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Dinamiche e prospettive della pesca veneta: il report di Veneto Agricoltura

I mercati ittici del Veneto resistono nonostante le difficoltà settoriali. A certificarlo il report “La Pesca in Veneto 2024”, realizzato dall’Osservatorio Socio Economico della Pesca e dell’Acquacoltura di Veneto Agricoltura e pubblicato sul sito internet dell’Agenzia.

Lo studio, che fornisce una visione dettagliata e approfondita delle dinamiche attuali del comparto della pesca regionale e delle sue prospettive future, mette in evidenza una serie di criticità, dovute perlopiù all’invasione del granchio blu, ma un aspetto positivo comunque emerge: le prestazioni dei sei mercati ittici del Veneto (Caorle, Chioggia, Pila-Porto Tolle, Porto Viro, Scardovari e Venezia) nel 2024 sono state superiori a quelle del 2023. Nella scorsa annata, infatti, hanno venduto 16.881 tonnellate di pesce locale, producendo un valore di 52,6 milioni di euro: i volumi di prodotto ittico distribuiti sono così cresciuti del 10,2% rispetto al 2023, mentre i fatturati complessivi hanno evidenziato un incremento dell’8%, nonostante il calo dei prezzi medi alla produzione (-1,9%).

Protagonisti di queste crescite significative sono stati il pesce azzurro, che ha conosciuto un rialzo produttivo del 20% (8.057 t vendute nel 2024), e il pesce bianco, che ha ben supportato con un aumento del 6,4% (4.418 t vendute). Stabili invece i crostacei, assestati sulle 1.200 t come nel 2023, mentre gli unici a mostrare un calo si sono rivelati i molluschi (-1,3%, con 3.204 t vendute). Nello specifico, il principale mercato per quantitativi di pesce locale venduto nel 2024 è stato Pila-Porto Tolle con 7.390 t, che ha staccato Chioggia al secondo posto con 6.607 t: questi due siti, insieme, hanno rappresentato quasi l’83% dell’intera produzione alieutica veneta.

Al di fuori dei mercati ittici, però, la situazione per il settore regionale appare più complicata. Le aggressive predazioni del granchio blu, combinate con l’anossia causata dalle mucillaggini piuttosto diffuse nel 2024, hanno determinato ingenti perdite nel comparto della pesca ai molluschi bivalve di mare (i due Consorzi veneti hanno prodotto in totale, tra vongole di mare e fasolari, solo 2.827 tonnellate, -25,6%) e nell’acquacoltura: la miticoltura, in termini di volumi venduti, ha fatto segnare un -37% rispetto al 2023, la venericoltura addirittura un -67,5%. Maggiore tenuta per piscicoltura, con un calo dell’1%.

A soffrire sono anche le imprese impegnate nella filiera ittica regionale, diminuite del 9,8% in confronto al 2023. Le uniche a restare numericamente invariate sono state le aziende dedite al commercio all’ingrosso dei prodotti ittici lavorati, mentre le restanti presentano tutte una variazione annua in diminuendo: l’apice negativo è toccato dal -13% dell’acquacoltura, le cui piccole imprese, soprattutto nel rodigino, hanno patito particolarmente la problematica del granchio blu. In leggero calo pure la flotta di pescherecci veneta, come da tendenza nazionale: nel 2024 erano 653 quelli registrati nel Registro dell’EU (-0,5% rispetto al 2023), rimasti invariati per stazza, ma non per potenza motore (-0,2%).

«Il granchio blu» dichiara l’assessore regionale a Caccia e Pesca, Cristiano Corazzari «sta mettendo in grave difficoltà il settore della pesca ai molluschi e ciò ha evidentemente un peso importante sui numeri complessivi dell’acquacoltura veneta. Se però ci concentriamo sulle produzioni ittiche, emerge ottimismo: i rialzi produttivi di pesce azzurro e pesce bianco sono chiari segnali che il settore della pesca regionale, nonostante le difficoltà che sta incontrando in questo periodo storico, sia ancora tra i più performanti della costa adriatica. Questo è un dato molto rassicurante da cui ripartire, nell’attesa che gli strumenti messi in campo dalla Regione per fronteggiare la piaga del granchio blu producano gli effetti sperati, offrendo nuove soluzioni e opportunità al comparto».

