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Allarme tra gli allevatori veneti di bovini per l’epidemia di dermatite nodulare contagiosa. Il virus non colpisce però l’uomo, né direttamente, né attraverso il consumo di carne o latte 

Forte preoccupazione tra gli allevatori veneti per l’epidemia di Dermatite nodulare contagiosa (Lumpy Skin Disease – Lsd), malattia virale dei bovini che si trasmette attraverso insetti vettori come mosche, zecche e zanzare, ma che può avvenire anche con il contatto diretto tra animali infetti e sani, portando gli animali anche alla morte. La dermatite nodulare colpisce i bovini ma non l’uomo, né direttamente, né attraverso il consumo di carne o latte.

I focolai in Italia

A oggi sono nove i focolai confermati in Sardegna, con 600 allevamenti sottoposti a esame clinico. La Regione sarda ha presentato un piano che prevede la vaccinazione di tutti i bovini presenti sull’isola, vale a dire circa 300.000 capi. Dalla Sardegna, dove il virus è partito, portando all’abbattimento di oltre 300 capi, la Lsd si è spostata nel Nord Italia, colpendo un allevamento di bovini da carne a Porto Mantovano, in provincia di Mantova. Alla luce del caso positivo, sono state attivate tutte le misure previste dalla normativa, dal sequestro e blocco dell’allevamento all’istituzione delle zone di restrizione.

Stato di allerta in Veneto

Iil Ministero della Salute ha definito zone di protezione e di sorveglianza in cui ricadono quattro province venete: Verona, Padova, Vicenza e Rovigo. Nelle zone di protezione, che comprendono un raggio di 20 chilometri da un focolaio, e nelle zone di sorveglianza, fino a 50 chilometri, sono state imposte restrizioni sulla movimentazione del bestiame. La provincia di Verona è interessata sia dalla zona di protezione che di sorveglianza, mentre parte delle province di Vicenza, Padova e Rovigo rientrano nelle zone di sorveglianza.

Dichiarazioni di Confagricoltura Veneto

“La situazione determinata dall’epizoozia di dermatite sta diventando allarmante, specialmente nella zona ovest della Bassa Padovana, afferma Michele Barbetta, presidente di Confagricoltura Padova, territorio che vede una grande concentrazione di allevamenti bovini. Le limitazioni già in atto per la movimentazione dei bovini stanno mettendo in ginocchio diverse aziende zootecniche, che si trovano nell’impossibilità di immettere animali in stalla. Se la situazione non migliorerà a breve, rischiamo il blocco completo delle attività di allevamento bovino nella zona”. “Siamo molto preoccupati per questa nuova epizoozia che ci sta colpendo, sottolinea Alberto De Togni, presidente di Confagricoltura Verona. Ci siamo già mossi, interessando i servizi veterinari, per cercare di avere una normativa che all’interno delle zone soggette a restrizioni, quali la Bassa Veronese, che permetta un’attività di emergenza, come lo spostamento dei bovini e la raccolta dei capi che dovessero morire, anche per altre motivazioni.  Stiamo monitorando il fenomeno, insieme alla Regione Veneto, che in questo momento sta dando una mano agli allevamenti del Veronese e delle altre zone venete colpite dal provvedimento ministeriale”. Il timore è che gli allevatori si vedano costretti a destinare tutto il latte alla pastorizzazione, con gravi difficoltà logistiche e commerciali. “Il comparto lattiero-caseario sta vivendo giorni di grande tensione, spiega Giancarlo Zanon, rappresentante del settore lattiero caseario di Confagricoltura Veneto. Le restrizioni alla movimentazione del latte crudo e la necessità di destinare la produzione solo a impianti in grado di garantire pastorizzazione o lunga stagionatura stanno riducendo la capacità produttiva delle nostre aziende”.

Il rischio maggiore è per i prodotti freschi a latte crudo

“Se la zona di protezione dovesse estendersi ad altre zone del Veneto, molti caseifici non riuscirebbero più a ritirare il latte, con ricadute pesanti su tutta la filiera. I prossimi giorni saranno cruciali: l’arrivo dei vaccini e l’avvio della campagna di immunizzazione di massa nelle zone di protezione e sorveglianza, se condotti con rapidità e capillarità, potranno spezzare la catena di trasmissione proprio mentre l’estate, favorevole agli insetti vettori, entra nel vivo”. Confagricoltura Veneto rinnova l’appello al Ministero della Salute e alle istituzioni regionali affinché vengano messe in campo tutte le misure necessarie per contenere la diffusione della malattia e per supportare le aziende colpite. “È fondamentale proteggere il nostro comparto zootecnico, strategico per l’economia e l’occupazione del territorio”, conclude Barbetta.

Le dichiarazioni di Coldiretti Veneto

Le Consulte dei settori Carne e Latte di Coldiretti Veneto hanno incontrato oggi i Servizi Veterinari regionali e l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie per approfondire le caratteristiche e le implicazioni della Dermatite Nodulare Contagiosa (Lumpy Skin Disease – LSD). L’incontro è stato un’importante occasione di confronto tra il mondo produttivo e le autorità sanitarie, con l’obiettivo di condividere informazioni aggiornate, approfondire le modalità di trasmissione e sintomatologia della malattia e valutare le strategie più efficaci per ridurre al minimo il rischio di diffusione sul territorio regionale. Al tempo stesso, gli allevatori hanno espresso preoccupazione per le misure restrittive già in vigore da alcuni giorni che coinvolgono non solo la movimentazione degli animali, ma anche quella dei loro prodotti, in particolare il latte. Alcune di queste disposizioni, seppur comprensibili sul piano della tutela sanitaria, potrebbero causare gravi danni economici, diretti e indiretti, alle imprese già messe a dura prova da anni di difficoltà strutturali e di mercato. Coldiretti Veneto ha ribadito la massima disponibilità a collaborare con i Servizi Veterinari per la gestione dell’emergenza, chiedendo al tempo stesso un costante aggiornamento del tavolo di confronto, affinché le misure adottate possano contemperare le esigenze sanitarie con la sostenibilità economica delle imprese zootecniche.

