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In Polesine, cooperazione punto di riferimento per l’agricoltura

Formare un sano sistema di cooperazione per fare massa critica verso l’agroindustria fornitrice di mezzi tecnici e, contemporaneamente, difendersi da un mercato ingeneroso. E’ questo il messaggio arrivato dagli oltre cento soci presenti all’incontro di inizio annata della cooperativa agricola Villa Nani di Castelguglielmo, che si è svolto qualche giorno fa nella sala polifunzionale di Runzi (Ro).

L’agricoltura che cambia. Vincere le sfide attraverso la cooperazione era il titolo della serata, con numerosi relatori che hanno tracciato alcune linee guida per la coltivazione e fertilizzazione delle colture estensive convenzionali e biologiche, dato aggiornamenti su tecniche e nuove concimazioni, proposto azioni contro l’invasione dell’insetto cimice asiatica, iattura post moderna. “Attualmente le aggregazioni in agricoltura sono sempre di meno – ha commentato il presidente di Villa Nani, Damiano Giacometti – e le aziende agricole sempre più in balìa dei mercati. Ma la nostra struttura è andata complessivamente bene, consolidando nel 2019 i risultati del 2018, nonostante che le colture autunno vernine con raccolta estiva abbiano prodotto circa un 30-40 per cento in meno rispetto alle medie, a causa di una primavera dal clima avverso e di un’estate di bombe d’acqua. Abbiamo recuperato poi, con i cereali autunnali (mais e soia), attirando nuove aziende”.

Riferimento anche per i non soci. “I risultati e la partecipazione motivata che abbiamo visto all’incontro – ha concluso Giacometti – ci mostrano che Villa Nani è diventata un punto di riferimento per moltissime imprese agricole, anche non associate: questo ci rende orgogliosi, ma anche consapevoli di una grande responsabilità. Villa Nani ha sempre creduto nell’importanza di fare sistema in agricoltura in assoluta trasparenza per i soci e con i soci. Una formula che è sempre più apprezzata, che ci è riconosciuta anche dalle organizzazioni di categoria e che sta diventando sempre più importante”. A tal proposito, tra gli intervenuti, c’era il nuovo direttore di Cafer, Fabio Galeotti. La Cafer di Ferrara è una cooperativa di cooperative (e qualche azienda singola), cui aderisce Villa Nani, ed a sua volta è associata al gruppo cooperativo di acquisto di mezzi tecnici Agriteam. Con questa forma associativa di secondo grado, Villa Nani acquista agrofarmaci e fertilizzanti in modo sistemico garantendo prezzi competitivi ai soci, in modo che una singola azienda agricola medio-piccola, come è la maggioranza delle aziende polesane, non potrebbe assolutamente permettersi.

Fonte: Servizio stampa Villa Nani

Piantare più piante – tra cui la paulownia – come misura antismog cittadino, a Padova avviata una rete tra imprenditori agricoli, ma servono incentivi

Boschi e fasce verdi contro smog e polveri sottili. Per ripulire l’aria dall’inquinamento e dalla concentrazione di Pm 10 e per ridurre la produzione di anidride carbonica la soluzione è piantare più alberi, in città come in campagna, lungo le strade più trafficate e a ridosso di zone residenziali e produttive. Lo conferma Coldiretti, in occasione dell’emergenza inquinamento nelle principali città italiane, fra cui Padova fra i capoluoghi con l’aria più “malata” del Paese, ricordando che le piante e i boschi contribuiscono a ridurre la quantità di anidride carbonica nell’aria, ad abbassare la temperatura e a bloccare al diffusione delle polveri sottili.

A Padova e provincia la qualità dell’aria è problematica per molte settimane all’anno sia in prossimità del capoluogo che di altri centri della provincia, ricorda Coldiretti Padova. I dati diffusi in questi giorni lo confermano e costituiscono un preoccupante campanello d’allarme. Dall’aumento della superficie boschiva, attraverso la messa a dimora di piante da parte di agricoltori pronti ad intraprendere questa attività, potrebbero nascere delle vere e proprie “oasi  verdi” e fasce di protezione dall’inquinamento.

Una pianta che non necessita di trattamenti chimici. Nella nostra provincia c’è una coltivazione emergente che potrebbe dare una risposta a questa necessità. E’ la paulownia, una pianta ad alto fusto e a crescita accelerata, dalla quale si ricava, dopo pochi anni, anche dell’ottimo legno. Ogni ettaro di paulownia, spiegano gli esperti di Coldiretti Padova, è in grado di assorbire dalle 28 alle 32 tonnellate di anidride carbonica all’anno, vale a dire che ogni pianta consuma dai 32 ai 36 chilogrammi di CO2 ogni dodici mesi. Il tutto con la possibilità di ricavare un legno leggerissimo e al tempo stesso resistente ed elastico dopo cinque sei anni. Una volta tagliata, la pianta “ricaccia” dalle radici e riprende perciò a crescere, fino ad arrivare anche a cinque – sei cicli, senza dover ricorre a trattamenti chimici.

