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La cultura e il teatro per dire no alla contraffazione del made in Italy (anche alimentare)

DSC00577“Dietro ad ogni oggetto contraffatto, vige un sistema di criminalità organizzata”. Con questo incipit il giornalista ed autore del “Libro nero sulla contraffazione” Antonio Selvatici, ha introdotto ieri la presentazione dello spettacolo “Tutto quello che sto per dirvi è falso” la cui “prima” è in cartellone stasera al Teatro Goldoni di Venezia.

Organizzatori. L’iniziativa, realizzata con il supporto della Regione, è stata presentata a Palazzo Balbi, dove è intervenuto lo stesso presidente del Veneto Luca Zaia, affiancato dall’assessore alla tutela del consumatore Franco Manzato e dagli artisti che daranno vita alla piece teatrale, presenti i componenti del tavolo congiunto Sistema Moda Veneto (Confindustria, Confartigianato, Cna, Conferescenti), delle principali associazioni dei consumatori del Veneto e delle organizzazioni professionali del mondo imprenditoriale regionale.

Il peso della contraffazione. Proprio Zaia ha introdotto l’incontro ricordando come “da ministro mi sono occupato molto di questo problema. La contraffazione pesa per più o meno un miliardo di euro nell’agroalimentare e quasi sette miliardi nel suo complesso, per circa 110.000 unità lavorative che in Veneto significano circa 10 mila posti in meno. Ecco perché, per noi, la lotta al mercato del fasullo è una grande sfida, una battaglia di civiltà per salvaguardare la nostra comunità”. “Il progetto – ha aggiunto dal canto suo Manzato – si inserisce nel solco del percorso intrapreso dalla Regione negli ultimi tre anni, con il servizio sportelli consumatore e la valorizzazione delle azioni di contrasto attraverso progetti specifici e l’attribuzione di risorse dirette alle forze dell’ordine. In questo periodo in Veneto sono stati sequestrati 400 milioni di articoli contraffatti: un’enormità, tanto più in un’area come la nostra fatta di produzioni di eccellenza, dove i marchi hanno un valore e il falso rovina lo stesso tessuto sociale”.“Questo spettacolo nasce da inchieste, da indagini sul campo, è una denuncia motivata e toccabile con mano” – ha sottolineato l’attrice e protagonista Tiziana Di Masi – per far crescere la coscienza contro questo fenomeno”.

cartolina-webSpettacolo itinerante. Per “Tutto quello che sto per dirvi è falso” è prevista una fitta programmazione itinerante in tutte le provincie del Veneto con 15 repliche, delle quali 8 e forse più in Istituti Scolastici. La pieve, prodotta dalla vicentina “La Piccionaia – I Carrara” teatro stabile d’innovazione e scritta da Andrea Guolo, sarà proposta in Veneto per poi diramarsi nelle altre Regioni d’Italia.

(Fonte: Regione Veneto/Confartigianato del Veneto)

Teatro civile anti-contraffazione. Parte dal Veneto il progetto “Tutto quello che sto per dirvi è falso”. Spettacolo in scena il 4 ottobre 2013 al Teatro Goldoni di Venezia.

cartolina-webUn progetto teatrale che sappia seminare cultura della legalità, che parta dal confronto con un pubblico consapevole per trasmettere il senso del Made in Italy non solo nell’ottica economica o in termini di valorizzazione di brand, ma anche come scelta di campo per difendere il valore della comunità, la salute, la sicurezza dei consumatori. Parte dunque dal fenomeno contraffazione come problema sociale, prima ancora che economico, lo spettacolo TUTTO QUELLO CHE STO PER DIRVI È FALSO – scritto dal giornalista-drammaturgo Andrea Guolo e interpretato da Tiziana Di Masi diretta da Maurizio Cardillo – che dà evidenza a un fenomeno sul quale oggi serve un contrasto forte e condiviso con azioni diversificate di sensibilizzazione sociale.

Teatro della consapevolezza. “Il problema della contraffazione assume sempre di più una vasta dimensione in tutti i settori produttivi del nostro Paese, minacciando e inquinando il sistema dello sviluppo sociale, drogandone l’economia – osserva infatti Di Masi -. È dunque necessario attivarsi attraverso buone pratiche di coesione sociale per confinare e risolvere il fenomeno che inesorabilmente minaccia la nostra economia, la salute e la sicurezza dei consumatori finali”. Per questo Di Masi, da tempo impegnata sul fronte del teatro di impegno sociale e tuttora in tour con “Mafie in pentola” (dedicato all’esperienza di Libera Terra), ha dato vita al progetto che – in linea con il programma del Ministero dello Sviluppo Economico Sentinelle Anticontraffazione – oggi mette in relazione istituzioni, mondo produttivo e società civile per un’inedita formula di “teatro della consapevolezza”, della conoscenza e della coscienza, attraverso un processo dialettico con il pubblico.