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

UE e Islanda rafforzano la cooperazione in materia di pesca sostenibile e affari oceanici

L’Unione europea e l’Islanda hanno firmato un nuovo memorandum d’intesa per rafforzare la cooperazione in materia di pesca e affari oceanici. Il protocollo d’intesa istituisce un quadro per una cooperazione più ampia e approfondita  su priorità fondamentali, tra cui la pesca sostenibile, la ricerca scientifica e la conservazione marina. L’accordo rafforza inoltre gli sforzi congiunti per proteggere la biodiversità marina e sostenere la transizione energetica del settore della pesca e dell’acquacoltura.

Una caratteristica fondamentale del memorandum d’intesa è l’istituzione di un dialogo annuale ad alto livello, ospitato alternativamente dall’Unione europea e dall’Islanda, per monitorare i progressi e far progredire la cooperazione in settori di interesse comune. La prima riunione è prevista per l’inizio del 2026.

Pesce azzurro: aumentano i quantitativi pescati in Veneto

Il Veneto si conferma il punto di riferimento dell’Adriatico per quanto riguarda la pesca del pesce azzurro. A certificarlo il report sulla pesca ai piccoli pelagici pubblicato da Veneto Agricoltura, che mostra non solo come si peschino quantitativi maggiori di alici e sardine sulla costa, ma anche come le tonnellate pescate siano in crescita rispetto al 2023. 

Nel 2024, infatti, i pescherecci veneti autorizzati hanno catturato 5.550 tonnellate di alici e 2.307 tonnellate di sardine, numeri che equivalgono rispettivamente a un +23,2% e a un +13,6% in confronto all’anno precedente. Queste cifre non colmano totalmente il divario con il 2013, quando venivano pescate 5.604 tonnellate di alici e 4.830 tonnellate di sardine, ma sono più che sufficienti per consolidare il Veneto in cima alla classifica del pesce azzurro pescato nell’Adriatico. Seguono l’Emilia Romagna (774 t di alici, 1.687 t di sardine), le Marche (1.840 t di alici, 496 t di sardine) e l’Abruzzo (2.101 t di alici, 40 t di sardine).

La maggiore disponibilità di prodotto ittico, se si considera l’ultimo biennio, ha avuto risvolti positivi anche sui due mercati veneti di riferimento: Chioggia ha incassato 2,2 milioni di euro dalle alici (+21,5% sul 2023) e 1,6 milioni di euro dalle sardine (+14,3% sul 2023), mentre gli incrementi di valore fatti registrare da Pila-Porto Tolle sono più contenuti sulle alici (+4,7%, con un incasso di 4,1 milioni di euro) e decisamente più ingenti sulle sardine (+45,9%, con un incasso di 640.000 euro).

Un fattore chiave nel determinare questi risultati è stata la flotta peschereccia veneta, la quale si è riconfermata come la più numerosa dell’Adriatico. Delle 75 volanti autorizzate alla pesca dei piccoli pelagici in questo mare, 22, ovvero il 29%, appartengono infatti al Veneto, che distanzia l’Emilia Romagna e le Marche di 5 unità. 

Tuttavia, nonostante il primato, le imbarcazioni venete risultano in calo: nel 2023 erano 28, nel 2017 addirittura 41. Non una sorpresa, visto che da quell’anno il numero di volanti è diminuito su tutta la costa (nel 2017 erano complessivamente 117), ma sicuramente una situazione da tenere monitorata alla luce dell’aumento delle spese dei tempi più recenti: rispetto al 2017, i costi complessivi che una coppia di volanti in Veneto deve sostenere è cresciuta di circa 20.000 euro, a fronte di 13 giorni in meno di pesca annuali (147 nel 2024, 160 nel 2017).