Rete d’impresa. “Da un paio d’anni stiamo lavorando per costruire una rete d’impresa di produttori di paulownia – spiega Massimo Bressan, presidente di Coldiretti Padova – anzitutto per realizzare una filiera del legno, prodotto ideale per costruire mobili, arnie, ma anche arredi per le navi, considerato il peso ridotto, insieme a stoviglie alternative alla plastica. I numerosi e grandi fiori di questa pianta dal terzo anno possono contribuire a produrre fino a 5 quintali di miele per ettaro, con beneficio anche per le api che si trovano in un ambiente non contaminato perché questa pianta non richiede trattamenti fitosanitari. A questo si aggiunge la capacità delle piante di assorbire molta anidride carbonica fin dai primi mesi di vita, grazie alle gigantesche foglie che possono arrivare a misurare ben 80 centimetri.

Attualmente in Veneto la paulownia viene coltivata su una superficie di poco più di 200 ettari, di cui 50 a Padova, ma le potenzialità per far crescere la filiera ci sono tutte, a patto che le aziende siano adeguatamente sostenute a livello finanziario, come per le altre coltivazioni, attraverso incentivi ad hoc per incrementarne la produzione. Vanno pertanto gli strumenti adeguati per agevolare il più possibile questa coltivazione che non richiede cospicui investimenti iniziali e che può costituire, per molte imprese, un interessante integrazione al reddito”.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova

Confermato anche per il 2020 il contributo regionale fino a 200 euro ad ettaro per la coltivazione della barbabietola da zucchero

Con l’approvazione del provvedimento che stanzia 800 mila euro, la Regione Veneto conferma anche per la campagna 2020 il contributo alle aziende agricole che coltivano barbabietola da zucchero.

Solo 2 i zuccherifici ancora in funzione in Italia, tra cui uno in Veneto. “La barbabietola da zucchero è una coltura importante – spiega l’assessore all’Agricoltura Pan – sia per mantenere i corretti avvicendamenti colturali nelle diverse aree produttive del Veneto, sia per conservare le caratteristiche agronomiche dei suoli e prevenire l’insorgere di problematiche fitosanitarie; ma anche per sostenere la filiera italiana dello zucchero, garantendo la materia prima ai due zuccherifici in funzione nel territorio nazionale, a Pontelongo nel Padovano e a Minerbio in Emilia. Pertanto riconfermeremo anche quest’anno il contributo fino a 200 euro ad ettaro per gli imprenditori agricoli bieticolo-saccariferi che rispettino per il 2020 l’impegno agroambientale di coltivare la barbabietola da zucchero su terreni aziendali”.

Le domande per accedere ai contributi saranno gestite da Avepa. I contributi saranno concessi alle aziende che non beneficiano sulle superfici in questione di altri aiuti per coltivazioni biologiche o pagamenti agroclimaticoambientali previsti dal Programma di sviluppo rurale. L’importo complessivo degli aiuti non potrà superare i 20 mila euro per impresa unica nell’arco di tre esercizi finanziari.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

Nuovo strumento per garantire accesso al credito alle piccole medie imprese agricole e agroalimentari venete

Regione Veneto e Fondo Europeo per gli Investimenti offrono al mondo delle piccole e medie imprese agricole la prima piattaforma di garanzia pubblica degli investimenti: il nome tecnico è Agri Italy Platform, il meccanismo è quello della garanzia di portafoglio. Si tratta di una operazione di ingegneria finanziaria che coinvolge 8 regioni e ‘fa scuola in Europa’, evidenzia il direttore di FEI Marco Marrone. Il Veneto ha il primato di essere la prima regione ad averla progettata e resa operativa.

Utilizzando 15 milioni della misura 4.2 del Programma di sviluppo rurale, la Regione Veneto mobilita in affiancamento alle proprie risorse circa 32 milioni di risorse FEI, a sua volta supportato da controgaranzie di BEI e Cassa depositi e prestiti: si è creato così un fondo pubblico di garanzia di 46,5 milioni di euro capace di garantire un portafoglio di finanziamenti di 93 milioni di euro a favore del settore primario. Lo strumento, grazie all’adesione di quattro istituti di credito (Credito Emiliano, Credito Valtellinese, Istituto centrale delle casse rurali e artigiane e Monte dei Paschi) è già operativo e consente di garantire finanziamenti prevalentemente a medio termine (ma Iccrea arriva anche a 12 anni) alle Pmi agricole e agroalimentari del Veneto, anche a quelle con maggior profilo di rischio.

Chi può accedere al fondo. “Lo strumento di garanzia attivato con il Fei, costruito con una leva finanziaria da 1 a 6, consentirà alle banche di dimezzare il rischio credito senza dover accantonare parte del proprio patrimonio a supporto degli impieghi creditizi e di azzerare quindi i costi del rilascio garanzie, permettendo così di ridurre i tassi di finanziamento. Si tratta di una operazione di ingegneria finanziaria che ci consente di fare di più con meno risorse, così come ci sta chiedendo l’Europa”, ha sottolineato l’assessore all’Agricoltura regionale Giuseppe Pan. Potranno accedere al fondo multiregionale di garanzia gli imprenditori agricoli professionali, i coltivatori diretti iscritti alla gestone previdenziale agricola Inps e le piccole e medie imprese agroalimentari del Veneto, attive nella trasformazione, commercializzazione e sviluppo dei prodotti agricoli. Le imprese agricole potranno ottenere finanziamenti tra i 150 e i 180 mila euro. Più alta la soglia per le imprese agroalimentari, che potranno ottenere finanziamenti fino ad un massimo di 950 mila euro. Le operazioni finanziabili, sia per i singoli imprenditori sia per le aziende agroalimentari, vanno dall’acquisto di macchinari e attrezzature, alla ristrutturazione e miglioramento dei fabbricati, dal miglioramento fondiario all’acquisto di programmi e tecnologie informatiche.