Fonte: servizio stampa Confagricoltura Veneto/Coldiretti Veneto

Segnata una pietra miliare per la comunità veterinaria con la missione in Antartide dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie a caccia di influenza aviaria (che non c’è). In Italia, però, scoperti altri due nuovi focolai nel Veronese

 

Fra ottobre e novembre 2024 l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) ha svolto una storica missione fra i ghiacci dell’Antartide alla ricerca dell’influenza aviaria, con l’obiettivo di verificare la presenza del virus H5N1 fra le popolazioni di pinguini e contrastare questa minaccia globale anche nelle aree più remote del pianeta. La missione è stata promossa dall’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea), l’ente che si occupa della programmazione operativa e della gestione tecnico-logistica delle attività di ricerca italiane nel continente antartico, che ha richiesto all’IZSVe di verificare l’eventuale presenza del virus fra le colonie di pinguini situate nel raggio operativo della Stazione “Mario Zucchelli”, una delle due basi italiane in Antartide, al fine di dotare il personale di istruzioni operative e dispositivi di sicurezza mirati alla riduzione del rischio zoonotico da H5N1.

Obiettivo: comprendere le dinamiche di diffusione dell’influenza aviaria nel continente artico

A volare tra i ghiacci sono stati Francesco Bonfante e Alessio Bortolami, virologi veterinari della SCS6 – Virologia speciale e sperimentazione che, una volta concluso l’indispensabile addestramento, sono partiti per una missione assolutamente unica, cogliendo questa occasione per meglio comprendere le dinamiche di diffusione dell’influenza aviaria nel continente antartico. Nel 2022, infatti, l’influenza aviaria si era spinta per la prima volta fino alle coste più meridionali del Sudamerica causando episodi di mortalità di massa in numerose specie di uccelli, oltre a decimare intere colonie di leoni ed elefanti marini. Il virus H5N1 è stato ritrovato in pinguini della Georgia del Sud, un gruppo di isole prossime al continente antartico, e nel febbraio 2024 è entrato definitivamente nel continente antartico, nelle vicinanze della stazione di ricerca argentina “Primavera Base”.

Al momento, pericolo scongiurato

“L’ingresso dell’influenza aviaria nel continente pone nuove sfide per il personale scientifico e logistico che opera nelle stazioni antartiche – sottolinea Francesco Bonfante – Fortunatamente non abbiamo trovato traccia del virus in questo angolo di Antartide e questa è un’ottima notizia per il personale impegnato nelle missioni in Antartide e per la fauna che vive in questi luoghi remoti. Ciò non significa che in un futuro, anche non troppo lontano, la malattia non possa raggiungere il Mare di Ross attraverso la migrazione di gabbiani e altre specie di volatili, formidabili vettori in grado di coprire migliaia di chilometri. Dal punto di vista scientifico – aggiunge Bonfante – la missione rappresenta una pietra miliare per gli istituti zooprofilattici e più in generale per la comunità veterinaria, in quanto per la prima volta in una stazione antartica è stato possibile non solo raccogliere ma anche analizzare sia sieri che tamponi di pinguini e formulare così una valutazione sulla circolazione del virus, in tempo reale, senza ricorrere all’aiuto di laboratori specializzati al di fuori dell’Antartide.”

Come si è svolto lo studio

Dotati di PCR portatile da campo, reagenti liofilizzati, guanti da lavoro termici, giacche a vento e scarponi da ghiaccio, i due ricercatori sono partiti a fine ottobre alla volta dell’estremo Sud, passando per la Nuova Zelanda. La loro nuova casa per due settimane è stata la stazione situata in una piccola penisola rocciosa lungo la costa della Terra Vittoria settentrionale, sul Mare di Ross. Oltre ai nostri colleghi nella base c’erano circa altre 80 persone fra ricercatori, tecnici e personale di supporto. Ogni due giorni i ricercatori, affiancati da una guida alpina, hanno raggiunto in elicottero le colonie di pinguini, forniti di una sacca di sopravvivenza di 25 Kg, dotata di tenda, sacco a pelo e generi di conforto, da utilizzare in caso le condizioni meteo avverse impedissero il rientro alla base. Lo studio ha riguardato i pinguini di Adelia e i pinguini Imperatore, animali che vivono in colonie di dimensioni molto diverse che contano da poche migliaia fino a diverse centinaia di migliaia di individui. In sole due settimane, gli studiosi hanno raccolto e testato campioni da oltre 250 animali, appartenenti a 5 colonie diverse dislocate su una striscia di costa che si estende per oltre 400 km, dalla base Mario Zucchelli fino a Cape Adare, il promontorio in cui si trova la più grande colonia al mondo di pinguini di Adelia, composta da oltre 300mila animali e dove si trova il primo sito abitativo antartico, un insieme di capanne costruite nel 1899 dagli esploratori norvegesi capitanati da Carsten Borchgrevink.