4 ottobre 2013, lo spettacolo va in scena al Teatro Goldoni di Venezia. Il progetto TUTTO QUELLO CHE STO PER DIRVI È FALSO ha trovato la convergenza in piena sintonia di obiettivi della Regione del Veneto-Assessorato all’Agricoltura e Tutela del Consumatore, del tavolo congiunto Sistema Moda Veneto (Confindustria, Confartigianato, CNA, Confesercenti), delle principali Associazioni dei consumatori del Veneto e di soggetti impegnati statutariamente nella lotta alla contraffazione. Ma non solo, Il Ministero dello Sviluppo Economico e la Commissione Europea hanno concesso il loro patrocinio. La produzione, diretta dalla vicentina La Piccionaia-I Carrara teatro stabile d’innovazione, è l’esito di un percorso artistico complesso, frutto di un lavoro d’inchiesta approfondito, e porterà al debutto lo spettacolo il 4 ottobre 2013 al Teatro Goldoni di Venezia. Tra luglio e settembre 2013 il lavoro è stato presentato, in fase di studio, in occasione di alcune anteprime tra Veneto ed Emilia Romagna.

Nocità per la salute della quasi totalità delle contraffazioni, anche alimentari. Dopo il debutto autunnale, nelle piazze italiane, nella aziende e nei teatri, nei luoghi del confronto sociale ed economico del Paese, si “consumeranno” veri e propri processi educativi/informativi. Attraverso la forza divulgativa ed emozionale di una proposta teatrale dal taglio ironico, pungente, ma vero, TUTTO QUELLO CHE STO PER DIRVI È FALSO andrà a coinvolgere consumatori, imprenditori e istituzioni sull’urgenza di un intervento mirato alla soluzione di un fenomeno che ha ripercussioni sociali pesanti. TUTTO QUELLO CHE STO PER DIRVI È FALSO pone l’accento sulla nocività per la salute della quasi totalità degli oggetti contraffatti – dai giocattoli all’abbigliamento fino ai prodotti alimentari e ai farmaci – e sull’esistenza di una “filiera del dolore” di cui ciascun cittadino/consumatore diviene parte (e complice) nel momento in cui sceglie di acquistare un bene contraffatto. Inoltre questo progetto pone l’accento sul danno economico diretto che impatta sulle comunità. Il giro d’affari della contraffazione, che soltanto in Italia è stimato a 6,9 miliardi di euro, sottrae infatti 110 mila posti di lavoro regolari e, nel mondo, costringe 115 milioni di bambini sotto i 14 anni a lavorare invece di andare a scuola.

(Fonte: Confartigianato del Veneto)

Falso made in Italy, stop al “wine kit”

bicchiere_di_vinoL’Interpol ha bloccato la vendita nel Regno Unito dei preparati solubili pubblicizzati coi nomi di celebri vini italiani. «Un risultato importante nella lotta contro la contraffazione e in particolare contro una problematica di cui da tempo ci stavamo occupando». Questo il primo commento dell’europarlamentare Giancarlo Scottà alla notizia dello stop alla commercializzazione dei wine-kit nel Regno Unito.

Prodotti di qualità usurpati a danno dei consumatori. Grazie ad un’operazione di cooperazione di polizia internazionale, è stata infatti bloccata la vendita oltremanica di questi preparati solubili, molto spesso pubblicizzati utilizzando i nomi di celebri vini italiani, come Barolo, Valpolicella, Montepulciano d’Abruzzo, e altri prodotti tutelati da marchi di denominazione.  L’onorevole Scottà si era già interessato alla questione, presentando un’interrogazione alla Commissione Europea nel settembre 2012 in merito alla circolazione di prodotti contraffatti sul territorio comunitario. «La nostra sollecitazione non è stata fatta invano, anzi ha spinto la Commissione ad informare le autorità britanniche, intimando di ritirare dal mercato questi prodotti che violano le norme europee in materia di etichettatura: si tratta chiaramente di prodotti non conformi ai disciplinari di produzione e quindi lesivi della qualità dei nostri vini e del lavoro dei nostri viticoltori». «È certamente un risultato importante e un’ulteriore conferma che i sistemi di tutela funzionano e hanno valore, almeno sul territorio europeo», prosegue l’onorevole Scottà. «Tuttavia non bisogna abbassare la guardia, questi episodi ci fanno capire con quale facilità i prodotti di qualità vengano usurpati a danno dei consumatori e di tutto ciò che sta dietro la produzione del vero Made in Italy».

(Fonte: segreteria europarlamentare Giancarlo Scottà)

Concorso Regione Veneto “Caccia al falso”. Sino al 30 settembre 2013 votazioni on line per i migliori filmati

Caccia al falsoE’ aperta la votazione online per scegliere il miglior video tra quelli che hanno partecipato al concorso “Ciak! Caccia al falso”, promosso dalla Regione del Veneto con le Associazioni dei consumatori e Unioncamere per promuovere una maggiore consapevolezza sui temi della contraffazione e dei disservizi.