Una best practice estesa ad altre regioni. “La Regione Veneto – ha concluso Pan – ha creduto per prima in questa importante operazione e, sin dal 2016, si è proposta come partner del FEI per costruirla. Lo schema è piaciuto, tanto che la Direzione Generale per l’Agricoltura della Commissione Europea ha chiesto di poterlo estendere anche ad altre regioni italiane; proposta che abbiamo accettato. Ne siamo anche orgogliosi, visto che Agri Italy Platform a livello comunitario viene considerata una vera e propria ‘best practice’ nel campo degli strumenti finanziari”.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

“Frutticoltori senza reddito da cinque anni. E i mercati chiuderanno”, la lettera di fine anno di Piero Spellini, membro di giunta di Confagricoltura Verona.

Piero Spellini

Riceviamo dall’ufficio stampa di Confagricoltura Veneto e pubblichiamo la lettera di fine anno scritta da Piero Spellini, membro di giunta di Confagricoltura Verona, sul difficile momento che stanno attraversando i frutticoltori veronesi, e non solo.

Sono un vecchio appassionato frutticoltore. Ho investito fino a sei mesi or sono nella mia azienda nel Villafranchese perché fosse sempre all’avanguardia, e oggi è considerata tale. Gli ultimi investimenti sono stati per chiudere gli appezzamenti, protetti da rete antigrandine, con le reti a fori sottili (anti carpo) per cercare di contenere l’invasione della cimice asiatica. La cosa è riuscita solo molto parzialmente.

Finite le raccolte ho cominciato a guardarmi in giro. La contabilità porta a risultati che definire sconfortanti è essere pazzescamente ottimisti. Mi sono chiesto se sono una mosca bianca o se non so produrre in modo economico. Ho avviato da vecchio ingegnere una mia indagine personale, che voglio condividere. Ho contattato circa 200 frutticoltori. Nessuno mi ha detto di aver chiuso il bilancio in maniera positiva, nella stragrande maggioranza dei casi, “a microfoni spenti”, conferma che sono cinque anni consecutivi che non si fa bilancio. I produttori di mele sono indecisi se togliere le piante quest’anno o provare per l’ultima volta. I peri hanno le radici che godono il fresco sopra terra. Il sistema bancario dice che, se guardiamo il debito rispetto al patrimonio, si può ancora resistere al fallimento un paio d’anni, ma se lo guardiamo rispetto ai fatturati e alle prospettive il settore è già morto.

Mi sono guardato in giro: dal prossimo anno non apriranno certamente il mercato delle pesche di Villafranca e quello di Valeggio; gli altri tre stanno discutendo su cosa fare, visto che i peschi sono spariti dalle campagne. Verona, che cercava di togliere a Latina la prima genitura del kiwi, ha tolto i frutteti, per la moria delle piante. Teoricamente questo sarebbe un anno buono per i prezzi, ma non c’è produzione e la poca che c’è è rovinata dalla cimice. I meli cercano di resistere, ma sono stati drasticamente estirpati per i prezzi irrisori e da ultimo per la cimice. Ho letto la relazione presentata dalla Regione Veneto, certamente fatta bene, ma fotografa una situazione del tutto irreale: cito solo il prezzo delle mele a 0,56 euro, contro un prezzo di campagna di 20 centesimi e un costo di produzione superiore ai 30.

Per quanto riguarda la legge sul caporalato, voglio dire che anche io mi sento vittima, ma del costo globale della manodopera e della burocrazia. Se anche l’anno prossimo il prezzo di vendita sarà uguale, non sarò in grado di pagare gli operai. Quanto alla burocrazia, ho assunto tra gli altri due ragazzi, il giovedì, per la raccolta che doveva cominciare il lunedì: uno se n’è andato in bicicletta con gli amici fino a Catanzaro, l’altro in Bulgaria a fare gare di moto. Assunzione, stipendio a ore zero, licenziamento totale euro 210 (senza contare il mio tempo perso), che tradotto in chili di mele a 20 centesimi sono 1.050 chili. Evito di commentare per non essere scurrile. Possibile che non si riesca a capire che la raccolta che dura forse due settimane non è un impiego, ma un’attività occasionale, che in Germania, Austria, Francia è considerata tale, che da dove oggi arrivano le mele (cioè Polonia, Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca) la manodopera per la raccolta costa 3,5 euro all’ora e loro, europei come noi, possono vendere a 20 centesimi mentre noi chiudiamo le aziende?

La mia zona è sempre stata all’avanguardia, ma ora con la sparizione delle pesche e del kiwi sta subendo una rapidissima trasformazione. Tre ettari di pesche mantenevano una famiglia, tre ettari di prato mantengono cinque vacche, forse, non certo una famiglia. Che quindi cerca di affittare, ma appezzamenti piccoli non li vuole nessuno, oppure cerca di vendere se trova qualcuno che compera, con prezzi crollati. Il numero delle aziende nei prossimi tre anni sarà drasticamente ridimensionato.

