• Informativa per i lettori

    Nel rispetto del provvedimento emanato, in data 8 maggio 2014, dal garante per la protezione dei dati personali, si avvisano i lettori che questo sito si serve dei cookie per fornire servizi e per effettuare analisi statistiche completamente anonime. Pertanto proseguendo con la navigazione si presta il consenso all' uso dei cookie. Per un maggiore approfondimento leggere la sezione Cookie Policy nel menu
  • Post più letti

  • Archivio articoli

Consumo del suolo, Catania: invertire la rotta, cambiando il modello di sviluppo del Paese

“Ogni giorno 100 ettari di terreno vanno persi, negli ultimi 40 anni parliamo di una superficie di circa 5 milioni. Siamo passati da un totale di aree coltivate di 18 milioni di ettari a meno di 13. Sono dati che devono farci riflettere sul fatto che il problema del consumo del suolo nel nostro Paese deve essere una priorità da affrontare e contrastare”. A dirlo è stato ieri il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Mario Catania, nel corso dell’evento “Costruire il futuro: difendere l’agricoltura dalla cementificazione“, organizzato dal Mipaaf presso la Biblioteca della Camera dei Deputati a Palazzo San Macuto. Al convegno, nel corso del quale il Ministro Catania ha presentato un disegno di legge sul tema, hanno partecipato come relatori Sergio Rizzo, giornalista del Corriere della Sera, e Carlo Petrini, fondatore di “Slow Food”.

Cementificazione, un disastro concentrato sulle pianure del nord. “La cementificazione è un fenomeno che ha un impatto fortissimo sulle aree agricole del nostro Paese – ha detto il ministro Catania – ma diventa ancora di più preoccupante quando lo vediamo concentrato in quelle zone altamente produttive, ad esempio sulle pianure. È qualcosa di devastante sia per l’ambiente sia per l’impresa agricola, con effetti negativi sul volume della produzione. La sottrazione di superfici alle coltivazioni abbatte la produzione agricola, ha un effetto nefasto sul paesaggio e, di conseguenza, sul turismo”. “Tutto ciò – ha aggiunto il ministro – avviene in un Paese come il nostro dove il livello di approvvigionamento è molto basso, dato che almeno il 20 per cento dei consumi nazionali è coperto dalle importazioni. Qual è il nostro compito? Dobbiamo aggredire le cause di questo processo, serve una nuova visione economica, un diverso modello di sviluppo. Bisogna anche contrastare l’aggressività di alcuni poteri forti, l’assenza di regole, dobbiamo modificare una certa cecità della politica, introducendo un cambiamento normativo nel meccanismo di spesa degli oneri di urbanizzazione che vanno nelle casse dei Comuni. Purtroppo, su questo aspetto, ancora manca una visione complessiva da parte di molti. Questa battaglia – ha spiegato Catania – è invece talmente importante che non la si vince con la singola iniziativa isolata, ma lavorando insieme, attraverso suggerimenti e il dialogo”.

Carlo Petrini

E’ tempo di ridare all’agricoltore il ruolo importante che gli spetta. Petrini, nel corso del suo intervento, ha sottolineato: “L’Italia  è sotto lo schiaffo di una situazione speculativa di proporzioni inimmaginabili, c’è bisogno che tutti avvertano la necessità di cambiare l’attuale paradigma produttivo. Noi paghiamo poco gli agricoltori, ma quando perderemo i veri presidi da loro costituiti, e ce ne renderemo conto, sarà troppo tardi. Nel nostro Paese non c’è la responsabilità di sapere cosa fa un agricoltore, mentre tutti dovrebbero sapere che non coltiva solo i frutti della terra, ma preserva l’ecosistema, la tutela del paesaggio, la memoria storica. L’agricoltura va al di là della semplice produzione di cibo”.