Votazione aperta sino al 30 settembre. Una prima graduatoria dei selezionati verrà identificata sulla base della votazione online in rete, al link collegato al sito ufficiale www.venetoconsumatori.it, dove è possibile visualizzare i video in gara. La votazione rimarrà aperta fino al 30 settembre, tempo durante il quale gli autori amatoriali potranno farsi promotori delle loro opere attraverso i social network ed altri strumenti a loro disposizione. Tra i 10 video più votati, la commissione appositamente costituita, sceglierà il vincitore del primo premio di 6.500 euro, del secondo di 3.000 euro, e del terzo di 2.000 euro. Agli altri selezionati andrà invece un rimborso di 500 euro. “L’iniziativa – ha ricordato l’assessore alla tutela del consumatore Franco Manzato – è stata rivolta agli Istituti scolastici del Veneto, statali e paritari, di ogni ordine e grado, e più in generale ai giovani residenti in veneto, di età compresa fra i 18 e i 35 anni. Con questa operazione abbiamo anche voluto raccogliere idee e suggerimenti per non dare tregua su un tema che è importante sul piano economico, occupazionale e sociale”.

Rischio frode, falsificazione e sofisticazioni. Il termine per la presentazione dei lavori era stato fissato al 31 maggio, data dopo la quale è stata verificata l’idoneità dei video e si è proceduto al caricamento in rete del materiale multimediale. “L’obiettivo – ha ribadito Manzato – è di diffondere nelle giovani generazioni la conoscenza e la coscienza dei diritti e degli interessi dei consumatori e degli utenti, sensibilizzando inoltre i giovani sui rischi di frodi, falsificazioni e sofisticazioni”.

(Fonte: Regione Veneto)

Le trappole del cibo “low cost”, dossier presentato a Bruxelles da Coldiretti

-1Il cahiers de doleance presentato nel Dossier Coldiretti su “I rischi del cibo low cost” è piuttosto lungo: una mozzarella su quattro non è realizzata con il latte ma partendo da cagliate straniere spesso provenienti dall’Est europeo;  proviene dall’Argentina quasi la metà dell’import dei limoni sul quale sono stati riscontrati problemi di trattamenti chimici;  sono raddoppiate le importazioni in Italia di imitazioni del Parmigiano reggiano e del Grana Padano Dop che non rispettano però’ i rigidi disciplinari; “wine kit” promettono prestigiosi vini italiani ottenuti da polveri miracolose (140.000 confezioni vengono addirittura realizzate in una fabbrica svedese);  nel 2012 sono stati importati in Italia 85 milioni di chili di pomodori “irregolari” per presenza di residui chimici, conservati in fusti che vengono rilavorati e diventano concentrato o sughi miracolosamente italiani;  nel 25% dei casi l‘aglio argentino che giunge in Italia è irregolare per la presenza di residui chimici;  in quattro bottiglie di olio extravergine su cinque in vendita in Italia è praticamente illeggibile la provenienza delle olive impiegate;  vi sono allarmi per l’importazione in Italia di nocciole e pistacchi dalla Turchia contaminati per la presenza di muffe e aflatossine;  nel 2012 sono aumentate del 38 per cento le importazioni di miele naturale dalla Cina (l’Ue ha lanciato un allarme sul rischio di contaminazione da organismi geneticamente modificati);  il 90% dei cosci venduti in Italia per il prosciutto cotto provengono da animali provenienti da Olanda, Danimarca, Francia, Germania e Spagna senza che questo venga indicato in etichetta;  in Italia nel 2012 sono aumentate del 12 per cento le importazioni di riso dagli Stati Uniti (rischio Ogm); in Italia arriva un flusso di milioni di chilogrammi di impasti per pane semicotti, surgelati, con una durata di 24 mesi, grazie ad additivi e conservanti, provenienti dall’Est europeo;  oltre la metà del grano duro utilizzato nella produzione di pasta è di importazione, con problemi di aflatossine; nel corso del 2012 sono stati importati in Italia quasi un milione di chili di succo d’arancia dal Brasile, con problemi per la presenza dell’ antiparassitario carbendazim.

+ 26% allarme cibo con boom low cost. Nel 2013 sono aumentati del 26 per cento gli allarmi alimentari in Italia dove quello del cibo low cost è l’unico settore a registrare un aumento delle vendite per effetto della crisi. E’ quanto emerge dal primo dossier sui “Rischi dei cibi low cost” presentato dalla Coldiretti a Bruxelles, dal quale si evidenzia nel primo trimestre dell’anno un balzo record nel numero di notifiche nazionali al sistema di allerta comunitario per la prevenzione dei rischi alimentari, rispetto allo stesso periodo di cinque anni fa, prima dell’inizio della crisi. A differenza di quanto è accaduto per tutti gli altri settori – sottolinea la Coldiretti – dall’abbigliamento alle automobili, in cui gli italiani hanno rinunciato agli acquisti, per l’alimentare, che va in tavola tutti i giorni, questo non è possibile, almeno oltre un certo limite, ma si è verificato un sensibile spostamento verso i prodotti a basso costo per cercare comunque di risparmiare. Nel primo trimestre del 2013 le vendite sono aumentate solo nei discount alimentari che – precisa la Coldiretti – hanno fatto segnare un incremento del 2 per cento mentre sono risultate in calo tutte le altre forme distributive fisse al dettaglio. Una tendenza – continua la Coldiretti – frutto del cambiamento dei consumi delle famiglie italiane che per gli alimentari e bevande nel 2012 sono scesi a 117 miliardi, con un calo del 6,3 per cento dal 2008. Una storica inversione di tendenza provocata – precisa la Coldiretti – dall’aumento degli acquisti di “cibo low cost” con oltre sei famiglie italiane su dieci (62,3 per cento) che hanno tagliato quantità e qualità degli alimenti privilegiando nell’acquisto prodotti offerti spesso a prezzi troppo bassi per essere sinceri, che rischiano di avere un impatto sulla salute. “Dietro questi prodotti spesso si nascondono infatti ricette modificate, l’uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi” ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel sottolineare che “verificare sempre gli ingredienti e la provenienza in etichetta, preferire l’acquisto di prodotti freschi o comunque poco elaborati e che non devono aver subito lunghi trasporti, diffidare dei prodotti che costano troppo poco come certi extravergini che non coprono neanche il costo della raccolta, sono alcuni dei consigli da seguire”.