Fonte: servizio stampa Veneto Agricoltura

Salute e sicurezza sul lavoro nella pesca tradizionale: un progetto per promuovere cultura in un settore strategico dell’economia del Veneto

Tavolo relatori_lightImplementare una cultura condivisa della salute e della sicurezza nel lavoro e puntare su una maggiore formazione, in un’ottica di migliore prevenzione dei rischi: sono le due leve su cui insistere, anche per supportare e far crescere la pesca nelle acque interne e dell’acquacoltura, settore fondamentale in Veneto. E’ quanto emerge dal progetto “Sicurezza a bordo e fattore umano”, promosso da Legacoop Veneto e Inail Veneto, in partnership con Isfid Prisma (ente di consulenza e formazione dell’associazione veneta), i cui risultati sono stati presentati lo scorso 25 giugno nella sede di Legacoop a Marghera (VE).

Tra le azioni previste dal progetto, un’indagine preliminare: è il primo monitoraggio sul tema relativamente al settore della pesca tradizionale, punto di partenza per definire criticità e bisogni ma anche per individuare le aree di intervento possibili all’interno della progettualità e non solo. Nello specifico, si tratta di un ambito della pesca da proteggere e sostenere (non da ultimo per le gravi emergenze, una su tutte il granchio blu), che vede peraltro un’attenzione sempre maggiore delle politiche europee, in primis per la sostenibilità delle sue pratiche e per il potenziale economico e occupazionale in crescita. D’altro canto, è un comparto costituito per la maggior parte da cooperative di liberi professionisti, che rispettano le leggi esistenti in materia di salute e sicurezza ma, allo stesso tempo, affrontano quotidianamente molteplici rischi, per alcuni dei quali le norme esistenti e la cultura della prevenzione da loro posseduta risultano essere insufficienti.

Il 23% dei pescatori non sa nuotare. Dall’indagine svolta emerge come per chi lavora nelle imbarcazioni della pesca tradizionale e/o ne è proprietario salute e sicurezza continuino a non essere considerate tra le priorità. E d’altra parte si tratta di un settore a forte tradizione familiare, in cui il mestiere è tramandato come insieme di prassi e di regole non scritte; al contempo, è formato da lavoratrici e lavoratori di età matura: a confermarlo l’anagrafica degli intervistati composta per l’80% da over 40, il che porta a pensare che se da un lato c’è maggiore esperienza, dall’altro proprio quest’ultima porta nella quotidianità a sottovalutare i rischi. Lo studio – che ha coinvolto 157 intervistati tra presidenti di cooperative associate, proprietari di imbarcazione e imbarcati – rileva, infatti, che una larga parte sia degli armatori che degli imbarcati non considera rischioso il proprio lavoro (solo il 20% degli armatori e il 14% degli imbarcati ha un’assicurazione privata ulteriore rispetto a quella di Inail), nonostante il 30% di questi ultimi dichiari di essere stato coinvolto in un incidente. Ciò si lega al fatto che, trattandosi di un mestiere che si tramanda in famiglia (74% dei casi), spesso si danno per scontati i rischi connessi: basti pensare che appena il 14% degli armatori e il 17% degli imbarcati dichiara di aver ricevuto informazioni sui rischi a bordo e il 23% degli imbarcati non sa nuotare.

Tra i due gruppi esiste una diversa posizione in merito alla formazione: tutti i presidenti hanno riferito di aver organizzato corsi per il personale, ma solo poco più della metà degli armatori e degli imbarcati dichiara di averli frequentati. Risulta inoltre evidente una fragilità sul fronte della dotazione di dispositivi di sicurezza a bordo, a partire dalla cassetta di primo soccorso (il 50% degli armatori e quasi il 20% degli imbarcati ne è sprovvisto) – che comunque non risulta essere un obbligo –, e dalla capacità di utilizzare gli estintori, se pure presenti (circa il 45% sia degli armatori che degli imbarcati non ha svolto corsi di formazione). A questo si aggiunge, infine, che il 22% degli armatori e il 9% degli imbarcati dichiara di non controllare la dotazione periodicamente.