Abbracciati i pinguini

Un’esperienza davvero impegnativa dal punto di vista fisico, anche per il contatto diretto con gli animali stessi, come racconta Alessio Bortolami: “Abbiamo dovuto letteralmente abbracciare i pinguini con le nostre mani per riuscire a contenerli ed effettuare i campionamenti, questo per ridurre al minimo lo stress della cattura e scongiurare qualsiasi rischio sia per noi che per loro. Nel caso degli imperatore, date le notevoli dimensioni di questi animali, 1 metro di altezza e fino a 30-40 kg di peso, è stata necessaria l’assistenza di ben due guide alpine per garantire un appropriato contenimento sul pack ghiacciato e a -20 °C. È stata un’esperienza decisamente diversa dalla nostra routine di veterinari del Servizio sanitario nazionale, ma siamo veramente orgogliosi di aver contribuito al raggiungimento degli obiettivi prefissati mettendo a disposizione le stesse expertise che ogni giorno ci permettono di garantire la salvaguardia del settore avicolo nazionale ed europeo”. Per ogni colonia, circa 50 animali sono stati sottoposti a prelievo di tamponi e sangue. Una volta rientrati in base, dopo una attenta pulizia di tute e attrezzatura in bagni di ipoclorito, i ricercatori si dedicavano alle analisi molecolari e sierologiche.

Questo risultato è stato reso possibile grazie ad una attenta valutazione del rischio da parte del capo spedizione Enea, Ing. Rocco Ascione, e da una pianificazione accurata dei voli da parte del personale dell’Aeronautica Militare, nonché grazie all’altissima professionalità del personale del corpo degli Alpini che ha accompagnato in ogni missione i ricercatori veterinari. Tutto questo sotto l’occhio attento della dott.ssa Carla Ubaldi, Environmental Officer dell’Enea presso la Mario Zucchelli, grazie alla quale è stato possibile minimizzare l’impatto ambientale ed ecologico della missione. A differenza di altri gruppi di ricerca internazionali che sino ad ora si sono limitati a raccogliere i campioni e inviarli ai laboratori in patria per eseguire le analisi, la missione IZSVe si caratterizza non solo per aver testato tutto il materiale raccolto durante la permanenza dei ricercatori in Antartide, ma per aver formato il personale della base italiana all’esecuzione delle metodiche molecolari e sierologiche necessarie per monitorare la circolazione del virus. La fase di training ha raggiunto ottimi risultati, in quanto in assenza dei veterinari dell’IZSVe, la dott.ssa Carla Ubaldi ha condotto con successo indagini analitiche sui campioni di pinguini raccolti presso Inexpressible Island, un sito strategico per diverse ricerche del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (Pnra) ma raggiungibile solo in condizioni meteo ottimali.

Una spedizione dal grande valore scientifico

“Non credevo che saremmo riusciti a testare questa colonia senza l’aiuto di Francesco ed Alessio – confida Carla Ubaldi –, le condizioni meteo non avevano permesso di raggiungere l’isola durante la loro permanenza, ma grazie ai loro consigli, al loro supporto remoto via internet e al materiale messo a disposizione dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie ci siamo riusciti, non era assolutamente scontato”. “Come i virus, anche la ricerca scientifica non conosce confini – ha dichiarato Antonia Ricci, Direttrice generale dell’IZSVe – Siamo andati fino in Antartide per cercare l’influenza aviaria, abbiamo aperto un mini-laboratorio e svolto analisi sul campo in tempi record: un risultato straordinario! Questa spedizione dal grande valore scientifico, assume un significato importantissimo anche nel quadro della strategia globale di prevenzione One Health, soprattutto in termini di lavoro di squadra, grazie alle grandissime competenze scientifiche maturate dal nostro Istituto nel corso degli anni e al grande sforzo di preparazione e organizzazione messo in campo dallo staff tecnico-amministrativo. Un’esperienza eccezionale per i nostri ricercatori e per tutto l’Istituto, che ancora una volta ci riempie di soddisfazione e orgoglio”. Al momento non sono previste nuove missioni alla stazione Mario Zucchelli, molto dipenderà dall’evoluzione della malattia, dalla disponibilità di fondi e da altre variabili di tipo logistico. Sicuramente il virus H5N1 (clade 2.3.4.4b) non sembra trovare argini alla sua espansione geografica. La tutela dell’habitat antartico e il monitoraggio del virus nella fauna selvatica richiederà uno sforzo continuativo e coordinato a livello internazionale, l’Italia però ha cominciato con il piede giusto.

Intanto, in Italia e in particolare in Veneto, scoperti nei giorni scorsi due nuovi focolai di influenza aviaria nel Veronese

Si tratta di un allevamento di tacchini da carne a Sona e uno di galline ovaiole a Isola della Scala, che portano il totale dei casi, da ottobre, a 55, con il Veneto che allunga il passo rispetto alla Lombardia. “Questi nuovi focolai ci indicano che l’infezione, purtroppo, si sta spostando verso Est – sottolinea Diego Zoccante, presidente degli avicoltori di Confagricoltura Verona -. E questo ci preoccupa, perché, oltre a non arrestarsi, il virus potrebbe diffondersi ulteriormente, nonostante le misure di biosicurezza adottate. D’altra parte la presenza degli uccelli selvatici, in questo periodo, è molto alta, e perciò facilita la propagazione della malattia negli allevamenti. La buona notizia è che a Roma, in un incontro di pochi giorni fa con il Ministero, è emersa un’apertura nei confronti del vaccino da adottare principalmente per le galline ovaiole e poi per i tacchini. Non è l’unica arma che dovremo utilizzare per difenderci, ma sarà un passo in avanti per provare ad uscire da questa situazione, che a ogni autunno causa danni enormi alle aziende agricole” (oltre a uccidere migliaia di galline e tacchini, ndr).