-2In Europa 8 allarmi su 10 da cibi extracomunitari. L’80 per cento degli allarmi alimentari è stato provocato da prodotti a basso costo provenienti da Paesi fuori dall’Unione Europea. E’ quanto emerge dal dossier e dal quale si evidenzia che nel 2012, in base al sistema di allerta comunitario per la prevenzione dei rischi alimentari, a salire sul podio sono stati nell’ordine la Cina, l’India e la Turchia. Nazioni dalle quali provengono ingredienti e alimenti che possono essere offerti a basso prezzo anche per le diverse regole sanitarie e ambientali in vigore, oltre che per lo sfruttamento della manodopera. La relazione sul sistema di allerta rapido sui rischi alimentari nell’Unione Europa – sottolinea la Coldiretti – ha registrato allarmi sull’importazione di nocciole e pistacchi dalla Turchia, contaminati per la presenza di muffe e aflatossine e spesso utilizzati per snack low cost. Ma nel 2012 – continua la Coldiretti – sono anche aumentate del 38 per cento le importazioni in Italia di miele naturale dalla Cina per un totale di 1,7 milioni di chili, a fronte di una produzione nazionale stimata in 8 milioni di chili. Dopo che la scoperta di antibiotici nella produzione cinese aveva di fatto azzerato gli arrivi in Europa adesso un nuovo allarme – informa la Coldiretti – riguarda il rischio della contaminazione da organismi geneticamente modificati (Ogm) che non sono autorizzati nel Vecchio Continente. Un problema che riguarda pure il riso importato dalla Cina, ma anche dagli Usa che ha aumentato l’export verso l’Italia del 12 per cento nel 2012, dopo che nel passato era scoppiato lo scandalo dell’importazione illegale in tutto il mondo di riso geneticamente modificato non autorizzato. Se si vanno poi ad analizzare i singoli paesi, l’ultimo Rapporto annuale sui residui dei pesticidi negli alimenti elaborato dall’Efsa (Agenzia europea per la sicurezza alimentare) evidenzia risultati particolarmente negativi – precisa la Coldiretti – per il pepe indiano (irregolare il 59 per cento dei casi), per il pomodoro cinese (irregolare il 41 per cento), per le arance egiziane (irregolare il 26 per cento), per l’aglio argentino (irregolare il 25 per cento) e per le pere slovene (irregolare il 25 per cento). La maggioranza del succo di arancia consumato in Europa poi proviene dal Brasile sotto forma di concentrato al quale viene aggiunta acqua una volta arrivato nello stabilimento di produzione, a differenza di quanto avviene per la spremuta. Nel 2012 gli Stati Uniti – conclude la Coldiretti – hanno bloccato le importazioni di succo di arancia concentrato proveniente dal Brasile, a causa di residui sugli agrumi di un antiparassitario, il carbendazim, vietato negli Stati Uniti, ma anche in Europa. “Se l’Europa vuole difendere la salute dei propri cittadini,e tutelare l’ambiente e il territorio comunitario deve investire sulla propria agricoltura” ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel sottolineare che “la politica agricola è l’unica politica veramente integrata dell’Unione Europea e occorre far si che con la riforma si premi chi lavora e vive di agricoltura, chi produce in modo sostenibile, chi produce cibo. Una esigenza per l’Italia dove – conclude Marini – occorre un piano strategico nazionale per aumentare del 10%, entro 5 anni, la copertura del fabbisogno alimentare nazionale, anche con politiche di salvaguardia del suolo agricolo e delle risorse naturali”.