Le dichiarazioni. «Per incentivare la prevenzione chiediamo il supporto delle istituzioni, invitandole a valutare anche l’ipotesi di introdurre un meccanismo di premialità nei bandi di finanziamento rivolti al settore della pesca tradizionale, a favore di coloro che adottino procedure e comportamenti volti a migliorare le condizioni di sicurezza a bordo». Così Antonio Gottardo, responsabile del settore Agroalimentare e Pesca di Legacoop Veneto, che ha spiegato: «Pure in questo modo si contribuirebbe alla costruzione di una cultura condivisa, e il comparto sarebbe senz’altro maggiormente competitivo e attrattivo per i giovani». «Inail Veneto ha accolto favorevolmente la proposta di realizzare un percorso di sensibilizzazione in un settore esposto a numerosi rischi, mettendo al centro il lavoratore esposto e mirando a rafforzarne la consapevolezza – ha dichiarato Alice Bossan, dirigente dell’Ufficio Attività istituzionali di Inail Veneto, evidenziando il valore del progetto –. Informazione e formazione, lungo tutto il percorso di vita lavorativa, devono entrare nel patrimonio culturale di questa lunga tradizione veneta, consentendole di progredire su basi di maggiore sicurezza per tutti i soggetti coinvolti». «La consapevolezza dei rischi e la formazione continua – ha spiegato Daniela Novelli, direttrice di Isfid Prisma – sono fondamentali per garantire la sicurezza degli imprenditori ittici e del personale a bordo. Attraverso questa e future iniziative, ci impegniamo a promuovere una cultura della sicurezza che protegga i lavoratori e valorizzi il settore, chiamato anche su questo fronte a guardare sempre più all’impresa come modello organizzativo e di gestione». Per dare un supporto concreto a imprese e pescatori, in collaborazione con Inail Veneto, Isfid Prisma ha predisposto alcune schede informative che rispondono alla ridotta consapevolezza rilevata: una sorta di “decalogo” che tra le altre cose indica i dispositivi di sicurezza consigliati a bordo e offre una panoramica sui rischi legati alla movimentazione manuali dei carichi, con gli accorgimenti da adottare per evitarli.

Fonte: Servizio stampa Legacoop Veneto

Pesce pescato e pesce allevato, qual è il migliore?

Schermata 2023-10-22 alle 18.27.18Uno dei luoghi comuni più diffusi è che il pesce pescato sia migliore e più genuino di quello allevato. In realtà le cose non sono così nette: entrambe le opzioni presentano dei vantaggi, e ad oggi la quota di pesce allevato ha ormai superato quella del pescato.

Il pesce pescato offre caratteristiche migliori dal punto di vista della composizione nutrizionale e del sapore delle carni; negli ultimi decenni, però, l’elevata pressione di pesca ha danneggiato molti habitat naturali e messo in pericolo la sopravvivenza di numerose specie. I prodotti ittici di allevamento presentano invece vantaggi dal punto di vista sanitario e della sostenibilità ambientale. Un confronto tra i vantaggi del pesce pescato e di quello allevato in questo video della serie «100 secondi» realizzato dal Laboratorio comunicazione dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.

29 settembre , corso di formazione giornalisti Odg Veneto in collaborazione con Argav ad Arzerello di Piove di Sacco (PD), tema “Le attività di pesca nel Veneto fra tradizione, vincoli e nuove minacce”

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Venerdì 29 settembre p.v., dalle 18.30 alle 20.30 si svolgerà nel circolo di campagna Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (PD) il corso di formazione giornalisti organizzato da Odg Veneto in collaborazione con Argav dal titolo “Le attività di pesca nel Veneto fra tradizione, vincoli e nuove minacce”. Il corso dà diritto a 2 crediti, iscrizioni piattaforma Formazione giornalisti entro il 27 settembre.

Il progetto per l’inserimento della pesca tradizionale italiana fra i patrimoni Unesco arriva in un momento particolarmente complesso per il settore, costretto fra vincoli europei e profonde trasformazioni dell’ambiente mediterraneo in conseguenza dei cambiamenti climatici, che stanno favorendo la proliferazione di specie alloctone, penalizzando ulteriormente il patrimonio ittico del nostro Paese. La pesca tradizionale come patrimonio Unesco: il progetto; Come sta cambiando il mercato del pesce; Crisi climatica; quale futuro per il Mar Mediterraneo?; Specie aliene; da problema a risorsa?; Cambia il clima, cambiano i gusti? Il corso si propone di offrire informazioni per capire quanto sta accadendo e quali siano i margini di resilienza per convivere con specie finora sconosciute.

