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Emergenza nuovo coronavirus, nessun problema di approvvigionamento cibo grazie anche alla rete Italmercati di cui fa parte il Mercato Ortofrutticolo di Padova

Francesco Cera, direttore del Mercato ortofrutticolo di Padova (Maap), rassicura sulla capacità di rifornimento di ortofrutta, pesce e generi alimentari sia al dettaglio che ad ambulanti e a supermercati.

Racconta Cera: “Abbiamo una filiera e un sistema logistico di consegne di generi alimentari collaudato. Siamo organizzati in una rete che si chiama Italmercati, capillare in tutte le città d’Italia e siamo ben organizzati per smistare i prodotti alimentari. Ogni direttore di mercato italiano, da Roma a Padova a Milano, si adopererà con i propri grossisti e produttori agricoli nonché operatori di facchinaggio della logistica che operano per tenere aperto il mercato e garantire gli approvigionamenti delle città”.

Fonte: Veneto Agricoltura

Emergenza coronavirus: Regione Veneto proroga di 14 giorni la scadenza dei bandi del programma di sviluppo rurale e convoca per oggi il “Tavolo verde”

Oggi, martedì 3 febbraio, l’assessore regionale all’Agricoltura ha convocato il ‘Tavolo verde’ (organo di consultazione e di concertazione con il mondo agricolo istituito dalla Regione Veneto) per valutare con gli operatori del settore le problematiche create all’emergenza sanitaria Covid-19 e le possibili misure da adottare o da proporre al Governo e all’Unione Europea.

Partecipanti. Alla riunione sono invitati i presidenti regionali di Coldiretti, Confagricoltura, Cia, Agriveneto, Confcooperative, Legacoop e il presidente della commissione Attività produttive del Consiglio regionale. Al tavolo parteciperanno anche i referenti padovani delle associazioni, per fare il punto sulle specifiche problematiche della filiera agroindustriale nella ’zona rossa’ e nei territori contigui.

Proroghe bandi Psr. Sempre a seguito dell’emergenza coronavirus, la Regione Veneto ha prorogato di ulteriori 14 giorni le scadenze dei bandi del Programma di sviluppo rurale 2014-2020 deliberati il 23 dicembre scorso ed inizialmente previsti al 10 marzo, il 9 aprile e il 24 aprile, a seconda del tipo di intervento, che mettono a disposizione delle imprese agricole e della sostenibilità del settore primario oltre 91 milioni di euro. “Alcune delle misure adottate dal Consiglio dei ministri riguardanti i Comuni della ‘zona rossa’ possono interferire o impedire lo svolgimento di alcune attività propedeutiche necessarie alla predisposizione delle domande di sostegno e dei relativi progetti a valere sui bandi. Attività che spesso non sono gestibili in modalità “a distanza”, come l’acquisizione di consulenze e lo svolgimento di briefing interdisciplinari, la presentazione di taluni documenti riguardanti l’iter di rilascio di autorizzazioni o permessi e il completamento delle relative istruttorie tecnico-amministrative, l’acquisizione di preventivi di spesa per attrezzature o impianti realizzati a misura del richiedente”, spiega l’assessore all’Agricoltura.

Qualora le misure emergenziali vengano ulteriormente prorogate dalle autorità nazionali o regionali competenti sulla gestione dell’ emergenza epidemiologica, la Regione Veneto ha incaricato il direttore dell’Autorità di gestione Feasr e Foreste a provvedere con proprio atto all’ulteriore congruente proroga dei termini dei bandi.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

Noce Lara trevigiana, obiettivo 50% di quota di mercato

Noci cooperativa Il Noceto

Obiettivo: acquisire il 50% di quota di mercato con la noce Lara. I nocicoltori trevigiani, riuniti nella cooperativa Il Noceto che ha sede a Chiarano, delineano con chiarezza le loro strategie per la prossima stagione per lasciarsi alle spalle i risultati sconfortanti dell’annata che si è appena conclusa.