Fonte: servizi stampa IZSVe/Confagricoltura Verona

 

Il buon raccolto di pere destinato a marmellate e succhi per i danni da cimice asiatica

Impianto di pere in VenetoLa cimice asiatica colpisce ancora, e a farne le spese in Veneto sono le pere. Quantità buona, quest’anno, per i produttori, che si trovano principalmente a Verona e Rovigo, e in maniera più marginale a Padova e Venezia, ma è la qualità ad essere compromessa a causa delle punture dell’insetto, con il risultato che gran parte del raccolto è destinato a essere trasformato dall’industria in marmellate e succhi.

Reti e trattamenti inutili

“Dispiace per la produzione di pere, perché quest’anno la quantità è andata bene dal punto di vista quantitativo, perché la merce c’era in quasi tutte le varietà – sottolinea Francesca Aldegheri, presidente del settore frutticolo di Confagricoltura Veneto -. Purtroppo il problema della cimice asiatica vede un miglioramento per altri tipi di frutta, come le mele, ma per le pere no. Le reti, i trattamenti specifici e altri accorgimenti non sono serviti a molto, perché l’insetto aggredisce i frutteti, causando danni molto importanti. Il prodotto, di conseguenza, difficilmente riesce ad essere venduto come fresco, e viene dunque destinato all’industria. Il risultato è una perdita economica, perché i prezzi spuntati sono molto bassi. E quest’anno il mercato non è stato ingeneroso, perché il prodotto fresco è stato remunerato bene. Peccato che pochi siano riusciti ad avere frutti perfetti per la commercializzazione nei negozi di ortofrutta e nei supermercati”.

Frutto sempre meno coltivato, anche in Romagna

Il risultato è che la coltivazione del frutto diventa sempre meno appetibile, come dimostrano i dati di Veneto Agricoltura. Anche nel 2023 continua la discesa delle superfici, con 1.820 ettari totali e la perdita dell’11,9% rispetto all’anno precedente. Verona mantiene il primato della produzione con 970 ettari e il 54% degli impianti, pur registrando un calo del 10,6%. Segue Rovigo che soffre ancora di più con un decremento del 16,8 per cento e 485 ettari rimasti. Emorragia ancora più consistente a Padova (220 ettari, – 17,9%) e Venezia (75 ettari, -21,1%). Il ministero dell’Agricoltura, nel tentativo di salvare una coltivazione storica per l’Italia, ha approvato un decreto per il sostegno della pera, coinvolta in una grave crisi produttiva causata anche da eventi climatici come siccità, alluvioni e gelate. Agli aiuti potranno accedere le imprese agricole che abbiano registrato nel 2024 un decremento superiore al 30 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno 2022. “Ben vengano gli aiuti al settore, ma i valori assegnati potrebbero non essere sufficienti per sostenere il mantenimento di una coltivazione sempre più difficoltosa da portare avanti – chiarisce Aldegheri -. In Emilia Romagna stanno estirpando alla grande, anche a causa dei problemi aggiunti della maculatura bruna e dell’alternaria, ma pure nel nostro areale le superfici coltivate a pero sono in costante calo, perché è diventato difficile salvaguardare il prodotto. E siccome da anni non si riesce a fare reddito, tra cimice, gelate e siccità, tanti decidono di chiudere con i frutteti e cambiare coltura”.

Fonte: servizio stampa Confagricoltura Veneto

Nuova Pac, gli europarlamentari promettono battaglia

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Adeguare la Pac al nuovo contesto geopolitico, soprattutto in tema di fitofarmaci, utilizzo dei terreni destinati a greening e di nuove tecniche genomiche. Promettono battaglia a Bruxelles sulla riforma della Politica agricola comune, che entrerà in vigore da gennaio 2023, gli europarlamentari Herbert Dorfmann, Paolo De Castro, Mara Bizzotto, Paolo Borchia e Sergio Berlato, che hanno partecipato all’incontro promosso da Confagricoltura Veneto sulle problematiche dell’agricoltura aggravate dal conflitto in Ucraina.