RelatoriGiancarlo Pegoraro, direttore VEGAL – Agenzia di Sviluppo; Igor Coccato, presidente Consorzio Ittico Veneziano; Thomas Galvan, biologo; Alessandro Faccioli, referente veneto Coldiretti Impresa Pesca; moderatore Omar Bison, giornalista, direttivo Argav

Granchio blu, la lotta si sposta in cucina. A settembre in Veneto la prima sagra dedicata alla specie aliena originaria delle coste Atlantiche dell’America che sta prendendo il sopravvento nei fondali delle nostre coste

tavolata coldiretti granchio blu

Dal granchio blu al rosmarino all’insalatina di granchio alla veneziana fino agli spaghettoni all’aglio saltati al granchio: sono alcuni dei piatti preparati dai cuochi pescatori e contadini della Coldiretti, in collaborazione con l’agriturismo Coda di Gatto a Eraclea (VE), per combattere a tavola l’invasione della specie aliena originaria delle coste Atlantiche che sta devastando quelle nazionali con danni per milioni di euro agli allevamenti di cozze e vongole e all’intero ecosistema.

Stanziamenti per contenere danni e proliferazione. “I cambiamenti climatici con il relativo riscaldamento delle acque hanno reso i nostri ambienti più idonei alla sopravvivenza e proliferazione del granchio blu, sottolinea Coldiretti. Il Consiglio dei Ministri con il decreto Omnibus ha deciso lo stanziamento di 2,9 milioni di euro a favore dei consorzi e delle imprese di acquacoltura che provvedono alla cattura ed allo smaltimento. Con decreto del Masaf – verranno individuate le aree geografiche colpite dall’emergenza, i beneficiari, le modalità di presentazione delle domande, i costi ammissibili ed i criteri di riparto”.

Da crisi a opportunità. L’obiettivo dell’iniziativa culinaria è mostrare una possibile soluzione per contenere l’eccessiva diffusione del granchio a beneficio della pesca per il consumo. “In questo modo – continua Coldiretti – sarebbe possibile trasformare quella che oggi è una calamità in un’opportunità, con l’inserimento nei menu a km zero, a partire dalle attività di ittiturismo, pescaturismo e dagli agriturismi sul litorale, nel rispetto delle normative territoriali”. Il granchio blu vanta tra l’altro proprietà nutrizionali importanti, grazie a una presenza forte di vitamina B12, estremamente preziosa per l’organismo umano ma ha anche un sapore delicato e gustoso. I prezzi per chi vuole acquistarlo si aggirano intorno ai dieci euro al chilo.

granchio bluDiffuso in tutte le coste italiane. “Il fenomeno sta assumendo le proporzioni di una vera e propria “calamità naturale” – denuncia Coldiretti -, che mina la sopravvivenza dell’economia ittica di molte regioni. Il granchio blu sta colpendo gli allevamenti di cozze e vongole, ma anche quelli di orate, lungo la costa nord dell’Adriatico, dalla sacca di Goro in provincia di Ferrara alla zona del Polesine, come la Sacca degli Scardovari a Porto Tolle (provincia di Rovigo) fino a Chioggia, nel Veneziano, e al Golfo di Trieste, in Friuli. Ma il crostaceo è ormai una minaccia anche nel Tirreno, a partire dalla Toscana dove sta assediando le coste da Orbetello, nel Grossetano, a Marina di Pisa. La presenza del granchio blu è stata segnalata un po’ lungo tutta la Penisola, dalla Puglia all’Abruzzo, dal Lazio alla Liguria, fino alla Sicilia. Oltre a devastare la biodiversità e l’ecosistema, il granchio blu danneggia anche le attrezzature di pesca, arrivando persino a tagliare le reti con le sue chele. Una minaccia per la sopravvivenza di oltre 3.000 imprese familiari nelle zone più colpite con la scomparsa di vere e proprie eccellenze alimentari”.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Veneto

Pesca e programmazione europea/Flag Veneziano: presentati i risultati raggiunti nel periodo 2014-2020. Cambiamenti climatici e specie aliene tra le criticità da affrontare

