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Tra le novità di Vinitaly 2012, il salone delle produzioni enologiche da agricoltura biologica e biodinamica

Si chiama Vivit – Vigne, Vignaioli, Terroir, il salone che Vinitaly dedica quest’anno per la prima volta ai vini naturali prodotti da agricoltura biologica e biodinamica. Lo spazio sarà allestito al 1° piano del Palaexpo, ingresso A. «Con questa iniziativa Vinitaly – spiega Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere coglie la richiesta che viene dal mercato di conoscere meglio i vini da agricoltura biologica e biodinamica. Il nostro approccio, già sperimentato con successo in varie edizioni, ultimo Sparkling Italy nel 2011, mira a dare evidenza a singoli segmenti produttivi con focus dedicati per mettere in contatto con efficacia offerta e domanda.»

Autocertificazione sui metodi di produzione per le aziende partecipanti. Il dibattito attorno ai vini da agricoltura biologica e biodinamica è in corso già da alcuni anni, perché le tecniche adottate non sono supportate, nella legislazione comunitaria, da regole a cui attenersi lungo tutto il processo di lavorazione. Per questo, dal punto di vista giuridico, si può parlare solo di “vino ottenuto da uve coltivate biologicamente”. Proprio per evitare fraintendimenti su quali vini saranno in esposizione, Vinitaly ha chiesto alle aziende partecipanti a ViVit di sottoscrivere un’autocertificazione molto restrittiva sui metodi di produzione applicati sia in vigneto che in cantina.

Un centinaio le aziende partecipanti. L’idea che il più grande appuntamento internazionale dedicato al vino, in programma a Verona dal 25 al 28 marzo 2012 apra a queste produzioni ha suscitato interesse tra i produttori e sono circa un centinaio le aziende, provenienti dai principali Paesi vitivinicoli, ad aver già aderito all’iniziativa. «Noi partecipanti a ViViT – afferma Elena Pantaleoni, dell’azienda biologica La Stoppa –  siamo vignaioli che hanno come obiettivo primario fare vini legati al territorio. Come dicono i francesi: vins de terroir. Spesso pratichiamo agricoltura biologica o biodinamica, ma non sempre siamo certificati. In cantina mettiamo in atto pratiche che non alterino le caratteristiche del territorio, ma anche dell’annata e del vitigno; cerchiamo con i nostri vini di esprimere l’unicità e la personalità propria di ogni zona vocata.»

Produrre con metodo biodinamico, cioè senza l’applicazione di metodi intensivi, lasciando al terreno la capacità di nutrire le piante senza alcun aiuto esterno «non è, di per sé, una garanzia assoluta di qualità – spiega Nicolas Joly, fondatore de La Renaissance des Appellations, l’associazione di vignaioli creata 2001 che conta circa 200 produttori di 14 Paesi, dei quali 34 in Italia -. Il risultato dipende dal luogo dove si coltiva, dal vitigno scelto, però quando si assaggia uno di questi vini si capisce la differenza perché si torna alla verità del gusto.»

Difficile avere dati precisi sulla viticoltura da agricoltura biodinamica, di territorio o naturali, anche se numerose sono le associazioni attive a livello sovranazionale con un numero di aderenti piccolo, ma significativo. Più monitorato il biologico: secondo il Sinab (Sistema informativo nazionale sull’agricoltura biologica) tra superfici già convertite e quelle in conversione, il biologico in Italia rappresentava nel 2009 poco più del 6% del totale vitato, pari a oltre 43.600 ettari. Le più coinvolte sono le regioni centro-meridionali, mentre tra le regioni grandi produttrici di vini solo la Toscana è interessata con una percentuale rilevante, pari al 10%.

(Fonte: Veronafiere)

Aspettando Vinitaly 2012: si apre il dibattito sul vino nella ristorazione

Finite le feste non bastano le bollicine, che a pieno diritto stanno diventando un vino da tutto pasto, a tenere su i consumi di vino nei ristoranti. Così le carte dei vini languono e l’offerta si assottiglia, specie dove una volta c’erano più di 100 etichette; lo dice il sondaggio di Vinitaly che ha coinvolto 300 ristoranti top in Italia estrapolati dall’incrocio delle principali guide italiane (Gambero Rosso, Il Golosario, Slow Food, L’Espresso, Jeunes Restaurateurs d’Europe).