Problematiche. “Nel 2019 la produzione di noci nel Veneto è stata falcidiata dal meteo sfavorevole e dalle cimici, che hanno quasi dimezzato il raccolto, come avvenuto in tutto il Nord Italia che ha incassato 7 milioni di euro di danni – spiega Giangiacomo Bonaldi Gallarati Scotti, presidente del Noceto e di Confagricoltura Treviso, associazione che vanta un grande numero di produttori nella cooperativa -. L’estrema piovosità del mese di maggio ha creato problemi nella fase di allegagione, mentre il freddo di giugno ha rallentato la crescita e la grandine di settembre ha rovinato i frutti. La cimice, con un 25-30 per cento di danni, e la proliferazione della batteriosi a causa della diminuzione imposta dall’Ue nell’utilizzo di rame, hanno completato la disfatta.

Alternativa a colture in crisi. “Dovremmo invece triplicare la produzione data la grande richiesta della nostra noce Lara, che sta avendo grande successo anche con gli importatori stranieri essendo di calibro molto grande e avendo un gusto particolarmente dolce. Ci conforta il fatto che abbiamo continue richieste di adesioni alla cooperativa, in quanto molti agricoltori stanno investendo in impianti di noci come alternativa a colture in crisi, come i seminativi. Attualmente abbiamo 14 soci, anche dal Veneziano e dal Friuli Venezia Giulia, ma potremmo arrivare al raddoppio. Poi dovremmo però potenziare gli impianti per riuscire a trasformare il prodotto in tempi rapidi. La speranza è che quest’anno il meteo ci permetta di portare a casa una buona stagione”.

La cooperativa trevigiana assomma 360 ettari in produzione (su 700 totali in Veneto), puntando ad arrivare a 430 nel 2020 e oltre quota 500 entro 5 anni. Oltre alla Lara, la varietà di cui la cooperativa è leader in Italia, si sta cominciando a sperimentare la coltivazione della noce pecan e di altre tipologie di frutta secca, mentre molti soci hanno già piantato nocciole. “La cooperativa nasce nel 1993 e per prima introduce in Italia la nocicoltura intensiva e la varietà Lara – spiega il direttore del Noceto, Michele Sciannimanica -. L’idea iniziale si è rilevata premiante sia dal punto di vista agronomico che di mercato, e oggi la cooperativa, da oltre vent’anni diventata Op (organizzazione di produttori), è leader di mercato della varietà Lara, avendo conquistato la Noce d’Oro un posto di eccellenza nel mercato della frutta in guscio e delle noci. Siamo riusciti a creare una nicchia ad alto valore aggiunto, determinata sia dall’aspetto esteriore del prodotto che dalla qualità interna”.

Il mercato della noce ha ampi potenziali di crescita. Oggi in Italia si producono solo 10.000 tonnellate contro le 80.000 degli anni Settanta e Ottanta, quando la regina era la noce di Sorrento che è poi andata in crisi. Attualmente il consumo interno è di 50.000 tonnellate, quindi dobbiamo importarne 40.000”. Il Noceto è da sempre attento all’ambiente: la Noce d’Oro già gode del marchio regionale Qualità verificata e da quest’anno delle certificazioni di biodiversità dei suoli, nonché di prodotto a residuo zero. “Abbiamo chiesto all’Ue, attraverso l’onorevole Mara Bizzotto che ha presentato un’interpellanza, la possibilità di competere ad armi pari con mercati che possono utilizzare 70 prodotti fitosanitari contro i 15 nostri e 35 chili di rame contro i nostri 4 – sottolinea Sciannimanica – . Non vogliamo aumentare i trattamenti o le sostanze, ma vogliamo far capire al consumatore che il prodotto più economico che arriva dai paesi extra Ue è prodotto con un bassissimo livello di attenzione all’ambiente per consentire alte rese di produzione. Attendiamo risposte e intanto abbiamo aderito a un gruppo di lavoro di nocicoltori del Nord Italia per studiare come combattere le nuove malattie che ci hanno colpito o le nuove avversità come la cimice asiatica. La Noce d’Oro è stata certificata ISO 9001 già nel 2002 e da molti anni ha anche ottenuto la certificazione di filiera, ma l’obiettivo più grande a cui puntiamo è quello di ottenere il marchio d’origine igp per il nostro prodotto”.

In Italia vengono prodotte annualmente dalle 10.000 alle 15.000 tonnellate di noci, di cui 4.000 in Veneto: il Noceto attualmente rappresenta una quota di mercato del 10% con obiettivo al 15% entro pochi anni. Considerando però la sola varietà Lara, il Noceto rappresenta da solo il 35/40% del mercato e punta ad arrivare al 50%.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Veneto

Cimice, aperti in Veneto i bandi per risarcimento danni

Dal 14 febbraio scorso sono aperti i termini per la presentazione delle domande ad Avepa di risarcimento per i danni subiti dalle aziende frutticole nel 2019 a causa della cimice marmorata (Halyomorpha halis).  Il bando, che resterà aperto per 45 giorni, è stato pubblicato nel Bollettino ufficiale della Regione Veneto, ed è scaricabile a questo link.

Fondi riservati alle aziende del settore frutticolo. “La dotazione finanziaria supera i 3 milioni di euro ed è riservata alle aziende del settore frutticolo, secondo le indicazioni del tavolo verde – afferma l’assessore regionale all’agricoltura – Si tratta di una prima misura importante di supporto ad un settore che da un biennio sconta pesanti perdite di produzione e di fatturato, contabilizzati nell’ordine di 160 milioni di euro”. “Ricordo – aggiunge l’assessore – che la Regione ha già pianificato 4,5 milioni di euro di spesa per sostenere non solo l’azione risarcitoria nei confronti dei produttori, ma soprattutto un piano di ricerca scientifica per prevenire e contrastare i danni causati dalle specie aliene. Ora attendiamo altre, e spero maggiori, risorse dal piano nazionale del Ministero per le Politiche agricole e dall’Unione Europea”.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

In Polesine, cooperazione punto di riferimento per l’agricoltura

Formare un sano sistema di cooperazione per fare massa critica verso l’agroindustria fornitrice di mezzi tecnici e, contemporaneamente, difendersi da un mercato ingeneroso. E’ questo il messaggio arrivato dagli oltre cento soci presenti all’incontro di inizio annata della cooperativa agricola Villa Nani di Castelguglielmo, che si è svolto qualche giorno fa nella sala polifunzionale di Runzi (Ro).

L’agricoltura che cambia. Vincere le sfide attraverso la cooperazione era il titolo della serata, con numerosi relatori che hanno tracciato alcune linee guida per la coltivazione e fertilizzazione delle colture estensive convenzionali e biologiche, dato aggiornamenti su tecniche e nuove concimazioni, proposto azioni contro l’invasione dell’insetto cimice asiatica, iattura post moderna. “Attualmente le aggregazioni in agricoltura sono sempre di meno – ha commentato il presidente di Villa Nani, Damiano Giacometti – e le aziende agricole sempre più in balìa dei mercati. Ma la nostra struttura è andata complessivamente bene, consolidando nel 2019 i risultati del 2018, nonostante che le colture autunno vernine con raccolta estiva abbiano prodotto circa un 30-40 per cento in meno rispetto alle medie, a causa di una primavera dal clima avverso e di un’estate di bombe d’acqua. Abbiamo recuperato poi, con i cereali autunnali (mais e soia), attirando nuove aziende”.

Riferimento anche per i non soci. “I risultati e la partecipazione motivata che abbiamo visto all’incontro – ha concluso Giacometti – ci mostrano che Villa Nani è diventata un punto di riferimento per moltissime imprese agricole, anche non associate: questo ci rende orgogliosi, ma anche consapevoli di una grande responsabilità. Villa Nani ha sempre creduto nell’importanza di fare sistema in agricoltura in assoluta trasparenza per i soci e con i soci. Una formula che è sempre più apprezzata, che ci è riconosciuta anche dalle organizzazioni di categoria e che sta diventando sempre più importante”. A tal proposito, tra gli intervenuti, c’era il nuovo direttore di Cafer, Fabio Galeotti. La Cafer di Ferrara è una cooperativa di cooperative (e qualche azienda singola), cui aderisce Villa Nani, ed a sua volta è associata al gruppo cooperativo di acquisto di mezzi tecnici Agriteam. Con questa forma associativa di secondo grado, Villa Nani acquista agrofarmaci e fertilizzanti in modo sistemico garantendo prezzi competitivi ai soci, in modo che una singola azienda agricola medio-piccola, come è la maggioranza delle aziende polesane, non potrebbe assolutamente permettersi.

Fonte: Servizio stampa Villa Nani

Piantare più piante – tra cui la paulownia – come misura antismog cittadino, a Padova avviata una rete tra imprenditori agricoli, ma servono incentivi

Boschi e fasce verdi contro smog e polveri sottili. Per ripulire l’aria dall’inquinamento e dalla concentrazione di Pm 10 e per ridurre la produzione di anidride carbonica la soluzione è piantare più alberi, in città come in campagna, lungo le strade più trafficate e a ridosso di zone residenziali e produttive. Lo conferma Coldiretti, in occasione dell’emergenza inquinamento nelle principali città italiane, fra cui Padova fra i capoluoghi con l’aria più “malata” del Paese, ricordando che le piante e i boschi contribuiscono a ridurre la quantità di anidride carbonica nell’aria, ad abbassare la temperatura e a bloccare al diffusione delle polveri sottili.

A Padova e provincia la qualità dell’aria è problematica per molte settimane all’anno sia in prossimità del capoluogo che di altri centri della provincia, ricorda Coldiretti Padova. I dati diffusi in questi giorni lo confermano e costituiscono un preoccupante campanello d’allarme. Dall’aumento della superficie boschiva, attraverso la messa a dimora di piante da parte di agricoltori pronti ad intraprendere questa attività, potrebbero nascere delle vere e proprie “oasi  verdi” e fasce di protezione dall’inquinamento.

Una pianta che non necessita di trattamenti chimici. Nella nostra provincia c’è una coltivazione emergente che potrebbe dare una risposta a questa necessità. E’ la paulownia, una pianta ad alto fusto e a crescita accelerata, dalla quale si ricava, dopo pochi anni, anche dell’ottimo legno. Ogni ettaro di paulownia, spiegano gli esperti di Coldiretti Padova, è in grado di assorbire dalle 28 alle 32 tonnellate di anidride carbonica all’anno, vale a dire che ogni pianta consuma dai 32 ai 36 chilogrammi di CO2 ogni dodici mesi. Il tutto con la possibilità di ricavare un legno leggerissimo e al tempo stesso resistente ed elastico dopo cinque sei anni. Una volta tagliata, la pianta “ricaccia” dalle radici e riprende perciò a crescere, fino ad arrivare anche a cinque – sei cicli, senza dover ricorre a trattamenti chimici.

Rete d’impresa. “Da un paio d’anni stiamo lavorando per costruire una rete d’impresa di produttori di paulownia – spiega Massimo Bressan, presidente di Coldiretti Padova – anzitutto per realizzare una filiera del legno, prodotto ideale per costruire mobili, arnie, ma anche arredi per le navi, considerato il peso ridotto, insieme a stoviglie alternative alla plastica. I numerosi e grandi fiori di questa pianta dal terzo anno possono contribuire a produrre fino a 5 quintali di miele per ettaro, con beneficio anche per le api che si trovano in un ambiente non contaminato perché questa pianta non richiede trattamenti fitosanitari. A questo si aggiunge la capacità delle piante di assorbire molta anidride carbonica fin dai primi mesi di vita, grazie alle gigantesche foglie che possono arrivare a misurare ben 80 centimetri.

Attualmente in Veneto la paulownia viene coltivata su una superficie di poco più di 200 ettari, di cui 50 a Padova, ma le potenzialità per far crescere la filiera ci sono tutte, a patto che le aziende siano adeguatamente sostenute a livello finanziario, come per le altre coltivazioni, attraverso incentivi ad hoc per incrementarne la produzione. Vanno pertanto gli strumenti adeguati per agevolare il più possibile questa coltivazione che non richiede cospicui investimenti iniziali e che può costituire, per molte imprese, un interessante integrazione al reddito”.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova

Confermato anche per il 2020 il contributo regionale fino a 200 euro ad ettaro per la coltivazione della barbabietola da zucchero

Con l’approvazione del provvedimento che stanzia 800 mila euro, la Regione Veneto conferma anche per la campagna 2020 il contributo alle aziende agricole che coltivano barbabietola da zucchero.

Solo 2 i zuccherifici ancora in funzione in Italia, tra cui uno in Veneto. “La barbabietola da zucchero è una coltura importante – spiega l’assessore all’Agricoltura Pan – sia per mantenere i corretti avvicendamenti colturali nelle diverse aree produttive del Veneto, sia per conservare le caratteristiche agronomiche dei suoli e prevenire l’insorgere di problematiche fitosanitarie; ma anche per sostenere la filiera italiana dello zucchero, garantendo la materia prima ai due zuccherifici in funzione nel territorio nazionale, a Pontelongo nel Padovano e a Minerbio in Emilia. Pertanto riconfermeremo anche quest’anno il contributo fino a 200 euro ad ettaro per gli imprenditori agricoli bieticolo-saccariferi che rispettino per il 2020 l’impegno agroambientale di coltivare la barbabietola da zucchero su terreni aziendali”.

Le domande per accedere ai contributi saranno gestite da Avepa. I contributi saranno concessi alle aziende che non beneficiano sulle superfici in questione di altri aiuti per coltivazioni biologiche o pagamenti agroclimaticoambientali previsti dal Programma di sviluppo rurale. L’importo complessivo degli aiuti non potrà superare i 20 mila euro per impresa unica nell’arco di tre esercizi finanziari.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

Nuovo strumento per garantire accesso al credito alle piccole medie imprese agricole e agroalimentari venete

Regione Veneto e Fondo Europeo per gli Investimenti offrono al mondo delle piccole e medie imprese agricole la prima piattaforma di garanzia pubblica degli investimenti: il nome tecnico è Agri Italy Platform, il meccanismo è quello della garanzia di portafoglio. Si tratta di una operazione di ingegneria finanziaria che coinvolge 8 regioni e ‘fa scuola in Europa’, evidenzia il direttore di FEI Marco Marrone. Il Veneto ha il primato di essere la prima regione ad averla progettata e resa operativa.

Utilizzando 15 milioni della misura 4.2 del Programma di sviluppo rurale, la Regione Veneto mobilita in affiancamento alle proprie risorse circa 32 milioni di risorse FEI, a sua volta supportato da controgaranzie di BEI e Cassa depositi e prestiti: si è creato così un fondo pubblico di garanzia di 46,5 milioni di euro capace di garantire un portafoglio di finanziamenti di 93 milioni di euro a favore del settore primario. Lo strumento, grazie all’adesione di quattro istituti di credito (Credito Emiliano, Credito Valtellinese, Istituto centrale delle casse rurali e artigiane e Monte dei Paschi) è già operativo e consente di garantire finanziamenti prevalentemente a medio termine (ma Iccrea arriva anche a 12 anni) alle Pmi agricole e agroalimentari del Veneto, anche a quelle con maggior profilo di rischio.

Chi può accedere al fondo. “Lo strumento di garanzia attivato con il Fei, costruito con una leva finanziaria da 1 a 6, consentirà alle banche di dimezzare il rischio credito senza dover accantonare parte del proprio patrimonio a supporto degli impieghi creditizi e di azzerare quindi i costi del rilascio garanzie, permettendo così di ridurre i tassi di finanziamento. Si tratta di una operazione di ingegneria finanziaria che ci consente di fare di più con meno risorse, così come ci sta chiedendo l’Europa”, ha sottolineato l’assessore all’Agricoltura regionale Giuseppe Pan. Potranno accedere al fondo multiregionale di garanzia gli imprenditori agricoli professionali, i coltivatori diretti iscritti alla gestone previdenziale agricola Inps e le piccole e medie imprese agroalimentari del Veneto, attive nella trasformazione, commercializzazione e sviluppo dei prodotti agricoli. Le imprese agricole potranno ottenere finanziamenti tra i 150 e i 180 mila euro. Più alta la soglia per le imprese agroalimentari, che potranno ottenere finanziamenti fino ad un massimo di 950 mila euro. Le operazioni finanziabili, sia per i singoli imprenditori sia per le aziende agroalimentari, vanno dall’acquisto di macchinari e attrezzature, alla ristrutturazione e miglioramento dei fabbricati, dal miglioramento fondiario all’acquisto di programmi e tecnologie informatiche.

Una best practice estesa ad altre regioni. “La Regione Veneto – ha concluso Pan – ha creduto per prima in questa importante operazione e, sin dal 2016, si è proposta come partner del FEI per costruirla. Lo schema è piaciuto, tanto che la Direzione Generale per l’Agricoltura della Commissione Europea ha chiesto di poterlo estendere anche ad altre regioni italiane; proposta che abbiamo accettato. Ne siamo anche orgogliosi, visto che Agri Italy Platform a livello comunitario viene considerata una vera e propria ‘best practice’ nel campo degli strumenti finanziari”.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto

“Frutticoltori senza reddito da cinque anni. E i mercati chiuderanno”, la lettera di fine anno di Piero Spellini, membro di giunta di Confagricoltura Verona.

Piero Spellini

Riceviamo dall’ufficio stampa di Confagricoltura Veneto e pubblichiamo la lettera di fine anno scritta da Piero Spellini, membro di giunta di Confagricoltura Verona, sul difficile momento che stanno attraversando i frutticoltori veronesi, e non solo.

Sono un vecchio appassionato frutticoltore. Ho investito fino a sei mesi or sono nella mia azienda nel Villafranchese perché fosse sempre all’avanguardia, e oggi è considerata tale. Gli ultimi investimenti sono stati per chiudere gli appezzamenti, protetti da rete antigrandine, con le reti a fori sottili (anti carpo) per cercare di contenere l’invasione della cimice asiatica. La cosa è riuscita solo molto parzialmente.

Finite le raccolte ho cominciato a guardarmi in giro. La contabilità porta a risultati che definire sconfortanti è essere pazzescamente ottimisti. Mi sono chiesto se sono una mosca bianca o se non so produrre in modo economico. Ho avviato da vecchio ingegnere una mia indagine personale, che voglio condividere. Ho contattato circa 200 frutticoltori. Nessuno mi ha detto di aver chiuso il bilancio in maniera positiva, nella stragrande maggioranza dei casi, “a microfoni spenti”, conferma che sono cinque anni consecutivi che non si fa bilancio. I produttori di mele sono indecisi se togliere le piante quest’anno o provare per l’ultima volta. I peri hanno le radici che godono il fresco sopra terra. Il sistema bancario dice che, se guardiamo il debito rispetto al patrimonio, si può ancora resistere al fallimento un paio d’anni, ma se lo guardiamo rispetto ai fatturati e alle prospettive il settore è già morto.

Mi sono guardato in giro: dal prossimo anno non apriranno certamente il mercato delle pesche di Villafranca e quello di Valeggio; gli altri tre stanno discutendo su cosa fare, visto che i peschi sono spariti dalle campagne. Verona, che cercava di togliere a Latina la prima genitura del kiwi, ha tolto i frutteti, per la moria delle piante. Teoricamente questo sarebbe un anno buono per i prezzi, ma non c’è produzione e la poca che c’è è rovinata dalla cimice. I meli cercano di resistere, ma sono stati drasticamente estirpati per i prezzi irrisori e da ultimo per la cimice. Ho letto la relazione presentata dalla Regione Veneto, certamente fatta bene, ma fotografa una situazione del tutto irreale: cito solo il prezzo delle mele a 0,56 euro, contro un prezzo di campagna di 20 centesimi e un costo di produzione superiore ai 30.

Per quanto riguarda la legge sul caporalato, voglio dire che anche io mi sento vittima, ma del costo globale della manodopera e della burocrazia. Se anche l’anno prossimo il prezzo di vendita sarà uguale, non sarò in grado di pagare gli operai. Quanto alla burocrazia, ho assunto tra gli altri due ragazzi, il giovedì, per la raccolta che doveva cominciare il lunedì: uno se n’è andato in bicicletta con gli amici fino a Catanzaro, l’altro in Bulgaria a fare gare di moto. Assunzione, stipendio a ore zero, licenziamento totale euro 210 (senza contare il mio tempo perso), che tradotto in chili di mele a 20 centesimi sono 1.050 chili. Evito di commentare per non essere scurrile. Possibile che non si riesca a capire che la raccolta che dura forse due settimane non è un impiego, ma un’attività occasionale, che in Germania, Austria, Francia è considerata tale, che da dove oggi arrivano le mele (cioè Polonia, Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca) la manodopera per la raccolta costa 3,5 euro all’ora e loro, europei come noi, possono vendere a 20 centesimi mentre noi chiudiamo le aziende?

La mia zona è sempre stata all’avanguardia, ma ora con la sparizione delle pesche e del kiwi sta subendo una rapidissima trasformazione. Tre ettari di pesche mantenevano una famiglia, tre ettari di prato mantengono cinque vacche, forse, non certo una famiglia. Che quindi cerca di affittare, ma appezzamenti piccoli non li vuole nessuno, oppure cerca di vendere se trova qualcuno che compera, con prezzi crollati. Il numero delle aziende nei prossimi tre anni sarà drasticamente ridimensionato.

Radicchio di Chioggia Igp, al vaglio della Commissione europea il nuovo disciplinare proposto dal Consorzio. Ed il presidente Boscolo Palo invita gli orticoltori a certificarsi.

Giuseppe Boscolo Palo

A dieci anni dal riconoscimento europeo dell’IGP per il Radicchio di Chioggia, il Consorzio adegua il disciplinare di produzione all’evoluzione delle modalità di coltivazione e delle esigenze di mercato. «E’ stato un lavoro paziente e meticoloso – spiega il presidente del Consorzio di tutela, Giuseppe Boscolo Palo – che abbiamo svolto di concerto con la Regione Veneto, prima, e con il Ministero delle Politiche agricole, poi. Il disciplinare non è stato stravolto, ma sono state apportate piccole, ma sostanziali modifiche che hanno tenuto conto delle esigenze sia dei produttori che degli operatori commerciali».

