il rischio della contaminazione da organismi geneticamente modificati (Ogm) che non sono autorizzati nel Vecchio Continente. Un problema che riguarda pure il riso importato dalla Cina, ma anche dagli Usa che ha aumentato l’export verso l’Italia del 12 per cento nel 2012, dopo che nel passato era scoppiato lo scandalo dell’importazione illegale in tutto il mondo di riso geneticamente modificato non autorizzato. Se si vanno poi ad analizzare i singoli paesi, l’ultimo Rapporto annuale sui residui dei pesticidi negli alimenti elaborato dall’Efsa (Agenzia europea per la sicurezza alimentare) evidenzia risultati particolarmente negativi – precisa la Coldiretti – per il pepe indiano (irregolare il 59 per cento dei casi), per il pomodoro cinese (irregolare il 41 per cento), per le arance egiziane (irregolare il 26 per cento), per l’aglio argentino (irregolare il 25 per cento) e per le pere slovene (irregolare il 25 per cento). La maggioranza del succo di arancia consumato in Europa poi proviene dal Brasile sotto forma di concentrato al quale viene aggiunta acqua una volta arrivato nello stabilimento di produzione, a differenza di quanto avviene per la spremuta. Nel 2012 gli Stati Uniti – conclude la Coldiretti – hanno bloccato le importazioni di succo di arancia concentrato proveniente dal Brasile, a causa di residui sugli agrumi di un antiparassitario, il carbendazim, vietato negli Stati Uniti, ma anche in Europa. “Se l’Europa vuole difendere la salute dei propri cittadini,e tutelare l’ambiente e il territorio comunitario deve investire sulla propria agricoltura” ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel sottolineare che “la politica agricola è l’unica politica veramente integrata dell’Unione Europea e occorre far si che con la riforma si premi chi lavora e vive di agricoltura, chi produce in modo sostenibile, chi produce cibo. Una esigenza per l’Italia dove – conclude Marini – occorre un piano strategico nazionale per aumentare del 10%, entro 5 anni, la copertura del fabbisogno alimentare nazionale, anche con politiche di salvaguardia del suolo agricolo e delle risorse naturali”.