Da ripensare l’offerta di vino nella ristorazione. “Nel 2011 per primi abbiamo aperto il dibattito sul recupero del mercato interno – afferma Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere –. Il tema è rimasto quanto mai attuale, così abbiamo deciso, in preparazione della nuova edizione di Vinitaly, di approfondire l’argomento focalizzandoci sul canale che ha indubbiamente necessità di individuare nuovi strumenti e modalità di approccio al consumatore, così da arrivare all’appuntamento del 25-28 marzo con un bagaglio di informazioni e opinioni dai quali cercare di trarre delle conclusioni utili per l’intero settore”.

Crisi, solo un alibi al calo di consumi? Quattro le domande poste ai principali attori della filiera: produttori, distributori, ristoratori e comunicatori, per capire se si tratta veramente di crisi economica o se piuttosto è in atto un cambiamento dei gusti dei consumatori, sempre più attratti dai vini di altri Paesi. E se i gusti stanno cambiando, dove stanno andando? Servono nuove strategie di presentazione del prodotto e in questo caso quali?

Secondo Daniele Simoni, direttore di Schenk Italia, “la riduzione del numero di etichette offerto presso i ristoranti è causata da una serie di eventi che si sono verificati nello stesso periodo: crisi economica, diminuzione del limite consentito come tasso alcolico per chi guida, con conseguenti controlli più severi, e una clientela più selettiva nella scelta dei vini. Messi a dura prova i ristoratori hanno dovuto fare di necessità virtù per evitare di avere stock con poca rotazione, e pertanto non redditizi”. L’analisi del rappresentante della distribuzione è solo in parte condiviso da produttori e ristoratori. Per i primi risponde Lucio Mastroberardino, presidente di Uiv (Unione italiana vini): “Credo che la crisi si sia innestata su un problema più profondo che riguarda la ristorazione. A dirlo non sono io,  ma il direttore di Fipe (Federazione italiana pubblici esercenti, Edi Sommariva, che riconosce alla categoria poca managerialità, ristoratori che scambiano l’incasso con il guadagno, per cui alla fine si trovano strangolati dalle spese, magazzino compreso”.Punta invece il dito sulle leggi che regolamentano la somministrazione di alcool lo chef Giancarlo Perbellini, proprietario del Ristorante Perbellini di Isola Rizza (Verona).

Per rivitalizzare i consumi non c’è una ricetta unica. “Occorre – secondo Mastroberardino – un differente approccio nella presentazione e nel servizio ai clienti, che sempre più necessitano di qualcosa in più, come informazione, formazione, anche intrattenimento sul vino, come il coinvolgimento dei produttori”.  Molto possono fare i sommelier. “Nel mio ristorante – dice Perbellini – il sommelier determina il 90% delle vendite. Il cliente apprezza la figura di un referente specifico, accettando di discutere i consigli che gli vengono suggeriti e i confronti che stimolano una conversazione competente e dalla quale poter trarre, magari, anche nuove considerazioni”. “Chi ha queste caratteristiche – afferma Marco Gatti, giornalista enogastronomico – sapendo gestire acquisti, vendita e servizio, non è un costo, ma diventa una risorsa preziosa per il locale in cui opera”.

Intanto cambiano anche i gusti dei clienti, con le bollicine che prendono il posto dei vini muscolosi tanto amati negli anni scorsi e le etichette straniere, non solo francesi, sempre più richieste. Secondo Gatti il crescente interesse per i vini di altri Paesi dipende dal fatto che “i consumatori oggi bevono meno ma meglio, il che implica una maggiore curiosità”. Questo allarga i confini della competizione e “la sfida oggi è più che mai sul campo della qualità. Senza pregiudizi”. Inoltre, “il consumatore italiano – puntualizza Simoni – é ormai abituato a viaggiare ed è sempre più interessato a riassaggiare i sapori che ha degustato all’estero.  Questo fenomeno fino ad oggi è andato a vantaggio dell’esportazione dei nostri vini, ma in futuro dovremo abituarci anche a subirlo in parte, soprattutto da Paesi, come la Spagna, molto interessanti dal punto di vista turistico, che sono anche un nostro concorrente temibile in termini di rapporto qualità/prezzo”. Le interviste complete sono disponibili sito http://aspettando.vinitaly.com dove è possibile partecipare al dibattito.