Gli europarlamentari hanno chiarito che non ci sarà alcun rinvio della Pac, ma che sarà necessario un adeguamento al nuovo contesto geopolitico che si è determinato con la guerra, i problemi logistici e i costi energetici andati alle stelle. “Faremo una battaglia tutti insieme sul nuovo regolamento sui fitofarmaci – ha chiarito Paolo De Castro-, affinché vengano prima fornite alternative agli agricoltori e solo dopo si prosegua nella direzione della diminuzione dei prodotti. Per quanto riguarda le aree di interesse ecologico, annuncio che sarà data la possibilità di coltivarle per un altro anno. Punteremo i piedi, infine, anche sulle new genomic tecnics. Bisogna chiarire per una volta per tutte che sono cosa diversa dal Frankenstein food: la mutagenesi senza innesti è diversa dalla transgenesi. L’Italia è all’avanguardia: abbiamo già tecniche pronte ad essere messe in campo, come i vitigni resistenti alle malattie. Peccato che ancora non si possano applicare perché manca un testo europeo autorizzativo”. Herbert Dorfmann ha chiarito che la nuova Pac non è da smantellare: “È stata discussa per anni e qualche passo in avanti l’abbiamo fatto. È vero, però, che alcuni elementi stridono con la realtà che nel frattempo è andata delineandosi. Quindi dovremo introdurre nuove misure affinché non venga messa a rischio la nostra produzione agricola. Anche se ritengo sbagliato puntare all’autosufficienza: l’industria alimentare europea e italiana vantano un’alta qualità ed efficienza, ma hanno bisogno di prodotti da altri Paesi”. Mara Bizzotto ha ricordato di aver sempre guardato con preoccupazione alla strategia Farm to work, “perché si parte dal principio che gli agricoltori inquinano e perciò bisogna farli produrre meno. Ma è una follia, perché così aumenteranno i costi di produzione e dovremo importare ancora di più dai Paesi extraeuropei. Per bloccare queste normative suicide dobbiamo mettere insieme una maggioranza di buon senso, al di là delle appartenenze partitiche, che abbia i numeri per bloccare al Parlamento Ue strategie come quella sui fitofarmaci o sulla nutri-score, l’etichetta a semaforo”. Concorda Sergio Berlato: “Non essersi resi conto che negli ultimi tre anni il mondo è cambiato vuol dire essere marziani – sostiene -. La Pac e il Farm to work sono superati e vanno cambiati, perché gli indicatori ci dicono che in autunno arriverà una grave crisi economica e occupazionale. No, quindi, a scelte folli che vanno a smantellare le filiere produttive, facendoci diventare sempre più dipendenti dagli altri Paesi”. Infine Paolo Borchia, che essendo componente della Commissione industria, ricerca ed energia offre una chiave di lettura diversa. “Bisogna lavorare su una maggiore autonomia energetica, per recuperare il gap causato dalle scelte sbagliate compiute negli ultimi trent’anni dal nostro Paese. Il piano europeo del Green Deal contribuirà a tenere alti i prezzi sia delle materie prime, che dei prodotti energetici. Serve un maggior coraggio dei gruppi politici per cambiare rotta e porre mano a un impianto troppo restrittivo, che andrà a mettere in difficoltà i nostri operatori”.

“Siamo preoccupati per l’applicazione della nuova Pac – ha detto Lodovico Giustiniani, presidente di Confagricoltura Veneto -, licenziata in un momento in cui non si sapeva che si stava andando verso cambiamenti repentini. La pandemia, il conflitto in Ucraina, i rincari delle materie prime e dei costi energetici, la siccità e le temperature mai elevate in Veneto come oggi obbligano gli agricoltori a fare i conti con una realtà molto più difficile e complessa, di cui anche l’Europa dovrebbe tenere conto. Siamo d’accordo con il principio della sostenibilità, ma occorre garantire il livello produttivo e la competitività aziendale.  La Politica agricola comunitaria va attualizzata e modulata con normative meno restrittive e potenziando la ricerca, che deve fornire risposte e soluzioni per adattare l’agricoltura ai cambiamenti climatici”. Concetti ribaditi da Anna Trettenero, presidente di Confagricoltura Vicenza, che ha chiesto un cambio di paradigma sul mondo agricolo, “perché nessuno più di noi può sequestrare l’anidride carbonica nel terreno, con grandi benefici per l’ambiente e la comunità” e per Confagricoltura nazionale dal vicepresidente Giordano Emo Capodilista e da Cristina Tinelli, dell’ufficio di Bruxelles. “L’Europa deve ricordare che non siamo giardinieri, ma agricoltori. Chiederci di produrre meno per favorire l’import da altri Paesi o la produzione di cibo in laboratorio sarà la fine del nostro agroalimentare”.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Veneto

Epidemia aviaria, Confagricoltura Veneto afferma: “E’ la peggiore mai vista”

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Il settore avicolo pagherà un alto prezzo con l’epidemia aviaria, che, oltre a enormi danni per le aziende agricole venete, comporterà anche una forte mancanza di prodotto. A dirlo è Michele Barbetta, rieletto presidente della sezione avicoltori di Confagricoltura Veneto per il prossimo quadriennio. Ad affiancarlo nel ruolo di vicepresidente sarà Diego Zoccante, veronese, titolare di un allevamento di 15.000 tacchini da carne a Bolca (VR) e presidente degli avicoltori di Confagricoltura Verona.

La più grave epidemia aviaria che si ricordi. “A partire dall’inizio degli anni Duemila, il Veneto è stato coinvolto in numerose epidemie di influenza aviaria, sia a bassa che ad alta patogenicità. Nel 2017 si era assistito all’ultima emergenza epidemica, nel corso della quale erano stati abbattuti milioni di volatili ed era stato disposto il divieto di allevamento all’aperto nelle aree a rischio. Ma quella che stiamo vivendo oggi è la più grande epidemia aviaria che si sia mai vista in Italia e in Veneto, che avrà tremende ripercussioni sul settore – sottolinea Barbetta, allevatore di Carceri (Padova), titolare di un’azienda agrozootecnica che comprende quattro allevamenti avicoli -. Innanzitutto ci troveremo presto di fronte a una considerevole mancanza di prodotto, a cominciare dalla carne di pollo e tacchino, perché siamo a quasi 8 milioni di capi abbattuti su circa 176 focolai, con il Veneto che conta il 90 per cento degli allevamenti colpiti in Italia. La conseguenza più probabile sarà che tutta la filiera, a partire dalla grande distribuzione, andrà a cercare carni altrove e quindi in Paesi competitor come l’Ucraina, l’Argentina e il Brasile. Oltre a perdere quote di mercato, il nostro Paese non potrà più garantire ai consumatori una carne di qualità, come quella nostrana. Una batosta quindi non solo per le aziende agricole, ma anche per i consumatori”.