Radicchio di Chioggia Igp, al vaglio della Commissione europea il nuovo disciplinare proposto dal Consorzio. Ed il presidente Boscolo Palo invita gli orticoltori a certificarsi.

Giuseppe Boscolo Palo

A dieci anni dal riconoscimento europeo dell’IGP per il Radicchio di Chioggia, il Consorzio adegua il disciplinare di produzione all’evoluzione delle modalità di coltivazione e delle esigenze di mercato. «E’ stato un lavoro paziente e meticoloso – spiega il presidente del Consorzio di tutela, Giuseppe Boscolo Palo – che abbiamo svolto di concerto con la Regione Veneto, prima, e con il Ministero delle Politiche agricole, poi. Il disciplinare non è stato stravolto, ma sono state apportate piccole, ma sostanziali modifiche che hanno tenuto conto delle esigenze sia dei produttori che degli operatori commerciali».

Entrando nei dettagli. Gli aspetti produttivi riguardano innanzitutto il peso del cespo, che viene fissato tra i 200 e i 600 grammi per entrambe le tipologie, precoce e tardivo; consentendo di proporre un ottimo prodotto adatto alle diverse destinazioni del mercato. Infatti, il consumatore potrà scegliere le pezzature di peso inferiore se si tratta di single o quelle medio grandi per la famiglia; inoltre, l’industria del lavorato, soprattutto quella della IV gamma, richiede un prodotto più grande, più pratico da lavorare e con una migliore resa. C’è poi la densità colturale, finora talvolta soggetta a contenziosi interpretativi con l’Organismo di controllo e certificazione, che ora viene portata a 10-14 piante per metro quadro nella tipologia precoce e 8-12 piante per metro quadro nella tipologia tardivo. Si tengono così in conto lo sviluppo e l’applicazione di nuove tecniche colturali (uso di serre, tunnel, pacciamature, meccanizzazione del trapianto, ecc.), che comportano la possibilità di modificare i sesti d’impianto della cultura, attuando nelle file coltivate una maggiore variabilità nella densità di piante a metro quadrato, in modo da ottenere pezzature di peso e volume decrescenti all’aumentare del sesto d’impianto, a seconda della destinazione commerciale del prodotto. Infine, viene adeguata la resa produttiva alle variazioni di peso del cespo e della densità colturale introdotte nella revisione del disciplinare, fissando la quantità massima per ettaro in 35 tonnellate in campo, dopo una prima toelettatura da parte del produttore per eliminare le foglie esterne di colore verde o rosso non uniforme. Poi, con la seconda sfogliatura di rifinitura, che viene effettuata nella successiva fase di confezionamento assieme alla selezione dei cespi più idonei, la resa rapportata a ettaro si può ridurre anche fino ad un 30% del peso iniziale. Per questo, il quantitativo di Radicchio di Chioggia commerciabile col marchio IGP, dopo il passaggio presso il confezionatore, deve rimanere entro le 28 tonnellate rapportate ad ettaro, chiarendo così che il limite massimo fissato nella versione originaria del disciplinare va riferito al prodotto collocato sul mercato e non a quello raccolto in campo. “Va precisato – sottolinea Boscolo Palo – che, in ogni caso, le caratteristiche organolettiche di sapidità e croccantezza peculiari del Radicchio di Chioggia restano invariate, quando non addirittura esaltate con l’applicazione delle densità e sesti d’impianto fissati col nuovo disciplinare, e ciò è dimostrato dalle specifiche prove sperimentali effettuate dall’Università di Padova e prodotte a supporto della proposta di modifica”.

Fase di confezionamento e immissione sul mercato. Il nuovo disciplinare esplicita che il periodo di commercializzazione del Radicchio di Chioggia IGP va dal 1 aprile al 31 agosto, per la tipologia “precoce”, e dal 1 settembre al 31 marzo, per la tipologia “tardivo. In tal modo viene coperto l’intero arco dell’anno, senza sovrapposizioni di prodotto del precedente raccolto con il nuovo, al momento dell’immissione al consumo. E’ un chiaro segnale ed una opportunità per la filiera commerciale che potrà così approvvigionare ininterrottamente gli scaffali della distribuzione, fidelizzando il consumatore. Ma la vera novità introdotta per la fase commerciale è l’inclusione delle lavorazioni di IV gamma tra le operazioni di confezionamento. In termini pratici, questo comporta che anche il Radicchio di Chioggia confezionato in buste, tagliato e lavato pronto al consumo, potrà fregiarsi della denominazione (senza quindi dover scrivere, ad esempio, “Insalata di…”) ed essere ben riconoscibile grazie al logo circolare “RADICCHIO di CHIOGGIA I.G.P.” con lo scudo a fondo bianco e bordatura gialla e all’interno il leone rampante di colore rosso; inoltre potrà affiancare anche il marchio comunitario azzurro con scritta circolare gialla “INDICAZIONE GEOGRAFICA PROTETTA”.