Produzione alimentare “made in Italy”, la più sicura a livello planetario per la presenza di residui chimici irregolari. Secondo l’ultimo Rapporto annuale sui residui dei pesticidi negli alimenti elaborato dall’Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, nei prodotti alimentari provenienti da Paesi extracomunitari sono stati individuati residui chimici sopra il limite nel 7,9 per cento dei campioni, una percentuale di oltre cinque volte superiore a quella dei prodotti dell’Unione Europea, dove gli “irregolari” sono l’1,5 per cento, e ben 26 volte superiore a quelli italiani dove appena lo 0,3 per cento dei campioni è risultato contaminato oltre i limiti di legge. La produzione alimentare Made in Italy è la più sicura a livello planetario per quello che riguarda la presenza di residui chimici irregolari. Tuttavia l’Italia – sottolinea la Coldiretti – importa dall’estero circa il 25 per cento del proprio fabbisogno alimentare e il flusso riguarda anche prodotti fuori stagione per le quali la produzione nazionale sarebbe sufficiente. Sono infatti – precisa la Coldiretti – quasi 227 milioni i chili di frutta e verdura giunti nel 2012 in Italia dall’Africa: dai fagiolini del Marocco (irregolari nel 15 per cento dei casi) alle fragole etiopi (irregolari nel 16 per cento dei casi), ai piselli del Kenya (irregolari nel 38 per cento dei casi) o ancora i peperoni dell’Uganda (irregolari addirittura nel 48 per cento dei casi). In quattro bottiglie di olio extravergine su cinque in vendita in Italia è praticamente illeggibile la provenienza delle olive impiegate, nonostante – sottolinea la Coldiretti – sia obbligatorio indicarla per legge in etichetta dal primo luglio 2009, in base al Regolamento comunitario N.182 del 6 marzo 2009. Il rischio è che olio importato dalla Tunisia, con un minor contenuto di antiossidanti, venga spacciato per italiano. Sulle confezioni – continua la Coldiretti – è praticamente impossibile, nella stragrande maggioranza dei casi, leggere le scritte “miscele di oli di oliva comunitari”, “miscele di oli di oliva non comunitari” o “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari” obbligatorie per legge nelle etichette dell’olio di oliva. Inoltre – precisa la Coldiretti – spesso bottiglie con extravergine ottenuto da olive straniere sono vendute con marchi italiani e riportano con grande evidenza immagini, frasi o nomi fortemente ingannevoli che richiamano all’italianità. In alcuni biscotti e merendine low cost ingredienti di qualità come l’olio extravergine di oliva e il burro, sono spesso sostituiti da grassi di bassa qualità e di basso prezzo come l’olio di palma e l’olio di cocco, spesso utilizzati in forma idrogenata. Accanto al pane artigianale venduto nei forni in Italia si assiste – segnala la Coldiretti – all’arrivo di milioni di chilogrammi di impasti semicotti, surgelati, con una durata di 24 mesi, grazie ad additivi e conservanti, provenienti dall’est europeo, destinati ad essere poi cotti e diventare pane nelle strutture commerciali a basso costo. Peraltro oltre la metà del grano duro utilizzato nella produzione di pasta in Italia è importato da Paesi dove si registrano spesso – informa la Coldiretti – problemi di aflatossine che hanno anche portato a sequestri di importanti partite di prodotto. La crisi porta a cercare di contenere i costi risparmiando sull’ingrediente base la cui origine non è purtroppo obbligatorio indicare in etichetta. Nell’Unione Europea è possibile acquistare pseudo vino ottenuto da polveri miracolose contenute in wine-kit che – sostiene la Coldiretti – promettono in pochi giorni di ottenere le etichette piu’ prestigiose come Chianti, Valpolicella, Frascati, Primitivo, Gewurztraminer, Barolo, Verdicchio, Lambrusco o Montepulciano. E’ sconvolgente che anche in Europa siano stati addirittura aperti degli stabilimenti di lavorazione come in Svezia dove opera una fabbrica a Lindome, vicino a Goteborg, che produce e distribuisce in tutto il continente, e del tutto indisturbata, oltre 140mila wine kit all’anno dai quali si ottengono circa 4,2 milioni di bottiglie. I wine kit della società Vinland – conclude la Coldiretti vengono venduti con i marchi Cantina e Doc’s che fanno esplicito riferimento alla produzione italiana, ma anche ad un marchio di qualità tutelato dall’Unione Europea, e promettono in soli 5 giorni di ottenere in casa imitazioni dei vini italiani più noti per i quali vengono addirittura fornite le etichette da apporre sulle bottiglie.