Di questa terribile epidemia, al momento, non si vede la fine. “Questa è la peggiore in assoluto, sia per diffusione, sia per aggressività del virus, dal momento che può uccidere fino al 100 per cento degli animali di un allevamento – rimarca Barbetta -. Oltre al Basso Veronese, che conta il maggior numero di focolai, a soffrire è anche il Basso Padovano, che attualmente conta oltre 35 aziende agricole colpite. Il virus si è diffuso nonostante le rigide normative e i sistemi di sicurezza attivati dagli allevatori italiani, che sono costantemente soggetti a visite ispettive delle Asl. Probabilmente la causa va ricercata nel fatto che gli animali allevati all’aperto hanno più probabilità di essere contagiati da uccelli migratori. Il risultato è che moltissime aziende avicole si ritrovano da un giorno all’altro con fatturato pari a zero e ciononostante devono continuare a far fronte a spese ingenti per pulire e sanificare gli stabilimenti e pagare le bollette dell’energia elettrica, che hanno subìto rincari abnormi. Chiediamo perciò ristori tempestivi sia per gli allevatori che per il personale, dato che con le aziende chiuse e improduttive il lavoro verrà a mancare. Bisogna considerare che, per far ripartire un allevamento che ha perduto tutti gli animali, ci vorranno mesi. Nella speranza che nel frattempo si riesca a contenere l’epidemia”.

Fonte: Confagricoltura Veneto

Kiwi, la moria delle piante continua inarrestabile, danni ingenti nel Veronese e nell’Alto Padovano in cui, a novembre, si terrà un convegno al riguardo

moria kiwi

La moria dei kiwi continua inarrestabile. Si stima che la malattia, nel Veronese, abbia colpito dalla sua comparsa (otto anni fa) più della metà dell’intera superficie dedicata agli inizi, cioè 1.800 ettari. In Friuli Venezia Giulia, dove la superficie coltivata nel 2020 è di poco superiore ai 500 ettari, la moria interesserebbe circa il 10% degli impianti. Coltivazioni colpite anche in Lombardia, nella zona del Mantovano, e marginalmente anche in Emilia Romagna e in Calabria. Nel Lazio i primi casi si sono riscontrati tre anni fa, ma ora c’è una recrudescenza della malattia nell’Agro Pontino che si stima possa interessare mediamente il 20% delle superfici, quasi 2.000 ettari di piantagioni persi. Un danno enorme per un Paese che, secondo i più recenti dati della Fao, è il secondo produttore mondiale di kiwi dopo la Cina e prima della Nuova Zelanda.

Malattia di cui non si conosce ancora la causa. Conferma Andrea Foroni, presidente dei frutticoltori di Confagricoltura Veneto e coltivatore di kiwi a Villafranca: “Purtroppo con questo caldo anche nel Veronese stanno crollando tante piante. Sono cariche di kiwi, ma soffrono perché, non avendo più l’apparato radicale, non assorbono più acqua e quindi muoiono. Anni fa c’era una distesa di impianti di kiwi, da Villafranca a Valeggio e Mozzecane. Tutti scomparsi, a causa di questa malattia di cui non si è compresa ancora la causa, nonostante tutte le sperimentazioni messe in campo anche in Veneto. Agrea, centro studi di Verona, aveva avviato un frutteto sperimentale che aveva mostrato margini di miglioramento con una corretta gestione dell’acqua e una significativa baulatura del terreno d’impianto, oltre a un buon uso del compost. Ma dopo quattro anni anche quei frutteti sono morti. Ora riponiamo le nostre speranze nella soluzione messa a punto dal vivaista veronese Massimo Ceradini sui nuovi portainnesti, presentati pochi giorni fa all’Agri Kiwi Expo di Latina, dove sul fenomeno si sono confrontati i massimi esperti e studiosi nazionali. L’ultima ancora di salvezza, dato che nessuna pratica agronomica finora sperimentata negli ultimi anni ha funzionato”.

Un danno enorme per la provincia veronese, che sui kiwi aveva investito con convinzione tanto da concentrare circa l’80 per cento della produzione regionale. Invece anche nel 2019 si è registrata un’ulteriore diminuzione della superficie totale coltivata ad actinidia, scesa a 2.450 ettari. E gli impianti espiantati vengono compensati solo in piccola parte dall’entrata in produzione dei nuovi impianti, messi a dimora negli anni precedenti. In Veneto nel 2019 il raccolto è stato di circa 37.100 tonnellate (-35,3% rispetto all’annata precedente) e su livelli produttivi ampiamente inferiori rispetto agli standard medi della coltura.