Orticoltori invitati a certificarsi “Se non ora, quando?”. “Questa inclusione apre notevoli prospettive di mercato – afferma Boscolo Palo -, dato che incrementa il servizio abbinato al prodotto, che può essere offerto a consumatori con capacità di spesa medio-alta, disposti ad attribuire un valore monetario all’elemento “tempo. Aspettiamo impazienti la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, che dovrebbe avvenire entro i prossimi mesi per poter applicare il nuovo disciplinare già dalle produzioni della prossima primavera. Questo dovrebbe rinfrancare la fiducia dei nostri produttori di radicchio, soprattutto quelli più professionalmente preparati e legati al territorio, dato che, voglio sottolinearlo con forza, resta fermo e consolidata nel disciplinare l’autoproduzione del seme quale caratteristica peculiare per arrivare a produrre Radicchio di Chioggia Igp. Credo sia l’unico modo per differenziarsi nel mercato, evidenziando la forte identità territoriale del nostro radicchio. Invito quindi gli orticoltori ad attivarsi per la certificazione della produzione e ad entrare nel Consorzio di tutela, che da 10 anni ormai sostiene la promozione del Radicchio di Chioggia Igp.

Fonte: Servizio stampa Consorzio tutela radicchio di Chioggia Igp

Eletto il nuovo presidente di Strada del vino Colli Euganei

Roberto Gardina

Roberto Gardina è il nuovo presidente di Strada del vino Colli Euganei. L’imprenditore, fondatore dell’azienda agricola di Torreglia Quota 101, è stato eletto alla presidenza del Consiglio di Amministrazione del sodalizio euganeo nel corso della riunione del cda tenutasi lunedì 16 dicembre.

nuovo CdA Strada del vino Colli Euganei

Direttivo. Gardina, già vicepresidente dell’associazione, succede alla presidenza a Franco Zanovello, scomparso improvvisamente questa estate. La vicepresidenza è stata assegnata a Diego Bonato, dell’azienda agricola Reassi di Rovolon. Nel CdA entra inoltre Linda Zanovello, che gestisce assieme al fratello Marco l’azienda di Faedo di Cinto Euganeo fondata dal padre Franco nel 1976, Alberto Belluco della cantina La Roccola di Cinto Euganeo, Roberto Callegaro del frantoio Evo del Borgo di Arquà Petrarca, Martino Benato dell’azienda vitivinicola Vigne al Colle di Rovolon, Ida Poletto dell’Hotel AbanoRitz e Nicola Lionello dell’Antica Trattoria Taparo di Torreglia.

Sinergie territoriali. “Ringrazio per la fiducia che il CdA mi ha dimostrato, proseguiremo con la stessa dedizione ed entusiasmo il lavoro svolto negli anni, in particolare quello di Franco Zanovello, ponendoci sempre nuovi obiettivi e nuove sfide per la valorizzazione del territorio Euganeo. A tal proposito, prevediamo per il 2020 un’intensa programmazione di eventi e attività per promuovere l’offerta turistica enogastronomica. Porteremo avanti la proficua collaborazione con tutti gli attori preposti alla gestione, valorizzazione e cura della destinazione Terme e Colli Euganei, in particolare con il Parco, il Consorzio Vini e il Consorzio Terme e Colli Marketing con il quale stiamo lavorando per la realizzazione del nuovo sito internet della destinazione”, ha dichiarato il neo presidente.

Fonte: Servizio stampa Strada del vino Colli Euganei

Feste natalizie, “consumare veneto e attenzione agli abusivi, dannosi per economia e salute”, il consiglio di Confartigianato Imprese Veneto

Spenderanno oltre 1,1 miliardi di euro le famiglie venete per acquistare prodotti alimentari e bevande da mettere in tavola le prossime festività di Natale e fine anno. Pane, pasta, carni, salumi, formaggi, verdure, ortaggi, frutta e, soprattutto, dolci e vini, distillati e bevande, tutti prodotti dell’immenso “giacimento” della food economy del Veneto che, in particolare sotto le festività di Natale, registra sostanziose crescite di produzioni e vendite.

In Veneto più di 6.500 “artigiani del gusto” con oltre 13mila addetti. Un settore, quello dell’agroalimentare, rappresentato in regione da 6.576 imprese artigiane che danno lavoro a 13.102 addetti, con un’offerta enogastronomica 36 prodotti DOP, IGP e STG, ben 374 “tradizionali”, e una capacità export di circa 6 miliardi di euro all’anno. Sono questi alcuni dei numeri che emergono dall’analisi dell’Osservatorio per le PMI di Confartigianato Imprese Veneto che, nel dossier “Food economy di MPI e artigianato alimentare nel 2019”, ha rielaborato i dati di Istat, UnionCamere-Infocamere e MIPAAF, su imprese e produzioni alimentari e consumi delle famiglie nell’ultimo anno. “I nostri artigiani del gusto utilizzano materie prime locali e metodi di produzione tipici che evidenziano il legame con il territorio regionale – commenta Agostino Bonomo, presidente di Confartigianato Imprese Veneto e premio Argav 2018 – la genuinità di queste specialità fa bene alla salute, fa muovere l’economia e contribuisce a mantenere alta la bandiera del food regionale nel mondo. Per questo, i prodotti e le imprese della nostra tradizione alimentare, che hanno nella qualità e nell’artigianalità della lavorazione il proprio elemento distintivo, vanno promossi ancora di più”.