Antonio Gottardo_presidente Flag Veneziano_convegno Flag Veneziano 27_07_2023Dall’area protetta di Caorle che punta alla tutela delle biodiversità e a una sostenibilità ambientale, economica e sociale, all’introduzione di sacchetti e reti da pesca biodegradabili anche finalizzati alla commercializzazione dei molluschi bivalvi, fino alla prima certificazione per la pesca sostenibile e la certificazione biologica della vongola chamelea gallina, ottenute con l’introduzione di  nuovi processi di pesca, lavorazione e trasformazione del prodotto. Ancora, lo sviluppo di attività di pescaturismo e ittiturismo nel territorio veneziano e di Cavallino, anche per far riscoprire ai turisti le tradizioni di pesca locali, e la proposta di percorsi formativi per i giovani sugli antichi mestieri in estinzione come il “molecante”, il pescatore di moleche. A tutto questo si affiancano interventi di importanza strategica per il comparto, come l’avvio di nuove produzioni locali (a partire dalle telline) e la valorizzazione di quelle di vongole, cannolicchi, fasolari, seppie…; l’identificazione precisa di aree idonee all’acquacoltura in mare; la costituzione del Consorzio ittico veneziano, con sede nella Casa della Pesca di Cavallino-Treporti, votato a diventare il punto di riferimento per le imprese di tutto il bacino nord della laguna di Venezia; l’apertura a Caorle, Pellestrina, Cavallino e Cortellazzo di veri e propri “centri servizi” per supportare le imprese nei processi di diversificazione delle attività e nello sviluppo di sistemi innovativi per la trasformazione, la tracciabilità e la commercializzazione dei prodotti ittici, anche in risposta a un consumatore sempre più attento ed esigente. Sono alcuni dei 33 progetti del Piano di azione locale “Promuovere lo sviluppo dell’economia marittima e lagunare della costa veneziana” predisposto e messo in atto dal Flag Veneziano, realizzati grazie ai contributi finanziari del Feamp, il Fondo europeo per gli Affari marittimi e per la Pesca 2014/2020 che ha garantito risorse per 3 milioni e 380mila euro rispetto a un budget complessivo di investimenti pari a 3 milioni e 720mila euro.  Progettualità  di cui si è fatto un bilancio a Caorle lo scorso 27 luglio in occasione del convegno “Flag Veneziano: risultati del Piano di azione Feamp 2014/20 e prospettive Feampa 2021/27”, e che hanno generato vere e proprie eccellenze e modelli innovativi di gestione della pesca e delle risorse del mare e portato il Flag Veneziano ad essere uno dei più virtuosi flag italiani per capacità di spesa (il 100% dei finanziamenti europei ricevuti è stato speso), con una ricaduta diretta delle risorse sulle imprese e sul territorio.

Gruppo di azione costiera, il Flag Veneziano riunisce 13 soggetti pubblici e privati (istituzioni, organizzazioni di produttori, associazioni di categoria, privato sociale) del Compartimento marittimo di Venezia, comprensivo del tratto di costa di Venezia, Cavallino-Treporti, Jesolo, Eraclea, Caorle e San Michele al Tagliamento, e ha attuato nelle zone costiere “strategie di sviluppo locale di tipo partecipativo” sostenute appunto dall’Unione Europea attraverso il Feamp. Si tratta di interventi fondamentali per un rilancio del comparto da lungo tempo in piena difficoltà, accentuata negli ultimi anni dalle continue crisi economiche globali e dagli eventi meteo estremi.

Sono oggi 267 le imbarcazioni autorizzate alla pesca marittima nel Compartimento Marittimo di Venezia (CMVE), ossia l’area di interesse del Flag Veneziano, di quasi 9.500 tonnellate la produzione locale totale, per un valore economico complessivo generato pari a circa 41 milioni di euro (2022, Osservatorio socioeconomico della Pesca e dell’acquacoltura di Veneto Agricoltura, Fleet Register UE, Agriteco). Dati che, se confrontati con il 2014, anno di inizio programmazione Feamp, ci confermano un trend generale in calo per la pesca locale, cominciato già negli anni precedenti: –18% del valore economico delle risorse ittiche, –10,1% della flotta peschereccia e –20.8% della produzione complessiva in tonnellate. Macronumeri che ci restituiscono una fotografia di perdurante criticità, sui quali certo ancora non può trovare visibilità l’effetto delle progettualità del concluso Piano di azione, i cui risultati sono però misurabili con evidenza sui specifici territori di riferimento. Perché si tratta di progettualità (e di risorse connesse), con un impatto positivo diretto sulla comunità peschereccia locale, ossia sulle imprese e le organizzazioni di gestione della pesca, rese più capaci di resistere oggi alle incertezze e alla concorrenza europea ma anche aiutate a costruire una nuova consapevolezza di sistema e una cultura di cooperazione..«Sarà un’estate di intenso lavoro “partecipativo” – ha detto Antonio Gottardo, presidente del Flag Veneziano, concludendo l’evento – fatta di incontri e confronto con gli attori locali.