Rischio “Italian sounding”. I rischi del low cost riguardano anche le imitazioni dei nostri prodotti più tipici come il parmigiano Reggiano e il Grana Padano che soffrono la concorrenza sleale dei similgrana le cui importazioni in Italia sono raddoppiate negli ultimi dieci anni. Le importazioni italiane di formaggi duri di latte bovino non Dop hanno raggiunto infatti i 27,3 milioni di chili nel 2012, con un aumento dell’88 per cento in dieci anni. I similgrana – rileva la Coldiretti – sono arrivati in Italia soprattutto dall’Europa a partire dalla Germania (8,3 milioni di chili) e dalla Repubblica Ceca (8,1 milioni di chili) anche se in forte crescita risulta essere l’Ungheria dalla quale sono giunti ben 2,7 milioni di chili, pari al 10 per cento del totale delle importazioni. Ma volumi addirittura superiori di questi formaggi, che spesso hanno anche una assonanza fonetica con quelli nazionali, sono purtroppo destinati a Paesi diversi dall’Italia, in Europa e fuori, togliendo spazio di mercato al Parmigiano e al Grana. Si tratta di formaggi di diversa origine e qualità che non devono rispettare i rigidi disciplinari di produzione approvati dall’Unione Europea. Il rischio è che vengano scambiati dai consumatori come prodotti Made in Italy perché vengono spesso utilizzati nomi, immagini e forme che richiamano all’italianità, ma anche perché appare il bollo Ce con la “IT” di Italia se il formaggio viene semplicemente confezionato in Italia. Un problema analogo – continua la coldiretti – riguarda i prosciutti che in quattro casi su cinque tra quelli venduti in Italia provengono da maiali allevati in Olanda, Danimarca, Francia, Germania, Spagna senza che questo venga chiaramente indicato in etichetta e con l’uso di indicazioni fuorvianti come “nostrano” che ingannano il consumatore sulla reale origine. Il problema riguarda sia il prosciutto crudo che quello cotto, per il quale si stima la provenienza straniera del coscio in una percentuale superiore al 90 per cento. Le caratteristiche di questi prodotti sono profondamente diversi da quelli a denominazione di origine come il Parma e il San Daniele che sono ottenuti da allevamenti italiani regolamentati sulla base di rigidi disciplinari di produzione approvati dall’Unione Europea. Almeno una mozzarella su quattro tra quelle in commercio – afferma la Coldiretti – non è stata realizzata a partire direttamente dal latte, ma da cagliate straniere, anche se non è obbligatorio indicarlo in etichetta. Ogni anno decine di milioni di chili di cagliate provenienti soprattutto da Lituania, Ungheria, Polonia e Germania diventano mozzarelle Made in Italy, dietro il nome di marchi con nomi italiani, ma nessuno lo sa perché non è obbligatorio riportarlo in etichetta. Oltre ad ingannare i consumatori, si tratta di una concorrenza sleale nei confronti dei produttori che utilizzano esclusivamente latte fresco, perché rispetto alla mozzarella genuina fatta dal latte quella “tarocca” costa attorno alla metà e può essere venduta sullo scaffale a prezzi molto bassi.

9 italiani su 10, sì ai dazi “salva made in Italy” Più di nove italiani su dieci (91 per cento) si dicono favorevoli all’introduzione dei dazi alle importazioni per difendere le produzioni italiane e salvare i posti di lavoro. E’ quanto emerge dal sondaggio on line condotto sul sito www.coldiretti.it, divulgato in occasione della presentazione a Bruxelles del dossier. Oltre un terzo degli italiani (34 per cento) – sottolinea la Coldiretti – è favorevole ai dazi per tutti i prodotti provenienti da fuori dell’Italia mentre il 29 per cento solo per le merci che provengono da paesi che non rispettano norme sul lavoro, sull’ambiente e sulla salute simili a quelle nazionali. Inoltre – continua la Coldiretti – il 15 per cento li chiede solo sui prodotti “spacciati” per Made in Italy, ma fatti all’estero e il 13 per cento per tutti i prodotti provenienti da Paesi extracomunitari. Se quella dei dazi è una proposta provocatoria è anche vero che esprime un “sentiment” diffuso nei confronti della difesa dell’identità territoriale delle produzioni e della necessità di investire sui valori distintivi del territorio”, ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel sottolineare che “nell’agroalimentare occorre intervenire subito per garantire la trasparenza delle informazioni con l’obbligo di indicare la provenienza in etichetta per dare la possibilità ai consumatori di fare scelte di acquisto consapevoli”. La crescente attenzione alla difesa del tessuto produttivo legato al territorio nazionale è confermata dal crescente numero di italiani che acquista prodotti locali anche per favorire l’economia e l’occupazione in un difficile momento di crisi.

(Fonte: Coldiretti Verona)

“Furbetti” del bio: maxi sequestro della GdF di alimenti contraffatti con Ogm e agenti chimici

ogmE’ stata denominata operazione “Green war” l’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Pesaro che ha portato a numerose perquisizioni a carico di operatori del settore dei prodotti da agricoltura biologica che importavano da Paesi terzi limitrofi all’U.E. (Moldavia e Ucraina) granaglie destinate al comparto zootecnico e, in taluni casi, all’alimentazione umana (in particolare, soia, mais, grano tenero e lino) falsamente certificate come “bio” ma in realtà non conforme alla normativa comunitaria e nazionale.

I “furbetti” del bio. In alcuni casi, le produzioni agricole certificate come biologiche erano di fatto ottenute con elevato contenuto di Organismi geneticamente modificati (Ogm) o contaminate da agenti chimici vietati nell’agricoltura biologica. L’illecito sistema è stato posto in essere da società nazionali, che avevano la gestione finanziaria e il controllo di aziende operanti in Moldavia e Ucraina nonché degli Organismi preposti alla certificazione dei prodotti. In particolare, le suddette società, per sottrarsi al sistema di controlli, provvedevano allo sdoganamento delle merci a Malta, presso una società gestita da personale italiano, per poi destinarle in Italia.