La spesa nelle festività natalizie. Le festività legate al Natale modificano notevolmente le abitudini di spesa anche dei consumatori veneti. A dicembre, infatti, il 95,3% della spesa in prodotti alimentari e bevande delle famiglie è costituita da prodotti alimentari e bevande analcoliche e per il restante 4,7% da bevande alcoliche. In particolare i prodotti più acquistati sono formaggi e latticini con una quota del 6,1% sul totale della spesa in prodotti alimentari e bevande, salumi con il 4,9%, pane con il 4,6% e altri prodotti di panetteria e pasticceria (tra cui rientrano in particolare i dolci da ricorrenza) con il 4,3%, prodotti in cui l’artigianalità rappresenta un importante fattore di qualità. Confartigianato stima una spesa delle famiglie venete in prodotti alimentari e bevande di 1,1 miliardi di euro, più alta di 181 milioni rispetto al consumo medio mensile. Inoltre, considerato come nella nostra regione una fetta consistente della spesa alimentare sia intercettabile dalle imprese artigiane, si stima che in Veneto verranno spesi circa 507 milioni di euro per prodotti da forno, salumi, latticini, formaggi, olio di oliva, dolci, gelati, condimenti e alcolici prodotti da artigiani. “I quasi 6 milardi di giro d’affari e l’export in continua crescita – continua Bonomo – certificano la qualità delle nostre produzioni alimentari, un patrimonio di bontà, varietà e tradizione unico al mondo. Impariamo a esserne orgogliosi e a difendere, tutti insieme, chi lo produce. In questo modo difendiamo il futuro dei nostri territori, delle nostre famiglie e delle nostre imprese e offriamo opportunità di lavoro per i giovani”.

Imprese e addetti dell’agrolimentare. Sono, come detto, 6.576 le imprese artigiane che operano in Veneto nel 2019 nella produzione di bevande e prodotti alimentari, in lieve calo rispetto allo scorso anno (- 1,4% equivalenti a 90 imprese in meno). A livello nazionale, invece, sono 87.499, con una perdita complessiva di 1.462 unità (-1,6%).

L’attacco di Confartigianato alle contraffazioni alimentari e all’abusivismo. “Da sempre siamo in prima fila contro il “fake food” – sottolinea il presidente di Confartigianato Veneto – una “rapina”, a livello nazionale, da 7 milioni di euro l’ora e da 60 miliardi di euro l’anno, di centinaia di milioni di euro solo in Veneto. E’ il business dell’agropirateria, della contraffazione, della frode nei confronti dell’agroalimentare made in Italy, il più clonato nel mondo, si tratta di un vero e proprio “scippo” ai danni del settore, un assalto indiscriminato e senza tregua, dove la criminalità organizzata fa veri affari. I consumatori vengono truffati, i piccoli imprenditori e gli agricoltori dell’agroalimentare derubati, a questo si aggiunge il fatto che ogni anno entrano nel nostro Paese prodotti alimentari “clandestini” e “pericolosi” per oltre 2 miliardi di euro. Poco meno del 5 per cento della produzione agricola nazionale. I sequestri da parte delle autorità competenti italiane negli ultimi due anni si sono più che quadruplicati. E ciò significa che i controlli funzionano, ma il pericolo di portare a tavola cibi “a rischio” e a prezzi “stracciati” è sempre più incombente”.

L’appello. “Nel periodo delle feste crescono a dismisura i furbetti che, senza alcuna tutela per i consumatori, vendono prodotti alimentari in maniera totalmente abusiva – chiude Bonomo – tutto ciò sottraendo spazi di mercato a chi in maniera onesta rispetta le regole, paga le tasse, subisce i controlli, garantisce buste paga. Alle Autorità preposte, per questo, chiediamo più vigilanza in questo settore e sanzioni per gli abusivi”.

Fonte: Servizio stampa Confartigianato Imprese Veneto

Agricoltura nei capannoni dismessi con la “vertical farm”, firmato l’accordo a Padova

esempio di vertical farm

Le nuove frontiere dell’agricoltura, sostenibile e innovativa, raggiungono le aree industriali e regalano una nuova vita a spazi dismessi, a capannoni ormai in disuso e difficilmente recuperabili. E’ la nuova frontiera della “vertical farm”, l’agricoltura che si sviluppa in spazi chiusi e ristretti, anziché nei tradizionali terreni per la coltivazione “in orizzontale”, e che permette di ottenere ortaggi, fiori, frutta e prodotti “nutraceutici“ in un ambiente con condizioni “climatiche” controllate, grazie all’automazione delle fonti energetiche, quasi azzerando l’uso di agrofarmaci e altri prodotti per il controllo dei parassiti.