(Fonte: Veronafiere)

Il mondo saluta il 2012 con le bollicine italiane

Non c’è festa senza un brindisi, in Italia come all’estero. Per l’export continua e cresce con continuità il consumo delle bollicine prodotte in Italia. Per fine anno si stimano che saranno stappate oltre 160 milioni di bottiglie made in Italy per un valore al consumo di 1,4 mld di euro, pari al 64% di tutte le bottiglie esportate nel 2011. Queste stime, se confermate pur in un momento di crisi internazionale, faranno segnare un incremento dell’11% in volumi rispetto al 2010 e un incremento del 20% in valore al consumo. È un segnale che il vino e le bollicine “made in Italy” attirano e hanno incrementato il loro appeal internazionale (e quindi il loro valore aggiunto).

Sui vari mercati, la Germania resta il primo Paese per i brindisi tricolori di fine anno, ma quest’anno la leadership tedesca è incalzata da Stati Uniti e Regno Unito da sempre ai primi posti. A loro volta, questi Paesi sentono il fiato sul collo di una Russia innamorata del Prosecco e del Moscato italiano. Sicuramente il 2012 vedrà la Russia approdare al secondo posto dei consumi. Oltre al “prosecco” che all’estero è diventato in assoluto sinonimo di “brindisi italiano”, fra le etichette che fanno registrare i più brillanti risultati c’è il Muller Thurgau, in Giappone e Regno Unito, e il Franciacorta, in Usa e Europa dell’Est.

(fonte: Garantitaly.it)

Indagine “Vinitaly incontra la ristorazione”, aumenta l’offerta dei vini stranieri, ridotta la proposta di etichette

Francia, Germania, Austria per i vini bianchi e ancora Francia, ma seguita da Spagna, Cile, Stati Uniti, Australia, Argentina, Sud Africa per i rossi: c’è sempre più mondo nelle carte dei vini della ristorazione italiana, con ristoranti che arrivano ad offrire bottiglie canadesi, israeliane, libanesi, ungheresi o greche per stuzzicare la curiosità dei propri clienti.

Una risposta alla contrazione dei consumi. Alla crescente offerta di vini stranieri si contrappone una riduzione della proposta di etichette, infatti nel 2010 rispetto al 2009 sono diminuiti i locali con oltre 100 etichette sulla carta dei vini. Sembra essere questa la risposta alla contrazione dei consumi nella ristorazione, ma se per molti tenere nella propria cantina vini stranieri è una scelta obbligata, rimane un zoccolo duro di “patrioti” che continua ad offrire esclusivamente etichette italiane. Lo evidenzia l’indagine dal titolo “Vinitaly incontra la ristorazione”, realizzato su un campione rappresentativo di circa 300 operatori del settore della ristorazione di tutta Italia, ricavato dall’incrocio dei nomi presenti nelle principali guide (Gambero Rosso, Il Golosario, Slow Food, L’Espresso, Jeunes Restaurateurs d’Europe).

I risultati. Dalle risposte emerge che il 37% dei ristoranti italiani non propone vini bianchi stranieri; la percentuale sale al 40% per i vini rossi, fino ad arrivare al 72% per i rosati e scendere al 20% per le bollicine. La scelta invece di chi acquista vini stranieri è fortemente indirizzata alla Francia per tutte le tipologie: il 99% dei ristoranti offre bollicine provenienti da oltralpe, il 96% vini bianchi, il 91% rosati e il 94% rossi. Sono però in molti a proporre vini rossi spagnoli (49%), cileni (42%), statunitensi (39%) e circa un terzo dichiara di avere anche bottiglie di rossi australiani, argentini e sudafricani. Per i bianchi, invece, al secondo posto c’è la Germania (presente nel 49% delle carte dei vini internazionali), seguita a distanza dall’Austria (36%), mentre ancora più lontane ci sono Nuova Zelanda e Australia (rispettivamente con il 24 e il 22%).

Si preferisce bere il vino in bottiglia, ma a proporlo al bicchiere ancora pochi ristoranti . Dal sondaggio realizzato da Vinitaly emerge inoltre che il 60% dei clienti chiede vino in bottiglia, contro il 26% che ordina al bicchiere e il 4% che vuole la mezza bottiglia; il bottle sharing, lo scambio di bottiglia tra più tavoli, è fermo all’1%, mentre il 6% non si fa problemi di immagine e sceglie il doggy bag, portandosi a casa la bottiglia non finita. Nella maggior parte dei casi, però, la possibilità di bere solo un bicchiere del vino desiderato è limitata; solamente il 26% dei ristoratori, infatti, versa al bicchiere tutte le proprie bottiglie e i criteri per la scelta di cosa stappare sono la territorialità per il 62% di loro e il prezzo (38%).