Fonte: Servizio stampa Flag Veneziano

Estate 2023, tra alghe, granchi blu e caldo torrido, anche le lagune sono in sofferenza

L'invasione delle alghe nelle lagune polesane

Alghe, granchio blu, temperature eccessive e scarsa circolazione dell’acqua: le lagune polesane sono in sofferenza. Lo afferma Alessandro Faccioli, responsabile Coldiretti Impresapesca dettagliando il quadro della situazione dopo aver relazionato ampiamente al convegno organizzato dal Cur di Rovigo all’interno del corso di laurea in “Water and geological risk engineering”. Negli anni scorsi, particolarmente nel 2022, una combinazione di fenomeni ha causato una prepotente moria di vongole. Questi molluschi sono minacciati dal clima ormai tropicalizzato al quale si aggiunge un nuovo problema che non è più da sottovalutare: la presenza della specie invasiva del granchio blu.

Fenomeno “acqua bianca”. “Non è la prima estate in cui gli ambienti lagunari si trovano in questa situazione – prosegue Faccioli -. Il quadro è peggiorato con l’arrivo della specie invasiva del Callinectes sapidus, un killer dei nostri molluschi che si sta appropriando delle nostre lagune, un danno non solo economico, che per il settore è decisamente grave, ma anche ambientale perché si sta mettendo a repentaglio la biodiversità. Nel frattempo, in questi giorni, è in atto la proliferazione di alghe di tipo ulva rigida e gracilaria e altre, in grandi quantità. Il fenomeno è dovuto allo scarso ricircolo idrico, ormai compromesso da tempo, un problema acuito dall’arrivo delle alte temperature. Le alghe, già visibili, stazionando in superficie, subiscono il fenomeno della decomposizione che, inevitabilmente, assorbe ossigeno dall’ambiente lagunare mettendo in difficoltà pesci e molluschi che vivono in quell’habitat. Questa decomposizione provoca un fenomeno comunemente chiamato “dell’acqua bianca”. Dal punto di vista visivo, le alghe stanno già invadendo la laguna; la proliferazione di queste e la loro decomposizione mettono a repentaglio l’ossigenazione dell’ambiente lagunare che necessita da tempo di interventi strutturali. La mancata ossigenazione della laguna porta alla moria delle altre specie che la vivono”.

Si confida nel Pnrr. “La situazione aggiornata degli ambienti di pesca è stata trasmessa anche al ministero competente tramite Coldiretti – prosegue Faccioli -. Sono indispensabili le soluzioni operative già chieste a più riprese dai pescatori alle istituzioni competenti: si tratta dei lavori di vivificazione. Sappiamo che sono molto costosi e le risorse sono difficili da reperire; per questo confidiamo nel Pnrr. Gli interventi sarebbero una soluzione a una questione economica e sociale dell’attività economica di pesca, ma affronterebbero allo stesso tempo un problema ambientale; le lagune sono ambienti fragili – conclude Faccioli -, sono ecosistemi basati su equilibri che oggi sono minacciati da più fronti, possiamo affermare con certezza che sono tutti fenomeni avversi legati ai cambiamenti climatici, ma anche la mancata operatività dell’uomo nella gestione delle lagune e delle bocche a mare ha sicuramente contribuito al peggioramento dell’ambiente”.