Sotto sequestro 1.500 t di mais proveniente dall’Ucraina e 30 t di soia indiana. In un’occasione, i prodotti agricoli hanno viaggiato su gomma e sono transitati presso la dogana di Trieste-Fernetti. L’attività delegata dalla Procura della Repubblica di Pesaro, per accertare il loro ruolo e le responsabilità rispetto al funzionamento del meccanismo fraudolento, è stata condotta dall‘Ispettorato Repressione Frodi (ICQRF) del Ministero delle Politiche Agricole di Roma e dalla Guardia di Finanza di Pesaro, ha interessato diverse Regioni (Marche, Emilia Romagna, Sardegna, Molise e Abruzzo), alcuni compiacenti utilizzatori dei prodotti e le sedi di due Organismi di certificazione coinvolti, ubicati a Fano e a Sassari.  L’indagine ha consentito di accertare una frode molto estesa nel settore delle produzioni da agricoltura biologica e di porre sotto sequestro 1.500 tonnellate di mais proveniente dall’Ucraina, falsamente certificato come biologico nonché circa 30 tonnellate di soia indiana lavorata, verosimilmente contenente prodotti chimici vietati, destinata all’industria mangimistica, per l’alimentazione zootecnica. Ventitré le persone indagate, che, in caso di condanna, rischiano severe pene detentive; una decina le società coinvolte, anche estere.

(Fonte: Guardia di Finanza)

“Ecomafie” sempre più attive

lotta ecomafieAumentano i reati ambientali intercettati dalle Autorità di controllo: nel 2011 ne sono stati scoperti 33.817, 93 al giorno, con un incremento del 9,7% rispetto al 2010 e del 18,8% rispetto al 1997. Illegalità che si conferma più diffusa nelle Regioni meridionali, ma anche al nord si registra un trend crescente.

I settori maggiormente interessati dell’attività operativa del Corpo Forestale nel 2011 sono stati 7, nei quali si è concentrato il 92% dei controlli: tutela del territorio (41%), tutela della fauna (18%), controllo coordinato del territorio (9%), aree protette (8%), discariche e rifiuti (7%), tutela della flora (5%), incendi (3%) (l’attività di prevenzione nei confronti degli incendi sta dando i suoi frutti). Dal 2011, uno degli obiettivi primari dell’attività del Corpo Forestale dello Stato è la lotta alle frodi e alle contraffazioni alimentari. Secondo le stime a disposizione, i pirati agroalimentari ogni anno sottraggono all’Italia 60 miliardi di euro di valore di cibo contraffatto e spacciato nel mondo come “Italian sounding”.

(Fonte: Veneto Agricoltura Europa)

Tappi alternativi per i vini Dop e difesa del made in Italy agroalimentare, successi e proposte dei Vignaioli Indipendenti FIVI

La XIII Commissione Agricoltura ha accolto la proposta di FIVI, Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, di inserire nel Decreto Ministeriale relativo alle “chiusure per i vini DOP” la possibilità di utilizzare tappi in materiali alternativi al sughero.

Tappo a vite già utilizzato dai competitor dell’Italia. La proposta è stata presentata personalmente dal Presidente FIVI Costantino Charrère in occasione della Pubblica Audizione del 14 gennaio 2010 presso la XIII Commissione Agricoltura. Al termine dell’iter legislativo, il 28 agosto scorso il DM è diventato esecutivo con la pubblicazione sul n. 200 della Gazzetta Ufficiale. FIVI aveva rilevato nel documento quanto fosse vitale un’apertura all’innovazione tecnologica da parte della Commissione Agricoltura sull’argomento “chiusure per i vini DOP”, per evitare di creare un forte svantaggio competitivo alle aziende vitivinicole italiane rispetto ai competitor provenienti dalle nazioni emergenti, ove il tappo a vite in particolare è utilizzato liberamente per tutti i prodotti. Grazie a FIVI d’ora in poi ogni singolo produttore potrà quindi scegliere se utilizzare tappi in sughero o tappi di altro genere, per tutti i suoi vini.

Sono utili i nuovi sistemi di sicurezza? I Vignaioli Indipendenti porteranno il loro contributo al Ministero delle Politiche Agricole in occasione della Pubblica Audizione sulla questione “Sistemi di sicurezza contro le contraffazioni dei prodotti agricoli e alimentari”, ovvero su quanto previsto dall’Articolo 59 bis della Legge n.134 del 7 agosto 2012 a tutela del Made in Italy. FIVI ha presentato, attraverso i parlamentari Onorevoli Fiorio, Trappolino e Sani, un’interrogazione al Ministro Catania (Politiche Agricole) e al Ministro Moavero Milanesi (Affari Europei) sui nuovi sistemi di sicurezza “realizzati dall’Istituto Poligrafico e Zecca di Stato, basati prioritariamente su elementi elettronici o telematici…” previsti dall’Art. 59 bis e sui loro costi: il Comma 1 infatti disciplina che tali costi siano “a carico dei soggetti che si avvalgono dell’etichettatura”, quindi dei singoli produttori. I Vignaioli Indipendenti sottolineano come gli attuali controlli nel settore vitivinicolo siano più che sufficienti e già particolarmente onerosi. Evidenziano anche i costi aggiuntivi, difficilmente sostenibili dalle imprese (soprattutto le piccole e medie del settore vino, dotate di organizzazione artigianale). Costi che ricadrebbero poi inevitabilmente sui consumatori. FIVI di conseguenza ha chiesto al Ministro Catania di verificare la necessità di questi nuovi adempimenti e la convocazione di un tavolo di concertazione con associazioni di categoria e consorzi di tutela interessati.