(fonte: www.vinitaly.com)

“Ombre veneziane” nel padovano, il Consorzio Vini Venezia si presenta ai soci ARGAV

Carlo Favero, direttore del Consorzio Vini Venezia illustra la fusione ai soci ARGAV

(di Marina Meneguzzi, socio ARGAV) Lo scorso 14 dicembre i soci ARGAV hanno tenuto a “battesimo” nel territorio padovano il Consorzio Vini Venezia, nato il 9 settembre 2011 dall’unione del Consorzio Volontario Tutela Vini Doc Lison-Pramaggiore e del Consorzio Tutela Vini del Piave Doc.

Loris Pevere, direttore Consorzio Tutela Formaggio Montasio

Un gustoso “battesimo”. A presentare la nuova “creatura” al circolo di campagna Wigwam di Arzerello a Piove di Sacco (PD) è intervenuto il direttore Carlo Favero. L’incontro è stato allietato dalla degustazione dei vini del Consorzio abbinati a un ottimo Montasio servito in diverse stagionature (fresco, mezzano, stagionato) dal direttore del Consorzio di tutela del prelibato formaggio, Loris Pevere e dalle prelibatezze preparate da Efrem Tassinato, socio ARGAV nonché tesoriere UNAGA, e, in questo caso, nostro chef anfitrione.

Serenissimi vini bianchi e rossi. La fusione rappresenta un momento storico per una zona naturalmente e storicamente vocata alla viticoltura, un’area di eccellenze dove da secoli si producono “Serenissimi vini”, bianchi e rossi, che sono stati ambasciatori della Repubblica Serenissima di Venezia nel mondo ed ora lo sono di un’area che è tra le più importanti ed avanzate d’Italia. “La nascita del Consorzio Vini Venezia  – ha detto Favero – ha unito aree divise solo amministrativamente ma con la stessa origine, è stata una scelta coraggiosa e lungimirante e al tempo stesso una mossa strategica che permetterà ai produttori di affrontare il mercato nazionale ed estero sicuri di avere alle spalle un organismo forte e motivato”.

Carlo Favero, direttore Consorzio Vini Venezia

Il chi è del Consorzio. Il Consorzio Vini Venezia si estende su una vasta area pianeggiante che scende dai colli trevigiani alla foce del Piave e  verso est fino al fiume Tagliamento, per  poi raggiungere le coste del mar Adriatico. Comprende il territorio delle province di  Venezia e Treviso e piccola parte della  provincia di Pordenone. Il Consorzio tutela tutela 44 vini Doc e 2 vini Docg, uno bianco il Lison ed uno rosso il Malanotte del Piave, riunendo oltre 4 mila produttori delle province di Treviso e Venezia. Il Consorzio ha nominato un Comitato Esecutivo espressione delle cinque denominazioni che riunisce, e che risulta così composto: Antonio Bonotto (Doc Piave), Mauro Stival (Doc Lison-Pramaggiore), Alessandro Botter (Doc Venezia), Sergio Luca (Docg Malanotte del Piave), Francesco Favro (Docg Lison), oltre al presidente Giorgio Piazza e ai vice presidenti Pierclaudio De Martin e Franco Passador.

Alessandro Censori dirigente Veneto Agricoltura

Per il TAI, all’aeroporto Marco Polo di Venezia 37 mila contatti. Nell’occasione, Carlo Favero ha presentato i risultati di due progetti alla cui realizzazione ha contribuito il Consorzio Vini Venezia: la zonazione della Doc Piave e le azioni di promozione condotte per il progetto TAI, promosso dal Consorzio Vini Venezia e dal Consorzio Tutela Colli Berici e Vicenza  per la valorizzazione delle  nuove designazioni dei vini ottenuti da uve  Tocai: Tai DOC, Tai Rosso DOC e Lison DOCG, Finanziato dal MIPAAF attraverso la  Regione Veneto. Per la promozione dei vini TAI sono stati fatti convegni e workshop, realizzato materiale informativo, organizzato conferenze stampa, eventi e manifestazioni promozionali: uno stand allestito per 11 mesi presso l’aeroporto di Marco Polo, che ha portato a 37 mila contatti, una Crociera dei sapori MS e diversi Educational tour e degustazioni.

Il ricercatore Diego Tomasi, al centro, con lo staff scientifico

Zonazione Doc Piave. Sempre durante l’incontro è stato presentato l’interessante lavoro svolto da Diego Tomasi, ricercatore del CRA di Conegliano insieme ai ricercatori Patrick Marcuzzo, Federica GaiottiDespoina Petoumenai e Margherita Dalle Cestè,  in quattro anni di studio sulla vocazionalità  viticola dei principali vitigni della DOC  Piave in collaborazione con Arpav, Veneto  Agricoltura e CRA di Conegliano. “Il settore vitivinicolo è uno dei pilastri dell’economia veneta – ha detto Alessandro Censori, dirigente di Veneto Agricoltura -,  tanto che dà origine a un volume d’affari per l‘export pari a 1.200.000 euro“. Per gentile concessione di Diego Tomasi, ecco un sunto di “Delle terre del Piave, uve, vini e paesaggi”.

Visita dei soci ARGAV alle “Cantine dei Colli Berici” di Lonigo, che festeggiano i 60 anni in ottima salute!

(di Maurizio Drago, socio ARGAV) Nella barricaia delle Cantine dei Colli Berici di Lonigo (VI), in fondo al lungo corridoio con ai lati decine di botti barrique cariche di prezioso vino, si nota una statua di donna coperta di uva. Un tecnico della cantina la definisce simpaticamente  la dea dell’ebbrezza,  non avendone approfondito la conoscenza del nome. Noi  pensiamo che quella donna possa essere la Dea Vita o la Dea Madre, adorata già dagli antichi Sumeri, molto prima di Dionisio e poi del celeberrimo Bacco. Nella barricaia c’è la presenza di una accogliente sala di soggiorno  e una interessante  mostra che ripercorre i 60 anni della nascita della cooperativa Cantine dei Colli Berici,  intitolata Memorie.

Tra i primi in Italia per volume di uve raccolte e numero di soci. Nell’occasione di questo anniversario la Cantina di Lonigo ha invitato i giornalisti ARGAV a visitare sabato 17 dicembre scorso lo stabilimento. I tecnici della grande struttura, il loro presidente Pietro Zambon e il direttore Gianmarco Arzenton hanno presentato pertanto le varie sezioni, dalla raccolta dell’uva, alla spremitura sino alla vendita. Le Cantine Colli Berici si collocano ai primi posti in Italia per volume di uve raccolte e numero di soci.

I soci ARGAV in visita alle Cantine dei Colli Berici

La storia parte dal primo maggio 1951 (festa del lavoro!): un gruppo di imprenditori locali nello storico Caffè Borsa di Lonigo pose le basi per avviare l’idea di un progetto comune di una struttura di lavorazione delle uve e la produzione e commercializzazione dei vini.  La “Cantine dei Colli Berici” è oggi una cooperativa di trasformazione dell’uva con tre stabilimenti (Lonigo, Barbarano Vicentino, San Bonifacio), 2000 soci sparsi in 58 comuni delle province di Vicenza, Verona e Padova, 3700 ettari di vigneto e una capacità produttiva di oltre 1 milione di quintali, l’8% dell’intera produzione vitivinicola del Veneto.  I dati vengono snocciolati da Pietro Zambon.  In questa annata si è prodotto meno uva: il 30% in meno di quella rossa e il 15% , tuttavia a vantaggio di una migliore qualità.  Il direttore ed enologo Gianmarco Arzenton (da dieci anni dirige la complessa struttura che ha il piu’ grosso gruppo unico di pressatura a livello europeo)  sottolinea che la “Cantine Colli dei Berici” è attenta ad una agricoltura sostenibile coinvolgendo piu’ tecnologia ma sempre meno prodotti chimici. Si produce il 70%  di vino bianco e il 30 % di quello rosso. Il mercato è quello nazionale e della Grande distribuzione. Ma l’attenzione viene rivolta anche ai  mercati emergenti come l’India, oltre che  la Cina e gli Stati Uniti con numeri non indifferenti.  Un segmento, questo, che permette una continua crescita dell’azienda.  Certamente un plauso ai dirigenti della “Cantine dei Colli Berici”  in questi tempi certamente non facili.

Trentino, in calo vendemmia 2011, crollo uve nere (-13%)

E’ di un milione 173 mila quintali d’uva la vendemmia 2011 in Trentino, che ha interessato oltre diecimila ettari di vigneti, con un calo di produzione del 6,1% rispetto allo scorso anno. Piu’ consistente e’ il calo delle uve nere (-12,9%) mentre piu’ contenuto risulta quello delle bianche (-3,3%).

Complessivamente le uve raccolte sono poco piu’ di 855 mila quintali a bacca bianca (72,9%) e 317 mila quintali a bacca rossa (27,1%). La maggior parte della produzione di uva del Trentino e’ di bianca con lo Chardonnay in testa (30%), seguito dal Pinot grigio (27,4%)e dal Mueller Thurgau (8,9%) che insieme rappresentano i 2/3 del totale. Sul fronte delle uve nere le principali varieta’ sono il Teroldego (7,5%), il Merlot (6,3%), il Marzemino (3,2%), lo Schiava (3,0%) e il Cabernet (2,6%). Questi sono alcuni dei dati piu’ significativi della produzione vitivinicola resi noti oggi dai vertici del Consorzio vini del Trentino riunitisi stamane nella sede della cantina Cavit a Trento.

(fonte ANSA)

Prosecco, tavolo tecnico per governare il mercato del più diffuso vino italiano nel mondo

Nasce la filiera delle regole del Prosecco, la più grande DOC d’Italia, tutta del Nord Est. L’assessore all’agricoltura del Veneto Franco Manzato ha insediato, infatti, nei giorni scorsi il tavolo tecnico del vitigno Glera, la cui produzione è stata regolata lo scorso luglio, su richiesta del sistema produttivo, con provvedimenti delle due Regioni interessate Veneto e Friuli Venezia Giulia, allo scopo di evitare squilibri di mercato.

20 mila ettari la superficie massima di Glera tra Veneto e Friuli. “Il tavolo – ha spiegato Manzato – coinvolge tutti i rappresentanti della filiera: i Consorzi di Tutela Prosecco Doc, delle DOCG Conegliano Valdobbiadene e Asolo, i rappresentanti di Coldiretti, CIAVeneto, Confagricoltura, Copagri Veneto, Anpa Veneto, Confcooperative, Unindustria, Icq ed Avepa”. “La superficie massima di Glera, tra impianti già effettuati e diritti di portafoglio ancora in tasca suddivisi tra Veneto e Friuli Venezia Giulia si attesta sulla soglia dei circa 20 mila ettari. La quota veneta – ha aggiunto Manzato – sarà pari a 16 mila 500 ettari, per un potenziale teorico complessivo di 2,4 milioni di ettolitri. “Rispetto a questo potenziale e alla forte crescita di impianti e di prodotto avvenuti in concomitanza con la nuova definizione della DOC Prosecco di territorio – ha aggiunto – è indispensabile controllare l’evoluzione dei mercati per adattare la produzione della Denominazione alla reale domanda, in modo da evitare squilibri con l’offerta che penalizzerebbero i produttori e il vino”.

Mantenere stabilità e rimuneratività dei prezzi. Per questo motivo è stato avviato un monitoraggio continuo, con l’obiettivo di assistere il sistema nell’individuare scelte strategiche che mantengano stabilità e rimuneratività dei prezzi, dando così forza anche agli ottimi risultati fin’ora conseguiti dalla Denominazione. Tutte le analisi conducono alla conclusione che il Prosecco sia il vino in controtendenza rispetto all’andamento generale italiano ed europeo, con l’effetto di rendere i diritti del Prosecco appetibili e le richieste incalzanti, per la convenienza ad investire su un prodotto redditualmente efficace. “Ma una produzione incontrollata sarebbe una sciagura – ha sottolineato Manzato – una vera e propria discesa agli inferi per la nostra enologia, mentre la fermezza nelle regole ci dà ulteriori certezze e prospettive e contribuisce a fornire ulteriore prestigio al ‘made in Veneto’. Nello stesso tempo, se venisse confermata la previsione di crescita sui mercati, si può pensare ad un eventuale recupero delle richieste di impianto che agevolerebbe le aziende vitivinicole di piccole dimensioni”.

(fonte Regione Veneto)

Avvertimento per la salute in etichetta per il vino? Gli appassionati si dividono.

Il dibattito sul dilemma se sia giusto o meno mettere nelle etichette che avvolgono le bottiglie di vino le avvertenze dei rischi sulla salute è aperto. Il 66% degli appassionati di enologia è contrario perché pensa che creerebbero solo allarmismi, il 25% si dice favorevole per informare il consumatore e il 9% non ha ancora un’opinione sull’argomento. Lo dice un sondaggio di http://www.winenews.it, uno dei siti più cliccati dagli amanti del buon bere, e Vinitaly, appuntamento enologico di livello internazionale.

Al sondaggio hanno risposto 1.116 appassionati già fidelizzati al mondo del vino e di Internet, che sono in maggioranza maschi (76%), il 45% di loro ha un’età compresa fra i 35 e i 50 anni, hanno un elevato titolo di studio (l’85% ha conseguito il diploma di scuola media superiore o la laurea) e godono mediamente di un buon livello socio-economico alto. L’etichetta di attenzione è la questione che tiene acceso il dibattito in Italia dopo la proposta lanciata da Assoutenti di mettere sulle etichette delle bevande alcoliche le avvertenze sui rischi per la salute simili a quelle che si trovano sulle sigarette, dopo che l’Agenzia di Ricerca sul Cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha inserito l’alcol nel “Gruppo 1” delle sostanze cancerogene, mettendolo sullo stesso piano di amianto, arsenico, benzene, tabacco e radiazioni.

Favorevoli e contrari. La maggior parte degli appassionati che hanno risposto al sondaggio ritiene che il vino sia in primis un alimento e che come tale abusarne causa problemi alla salute, ma tanto quanto tutte le altre vivande che consumiamo, per questo c’è bisogno di puntare sull’educazione alimentare. I favorevoli al “warning” (25%), sostengono invece che l’alcol è alcol e non fa differenza se si parla di vino o gin o altri tipi di alcolici. Le avvertenze in etichetta per questa fascia di appassionati rappresentano, dunque, un efficace metodo per informare i consumatori, dando loro l’input giusto per il consumo consapevole.

(fonte Garantitaly.it)

I primi 60 anni della NICOLIS a San Pietro in Cariano (VR)

(di Maurizio Drago, socio ARGAV). L’azienda agricola Nicolis ha festeggiato i 60 anni della sua attività. In una splendida giornata, nella sede di San Pietro in Cariano (VR), si è svolta una emozionante cerimonia, presenti  300 fra invitati, autorità, giornalisti provenienti da tutta Italia.  Il simbolico “taglio del nastro” è stato affidato alla signora Natalia Nicolis che, con una grandissima forza di volontà, ha continuato  l’attività vitivinicola iniziata con il suo marito Angelo nel 1951, mancato poi alcuni anni or sono.

Una famiglia a servizio del vino. Con i suoi ben otto figli ha portato avanti l’azienda sino ad arrivare ai risultati odierni, grazie alla loro grande passione per la produzione di vini pregiati.  Il loro vino è conosciuto in Italia e all’estero, pluripremiato. Dei figli ci sono i “pilastri”: Giancarlo, che si occupa dei vigneti, Giuseppe, che fa l’enologo, Massimo, il commerciale. Lacrime di gratitudine e di emozione scendevano da una delle figlie della signora Natalia, in occasione della festa.

Festeggiamenti 60 anni azienda Nicolis

Le uve che curano sono la corvina, la rondinella, la molinara, la croatina, in una estensione di 90 ettari. I vini della Nicolis, tutti rossi, sono il Valpolicella Classico, quello Classico Superiore, il Seccal, il Testal per poi andare sull’Amarone Classico, l’Ambrosan Amarone, e il Recioto. Ospite d’eccezione dei festeggiamenti per il 60° anniversario, Luciano Onder della RAI (quello di Medicina33 e di numerose altre trasmissioni) che con grandissima semplicità ha invitato a perseguire in questa strada e che il classico bicchiere di vino fa bene (e molto!) alla salute.

Nella terra, l’anima del vino. Insomma, un esempio dell’imprenditoria che deve essere valorizzata e rispettata (lo ha caldeggiato anche il presidente provinciale Coldiretti). Per un prodotto che, siamo sicuri, è di ottima qualità perchè ci sono le  costanti della dedizione, passione e amore. Nella copertina del catalogo consegnato alla stampa risalta la frase  firmata da “Famiglia Nicolis Valpolicella”: nella nostra terra l’anima del vino. Semplice frase che va meditata. Come va meditato un bicchiere – ad esempio di Amarone – dell’azienda Nicolis.  Auguri per i 60 anni e … lunga vita!