Produzione alimentare “made in Italy”, la più sicura a livello planetario per la presenza di residui chimici irregolari. Secondo l’ultimo Rapporto annuale sui residui dei pesticidi negli alimenti elaborato dall’Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, nei prodotti alimentari provenienti da Paesi extracomunitari sono stati individuati residui chimici sopra il limite nel 7,9 per cento dei campioni, una percentuale di oltre cinque volte superiore a quella dei prodotti dell’Unione Europea, dove gli “irregolari” sono l’1,5 per cento, e ben 26 volte superiore a quelli italiani dove appena lo 0,3 per cento dei campioni è risultato contaminato oltre i limiti di legge. La produzione alimentare Made in Italy è la più sicura a livello planetario per quello che riguarda la presenza di residui chimici irregolari. Tuttavia l’Italia – sottolinea la Coldiretti – importa dall’estero circa il 25 per cento del proprio fabbisogno alimentare e il flusso riguarda anche prodotti fuori stagione per le quali la produzione nazionale sarebbe sufficiente. Sono infatti – precisa la Coldiretti – quasi 227 milioni i chili di frutta e verdura giunti nel 2012 in Italia dall’Africa: dai fagiolini del Marocco (irregolari nel 15 per cento dei casi) alle fragole etiopi (irregolari nel 16 per cento dei casi), ai piselli del Kenya (irregolari nel 38 per cento dei casi) o ancora i peperoni dell’Uganda (irregolari addirittura nel 48 per cento dei casi). In quattro bottiglie di olio extravergine su cinque in vendita in Italia è praticamente illeggibile la provenienza delle olive impiegate, nonostante – sottolinea la Coldiretti – sia obbligatorio indicarla per legge in etichetta dal primo luglio 2009, in base al Regolamento comunitario N.182 del 6 marzo 2009. Il rischio è che olio importato dalla Tunisia, con un minor contenuto di antiossidanti, venga spacciato per italiano. Sulle confezioni – continua la Coldiretti – è praticamente impossibile, nella stragrande maggioranza dei casi, leggere le scritte “miscele di oli di oliva comunitari”, “miscele di oli di oliva non comunitari” o “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari” obbligatorie per legge nelle etichette dell’olio di oliva. Inoltre – precisa la Coldiretti – spesso bottiglie con extravergine ottenuto da olive straniere sono vendute con marchi italiani e riportano con grande evidenza immagini, frasi o nomi fortemente ingannevoli che richiamano all’italianità. In alcuni biscotti e merendine low cost ingredienti di qualità come l’olio extravergine di oliva e il burro, sono spesso sostituiti da grassi di bassa qualità e di basso prezzo come l’olio di palma e l’olio di cocco, spesso utilizzati in forma idrogenata. Accanto al pane artigianale venduto nei forni in Italia si assiste – segnala la Coldiretti – all’arrivo di milioni di chilogrammi di impasti semicotti, surgelati, con una durata di 24 mesi, grazie ad additivi e conservanti, provenienti dall’est europeo, destinati ad essere poi cotti e diventare pane nelle strutture commerciali a basso costo. Peraltro oltre la metà del grano duro utilizzato nella produzione di pasta in Italia è importato da Paesi dove si registrano spesso – informa la Coldiretti – problemi di aflatossine che hanno anche portato a sequestri di importanti partite di prodotto. La crisi porta a cercare di contenere i costi risparmiando sull’ingrediente base la cui origine non è purtroppo obbligatorio indicare in etichetta. Nell’Unione Europea è possibile acquistare pseudo vino ottenuto da polveri miracolose contenute in wine-kit che – sostiene la Coldiretti – promettono in pochi giorni di ottenere le etichette piu’ prestigiose come Chianti, Valpolicella, Frascati, Primitivo, Gewurztraminer, Barolo, Verdicchio, Lambrusco o Montepulciano. E’ sconvolgente che anche in Europa siano stati addirittura aperti degli stabilimenti di lavorazione come in Svezia dove opera una fabbrica a Lindome, vicino a Goteborg, che produce e distribuisce in tutto il continente, e del tutto indisturbata, oltre 140mila wine kit all’anno dai quali si ottengono circa 4,2 milioni di bottiglie. I wine kit della società Vinland – conclude la Coldiretti vengono venduti con i marchi Cantina e Doc’s che fanno esplicito riferimento alla produzione italiana, ma anche ad un marchio di qualità tutelato dall’Unione Europea, e promettono in soli 5 giorni di ottenere in casa imitazioni dei vini italiani più noti per i quali vengono addirittura fornite le etichette da apporre sulle bottiglie.

Rischio “Italian sounding”. I rischi del low cost riguardano anche le imitazioni dei nostri prodotti più tipici come il parmigiano Reggiano e il Grana Padano che soffrono la concorrenza sleale dei similgrana le cui importazioni in Italia sono raddoppiate negli ultimi dieci anni. Le importazioni italiane di formaggi duri di latte bovino non Dop hanno raggiunto infatti i 27,3 milioni di chili nel 2012, con un aumento dell’88 per cento in dieci anni. I similgrana – rileva la Coldiretti – sono arrivati in Italia soprattutto dall’Europa a partire dalla Germania (8,3 milioni di chili) e dalla Repubblica Ceca (8,1 milioni di chili) anche se in forte crescita risulta essere l’Ungheria dalla quale sono giunti ben 2,7 milioni di chili, pari al 10 per cento del totale delle importazioni. Ma volumi addirittura superiori di questi formaggi, che spesso hanno anche una assonanza fonetica con quelli nazionali, sono purtroppo destinati a Paesi diversi dall’Italia, in Europa e fuori, togliendo spazio di mercato al Parmigiano e al Grana. Si tratta di formaggi di diversa origine e qualità che non devono rispettare i rigidi disciplinari di produzione approvati dall’Unione Europea. Il rischio è che vengano scambiati dai consumatori come prodotti Made in Italy perché vengono spesso utilizzati nomi, immagini e forme che richiamano all’italianità, ma anche perché appare il bollo Ce con la “IT” di Italia se il formaggio viene semplicemente confezionato in Italia. Un problema analogo – continua la coldiretti – riguarda i prosciutti che in quattro casi su cinque tra quelli venduti in Italia provengono da maiali allevati in Olanda, Danimarca, Francia, Germania, Spagna senza che questo venga chiaramente indicato in etichetta e con l’uso di indicazioni fuorvianti come “nostrano” che ingannano il consumatore sulla reale origine. Il problema riguarda sia il prosciutto crudo che quello cotto, per il quale si stima la provenienza straniera del coscio in una percentuale superiore al 90 per cento. Le caratteristiche di questi prodotti sono profondamente diversi da quelli a denominazione di origine come il Parma e il San Daniele che sono ottenuti da allevamenti italiani regolamentati sulla base di rigidi disciplinari di produzione approvati dall’Unione Europea. Almeno una mozzarella su quattro tra quelle in commercio – afferma la Coldiretti – non è stata realizzata a partire direttamente dal latte, ma da cagliate straniere, anche se non è obbligatorio indicarlo in etichetta. Ogni anno decine di milioni di chili di cagliate provenienti soprattutto da Lituania, Ungheria, Polonia e Germania diventano mozzarelle Made in Italy, dietro il nome di marchi con nomi italiani, ma nessuno lo sa perché non è obbligatorio riportarlo in etichetta. Oltre ad ingannare i consumatori, si tratta di una concorrenza sleale nei confronti dei produttori che utilizzano esclusivamente latte fresco, perché rispetto alla mozzarella genuina fatta dal latte quella “tarocca” costa attorno alla metà e può essere venduta sullo scaffale a prezzi molto bassi.