Strage di piante anche nell’Alto Padovano. Fino a pochi anni fa nella zona di Cittadella, in provincia di Padova, c’erano oltre 100 ettari di kiwi, una coltura molto redditizia in cui le aziende credevano e investivano. Ora ne sono rimasti meno della metà per colpa della moria dei kiwi. A Fontaniva (PD) due aziende agricole hanno espiantato tutto, decidendo di cambiare coltura, dopo anni di perdite di kiwi e di redditività. “Cittadella è stata tra le prime in Italia a credere nella coltura, che era stata avviata negli anni Ottanta da Fabio testi nel Veronese – sottolinea Matthias Paolo Peraro, referente di Confagricoltura per l’Alto Padovano -. L’Italia era prima al mondo e il Veneto era secondo a livello nazionale per produzione. Invece otto anni fa è comparsa questa malattia che ha fatto fuori più della metà dei frutteti. Sono stati fatti studi e sperimentazioni, ma senza risultati. La verità è che i kiwi non hanno mai avuto l’attenzione che hanno altre piante nella selezione, basti pensare alle viti. Il kiwi è ancora propagato per talea e, di conseguenza, anche le piante giovani tendono ad ammalarsi e morire, perché sono figlie delle vecchie. Bisognerebbe invece trovare piante resistenti e innestarle. Ma servirebbero più ricerca e investimenti, che nessuno ha mai pensato di fare”.

A novembre un convegno. Confagricoltura Padova vuole andare a fondo al problema una volta per tutte e perciò in novembre organizzerà, a Cittadella, un convegno che coinvolgerà l’Università di Padova, la cooperativa Apofruit ed esperti in difesa fitopatologica di Verona: “Noi non vogliamo perdere questo settore, perché siamo stati gli unici nel Padovano a tenere duro in questi anni e ci crediamo ancora – spiega Peraro -. Nell’Alto Padovano abbiamo un terreno ottimale, ricco d’acqua e sassoso, che evita i ristagni tanto dannosi per i kiwi. Inoltre si tratta di una coltura che è stata a lungo redditizia, se pensiamo che produceva 250 quintali ad ettaro, mentre oggi fatichiamo a farne 100 a causa della moria. Infine, si tratta di un settore che ha pochi antagonisti a livello mondiale. Il nostro kiwi viene raccolto in autunno, ma poi è conservato in frigo fino a febbraio-marzo, quando non c’è più prodotto estero, a partire da quello cileno e argentino. Perciò i prezzi sono sempre stati soddisfacenti. Aggiungo che nella zona di Cittadella abbiamo tanti giovani che ci credono ancora e stanno investendo. Ma i costi dell’impianto sono alti: 45.000-48.000 euro a ettaro, senza contare le 600-800 ore di manodopera necessarie per il raccolto. Perciò chiediamo sostegno per un settore che può dare ancora lavoro, redditività e un futuro alle nostre aziende padovane”.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Veneto

Glifosate, agenzia per la protezione dell’ambiente Usa esclude pericoli, Confagricoltura ne rilancia l’uso

L’Agenzia per la protezione dell’ambiente Usa (Epa) esclude qualsiasi pericolo per la salute umana derivante dall’utilizzo del glifosate, erbicida utilizzato particolarmente nelle tecniche di agricoltura conservativa. È il risultato del suo ultimo studio, che si schiera nuovamente a favore della sostanza, al centro, da anni, di diatribe mediatiche e giudiziarie a proposito di una sua presunta cancerogenità.

“L’agenzia ha concluso – si legge nel documento pubblicato – che non vi sono motivi di preoccupazione quanto a rischi di tipo alimentare per alcun segmento della popolazione, neanche seguendo le ipotesi più prudenziali applicate nelle valutazioni (come residui al massimo livello di tollerabilità, applicazione diretta all’acqua e trattamenti sul 100% delle colture). L’agenzia ha inoltre concluso che non sussistono rischi né di tipo residenziale, né di tipo professionale, né per gli astanti non-occupazionali”.

“La valutazione dell’agenzia statunitense – sottolinea Lodovico Giustiniani, presidente di Confagricoltura Veneto – conferma quanto sostenuto da tempo, sulla base della scienza e non del pregiudizio, dalla nostra organizzazione: riteniamo importante continuare a utilizzare questa sostanza non solo da un punto di vista economico, perché si rischierebbe di mettere in crisi numerose imprese agricole, ma anche ambientale perché l’utilizzo di prodotti fitosanitari come questo consentono non solo un efficace controllo delle infestanti, ma anche una conseguente riduzione al minimo delle pratiche di coltivazione dei terreni e delle emissioni di gas serra, preservando il suolo e permettendoci di produrre cibo per tutta la popolazione. Anche questa vicenda evidenzia come, prima di ricorrere alla demonizzazione di alcune modalità produttive, sia opportuno analizzare le questioni tenendo nella massima considerazione i pareri espressi dalla comunità scientifica internazionale”.

La posizione pro glifosate dell’Epa è solo l’ultima in ordine di tempo. Prima si erano già espresse in maniera positiva l’Efsa (European Food Safety Authority), l’Echa (European Chemicals Agency), la German BfR, il Jmpr (Joint Fao/Who Meeting on Pesticide Residues) e le autorità regolatorie di Australia, Canada, Corea, Nuova Zelanda e Giappone. Anche l’Epa si era già espresso nel merito l’anno scorso, sottolineando come procurare allarme sul potenziale cancerogeno dei prodotti contenenti questa sostanza attiva sarebbe stato “in contraddizione con la valutazione scientifica dell’agenzia” e sarebbe stata quindi “una dichiarazione falsa e fuorviante”.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Veneto

“Frutticoltori senza reddito da cinque anni. E i mercati chiuderanno”, la lettera di fine anno di Piero Spellini, membro di giunta di Confagricoltura Verona.