Sergio Rizzo

Sterminio dei campi. Rizzo ha aggiunto: “I Padri costituenti avevano già capito tutto, tanto è vero che in uno degli articoli fondamentali della Carta avevano introdotto la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Il nostro Paese non ha riserve di gas, non ha giacimenti di petrolio, non ha miniere di diamanti, ma ha un paesaggio unico. E invece che far leva su questo spesso si pensa a cementificare il territorio. Ci sono – ha spiegato Rizzo – aree dell’Italia dove a una bassa crescita demografica si associa un alto tasso di cementificazione. C’è qualcuno che ha detto che ‘dai campi di sterminio siamo passati allo sterminio dei campi’. Dobbiamo rendercene conto e capire che si può ripartire dalla terra. Un governo che abbia un senso di quello che, da questo punto di vista, può dare il Paese deve proporre un piano straordinario di rivalutazione ambientale“.

Manzato, Regione Veneto: “Da cambiare la mentalità che vuole l’agricoltura un’attività residuale”. “Auspico che il Disegno di Legge del Ministro Mario Catania diventi al più presto legge”. Così l’assessore all’Agricoltura del Veneto Franco Manzato ha commentato la notizia della presentazione da parte del Ministro del cosiddetto DDL blocca cemento. “Il Veneto ha sacrificato negli ultimi decenni ampie grandi superfici agricole e rurali – ha osservato Manzato – talora per esigenze ben giustificate, molte altre volte, troppe, per effetto di una urbanistica impazzita o di esigenze di cassa cui si è risposto relegando l’economia agricola ad un bene al limite del superfluo. Come Regione – ha concluso Manzato – in tempi recenti ci siamo dati da fare per non aggravare ulteriormente una situazione divenuta grave, per mitigare gli impatti negativi, per valorizzare il territorio. Ma l’azione regionale da sola non basta per se non vengono cambiate le convenienze a cambiare la destinazione d’uso dei suoli agricoli, nonostante il loro costo spropositati per gli imprenditori del settore, e la mentalità ancora imperante per la quale l’agricoltura viene considerata un’attività residuale”.

Massimo Gargano

Gargano, Anbi, “Cementificazione, principale causa del dissesto idrogeologico”. Massimo Gargano, Presidente dell’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni, da tempo denuncia come proprio la continua urbanizzazione e l’abbandono dei terreni agricoli siano le principali cause del dissesto idrogeologico del Paese. “L’inopinato consumo di suolo, spesso frutto solo di scelte speculative se non addirittura conseguenza di abusivismo edilizio – prosegue Gargano – sta pregiudicando il futuro ambientale dell’Italia, andando a ledere anche una delle principali leve per il nostro rilancio economico.”

(Fonte: Ministero Politiche agricole e ambientali/Regione Veneto/ANBI)

Premio regionale per lo sviluppo del Veneto, 2 tra 7 aziende premiate appartengono a Confartigianato

Giuseppe Sbalchiero

Il socio ARGAV Andrea Saviane ci informa di un importante riconoscimento dato a due aziende socie di Confartigianato Veneto. “Ogni giorno rappresentiamo con forza e determinazione oltre 60mila aziende artigiane venete. Che noi sappiamo essere tutte straordinarie. Ecco perché ci riempie d’orgoglio il riconoscimento dato oggi da Unioncamere del Veneto a due nostri soci.” Con queste parole Giuseppe Sbalchiero, presidente regionale veneto di Confartigianato saluta la consegna dell’annuale Premio regionale per lo sviluppo del Veneto a Silicon Surface Technology s.r.l. di Rovigo ed al Centro Produzione Infissi di Pagliarini Silvio & C. s.n.c. che opera a lllasi (Verona).

Eroi di oggi. “A mio avviso non è un caso –prosegue Sbalchiero- che su sette premiati due siano imprese artigiane del manifatturiero, di seconda generazione, a loro modo molto avanzate, innovative e soprattutto che, grazie alle loro qualità, stanno combattendo con successo la guerra alla crisi. Sono convinto infatti, che Silvio Pagliarini e Emanuele Zambello, titolari di queste due esperienze, siano la punta di diamante di un esercito di persone straordinarie che, ogni giorno, si comportano da eroi aprendo le saracinesche delle loro attività nonostante tutto e tutti”.

L’azienda veronese premiata. Il Centro Produzione Infissi nasce come ditta artigiana individuale nel 1945 grazie a Luigi Pagliarini, fondatore di una piccola bottega di carpenteria. Nel 1977 la falegnameria si trasforma in società e si specializza subito in forniture di serramenti, oscuri, porte interne e cassonetti. Nel 1990 l’attività, tramandata di padre in figlio, viene rilevata da Silvio Pagliarini che ne mantiene la ragione sociale e investe nelle nuove tecnologie. L’azienda, che si estende su un’area di 8.300 metri quadrati di cui 3.600 coperti, è oggi composta da 15 addetti, espressione di maestranze altamente qualificate con almeno vent’anni di esperienza. La produzione è infatti suddivisa in base alle competenze di ogni singolo dipendente al fine di raggiungere un prodotto finito che, oltre a soddisfare le esigenze e le idee dei clienti e dei loro architetti, sia superiore ai requisiti richiesti dalle vigenti norme energetiche e acustiche. L’azienda, che nonostante la crisi nel 2011 ha raggiunto un fatturato di un milione e 350mila euro, opera sul territorio nazionale e ha maturato esperienza a livello internazionale con esportazioni in Germania e Croazia.

L’azienda rodigina premiata. Il marchio Silicon nasce nel 1984 dall’idea di Renzo Zambello di progredire tecnologicamente nel settore dei rivestimenti termoplastici e siliconici applicati al settore alimentare. Negli anni al fondatore si affiancano i figli Emanuele e Roberto e, nel 2009, Emanuele sviluppa l’azienda paterna costituendo la Silicon Surface Technology Srl, di cui il fratello è responsabile di produzione. L’azienda, nata per rivitalizzare lo storico marchio, col passare degli anni si occupa in particolare dei processi di ricerca e produzione dei rivestimenti su metalli e superfici tecnologiche innovative (Rivestimenti Termoplastici Fluorurati). Il primo settore d’applicazione è quello alimentare, dove il silicone viene impiegato come rivestimento antiaderente negli stampi per la cottura di pane e dolci, ma col tempo la produzione si amplia anche ai settori chimico, meccanico, farmaceutico e aerospaziale per trattamenti anticorrosivi ed antiusura. Silicon Surface, che produce nella propria struttura di Rovigo su una superficie di 4.000 metri quadrati, collabora con diverse Università per migliorare e progettare rivestimenti con caratteristiche di elevata durata a stress di tipo chimico, termico e meccanico per i settori in cui è obbligatoria la certificazione per contatto con alimenti. L’azienda, che ha registrato un fatturato superiore ai 520 mila euro e dà lavoro a 12 dipendenti, ha inoltre avviato il percorso per la certificazione di qualità Iso.

(Fonte: Confartigianato Veneto)

In Veneto, la pecora alpagota torna ad essere allevata con profitto, economico e culturale

Alpago (BL), allevamento pecora alpagota(di Emanuele Cenghiaro, socio ARGAV) È considerata una razza in via di estinzione, la pecora alpagota, ma in pochi anni potrebbe non esserlo più. Grazie a essa e alla pervicacia di alcuni allevatori, il Veneto sta recuperando non solo una fonte di produzione economica ma anche una millenaria tradizione.

Una razza autoctona. Risale infatti almeno al decimo secolo la presenza di questo importante animale nelle vallate dell’Alpago, digradanti verso il lago di Santa Croce, in provincia di Belluno, e confinanti con il più noto Cansiglio. Come quest’ultimo, anche l’Alpago fu oggetto di speciale protezione nei secoli, in particolare da parte della Repubblica Serenissima, comportando un isolamento di uomini e animali tale che oggi si può parlare con certezza di razza autoctona. “L’allevamento della pecora alpagota fu per secoli uno dei principali motivi di sostentamento nell’economia di queste valli, anche per la grande resistenza di questo animale sia alle malattie che al freddo invernale e alla siccità estiva”, spiega Alessandro Fullin, agronomo nonché allevatore di circa 300 capi. La scomparsa della pastorizia nel secondo Novecento aveva però confinato i pochi animali rimasti alla cura di qualche famiglia, che li allevava per consumo personale e, forse, anche per tradizione”.

Giornalisti ARGAV in visita agli allevamenti di pecora alpagota

Recuperati anche i territori. Valorizzata da qualche anno come presidio Slow Food, la pecora alpagota è oggi tornata al centro di una filiera piccola ma di grande interesse, che punta nella quasi totalità sulla carne degli agnelli da latte. “Il ritorno della pastorizia – continua Fullin – sta portando anche al recupero di territori che di per se sono molto fragili. Abbandonati da decenni, sono stati lasciati all’invasione del bosco, che ha rovinato secolari opere dell’uomo per la canalizzazione delle acque appesantendo i terreni e causando nuovi smottamenti”.

Allevamento regolamentato da un disciplinare. A riunire i principali produttori della pecora alpagota, una quindicina, è la cooperativa Fardjma, grazie alla quale oggi si contano circa 2500 capi con la prospettiva di giungere, entro pochi anni, alla soglia dei tremila. Rigido è il disciplinare sottoscritto dai soci di Fardjma – tra i quali non stupisce di ritrovare alcuni giovani entusiasti – a partire dall’alimentazione naturale garantita dall’allevamento allo stato brado nei pascoli, tranne nei mesi invernali, quando al fieno prodotto in loco viene aggiunto poco sfarinato di cereali. Ben definite sono le caratteristiche della pecora d’Alpago: pelo bianchissimo, maculato solo sul muso, e dimensioni medio-piccole, tra i 45 e i 55 chilogrammi (una ventina di più per i montoni). Qualità che finora l’hanno resa poco appetibile per lo sfruttamento economico fuori dal territorio d’origine ma hanno contribuito a preservarla. Il basso rapporto grasso-magro e il sapore delicato, mai “selvatico”, delle carni tenerissime sono stati invece una piacevole scoperta per i buongustai: circa il 90 % degli agnelli da latte viene perciò destinato all’alimentazione, con macellazione tra i due e i tre mesi di vita.

salume di maiale e pecora alpagota

Carne, formaggio e lana. Il mercato tocca vette di richieste nel periodo pasquale, ma ormai l’agnello d’Alpago – anche grazie a Slow Food – trova posto con continuità nei menù di ristoranti sia bellunesi che della pianura veneta e lo si può trovare persino al parigino Mori. Viene abbinato a piatti poveri della tradizione locale, come le zuppe e la polenta, ma unito alla carne di maiale dà vita anche a salumi. Quanto ai vini, da tempo è proposto in abbinata ai Doc Raboso del Piave. Non solo carni, tuttavia: “Il latte prodotto da questi animali non è molto, ma sta comunque iniziando a dare vita a una piccola produzione di formaggi di alta qualità, anche mischiato al latte vaccino”, spiega Paolo Casagrande, presidente della sezione veneta dell’Anpa, Associazione nazionale produttori agricoli, anima della cooperativa e a sua volta allevatore. “Anche la lana recuperata dalla tosatura primaverile – continua Casagrande – pur se non può competere con filati più pregiati, ha trovato impiego nella produzione di accessori di abbigliamento come cappelli e pantofole, ma anche coperte”.

Patate in Trentino, + 7% rispetto al 2010, la Cicero è la più coltivata

Tempo di bilanci per la coltivazione della patata in Trentino: 7.500 le tonnellate prodotte quest’anno, il sette per cento in più rispetto al 2010, la qualità e la conservabilità risultano buone, mentre la pezzatura è mediamente superiore all’annata precedente. La varietà più coltivata rimane la Cicero che si caratterizza per la sua forma molto regolare a pasta paglierina; a seguire la Kennebec e la new entry entrata in produzione tre anni fa: la Daifla.

L’incremento della produzione è dovuto all’aumento delle superfici ma anche alla maggior pezzatura media dei tuberi, che ha attestato le rese medie ad ettaro sui 300 quintali. Solo nelle zone di alta quota la coltura ha avuto scarsa produzione, questo causa le violente grandinate di fine luglio inizio agosto che hanno distrutto completamente la parte aerea della pianta debilitando completamente l’attività vegetativa. “Questa coltura –spiega Gabriele Chistè, tecnico del Centro Trasferimento Tecnologico– pur non essendo importante nel sistema economico provinciale, rappresenta per alcune zone a vocazione tradizionale un’importante fonte di reddito aziendale. Attraverso l’organizzazione in consorzi e cooperative la produzione di patate di montagna del trentino viene valorizzata e promossa, riscuotendo da parte degli utilizzatori l’apprezzamento di prodotto di nicchia legato a un particolare territorio”.

(fonte: IASMA)

Ortofrutta, “OP” venete, cala il fatturato, aumenta il patrimonio

Il Veneto deve ancora crescere nell’ortofrutta; è la sintesi di un recente benchmarking effettuato con Emilia-Romagna e Campania focalizzato sull’analisi dei bilanci delle Organizzazioni di Produttori (Op) dell’ultimo quadriennio. Il dato emerge da uno studio realizzato dagli esperti di Veneto Agricoltura sulle OP venete autorizzate per la categoria ortofrutticoli (escluse quindi quelle dei comparti agrumi, ortaggi, funghi, frutta secca e prodotti destinati alla trasformazione).

Gli esercizi compresi tra il 2005 e il 2009 (ultimo disponibile) e gli indici ricavati dai dati di bilancio sono stati messi a confronto con le realtà della Campania e dell’Emilia Romagna, regioni che presentano analogie con il Veneto per dimensioni e tipo di produzioni ortofrutticole.  Nonostante il calo del fatturato nel biennio 2008-09 (200 milioni nel 2009, -8% in due anni), il settore veneto ha puntato ad un rafforzamento della solidità patrimoniale e delle strutture, investendo in immobilizzazioni (26 milioni, +82% dal 2007 al 2009) e incrementando la capitalizzazione.

Guardando ai due competitors, se il comparto ortofrutticolo campano, pur presentando molte analogie con quello veneto, appare più strutturato e orientato al cambiamento, resta notevole il divario scontato dal Veneto con le OP ortofrutticole dell’Emilia Romagna che mostrano, per la maggior parte dei casi, una consolidata e superiore capacità organizzativa.

(fonte Veneto Agricoltura)

1-2 ottobre 2011, ad Arquà Polesine (RO), c’è Caseus Veneti

Sarà ospitata nel Castello di Arquà Polesine, in provincia di Rovigo, sabato 1 e domenica 2 ottobre, la settima edizione di Caseus Veneti, l’ormai tradizionale vetrina itinerante dei formaggi d’eccellenza che fanno buono il Veneto e soddisfatti suoi ospiti. La rassegna – concorso, che nel Castello polesano rinnova la tradizione di coniugare cultura e sapori del territorio, ha lo scopo di valorizzazione le produzioni lattiero-casearie regionali, assieme agli uomini e ai luoghi dove questi capolavori del sapore vengono prodotti.

Allestita anche una “forma di solidarietà”. Ma è anche un’occasione di solidarietà (come di consueto sarà allestita “Forme di solidarieta”, punto vendita dei formaggi in concorso, la cui testimonial sarà  Eleonora Daniele. Il ricavato servirà a finanziare associazioni di aiuto ai meno fortunati) e soprattutto un modo per ricordare che questo patrimonio del gusto è messo a repentaglio da una mondializzazione invasiva dai sapori omogenei senza patria e senza anima, che non sa e non vuole esaltare i sapori “diversi” e tipici, ma soprattutto veri e spesso unici, che sono il frutto del lavoro agricolo e della qualità dei territori.

Quest’anno saranno in gara 320 formaggi suddivisi in 34 categorie: a testimonianza che sono gli stessi produttori a credere nella manifestazione. Al concorso sono coinvolti caseifici privati o cooperative, piccole aziende di trasformazione o malghe, stagionatori o affinatori che operano nella ricerca costante della qualità e nel rispetto delle tradizioni e delle ricette casearie regionali.

Un settore da difendere. “Caseus Veneti – ha fatto presente Marino Finozzi, assessore regionale alla promozione e commercio estero – ha richiamato ogni anno oltre 15.000 visitatori e l’attenzione dei grandi media nazionali e locali. È dunque un’opportunità sostanziale”. “Anche perché – gli ha fatto eco Franco Manzato, assessore regionale all’agricoltura – abbiamo il dovere di salvaguardare un sistema produttivo che ha caratteristiche uniche, capace di produrre oltre 70 tipi di formaggi e di affermarsi di continuo sui mercati. Nello stesso tempo, mentre non siamo esportatori di preziosa materia prima di qualità, siamo importatori di derivati del latte che spesso si trasformano in caci di dubbio gusto e di sconosciuta provenienza. Siamo di fronte ad un comparto che conta 4.200 allevamenti  per un totale di 200 mila vacche da latte e 11 milioni di quintali prodotti, per oltre il 75 per cento trasformato in magnifici prodotti DOP. E oggi, in nome di una concezione che non liberà i consumatori dall’ignoranza e impoverisce i produttori, c’è chi vorrebbe consentire anche in Italia di prodotti ottenuti non con il nostro latte ma con derivati del medesimo importati dall’estero”. “Una evenienza – ha concluso Manzato – che vogliamo e dobbiamo impedire: non solo per le gravi conseguenze economiche e occupazionali, ma anche per salvaguardare la nostra cultura dell’eccellenza e la meritata fama mondiale delle nostre produzioni”.

(fonte Regione Veneto)

La Provincia di Trento cerca “fornitori verdi”

La Provincia autonoma di Trento invita i fornitori di prodotti e servizi a ridotto impatto ambientale. Dovranno essere iscritti o intenzionati a iscriversi al portale provinciale di e-procurement (‘acquisto elettronico’) e l’amministrazione fa sapere che l’elemento ‘prodotti verdi’ verra’ tenuto in considerazione nelle procedure di acquisto telematiche dell’ente, per perseguire anche cosi’ gli obiettivi di una politica e di un sistema di Acquisto pubblico verde (Green Public Procurement, in sigla Gpp), in conformita’ alle sue politiche di sostenibilita’ e di tutela ambientale.

(fonte Ansa)

Difficoltà per il vivaismo frutticolo e viticolo veneto

Siamo in piena vendemmia, non solo viticola ma anche frutticola (mele, pere). L’annata è buona, però negli ultimi cinque anni il vivaismo frutticolo e viticolo ha visto diminuire il numero di aziende attive e le quantità prodotte. E’ quanto evidenziato dagli esperti di Veneto Agricoltura in un recentissimo Report.

I dati. Analizzando i dati forniti dal Servizio Fitosanitario Regionale, le aziende autorizzate in Veneto (in base alla L.R. 19/99 e attive nel 2010) sono 317 (-6% circa rispetto al 2005). Più in dettaglio, quelle operanti nel vivaismo frutticolo sono 266 (-2,5% rispetto al 2005), mentre nel vivaismo viticolo sono 51 (-21,5% rispetto a cinque anni fa). I dati confermano la leadership della provincia di Padova, dove si concentra circa il 38% delle aziende e di Verona, dove, in virtù anche della sua elevata vocazione produttiva frutticola, si localizza circa il 21% delle aziende; seguono Treviso e Venezia.  Cittadina simbolo è Saonara, ove opera la metà delle aziende con vivaismo frutticolo della provincia di Padova, 55 unità, il 21% del totale regionale.

In generale si registra un elevato livello di specializzazione e molto alta è anche la percentuale di quelle che hanno ottenuto la certificazione CAC (Conformità Agricola Comunitaria), condizione necessaria per la commercializzazione in ambito comunitario (31% rispetto al 12% della media del settore a livello regionale). La produzione però è in calo di oltre il 30% rispetto al 2005, in particolare quella del vivaismo viticolo si è più che dimezzata. Le superfici di coltivazione investite per queste due tipologie di vivaismo sono invece in sensibile aumento (in particolare quelle destinate a vivaismo frutticolo): nel 2010 hanno raggiunto gli 820 ettari (+60% circa rispetto al 2005), il 26% di tutto il florovivaismo regionale.

Evoluzione del settore, da materiale vivaistico a piante finite. Per entrambi i comparti, il prodotto è in prevalenza materiale vivaistico (generalmente ceduto ad altri operatori professionalmente impegnati nel settore); ma, mentre la quota del vivaismo viticolo si allinea a quella del settore florovivaistico considerato nel complesso (rispettivamente 76% e 79%), nel frutticolo raggiunge “appena” il 51%; mentre il prodotto considerato “pianta finita”, generalmente venduto all’utilizzatore finale, rappresenta il 37% della produzione realizzata. È questo un aspetto molto interessante, da leggere in positivo. L’evoluzione nella tipologia del prodotto finale realizzato, che sempre più sta passando da materiale vivaistico a piante finite, può essere infatti letta come il tentativo, da parte dei produttori, di posizionarsi su una fascia di prodotto e di clientela che permette di conseguire una maggiore redditività dall’attività vivaistica.

(fonte Veneto Agricoltura)

Milleproroghe, Confagricoltura: “Sulle quote latte prove generali per un condono tombale a favore di chi ha deciso di non pagare”

“Sembrano le prove generali per un condono tombale e gratuito. Una sceneggiata che si potrebbe definire grottesca se non fosse uno schiaffo a tutti gli italiani onesti” questo il commento di Confagricoltura sull’approvazione in Senato dell’emendamento al “Milleproroghe” che ammette un’altra proroga, dopo quella decisa in Finanziaria, al pagamento della rata delle multe per lo sforamento sulle quote latte.

Rinvio perpetuo? “Dalle garanzie entusiastiche di risoluzione totale del problema e di assoluto rigore verso chi non avesse rispettato il sistema di rateizzazione varato dall’allora ministro delle Politiche Agricole, Luca Zaia – prosegue Confagricoltura – , si è passati ad una realtà di rinvio perpetuo, che irride ogni regola e si traduce in una amara beffa per gli allevatori che a prezzo di sacrifici pesantissimi hanno onorato ogni impegno” . Ma non è tutto: “Gli italiani devono aver ben chiaro che l’ammontare delle multe è già stato anticipato alla casse europee con i soldi delle loro tasse – sottolinea l’organizzazione agricola – e oggi questi soldi vanno a beneficio di pochi strafottenti privilegiati ai quali viene permesso di rimandare il pagamento di volta in volta, mentre non ci sono fondi per null’altro, dall’agricoltura alla ricerca, dalla Sanità alle forze dell’Ordine”.

Confidiamo nell’azione del ministro Giancarlo Galan, che sulla questione ha fatto sentire più volte forte e chiaro il suo sdegno, per un intervento decisivo all’atto del maxiemendamento sul “Milleproroghe” che il governo presenterà questa settimana. “Inoltre ci sono altre due considerazioni da fare, entrambi gravissime, sull’emendamento”, avverte Confagricoltura: “Innanzitutto gli importi a copertura del provvedimento appaiono spropositati alle esigenze e suggeriscono l’ipotesi che ci sia la volontà politica di rendere tombali le multe per gli splafonamenti. Poi c’è da osservare che, prevedendo per la copertura di questa spesa un taglio lineare dei fondi di tutti i ministeri, a pagare le multe saranno nuovamente tutti i cittadini italiani ai cui portafogli un drappello di allevatori che ha sempre operato in spregio alle regole è autorizzato a mettere mano”.

(fonte Confagricoltura)

Mercoledì 19 gennaio a Legnaro (Pd): consuntivi e previsioni del settore agroalimentare veneto

Rispetto ai risultati negativi del 2009 (contrazione del fatturato – 8,4%) il 2010 è stato caratterizzato da una significativa ripresa del valore della produzione (+ 7%). Questo il punto più significativo che emerge dalle prime valutazioni sull’andamento del settore primario veneto l’anno scorso, elaborati come tradizione da Veneto Agricoltura. Inoltre continua il trend negativo del numero di imprese agricole (77.500 unità – 2,6%, nei primi nove mesi del 2010). In aumento però dell’8%, sempre rispetto al 2009 nei primi nove mesi del 2010,  il numero di occupati. Si parlerà di questo mercoledì 19 gennaio 2011 alle ore 11,00 presso la Corte Benedettina di Veneto Agricoltura a Legnaro (Pd). Nel corso dell’incontro l’Assessore Regionale Franco Manzato e l’Amministratore Unico di Veneto Agricoltura Paolo Pizzolato presenteranno i dati ed esprimeranno le loro valutazioni anche sullo stato di salute del settore agroalimentare veneto.

(fonte Veneto Agricoltura)