9 italiani su 10, sì ai dazi “salva made in Italy” Più di nove italiani su dieci (91 per cento) si dicono favorevoli all’introduzione dei dazi alle importazioni per difendere le produzioni italiane e salvare i posti di lavoro. E’ quanto emerge dal sondaggio on line condotto sul sito www.coldiretti.it, divulgato in occasione della presentazione a Bruxelles del dossier. Oltre un terzo degli italiani (34 per cento) – sottolinea la Coldiretti – è favorevole ai dazi per tutti i prodotti provenienti da fuori dell’Italia mentre il 29 per cento solo per le merci che provengono da paesi che non rispettano norme sul lavoro, sull’ambiente e sulla salute simili a quelle nazionali. Inoltre – continua la Coldiretti – il 15 per cento li chiede solo sui prodotti “spacciati” per Made in Italy, ma fatti all’estero e il 13 per cento per tutti i prodotti provenienti da Paesi extracomunitari. Se quella dei dazi è una proposta provocatoria è anche vero che esprime un “sentiment” diffuso nei confronti della difesa dell’identità territoriale delle produzioni e della necessità di investire sui valori distintivi del territorio”, ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel sottolineare che “nell’agroalimentare occorre intervenire subito per garantire la trasparenza delle informazioni con l’obbligo di indicare la provenienza in etichetta per dare la possibilità ai consumatori di fare scelte di acquisto consapevoli”. La crescente attenzione alla difesa del tessuto produttivo legato al territorio nazionale è confermata dal crescente numero di italiani che acquista prodotti locali anche per favorire l’economia e l’occupazione in un difficile momento di crisi.

(Fonte: Coldiretti Verona)

Crisi economica, cambiano le abitudini alimentari degli italiani. Focus sulla produzione di carne bovina in Veneto.

Carne equinaSi svuota il carrello della spesa a partire dai prodotti base per l’alimentazione come frutta (-4 per cento), ortaggi (-3 per cento), grana padano (-7 per cento) e parmigiano reggiano (- 3 per cento) fino alla carne bovina che registra un calo delle macellazioni del 7 per cento nei primi mesi nel 2013. E’ quanto stima la Coldiretti di Verona nel sottolineare che uno degli effetti più evidenti della crisi è il cambiamento nelle abitudini alimentari degli italiani e dei veronesi.