Piero Spellini

Riceviamo dall’ufficio stampa di Confagricoltura Veneto e pubblichiamo la lettera di fine anno scritta da Piero Spellini, membro di giunta di Confagricoltura Verona, sul difficile momento che stanno attraversando i frutticoltori veronesi, e non solo.

Sono un vecchio appassionato frutticoltore. Ho investito fino a sei mesi or sono nella mia azienda nel Villafranchese perché fosse sempre all’avanguardia, e oggi è considerata tale. Gli ultimi investimenti sono stati per chiudere gli appezzamenti, protetti da rete antigrandine, con le reti a fori sottili (anti carpo) per cercare di contenere l’invasione della cimice asiatica. La cosa è riuscita solo molto parzialmente.

Finite le raccolte ho cominciato a guardarmi in giro. La contabilità porta a risultati che definire sconfortanti è essere pazzescamente ottimisti. Mi sono chiesto se sono una mosca bianca o se non so produrre in modo economico. Ho avviato da vecchio ingegnere una mia indagine personale, che voglio condividere. Ho contattato circa 200 frutticoltori. Nessuno mi ha detto di aver chiuso il bilancio in maniera positiva, nella stragrande maggioranza dei casi, “a microfoni spenti”, conferma che sono cinque anni consecutivi che non si fa bilancio. I produttori di mele sono indecisi se togliere le piante quest’anno o provare per l’ultima volta. I peri hanno le radici che godono il fresco sopra terra. Il sistema bancario dice che, se guardiamo il debito rispetto al patrimonio, si può ancora resistere al fallimento un paio d’anni, ma se lo guardiamo rispetto ai fatturati e alle prospettive il settore è già morto.

Mi sono guardato in giro: dal prossimo anno non apriranno certamente il mercato delle pesche di Villafranca e quello di Valeggio; gli altri tre stanno discutendo su cosa fare, visto che i peschi sono spariti dalle campagne. Verona, che cercava di togliere a Latina la prima genitura del kiwi, ha tolto i frutteti, per la moria delle piante. Teoricamente questo sarebbe un anno buono per i prezzi, ma non c’è produzione e la poca che c’è è rovinata dalla cimice. I meli cercano di resistere, ma sono stati drasticamente estirpati per i prezzi irrisori e da ultimo per la cimice. Ho letto la relazione presentata dalla Regione Veneto, certamente fatta bene, ma fotografa una situazione del tutto irreale: cito solo il prezzo delle mele a 0,56 euro, contro un prezzo di campagna di 20 centesimi e un costo di produzione superiore ai 30.

Per quanto riguarda la legge sul caporalato, voglio dire che anche io mi sento vittima, ma del costo globale della manodopera e della burocrazia. Se anche l’anno prossimo il prezzo di vendita sarà uguale, non sarò in grado di pagare gli operai. Quanto alla burocrazia, ho assunto tra gli altri due ragazzi, il giovedì, per la raccolta che doveva cominciare il lunedì: uno se n’è andato in bicicletta con gli amici fino a Catanzaro, l’altro in Bulgaria a fare gare di moto. Assunzione, stipendio a ore zero, licenziamento totale euro 210 (senza contare il mio tempo perso), che tradotto in chili di mele a 20 centesimi sono 1.050 chili. Evito di commentare per non essere scurrile. Possibile che non si riesca a capire che la raccolta che dura forse due settimane non è un impiego, ma un’attività occasionale, che in Germania, Austria, Francia è considerata tale, che da dove oggi arrivano le mele (cioè Polonia, Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca) la manodopera per la raccolta costa 3,5 euro all’ora e loro, europei come noi, possono vendere a 20 centesimi mentre noi chiudiamo le aziende?

La mia zona è sempre stata all’avanguardia, ma ora con la sparizione delle pesche e del kiwi sta subendo una rapidissima trasformazione. Tre ettari di pesche mantenevano una famiglia, tre ettari di prato mantengono cinque vacche, forse, non certo una famiglia. Che quindi cerca di affittare, ma appezzamenti piccoli non li vuole nessuno, oppure cerca di vendere se trova qualcuno che compera, con prezzi crollati. Il numero delle aziende nei prossimi tre anni sarà drasticamente ridimensionato.

Il settore agrituristico invoca regole uguali per tutti i soggetti che offrono alloggi

foto Agriturist

Più integrazione delle attività agrituristiche nel comparto del turismo veneto, valorizzazione del territorio e dei fabbricati rurali con una maggiore elasticità nella gestione dei posti letto, semplificazione per chi fa ristorazione e lotta all’abusivismo, perché in troppi offrono alloggio senza averne titolo o sottostare alle regole. Sono stati questi i temi portanti dell’assemblea annuale di Agriturist Veneto, l’associazione regionale degli agriturismi di Confagricoltura, ospitata dall’agriturismo Tenuta la Pila di Villabartolomea (Vr), alla presenza di rappresentanti e operatori provenienti da tutte le province del Veneto.

un momento dell’assemblea Agriturist

Necessaria la revisione della legge regionale. Il presidente regionale dell’associazione di Confagricoltura, Leonardo Granata, ha spiegato che i 1.465 agriturismi veneti godono di ottima salute e sono in crescita (il Veneto è la seconda regione in Italia per numero dopo la Toscana), ma per consentire loro di stare al passo con il mercato occorre una revisione in chiave più attuale della legge regionale che li riguarda e regole uguali per tutti. “A livello nazionale è partita una campagna di Agriturist contro l’abusivismo di chi offre alloggio – ha detto Granata -. