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Benessere animale, la Commissione europea sollecita anche l’Italia ad attuare il divieto dell’uso di gabbie non modificate per le galline ovaiole

La Commissione europea ha inviato un parere motivato a dieci Stati Membri che non hanno attuato correttamente la Direttiva 1999/74/CE che introduce il divieto dell’uso di gabbie non modificate per le galline ovaiole. Belgio, Grecia, Spagna, Francia, Italia, Cipro, Ungheria, Paesi Bassi, Polonia e Portogallo consentono ancora l’uso di gabbie non modificate nonostante il divieto sia entrato in vigore nel gennaio 2012 e nonostante che questi Paesi avessero avuto dodici anni per adeguarsi alle nuove regole. L’invio di un parere motivato costituisce il passo nella procedura prima del deferimento alla Corte di Giustizia dell’UE.

Di cosa si tratta. La Direttiva 1999/74/CE prescrive che a decorrere dal 1° gennaio 2012 tutte le galline ovaiole siano tenute in gabbie modificate per fare il nido, razzolare e appollaiarsi o in sistemi alternativi. Conformemente alla direttiva le gabbie possono essere usate soltanto se offrono a ciascuna gallina almeno uno spazio di 750 cm², un nido, una lettiera, posatoi e dispositivi per accorciare le unghie che consentano alle galline di soddisfare i loro bisogni biologici e comportamentali. La Commissione plaude agli sforzi fatti dagli Stati Membri che hanno ottemperato a queste regole, tuttavia è essenziale una piena ottemperanza da parte di tutti gli Stati Membri per evitare distorsioni del mercato e una concorrenza sleale. I Paesi che ancora consentono l’uso di gabbie non modificate mettono in situazione di svantaggio le aziende che hanno investito per conformarsi alle nuove misure.

Prossime tappe. La richiesta della Commissione si configura in un parere motivato in forza dei procedimenti d’infrazione dell’UE. Se i 10 Stati Membri interessati non informeranno la Commissione entro due mesi delle misure adottate per assicurare la piena ottemperanza alla normativa dell’UE, la Commissione potrebbe deferire il caso alla Corte di Giustizia dell’Unione europea.

(Fonte: Veneto Agricoltura Europa)

Far pascolare le pecore, sembra facile ma…

Davide Morandi insieme al papà

(di Marina Meneguzzi, socio ARGAV) Dalle rilevazioni Istat sull’occupazione (marzo 2012), Coldiretti ha stimato che nell’ultimo anno in Italia, circa 3 mila giovani hanno scelto di fare il pastore, complici la crisi economica ma anche il fascino di un mestiere che evoca ampi spazi e libertà d’azione. In realtà, allevare gli ovini oggi significa fare i conti non solo economici (la vendita della lana oramai non copre neanche i costi di tosatura), ma anche con i lacci e i lacciuoli della burocrazia. Ne sa qualcosa Davide Morandi, ospite lo scorso 30 maggio all’incontro di aggiornamento professionale ARGAV al circolo di campagna Wigwam Arzerello di Piove di Sacco (PD). Davide è titolare insieme ai fratelli di Allevamento Veneto Ovini, azienda di Anguillara Veneta (PD) nata dall’esperienza di ben tre generazioni, dedite tutte alla pastorizia e all’allevamento di pecore da carne.

Costi di pascolo lievitati. L’azienda di Morandi fa allevamento stanziale e da pascolo, quest’ultimo praticato da maggio a settembre presso una malga nel bellunese e in autunno lungo gli argini, nel padovano. In verità, pascolare su questi terreni, che appartengono al demanio idrico, è vietato (la norma che regola il divieto è un regio decreto del 1904) in virtù del fatto che le pecore potrebbero danneggiare l’argine e, di conseguenza provocare un rischio idraulico, nonché causare danni alla salute pubblica (ma oggi gli animali sono sottoposti a rigorosi controlli). C’è però la possibilità che gli argini vengano dati in concessione al pastore, solitamente per 5 anni, ma i divieti di pascolo sono sempre in agguato perché i sindaci dei paesi in cui si trovano gli argini, se sollecitati da cittadini che temono lo sporco delle pecore e i loro…belati troppo rumorosi, possono sempre emettere un’ordinanza e vietarne il transito. Comunque, a parte queste difficoltà che i pastori si trovano ad affrontare, nei giorni scorsi a Padova era tempo di rinnovo delle concessioni e Morandi, insieme ad altri piccoli allevatori della zona, ha scoperto che, questa volta, le concessioni presentavano la clausola del miglior offerente. La conseguenza è stata la lievitazione del prezzo, passato da 3 a 400 euro circa all’ettaro, un costo insostenibile per Davide che ha dovuto rinunciare mentre a beneficiarne, in questi casi, sono solitamente grandi aziende agricole, spesso non del territorio e che non hanno interesse al pascolo e allo sfalcio. Morandi, che considera ingiusto, ad esempio, il fatto che non siano stati previsti dei punteggi a favore degli allevatori locali, è pronto a ricorrere a vie legali per tutelare i propri diritti presso il Genio Civile ma al momento,  per il passaggio delle pecore, deve affidarsi alla disponibilità dei nuovi concessionari.

da sx Efrem Tassiato e Davide Morandi

I pastori del terzo millennio devono guardare alla multifunzionalità. Al dibattito è seguito un momento conviviale a base di salumi e carne di pecora, magistralmente preparato dal giornalista chef Efrem Tassinato, nostro anfitrione al Wigwam Arzerello. “Come la maggior parte dei pastori veneti – racconta Davide – alleviamo la pecora biellese e bergamasca, ma il consumo di carne ovina nella nostra regione, al di là del periodo pasquale e, oggi, della richiesta da parte degli immigrati islamici, è prossimo allo zero, così portiamo gli animali alle aziende di trasformazione del centro Italia, Toscana, Abruzzo e Umbria, regioni che hanno una maggiore tradizione culinaria a base di pecora”. Quindi, per dare un impulso alla nostra attività abbiamo avviato uno spaccio-macelleria, una fattoria didattica e tra poco apriremo un agriturismo, dove finalmente metterò a frutto anche i miei studi da cuoco”.

Acquacoltura, nel vicentino si consolida il progetto di allevamento dello scazzone

La storia e la cucina vicentina ritornano alle origini. Anzi alle risorgive. Dai Comuni di Bolzano Vicentino (Vi) e Bressanvido (Vi) terra di risorgive, è partita la sfida ai palati più raffinati a suon di… scazzoni. Proprio così, ritornano nelle nostre acque interne i marsoni (altro nome indicativo della specie), pesci dal corpo quasi conico che hanno il loro habitat naturale nei torrenti di fondovalle e montani, risorgive, fiumi pedemontani.

Introdotti trenta esemplari. Protetti a livello europeo, nazionale e locale, in quanto popolazione soggetta a rarefazione, Veneto Agricoltura ha costruito su questi pesci, nel 2010, un progetto sperimentale presso il “Centro Ittico” di Valdastico (VI). Ottenuti soggetti di dimensioni appropriate per la vendita, la sperimentazione viene ora attuata negli stabilimenti ittici di Paolo Biasia a Bolzano Vicentino (Vi) e dei F.lli De Nardi (Pescicoltura Brenta) a Bressanvido (Vi), dove si sta verificando l’adattabilità del pesce all’allevamento in cattività e quindi la sua capacità produttiva. Ad oggi, tra i trenta esemplari introdotti dal Centro di Valdastico (Vi) dell’Azienda regionale, non si registrano perdite.

Obiettivi? Diffondere la pesca e il consumo legale dello scazzone (attualmente il pesce non può essere consumato in quanto protetto) con un progetto a carattere turistico e culturale che abbia anche una ricaduta economica sul vicentino;  e sviluppare le imprese agroalimentari, correlate all’acquacoltura, con una filiera locale da valorizzare insieme alla gastronomia del territorio berico. Tra i soggetti coinvolti in questo nuovo protocollo sperimentale, le due Amministrazioni Comunali e relative Pro Loco, il Comitato Risorgive e l’Associazione BOLart. Coordinatore Mario Poier, presidente della Pro Loco di Bolzano Vicentino. In futuro saranno promosse giornate divulgative su questa nuova attività di acquacoltura considerata anche la possibilità di caratterizzare da un punto di vista genetico i soggetti allevati in vista di una possibile richiesta di DOP (Denominazione di Origine Protetta).

(Fonte: Veneto Agric0ltura)

Galline ovaiole, messa in mora per tredici Paesi Ue, tra cui l’Italia

La Commissione europea, con lettera di costituzione in mora in cui chiede informazioni, ha sollecitato il Belgio, la Bulgaria, la Grecia, la Spagna, la Francia, l’Italia, Cipro, la Lettonia, l’Ungheria, i Paesi Bassi, la Polonia, il Portogallo e la Romania a intervenire per ovviare alle carenze nell’attuazione della legislazione Ue relativa al benessere degli animali e, in particolare, a far rispettare il divieto delle gabbie “non modificate” per le galline ovaiole che si applica a decorrere dal primo gennaio 2012, come stabilito nella direttiva 1999/74/CE.

La decisione politica di vietare le gabbie “non modificate” è stata presa nel 1999. Gli Stati membri disponevano di 12 anni per assicurare un passaggio morbido verso il nuovo sistema e attuare la direttiva. Finora, però, e nonostante i ripetuti inviti da parte della Commissione, 13 Stati non si sono adeguati appieno alla normativa dell’Ue. La direttiva stabilisce che tutte le galline ovaiole debbano essere tenute in “gabbie modificate”, aventi maggiore spazio per nidificare, razzolare e appollaiarsi, ovvero in sistemi alternativi. Conformemente alla direttiva, è possibile usare le gabbie soltanto se hanno 750 cm quadrati di superficie. E’ essenziale che gli Stati membri ottemperino pienamente al disposto della direttiva, anche per evitare distorsioni del mercato e situazioni di concorrenza sleale. Ora, a seguito del provvedimento adottato oggi dalla Commissione, gli Stati membri dispongono di due mesi per rispondere alla lettera di costituzione in mora: se non lo faranno in modo soddisfacente, la Commissione invierà un “parere motivato” con cui chiederà di adottare le misure necessarie per conformarsi, entro due mesi, alla direttiva.

Cosa succede in Italia. Secondo i dati forniti da Bruxelles, sono quasi la metà  le galline tenute in gabbie ormai ‘illegali’,  ben 18 milioni sui 39 complessivi, mentre 11 milioni sono allevate all’aria aperta, di cui circa un milione in allevamenti bio. “L’Italia ha ancora qualche difficoltà a raccogliere le informazioni necessarie” sull’adeguamento alla normativa Ue entrata in vigore dal primo gennaio, ma “ci ha assicurato che nell’arco di qualche mese la situazione dovrebbe essere risolta”, ha riferito il portavoce del commissario Ue alla Salute John Dalli. In ogni caso, ha aggiunto Frederic Vincent, “gli Stati membri si sono impegnati a non esportare le uova delle galline allevate nelle gabbie non a norma” e queste saranno usate solo dall’industria e non vendute al dettaglio.

Uova di gallina, attenti al codice. Per legge le uova devono avere, sia sulla confezione che sul guscio, un codice. Ad esempio, se sull’uovo trovate il seguente codice: 3 IT 001 VR 0XX, il primo numero indica il tipo di allevamento, “0” – produzione biologica (una gallina per 10 metri quadrati su terreno all’aperto, con vegetazione), “1” – all’aperto (una gallina per 2,5 metri quadrati su terreno all’aperto, con vegetazione), “2” – a terra (sette galline per 1 metro quadrato su terreno coperto di paglia o sabbia in capannoni privi di finestra e luce sempre accesa), “3” – in gabbia (25 galline per metro quadrato, in posatoi che offrono 15 centimetri per gallina), IT – paese di produzione delle uova, 001 – comune di allevamento, VR – provincia di appartenenza, 0XX – allevamento di deposizione

(Fonte: Adnkronos.com, ecoditorino.org; si ringrazia Vittorio Baroni per la collaborazione)

Direttiva Ue: conto alla rovescia per gli allevamenti veneti di galline ovaiole

Scatta il primo gennaio del 2012  il Dlgs 267/2003 che va ad attuare delle direttive comunitarie mirate al  benessere delle galline ovaiole. In sostanza entro questa data tutti gli allevamenti italiani dovranno adeguarsi ai nuovi parametri europei che impongono sistemi diversi dalla tipologia più diffusa a livello nazionale.

La normativa  andrà ad impattare pesantemente sulle aziende produttrici di uova con galline in batteria: per il Veneto circa 7 milioni di capi.  L’Unione Europea non ammette deroghe, anzi impone sanzioni a chi non rispetterà termini e riconversioni. Le spese per i produttori veneti saranno pari a 40.000.000 di euro con un ulteriore perdita di reddito per la conseguente riduzione dei capi pari a circa 20.000.000 euro. il tutto in un settore che in Veneto vale 200.000.000 euro all’anno.

36 mesi per la messa in regola delle imprese. A livello regionale le associazioni agricole hanno valutato positivamente il percorso proposto con il Ministero dell’Agricoltura che delinea in 36 mesi la messa in regola delle imprese che vogliono continuare a produrre adeguando le strutture con entità di investimento annuali compatibili con il buon senso economico. Purtroppo – spiega Coldiretti – manca un coordinamento tra i due Ministeri in quanto anche quello della Sanità è coinvolto e non ha di fatto ancora manifestato le proprie intenzioni in merito, se non quelle di far chiudere progressivamente le attività. Persistendo questa situazione di stallo – annuncia Coldiretti –  il rischio per l’Italia (comune anche a Francia e Spagna) è che in mancanza di uova fresche in tutta UE l’importazione dai Paesi extracomunitari è alta cosi come l’insicurezza alimentare data dalle condizioni sanitarie e di benessere animale  non  certo paragonabili alle nostre.

“Fare sistema tra ministeri  per la riconversione degli impianti”. Coldiretti non chiede slittamenti o deroghe, ma solo di applicare ragionevolmente ciò che è già stato concordato con le autorità alla luce anche della possibilità di non trovare più sul mercato le gabbie arricchite da installare. “La Regione Veneto intervenga presso i Ministeri competenti – conclude Coldiretti – affinchè facciano quadrato sulla predisposizione di linee condivise che non impongano la chiusura tout court degli allevamenti, ma che tengano ragionevolmente conto dei  tempi necessari alla conversione e della possibilità di consumare nel mercato interno  le uova prodotte in questo periodo”.

(fonte Coldiretti Veneto)

 

Chieste nuove norme sulla presenza di OGM nei mangimi animali

Le organizzazione agricole Copa (Agricoltori Europei) e Cogeca (Cooperative Agricole Europee) hanno chiesto agli Stati membri di accordarsi su nuove norme relative il basso livello di presenza di OGM nei mangimi animali. Questo per evitare che gli allevatori debbano affrontare un forte aumento dei prezzi dei fattori produttivi.

Si ricorda infatti che l’UE dipende per oltre l’80% dalle importazioni di proteine vegetali per le quali non esistono possibilità alternative a breve scadenza. Tale situazione provoca un ulteriore aumento dei prezzi dei mangimi e, quindi, un aggravamento della crisi nel settore dell’allevamento europeo, in particolare in quello suinicolo, poiché i mangimi rappresentano nell’UE fra il 50 e il 65 per cento dei costi di produzione. Dato che queste materie prime vengono utilizzate nella catena alimentare animale e umana, sarebbe preferibile trovare una soluzione tecnica sia per i prodotti alimentari che per i mangimi.

Occorre un progetto di regolamento. L’auspicio è quello di arrivare ad un progetto di regolamento che autorizzi almeno la presenza di OGM non autorizzati nei mangimi fino a una soglia massima dello 0,1%. Dal momento che negli scambi internazionali i cereali vengono movimentati sfusi, risulta impossibile rispettare una politica di tolleranza zero per il basso livello di presenza di materiale non autorizzato. Occorre perciò trovare una soluzione pratica a breve termine, altrimenti agli agricoltori europei tutto questo costerà centinaia di milioni di euro. Per il periodo invernale 2009-2010, l’Università di Wageningen (Olanda) ha valutato il costo globale a circa un miliardo di euro per sei mesi.

Copa-Cogeca chiede dunque agli Stati membri di adottare misure urgenti per evitare una delocalizzazione all’estero del settore dell’allevamento europeo; a più lungo termine, invece, invita l’UE a sviluppare maggiormente il proprio approvvigionamento proteico e a reintrodurre l’uso di proteine animali trasformate per ridurre la sua dipendenza dalle importazioni di soia.

(fonte Veneto Agricoltura Europa)

FriulAdria nuovo partner di Unicarve per favorire i progetti di sviluppo sostenibile

Foto accordo Unicarve-FriulAdria

L’Associazione Produttori di Carni Bovine del Triveneto ha trovato un nuovo partner in Banca Popolare FriulAdria, che si è impegnata a sostenerne i progetti di sviluppo e l’attività in generale. L’accordo di collaborazione è stato sottoscritto nei giorni scors a Padova dal presidente di Unicarve Fabiano Barbisan e dal vicedirettore generale di FriulAdria Paolo Borin che hanno voluto in questo modo rafforzare una relazione ormai consolidata tra l’Associazione e l’istituto bancario.

Unicarve rappresenta oggi il punto di riferimento nazionale e comunitario del comparto zootecnico di bovini da carne. Le oltre 870 aziende agricole zootecniche associate immettono nel mercato oltre 300 mila bovini da carne delle categorie vitellone, giovenche e vitelli a carne bianca. Unicarve partecipa attivamente, inoltre, alla formazione del prezzo d’acquisto degli stalli e di vendita dei bovini ingrassati ed è capofila per un Piano Carni Bovine Nazionale. Fin dal gennaio 2005, ha promosso la costituzione di una cooperativa definita “laboratorio commerciale” per sviluppare azioni di filiera con obiettivo primario la vera tracciabilità del prodotto, puntando ad informare il consumatore con una etichetta completa e con l’apertura di un apposito sito internet per consentire di “vedere in faccia” chi ha allevato il bovino.

Favorire le realtà impegnate in progetti di sviuppo sosenibile. Per FriulAdria la nuova partnership con Unicarve rappresenta un ulteriore passo avanti nel progetto di sviluppo della banca in territorio veneto, dove conta già un centinaio di punti vendita sui circa 220 complessivi. Dopo aver stretto proficue collaborazioni con alcune importanti organizzazioni di categoria agricole e aver acquisito la tesoreria dell’Avepa (Agenzia veneta per i pagamenti in agricoltura), FriulAdria ha voluto mettere a disposizione di Unicarve e degli allevatori associati il know how in ambito agroalimentare che le deriva dall’appartenenza, insieme a Cariparma e Carispezia, al Gruppo Crédit Agricole. Il sostegno agli allevatori riuniti nell’associazione Unicarve dato da FrulAdria “risponde alla logica di favorire quelle realtà concretamente impegnate in progetti di sviluppo sostenibile, intendendo con ciò una stretta e certificata relazione città-campagna, la conoscenza diretta produttore-consumatore, la garanzia di prezzi giusti e convenienti sia per i produttori sia per i consumatori, la riduzione dell’impatto ambientale, la sicurezza alimentare e, in ultima analisi un
miglioramento  della qualità nel senso più ampio”.

Un comparto in crisi. “E’ un accordo importante – ha dichiarato il Presidente Unicarve Fabiano Barbisan – che s’inserisce in un quadro di rilancio della nostra zootecnia bovina da carne che da tempo, come Associazione Produttori Carni Bovine Unicarve, stiamo perseguendo. Il credito agevolato ed il sostegno a progetti sostenibili potranno dare ulteriori speranze ad un comparto segnato da una crisi di mercato, determinata dall’invasione di carne estera, a prezzi che rispecchiano “il livello di sicurezza alimentare dei Paesi che la esportano”, dallo strapotere della GDO e dai continui aumenti del costo delle materie prime. L’accordo con Friuladria – ha concluso Barbisan – rafforza in noi la volontà di proseguire il nostro cammino di allevatori e di sviluppo delle attività associative.”

(fonte Unicarve)

Carne veneta: i dati 2010

Bene l’avicola, male la cunicola, stazionaria la bovina, così così la suina. Il comparto carni in Italia e nel Veneto ha vissuto un 2010 altalenante per la produzione e i consumi. Vediamo i dati dalle ultime ricerche di Veneto Agricoltura.

Carne bovina. Nel 2010 il quantitativo di carni bovine immesse nel mercato nazionale ha segnato una leggera ripresa sul 2009 (+1,2%). Non sono aumentati i capi macellati ma è cresciuto il peso morto, in particolare della categoria vitelloni femminili. Fortemente negative le stime sui consumi dove i dati ISMEA evidenziano una contrazione del 3,5%. Particolarmente colpito il bovino adulto, categoria importante nel Veneto. Aumentano, inoltre, le difficoltà di collocazione del prodotto allevato in Italia rispetto, soprattutto, alla carne fresca e refrigerata importata dall’estero e acquistabile attraverso i canali della GDO (Grande Distribuzione Organizzata). Diminuiscono del –2,5% (622.000 capi) il numero di bovini importati in Veneto (per la maggior parte ristalli) nel 2010. Dalla sola Francia sono arrivati 404.000 capi (+3,3%), per lo più di razza Charolaise, Limousine e incroci, 89.000 (-15%) dalla Polonia, dall’Irlanda 31.000 (+29%) ed il resto da Austria, Germania e Romania. A peggiorare il reddito degli allevamenti ha contribuito, in particolare, l’aumento del costo di alimentazione da agosto 2010 in poi, lievitato mediamente negli ultimi 5 mesi di oltre il 15%.

Carne suina. Aumenta la disponibilità di carne suina nel 2010 grazie, soprattutto, all’importazione di carne (+7,8%) e di animali vivi (+7%) da ingrasso e da macello, ma frenano i consumi. Diminuisce (-1%) la macellazione di suini destinati alla filiera DOP (cosce marchiate). In controtendenza il prosciutto Veneto Berico–Euganeo DOP che ha registrato un incremento nella richiesta di cosce omologate destinate alla stagionatura del 30% (oltre 80.000). Il prezzo medio annuo di vendita dei suini pesanti ha ricalcato l’andamento del 2009. Da anni il comparto versa in una situazione di stagnazione dovuta ai bassi prezzi degli animali da macello e all’aumento costante dei costi di produzione, in particolare quelli di alimentazione.

Carne avicola. Il comparto avicolo italiano, dominato dal Veneto (40% del totale nazionale), fa segnare la migliore produzione degli ultimi anni (+5%) con circa 1,2 milioni di tonnellate a peso morto. Aumentate le macellazioni dei polli (+5,4%) e dei tacchini (+3%). Meno debole, rispetto agli anni scorsi, l’andamento nazionale della domanda: aumento (+1,8%) per i polli e leggera flessione per i tacchini (-2,7%). La redditività delle aziende ha risentito negativamente dell’aumento dei costi del mangime, soprattutto nel secondo semestre dell’anno, con aumenti medi superiori al +25/30%.  Da segnalare che il Veneto detiene una produzione di uova pari a circa due miliardi di pezzi, mantenutasi sugli stessi livelli del 2009 grazie alla tenuta della domanda interna.

Carne cunicola. Negativo il 2010 in termini di redditività con una produzione nel 2010 in calo del 5% circa sul 2009. Diverse le motivazioni. Nel corso del 2010 il Piano Cunicolo Nazione per il rilancio del settore è stato approvato dalla conferenza Stato-Regioni ed è ora in attesa dei decreti attuativi. Inoltre sono rimasti attivi in Veneto solamente tre macelli specializzati, dei quali due di piccole dimensioni e uno grande gestito dall’AIA (Associazione Italiana Allevatori).

(fonte Veneto Agricoltura)

Zootecnia inquinata in Lazio: solidarietà del Consorzio Italia Zootecnica all’allevatore che ha denunciato l’inquinamento ambientale

Valle dei Veleni, così è chiamata dal 2005 la Valle del Sacco, quella zona del Lazio dove più di cinquanta aziende in nove paesi, tra Roma e Frosinone, sono state costrette a vedere distrutti anni di sacrifici. Colleferro; Gavignano; Segni; Paliano; Anagni; Sgurgola; Morolo; Supino, Ferentino: in questi paesi nel 2005 è stata dichiarata l’emergenza. Una sostanza tossica per l’uomo, vietata in Italia dal 2001, era stata ritrovata in quantità superiori ai limiti nel latte dei bovini, nel fieno e nel mais.

Da allora l’area di Colleferro continua ad essere utilizzata per lo stoccaggio e l’interramento di rifiuti tossici, senza che nessuna istituzione intervenga per far cessare questa situazione vergognosa. Ieri la “Valle degli Orrori” è tornata sugli schemi televisivi a far parlare di sé a seguito di una denuncia in televisione da parte di un allevatore che sta perdendo tutte le sue greggi per avvelenamento.

Istituzioni lontane. Noi agricoltori – ha detto Fabiano Barbisan, Presidente del Consorzio L’Italia Zootecnica – siamo sottoposti a rigidissimi sistemi di controllo e dobbiamo rispettare le regole ferree della Direttiva Nitrati, per prevenire la benché minima forma di inquinamento. Sembra però – continua Barbisan – che gli Enti pubblici e, nella fattispecie, la Regione Lazio, possano “soprassedere” alla cura del territorio ed al controllo degli scarichi abusivi di sostanze tossiche. Ma non erano stati investiti milioni di euro dalla Regione Lazio per bonificare la zona e rilanciare l’agricoltura e la zootecnia della Valle? Nulla, ancora una volta il Settore Primario è stato coinvolto in una vicenda scandalosa: bestiame, latte, foraggi, terreni…avvelenati dalle discariche abusive nascoste nella Valle.

Appello ai Ministri Fazio e Prestigiacomo. L’impegno degli agricoltori andrebbe premiato, perché nonostante le enormi difficoltà del settore vanno avanti e continuano a garantire produzione. Il Consorzio L’Italia Zootecnica esprime tutta la sua solidarietà all’allevatore laziale che ha avuto il coraggio per primo di denunciare quanto successo alla sua azienda e di preservare in questo modo la salute dei consumatori interrompendo la commercializzazione dei prodotti. Facciamo un appello ai Ministro della Salute, Fazio e dell’Ambiente Prestigiacomo, affinché intervengano con fermezza per sanare il malcostume di chi, istituzione, avrebbe dovuto occuparsi delle oltre 50 aziende vittime di una politica che certo non le aiuta.

(fonte Consorzio L’Italia Zootecnica)

Latte veneto: i dati 2010

Diminuiscono nel 2010 gli allevamenti da latte nel Veneto e si contrae in parte la produzione. Questo il dato principale che emerge dalle ultime ricerche sul lattiero-caseario dell’Osservatorio Economico di Veneto Agricoltura. Un lavoro che conferma sfortunatamente il trend negativo del settore iniziato con la campagna 2004/2005 (1.203.000 tonnellate prodotti nel 2003/04 e 1.106.000 nel 2009/10).

Nonostante ciò il comparto nel Veneto tiene; e si conferma terzo produttore nazionale di latte con una quota pari al 10% (40% la Lombardia e 16% l’Emilia Romagna). Un risultato apprezzabile considerati gli annosi problemi di mercato e la riduzione progressiva delle quotazioni del latte crudo alla stalla. Con picchi che hanno sfiorato il +50%, è anche cresciuta l’anno scorso la media regionale di produzione di latte per azienda, passata dai 1.765 quintali del 2003/2004 ai 2.607 (+60% a Treviso e Venezia). Un dato che, considerato che il numero di aziende è diminuito dalle 6.814 del 2003/04 alle 4.223 del 2009/10, spiega il processo in atto di concentrazione e progressiva industrializzazione rurale nella produzione del latte, mirante al contenimento dei costi e la redditività aziendale.

Vicenza la provincia regina nel totale della produzione regionale (30%), seguita sul podio da Verona (25%) e Treviso (15%). Il valore della produzione 2009 è stato di circa quattrocento milioni di euro pari al 10% di tutto il settore agricolo Veneto, in diminuzione rispetto al 2008, dovuto all’andamento negativo del prezzo del latte alla stalla. La “mandria” di vacche da latte è composta da poco più di 200.000 capi che coprono circa l’11% del totale nazionale. Le razze più presenti in regione sono la Bruna Alpina, la Pezzata Rossa e, soprattutto, la Frisona italiana che, con quasi 100.000 vacche, rappresenta quindi il 50% circa del patrimonio regionale. L’indagine di Veneto Agricoltura conferma inoltre che la maggior parte del latte veneto viene destinata alla caseificazione, per la produzione di formaggi tipici e a denominazione d’origine.

(fonte Veneto Agricoltura)