(Fonte: FIVI)

In Repubblica Ceca scatta l’allarme “grappa al metanolo” ma si tratta invece di liquore locale

L’Istituto Nazionale Grappa, in merito alle notizie giunte dalla Repubblica Ceca che imputano il decesso negli ultimi giorni di 20 persone al consumo di “grappa al metanolo”, tiene a precisare che il prodotto “incriminato” non ha niente a che fare con la nostra acquavite di bandiera. Le autorità locali hanno infatti confermato che si tratta di Slivovice, un liquore locale a base di prugne e che pertanto l’utilizzo del termine “grappa” è del tutto improprio.

Severi controlli. Anzi, l’Istituto Nazionale Grappa nella persona del neopresidente Elvio Bonollo, coglie l’occasione per ricordare che la produzione della grappa è sottoposta per legge allo stretto controllo delle Autorità Pubbliche (Agenzia delle Dogane, Repressione Frodi, etc) che ne garantiscono l’idoneità al consumo e l’esenzione da frodi. Precisa, inoltre, che, grazie all’importante impegno del Ministro delle Politiche Agricole Mario Catania, nell’ottica del sostegno e della valorizzazione della grappa, esiste oggi un disciplinare, al vaglio della Commissione Europea, che ne prevede l’obbligo di imbottigliamento in Italia: un importante ulteriore garanzia offerta al consumatore.

Grappa, simbolo del buon bere italiano. “Il nome GRAPPA è tutelato dal 2008 a livello europeo come una Indicazione Geografica – continua Bonollo – ed è riconosciuto unicamente all’acquavite di vinaccia ottenuta in Italia a partire da vinacce provenienti da uve coltivate e vinificate nel territorio nazionale: un riconoscimento importantissimo per l’economia dei territori rurali e dei distillatori italiani, che a differenza delle multinazionali del whisky o della vodka sono costituiti da piccole e medie aziende familiari, con caratteristiche artigianali che hanno saputo valorizzare il prodotto ed elevarne enormemente la qualità. Oggi la grappa, nome che è divenuto simbolo del buon bere italiano anche all’estero, rischia di essere contraffatta e copiata, se la Commissione Europea non riconoscerà il diritto richiesto dal Governo Italiano di limitare la zona di imbottigliamento al solo territorio nazionale. Quest’ultimo, infatti, garantisce l’autenticità del prodotto sui mercati internazionali, evitando il rischio che la nostra acquavite di bandiera, distillato di nicchia e di grande pregio, possa essere miscelata con distillati internazionali, meno nobili e meno costosi, traducendosi in un danno per il consumatore e per la buona immagine del prodotto originale. Situazioni analoghe – afferma ancora Bonollo – sono state risolte positivamente per altri prodotti tipici, come il Parmigiano Reggiano, per il quale è previsto l’obbligo di effettuare i confezionamenti in zona, sotto il controllo dei Consorzi di Tutela e delle Istituzioni”.

(Fonte: Istituto Nazionale Grappa)

 

Radicchio “marocchino” spacciato per quello di Chioggia, insorgono i produttori locali

Radicchio mercato di Chioggia

La contraffazione non risparmia neanche il Radicchio di Chioggia, la cicoria più popolare del Veneto. Quello “finto” arriva dai paesi extracomunitari, sbarca nei porti, va diretto nei magazzini di lavorazione e diventa subito italiano. Questo l’iter del radicchio “marocchino”, una varietà ibrida apparentemente identica a quella di Chioggia.

Identico nell’aspetto ma non nel gusto. “L’imitazione circola indisturbata sui banchi del supermercato mentre le aziende che coltivano l’autentico chiudono”, è questa la denuncia degli orticoltori veneziani, che hanno incontrato nei giorni scorsi nella sede di Coldiretti Veneto a Mestre (Ve) l’assessore all’Agricoltura regionale Franco Manzato per parlare del problema. Il radicchio veneto viene prodotto in 120mila tonnellate per un fatturato di 64 milioni di euro da 8.300 ettari di terreno. Il 70% di questi numeri è merito del radicchio di Chioggia, prodotto in due stagioni: settembre-marzo e aprile-giugno. «È proprio in questo periodo che i produttori locali sono insediati dal radicchio ibrido», spiega Giuseppe Boscolo Palo, presidente dell’ortomercato di Chioggia, riportando segnali preoccupanti dalle bancarelle, dove arriva sempre meno cicoria e a prezzi che non ripagano la produzione. Per Coldiretti è urgente stringere le maglie alla frontiera, ma la madre di tutte le battaglie resta quella per l’etichetta: più dati racconterà, migliore saranno i risultati della lotta al “Radicchio sounding”.

(Fonte: Coldiretti Veneto)