Orti e giardini del futuro. In queste aree che l’industria ha abbandonato, in questi “vuoti” non più utili per le attività produttive, grazie alle innovazioni tecnologiche, alla ricerca e alla versatilità del settore primario, sarà possibile coltivare prodotti agricoli in condizioni ottimali, senza l’uso di pesticidi e con un consumo energetico ridotto. Coltivazioni idroponiche, a ridotto consumo d’acqua, in ambiente “indoor” permettono di riutilizzare spazi dismessi per attività produttive ad alto tasso di innovazione e a basso impatto ambientale. I vecchi capannoni dismessi diventano così orti e giardini del futuro. Il tutto grazie alla ricerca tecnologica condotta dall’ENEA e dal mondo universitario e all’apporto di innovazione di alcune aziende. Da questa partnership nasce il “Progetto Ri-Genera”, con il patrocino della Camera di Commercio, della Provincia e del Comune di Padova, attraverso la firma del protocollo d’intesa per la realizzazione e lo sviluppo di produzioni idroponiche in spazi dismessi tra ENEA, Coldiretti Padova, Parco Scientifico e Tecnologico Galileo, Idromeccanica Lucchini, Gentilinidue e Advance Srl (gruppo di spin-off dell’Università di Padova) sottoscritto ieri alla Camera di Commercio di Padova.

Hanno sottoscritto l’intesa Gabriella Funaro per Enea, Marco Giampieretti per Advance Srl, Massimo Bressan per Coldiretti Padova, Massimo Lucchini per Idromeccanica Lucchini, Nicoletta Marin per Gentilinidue, Alessio Zini per Parco Scientifico Tecnologico Galileo. “L’obiettivo – spiegano i promotori – è accelerare l’industrializzazione dei processi di vertical farming in Italia, favorire il recupero e la riqualificazione di spazi dismessi e promuovere lo sviluppo di attività produttive sostenibili, di qualità e ad alto valore nutraceutico. La presenza di un polo universitario di eccellenza nella ricerca agronomica e ingegneristica, di una consolidata tradizione agricola e industriale e di un sistema imprenditoriale dinamico e aperto all’innovazione rende il territorio della regione Veneto particolarmente adatto per l’avvio di attività sperimentali propedeutiche alla realizzazione del progetto, che potrà essere eventualmente replicato, in caso di esito positivo, a livello nazionale e internazionale”.

Come è nata questa iniziativa? Anzitutto da alcune considerazioni di ordine generale. La produzione di cibo rappresenta una delle maggiori sfide del prossimo futuro a causa dell’incremento della popolazione mondiale, della limitata disponibilità di terreno coltivabile e dei crescenti cambiamenti climatici. A questo proposito è necessario ridurre l’impatto ambientale delle produzioni agricole, massimizzando l’efficienza nell’uso delle risorse idriche e nutrizionali e minimizzando l’impiego di prodotti di sintesi per offrire al consumatore finale un prodotto sostenibile e sicuro. “Qui entrano in gioco – spiega Massimo Bressan, presidente di Coldiretti Padova – le nuove frontiere dell’agricoltura: le colture idroponiche, o “senza suolo” o “fuori suolo”, comprensive di tutte le tecniche di coltivazione “indoor” senza uso di terreno agrario, sono un settore in forte crescita in Italia e all’estero. Inoltre contribuiscono di affrontare l’impegnativo aspetto della riqualificazione dei capannoni industriali dismessi, emergenza economica e sociale in tutte le regioni d’Italia, in particolare in quelle del Centro-Nord, ma al tempo stesso una grande opportunità per il rinnovamento e il rilancio dei sistemi produttivi locali. Queste “vertical farm” sono realizzate con sistemi di coltivazione idroponica indoor ad alta tecnologia che consente di aumentare notevolmente la produzione, abbattere il consumo di risorse naturali, ridurre le distanze tra produttore e consumatore e minimizzare l’uso di fitofarmaci”.

Le applicazioni pratiche e gli esempi già ci sono. ENEA ha realizzato in collaborazione con la Idromeccanina Lucchini un modello di vertical farm mobile, denominato “BoxXland”, consistente in un impianto modulare high tech per la coltivazione in container di prodotti orticoli in verticale e fuori suolo a ciclo chiuso, senza l’uso di insetticidi, in ambienti illuminati con luce a led e con un software che ne gestisce irrigazione e condizionamento dell’aria. Il primo prototipo di vertical farm realizzato per Expo 2015 è stato esposto in numerose fiere nazionali e internazionali del settore agroalimentare ed è attualmente commercializzato in Italia e all’estero. Sempre ENEA, in collaborazione con Gentilinidue e con i Dipartimenti di Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse naturali e Ambiente (DAFNAE) e Ingegneria dell’Informazione (DEI) dell’Università degli Studi di Padova, ha presentato nel 2016, nell’ambito del programma Horizon 2020 SME instruments – phase 1 dell’Unione Europea, il progetto “Vertical Farm 4.0” (impatto zero, km zero, scarti zero, emissioni zero) per il recupero di edifici industriali dismessi mediante la creazione di vertical farm, che ha ottenuto il “Seal of Excellence” da parte della Commissione Europea.

Un altro sistema innovativo di vertical farming in edifici dismessi, ribattezzato “Arkeofarm”, porta la firma di ENEA e Lucchini e consiste in un impianto per coltivazioni orticole intensive con sviluppo multipiano verticale, che impiega tecniche idroponiche avanzate in un ambiente chiuso e climatizzato, con illuminazione artificiale integrale a led, e che, in funzione della superficie coltivata, può essere ad alta o altissima automazione con sistemi automatici o robotizzati per tutte le operazioni, dalla semina, alla raccolta, al confezionamento; Entrambi i tipi di vertical farm, sia quella in container sia quella in edifici, possono contribuire alla rigenerazione di beni mobili e immobili dismessi dando loro una nuova destinazione d’uso a fini produttivi, generando un importante indotto economico, stimolando la nascita di distretti agroalimentari avanzati anche nelle aree urbane e periurbane e creando preziose opportunità di diversificazione e di apertura di nuovi mercati.