La lotta degli Stati membri alla pesca illegale va intensificata

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L’UE è uno dei principali attori globali nel settore della pesca, sia in termini di flotta peschereccia (con circa 79 000 navi), sia in qualità di maggiore importatore al mondo di prodotti ittici (il 34 % del commercio totale a livello mondiale). In linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile, l’UE si è impegnata a porre fine alla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata entro il 2020, ma non vi è riuscita. In ogni caso, non basta assicurare la legalità di un prodotto per garantire che quest’ultimo provenga da fonti sostenibili.

Sanzioni applicate in modo diverse in ogni Stato UE. “L’UE dispone di regimi di controllo per contrastare lo spaccio di prodotti ittici pescati illegalmente ai consumatori”, ha affermato Eva Lindström, responsabile dell’audit per la Corte dei conti europea. “Nonostante tali misure, però, questi prodotti continuano a finire nel piatto dei cittadini dell’UE. Ciò è fra l’altro dovuto al fatto che le verifiche e le sanzioni sono applicate in modo diverso a seconda dello Stato membro”.

Nel 2008 l’UE ha istituito un sistema di certificazione delle catture al fine di garantire la legalità dei prodotti della pesca importati. Secondo la Corte, tale sistema ha migliorato la tracciabilità e ha rafforzato i controlli sulle importazioni, ma i controlli eseguiti dagli Stati membri non sono uniformi. Il sistema di certificazione delle catture dell’UE è basato su documentazione cartacea, con il maggior rischio di frode che ne consegue, mentre sarebbe più efficace – sostiene la Corte – un’unica banca dati elettronica a livello di Unione. In realtà, la Commissione europea ha sviluppato un sistema informatico a livello di UE per svelare più facilmente le frodi e automatizzare i controlli, ma nessuno Stato membro lo utilizza. La Commissione ha proposto di renderne obbligatorio l’uso.

Cartellini “gialli” o “rossi”. La Commissione e il Consiglio, qualora reputino carenti i regimi di controllo in atto in paesi non appartenenti all’UE che esportano prodotti ittici nell’Unione, possono intervenire emettendo cartellini “gialli” o “rossi”. Quando viene attribuito un cartellino rosso a uno di questi paesi, gli Stati membri dell’UE sono tenuti a respingere tutte le importazioni di prodotti della pesca provenienti dai suoi pescherecci. La Corte ha riscontrato che il sistema dei cartellini si è rivelato utile, innescando riforme nella maggior parte dei paesi a cui è stato applicato.

Agli Stati membri spetta verificare l’attività di pesca condotta dalla flotta battente la loro bandiera e nelle loro acque. La Corte ha constatato che le verifiche nazionali hanno spesso rilevato casi di pesca illegale. Ciò nonostante, in alcuni Stati membri persistono, a causa di scarsi controlli, volumi di pesca eccessivi e una comunicazione incompleta delle catture. La dichiarazione errata delle catture costituisce l’infrazione più comune commessa dalla flotta dell’UE, a cui fa seguito la pesca in zone di divieto o senza contingenti assegnati e l’utilizzo di attrezzi illegali. È ampiamente dimostrato, stando alla Corte, che è problematico imporre il rispetto dell’obbligo di sbarco e che i rigetti illegali in mare continuano. La Corte ha inoltre constatato che i progetti finanziati dall’UE sottoposti all’audit avevano concorso a rafforzare il regime di controllo della pesca.

Quanto al sistema sanzionatorio, la Corte ha rilevato che la grande maggioranza delle infrazioni gravi individuate ha determinato l’avvio di un’indagine o di un procedimento penale, con la conseguente irrogazione tempestiva di sanzioni. Dall’audit è emerso però che non vi sono condizioni di parità nel territorio dell’UE. Ad esempio, la Corte ha osservato che l’ammenda media inflitta per un’infrazione analoga variava da circa 200 euro (Cipro, Lituana ed Estonia) a oltre 7 000 euro (Spagna). In alcuni Stati membri, le sanzioni non costituivano un adeguato deterrente contro la pesca illegale, in quanto non erano commisurate ai vantaggi economici ricavati dalle infrazioni. La Corte raccomanda alla Commissione di perseguire l’applicazione uniforme ed efficace di un sistema sanzionatorio dissuasivo. Andrebbe inoltre armonizzata l’applicazione del sistema di punti di penalità nei vari Stati membri.

Fonte: Corte dei conti europea