Entrando nei dettagli. Gli aspetti produttivi riguardano innanzitutto il peso del cespo, che viene fissato tra i 200 e i 600 grammi per entrambe le tipologie, precoce e tardivo; consentendo di proporre un ottimo prodotto adatto alle diverse destinazioni del mercato. Infatti, il consumatore potrà scegliere le pezzature di peso inferiore se si tratta di single o quelle medio grandi per la famiglia; inoltre, l’industria del lavorato, soprattutto quella della IV gamma, richiede un prodotto più grande, più pratico da lavorare e con una migliore resa. C’è poi la densità colturale, finora talvolta soggetta a contenziosi interpretativi con l’Organismo di controllo e certificazione, che ora viene portata a 10-14 piante per metro quadro nella tipologia precoce e 8-12 piante per metro quadro nella tipologia tardivo. Si tengono così in conto lo sviluppo e l’applicazione di nuove tecniche colturali (uso di serre, tunnel, pacciamature, meccanizzazione del trapianto, ecc.), che comportano la possibilità di modificare i sesti d’impianto della cultura, attuando nelle file coltivate una maggiore variabilità nella densità di piante a metro quadrato, in modo da ottenere pezzature di peso e volume decrescenti all’aumentare del sesto d’impianto, a seconda della destinazione commerciale del prodotto. Infine, viene adeguata la resa produttiva alle variazioni di peso del cespo e della densità colturale introdotte nella revisione del disciplinare, fissando la quantità massima per ettaro in 35 tonnellate in campo, dopo una prima toelettatura da parte del produttore per eliminare le foglie esterne di colore verde o rosso non uniforme. Poi, con la seconda sfogliatura di rifinitura, che viene effettuata nella successiva fase di confezionamento assieme alla selezione dei cespi più idonei, la resa rapportata a ettaro si può ridurre anche fino ad un 30% del peso iniziale. Per questo, il quantitativo di Radicchio di Chioggia commerciabile col marchio IGP, dopo il passaggio presso il confezionatore, deve rimanere entro le 28 tonnellate rapportate ad ettaro, chiarendo così che il limite massimo fissato nella versione originaria del disciplinare va riferito al prodotto collocato sul mercato e non a quello raccolto in campo. “Va precisato – sottolinea Boscolo Palo – che, in ogni caso, le caratteristiche organolettiche di sapidità e croccantezza peculiari del Radicchio di Chioggia restano invariate, quando non addirittura esaltate con l’applicazione delle densità e sesti d’impianto fissati col nuovo disciplinare, e ciò è dimostrato dalle specifiche prove sperimentali effettuate dall’Università di Padova e prodotte a supporto della proposta di modifica”.

Fase di confezionamento e immissione sul mercato. Il nuovo disciplinare esplicita che il periodo di commercializzazione del Radicchio di Chioggia IGP va dal 1 aprile al 31 agosto, per la tipologia “precoce”, e dal 1 settembre al 31 marzo, per la tipologia “tardivo. In tal modo viene coperto l’intero arco dell’anno, senza sovrapposizioni di prodotto del precedente raccolto con il nuovo, al momento dell’immissione al consumo. E’ un chiaro segnale ed una opportunità per la filiera commerciale che potrà così approvvigionare ininterrottamente gli scaffali della distribuzione, fidelizzando il consumatore. Ma la vera novità introdotta per la fase commerciale è l’inclusione delle lavorazioni di IV gamma tra le operazioni di confezionamento. In termini pratici, questo comporta che anche il Radicchio di Chioggia confezionato in buste, tagliato e lavato pronto al consumo, potrà fregiarsi della denominazione (senza quindi dover scrivere, ad esempio, “Insalata di…”) ed essere ben riconoscibile grazie al logo circolare “RADICCHIO di CHIOGGIA I.G.P.” con lo scudo a fondo bianco e bordatura gialla e all’interno il leone rampante di colore rosso; inoltre potrà affiancare anche il marchio comunitario azzurro con scritta circolare gialla “INDICAZIONE GEOGRAFICA PROTETTA”.

Orticoltori invitati a certificarsi “Se non ora, quando?”. “Questa inclusione apre notevoli prospettive di mercato – afferma Boscolo Palo -, dato che incrementa il servizio abbinato al prodotto, che può essere offerto a consumatori con capacità di spesa medio-alta, disposti ad attribuire un valore monetario all’elemento “tempo. Aspettiamo impazienti la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, che dovrebbe avvenire entro i prossimi mesi per poter applicare il nuovo disciplinare già dalle produzioni della prossima primavera. Questo dovrebbe rinfrancare la fiducia dei nostri produttori di radicchio, soprattutto quelli più professionalmente preparati e legati al territorio, dato che, voglio sottolinearlo con forza, resta fermo e consolidata nel disciplinare l’autoproduzione del seme quale caratteristica peculiare per arrivare a produrre Radicchio di Chioggia Igp. Credo sia l’unico modo per differenziarsi nel mercato, evidenziando la forte identità territoriale del nostro radicchio. Invito quindi gli orticoltori ad attivarsi per la certificazione della produzione e ad entrare nel Consorzio di tutela, che da 10 anni ormai sostiene la promozione del Radicchio di Chioggia Igp.

Fonte: Servizio stampa Consorzio tutela radicchio di Chioggia Igp