A farne le spese, la carne rossa, meglio le carni avicole. Per quanto riguarda, in particolare, il consumo di carne, Coldiretti registra nel primo bimestre nel 2013 un taglio del 7 per cento nelle macellazioni bovine rispetto allo scorso anno. A farne le spese è stata soprattutto la carne rossa, visto che al crollo delle macellazioni bovine si aggiunge quello dei suini, calati del 5 per cento. Più contenuta la diminuzione per le carni avicole (-2 per cento). La situazione della zootecnia veronese, la qualità delle carni del territorio e la sicurezza alimentare sono stai al centro della manifestazione “Il Gran Galà della carne” organizzata nei giorni scorsi a Valeggio sul Mincio da Coldiretti di Verona, sezione Valeggio, l’amministrazione comunale e l’associazione Macellai di Verona, il Consorzio Ortofrutticolo e la Pro Loco di Valeggio. Presenti alla manifestazione Claudio Valente e Pietro Piccioni, rispettivamente presidente e direttore della Coldiretti di Verona, Giorgio Vicentini, presidente della Coldiretti di Valeggio, Alessandro Salvelli, direttore servizio veterinario Az. ULSS 22 Regione Veneto. Presente anche il sindaco di Valeggio sul Mincio, Angelo Tosoni.

La produzione di carne in Veneto e nella città scaligera. Verona è una importante produttrice di carne bovina con più di 1.000 allevamenti con almeno un capo per un totale di 130.000 capi circa allevati annualmente. La maggioranza di questi allevamenti soffre la dipendenza dalla Francia per quanto riguarda l’approvvigionamento dei ristalli, cioè il vitello maschio o femmina destinato all’allevamento. Il volume d’affari supera i 200 milioni di euro senza considerare l’indotto grazie al quale il volume raddoppia. Verona è, per gli allevamenti di bovini, la prima provincia del Veneto seguita da Treviso con 95.000 capi, Padova 70.000 poi Venezia e Rovigo con 40.000 capi. Minori gli allevamenti a Vicenza e Belluno. Per quanto riguarda l’allevamento di avicoli la produzione veneta conta 70.000.000 di polli di cui 45.000.000 a Verona e 20.000.000 di tacchini di cui più di 15.000.000 a Verona. Il giro d’affari per gli avicoli è di circa 400 milioni di euro. Per quanto riguarda i suini in Veneto solo allevati circa 620.000 capi di cui 350.000 a Verona per un volumi d’affari di 90 milioni di euro; l’allevamento dei conigli registra 10.000.000 capi allevati in Veneto di cui 3.000.000 a Verona per un volumi d’affari di circa 15 milioni conigli.

Prezzi d’origine in calo. Già da alcuni anni i comparti zootecnici sono in sofferenza per i prezzi all’origine che subiscono cali significativi, aumento dei mangimi per gli animali e un basso potere contrattuale nei confronti della distribuzione. “Le nostre preoccupazioni – ha precisato il presidente Valente – sono molte e riguardano sia la situazione dei produttori del settore zootecnico che i consumatori. A partire dalla crisi economica che ha determinato un calo dei consumi di carne ai recenti scandali sulla carne di cavallo trovata in alimenti senza indicazioni nelle etichette, alla chiusura di aziende del settore zootecnico riteniamo che siamo in un momento difficile e delicato. Dobbiamo, infatti, cercare di salvaguardare l’attività degli imprenditori agricoli, garantire e valorizzare la qualità dei loro prodotti. Ma dobbiamo anche rassicurare i consumatori sulla genuinità dei prodotti del territorio. La carne veronese è sicura e buona e rappresenta un importante pilastro dell’economia del terriorio”. La manifestazione “Gran Galà della carne” appena trascorsa è stato un modo per avvicinare le persone al prodotto attraverso l’assaggio e la degustazione. Ma durante la giornata i visitatori hanno anche appreso la conoscenza dei vari tagli e dei metodi di lavorazione della carne forniti dai macellai. Informazioni utili per mangiare bene riducendo la spesa.

Dal campo alla tavola. “L’iniziativa– ha sottolineato Giorgio Vicentini – ha voluto essere l’occasione per sottolineare la necessità di fare ritorno a forme di allevamento o di produzione meno intensive e più rispettose di una certa realtà territoriale agro-zootecnica che molto avrebbe da dire nella valorizzazione dei prodotti tipici, tanto da far rientrare nella nostra alimentazione, senza la ben che minima remora, la carne bovina. Il cosiddetto “dal campo alla tavola” è un concetto etico dal notevole impatto sull’opinione pubblica, in quanto, oltre a tener conto sia del benessere animale che di allevamento, si rende garante, grazie al competente e scrupoloso lavoro del Servizio veterinario della nostra Ulss, di tutte le fasi della filiera (controllo dell’alimentazione, dei farmaci, delle buone pratiche di allevamento, della macellazione e trasformazione). Ciò, per permettere al consumatore di mettere nel piatto un alimento sicuro”.

Importante leggere sempre l’etichetta. “La sicurezza alimentare – ha aggiunto il direttore Piccioni – è garantita sul territorio dai controlli effettuati dalle ASL ma fondamentale è imparare a leggere le etichette di una bistecca o di un prosciutto per dare il giusto valore alle cose che si acquistano. E’ bene sapere, per esempio, che per legge la bistecca di bovino deve indicare dove l’animale è nato, è stato allevato, macellato e sezionato, mentre la stessa cosa non è prevista per la braciola di maiale o per l’agnello. Tutta la frutta e verdura in vendita deve indicare per legge la provenienza. Se è italiana è molto probabile che si tratti di un prodotto di stagione. Il Made in Italy va salvaguardato e sostenuto perché rappresenta prodotti eccellenti, di qualità e sicuri”. Alessandro Salvelli ha evidenziato come il suo dipartimento sia tra i più grandi della Regione con 60 persone addette ai controlli e ha ricordato che il consumo della carne, in modo corretto come per altri alimenti, è importante per un’alimentazione equilibrata.

(Fonte: Coldiretti Verona)

Accise alcolici, in previsione un aumento, l’Istituto Nazionale Grappa promette battaglia

AlambiccoAncora uno sgambetto al settore dei distillati: questo si appresta a compiere la Commissione speciale per l’esame di Atti di Governo alla Camera dei Deputati, se nel corso dell’iter di conversione del Decreto Legge relativo ai pagamenti della Pubblica Amministrazione – Atto Camera 676 – passerà l’emendamento presentato dagli onorevoli Titti Di Salvo e Giulio Marcon (SEL) che prevede un aumento delle aliquote delle accise su prodotti alcolici e alcool etilico al fine di assicurare alle casse dello Stato un gettito complessivo pari a 26 milioni di euro nel 2013 e addirittura 45 milioni di euro annui a partire dal 2014.

A rischio la sopravvivenza di tanti piccoli produttori. “Siamo molto preoccupati ed amareggiati. Invece di valorizzare e sostenere una delle eccellenze italiane ci si impegna a distruggerla – commenta il presidente dell’Istituto Nazionale Grappa Elvio Bonollo – La grappa è un’opera d’arte italiana che il mondo ci invidia per i suoi caratteri inimitabili che sono il frutto di generazioni di esperienza, arte e tradizione sviluppatesi nei secoli, grazie al duro lavoro quotidiano di generazioni di famiglie di distillatori italiane, che tutt’ora costituiscono un comparto sostanzialmente composto da piccole aziende artigianali depositarie di un patrimonio di conoscenze unico. La nostra acquavite di bandiera, che già attraversa il difficile momento legato alla pesante situazione economica generale, rischia di essere definitivamente messa in ginocchio da un provvedimento dello Stato che comporterebbe la morte di numerose aziende del nostro settore, fallendo anche nel portare un vantaggio in termini di maggior gettito allo Stato. Aumentare le aliquote delle accise per i prodotti alcolici non porta beneficio a nessuno: il loro innalzamento produrrebbe una ulteriore contrazione dei consumi, con conseguente aggravio della già difficile situazione economica del comparto delle bevande alcoliche, determinando così una riduzione del gettito complessivo nelle casse dello Stato. In altri termini è una misura fine a se stessa, incapace di risolvere i problemi e allo stesso tempo in grado di impoverire soltanto la categoria dei distillatori che ogni giorno portano avanti con passione questo lavoro spesso ereditato come tradizione di famiglia. Per questo motivo chiediamo con forza al Governo e alle Istituzioni competenti di rivedere questo provvedimento ed abbandonare definitivamente questa ipotesi per evitare ripercussioni devastanti”.

Nel 2012, gettito delle accise -22%. La proposta di innalzare ulteriormente le aliquote delle accise su alcolici e distillati arriva dopo un periodo lungo ben 7 anni in cui si è assistito a una progressiva riduzione del gettito derivante proprio da queste, a conferma dei timori dei soci dell’Istituto Nazionale Grappa. Dal 2006, anno dell’ultimo aumento delle accise sugli alcolici, si è infatti verificata una progressiva diminuzione del gettito annuo derivante da esse, fino a raggiungere il minimo storico del 2012, quando si è toccato i livelli record di -22% rispetto alla data dell’ultimo aumento, equivalente a 150 milioni di euro in meno rispetto alle aspettative di incasso (fonte dati Ministero Economia e Finanze).

(Fonte: Istituto Nazionale Grappa)

Frutta e verdura: italiani sopra la media europea nel consumo

ortofruttaNonostante la crisi, gli italiani sono sopra la media europea per acquisto di frutta e di verdura fresche: una buona notizia, visto che consumare più volte al giorno frutta e verdura fresche di stagione (almeno 400 gr al giorno) è la raccomandazione del Consiglio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per una dieta sana e rappresenta la prima forma di prevenzione all’insegna del benessere e del gusto.

Ricerca di maggior benessere o sana abitudine. Gli italiani sembrano averlo ben compreso, più di altri in Europa: attenti al proprio benessere e alla prevenzione attraverso una corretta alimentazione, o semplicemente per una sana abitudine, il 23% degli italiani compra frutta e verdura tra le 4 e le 6 volte a settimana (contro il 19% della media europea) ed il 37% consuma due volte al giorno frutta e verdura, contro il 31% della media europea, come dimostrato dai risultati della recente Global Survey of Fresh Food realizzata da Nielsen. A conferma dell’attenzione degli italiani al consumo giornaliero di prodotti salubri giocano anche i risultati dell’ultima rilevazione del Panel Famiglie di Ismea/Gfk Eurisko nella quale si mostra una continua crescita nel 2012 (+7,8% rispetto all’anno precedente) dei consumi di prodotti ortofrutticoli biologici. Gli italiani dimostrano quindi una maggior cura nella scelta dei prodotti, e anche in tempo di crisi è chiara la tendenza di un significativo numero di consumatori a pagare di più in cambio di qualità, sicurezza e garanzia degli alimenti portati in tavola.

Frutta e verdura: la normativa europea tutela i consumatori. «Il peso del consumo di ortofrutta mantiene un trend costante – dichiara il professor Corrado Giacomini, docente di Economia Agroalimentare dell’Università degli Studi di Parma – nonostante la contrazione anche dei consumi alimentari. Con la crisi economica che stiamo vivendo è mutato in generale il comportamento del consumatore che tende ad ottimizzare la spesa sia sulla base delle disponibilità economiche sia mostrando una particolare attenzione a determinati valori, basta vedere come il settore biologico sia in crescita continua anno dopo anno pur avendo prezzi superiori». Grazie ad una filiera presidiata in ogni passaggio e ad un sistema di tracciabilità tra i più rigorosi e severi che permette di risalire facilmente al produttore di ogni confezione di prodotto, frutta e verdura possono essere considerati prodotti in generale piuttosto sicuri. L’Unione europea, infatti, può vantare una legislazione molto scrupolosa e attenta alla salute dell’uomo e una rigorosa regolamentazione in termini di produzione biologica, di denominazioni di qualità legate al territorio e in generale di attenzione all’ambiente e alla sostenibilità. Per una maggiore ed approfondita informazione, si può visionare www.fruitylife.eu, il sito web del progetto ”Fruitylife – Frutta e verdura, sana e sicura” co-finanziato dall’Unione Europea, dal ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali e da Alimos-Alimenta la Salute, cooperativa che raggruppa enti pubblici, unioni di produttori e cooperative del settore agroalimentare. Navigando nelle varie sezioni del sito è possibile trovare spunti per preparare gustose ricette e informative sulla tracciabilità, i controlli e la filiera di produzione dell’ortofrutta europea.

(Fonte: Garantitaly.it)