Ostacoli economici da rimuovere. Affinché queste soluzioni possano avere una diffusione su vasta scala, occorre però superare gli ostacoli economici derivanti dagli alti costi di investimento e di gestione per l’elevato grado di automazione delle linee produttive e i rilevanti consumi di energia e dalla qualità percepita dei prodotti, non sempre in linea con le esigenze del mercato. Qui entra in gioco Advance, spin-off dell’Università di Padova, che dispone delle competenze necessarie per selezionare i tipi di coltura, migliorare i processi produttivi e la qualità dei prodotti e per svolgere attività educative, di formazione professionale volte a migliorare la preparazione degli operatori e ad aumentare la consapevolezza dei produttori, dei consumatori e delle istituzioni sui benefici delle tecniche di coltivazione idroponica e di vertical farming. Insieme al Parco Scientifico Tecnologico Galileo, Advance può ottimizzare i processi produttivi al fine di aumentarne la sostenibilità economica e ambientale, analizzare le caratteristiche e le dinamiche dei settori di riferimento, individuare le filiere e le coltivazioni con il più alto grado di stabilità e di redditività e mettere a punto le strategie di marketing e comunicazione più adatte per rafforzare la competitività delle vertical farm e la loro capacità di penetrazione dei mercati.

Da Coldiretti invece arriva il contributo ad individuare gli spazi da adibire a vertical farm, gli imprenditori interessati ad avviare le relative attività e le figure professionali necessarie per la loro conduzione e a promuovere, in collaborazione con i partner e con gli altri soggetti pubblici e privati interessati, la cultura dell’idroponico high tech presso i propri associati, presso le istituzioni e presso il pubblico.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova

Panetthòn 2019, a vincere la sfida a carattere solidale una pasticceria padovana

podio Panetthòn 2019

E’ stata la pasticceria Le Sablon di Padova ad aggiudicarsi la quarta edizione di Panetthòn, la sfida solidale tra i migliori panettoni artigianali del Veneto. La finale si è disputata mercoledì 4 dicembre nella storica sala Rossini del Caffè Pedrocchi di Padova.

L’etichetta “solidale” definisce le finalità benefiche dell’inziativa, il cui ricavato è stato destinato ai progetti della Onlus padovana “Amici di Adamitullo”, che da dieci anni in Etiopia garantisce il sostegno alle attività scolastiche ed educative di circa mille bambini e adolescenti frequentanti la Missione salesiana di Adamitullo, piccolo paese a tre ore di auto dalla capitale Addis Abeba.

Al secondo posto Merry Day, medaglia di bronzo invece per Il Chiosco. 38 in totale i maestri pasticceri di tutto il Veneto che hanno deciso di mettersi in gioco partecipando al singolare concorso ideato da Daniele Gaudioso, medico oculista padovano e accademico della cucina. La giuria – composta da esperti del settore e giornalisti enogastronomici – ne ha selezionati 12, nel corso di una degustazione rigorosamente alla cieca avvenuta domenica 24 novembre. Ecco l’elenco degli artigiani che hanno partecipato alla serata finale:  Gardellin, L’arte della pasticceria, Bacelle, Le Sablon, Merryday e Celso per la provincia di Padova; Milady per la provincia di Venezia; Saporè, Lorenzetti, Panificio Antichi sapori  e Infermentum per la provincia di verona; il Chiosco di Lonigo per la provincia di Vicenza.

I panettoni ammessi. Da sempre al concorso sono ammessi solo panettoni rigorosamente privi di emulsionanti, conservanti, mono e digliceridi degli acidi grassi (quelli classificati come E471) e di tutti quegli additivi che vengono usati per una conservazione più lunga nel tempo dei prodotti alimentari. Panettoni classici, con uvetta e canditi, prodotti con materie prime di altissima qualità, che hanno una durata limitata ma che in cambio presentano una bontà senza paragoni. Una vetrina di qualità e di rigore nel rispetto dei valori tradizionali e salutistici del prodotto “panettone”.

Le giurie. A decretare il panettone più buono del Veneto, in aggiunta alle votazioni della giuria tecnica, anche il voto di una giuria popolare, composta dai golosi gourmet  presenti al Pedrocchi, chiamati anche loro a valutare – sempre alla cieca – i 12 panettoni finalisti. Questi i componenti della giuria tecnica: il sommelier Angelo Sabbadin, il maestro pasticcere Dario Loison, l’accademico della cucina Daniele Gaudioso, Claudia Stefani di Cookdigusto, il libero gourmet Federico Menetto, i giornalisti Paolo Brinis, Antonio Di Lorenzo, Renato Malaman e Antonino Padovese, Marco Mintrone di Idea Food &Beverage, Silvio Mason della Gastronomia Al Carmine di Padova.

Fonte: Servizio stampa Panetthòn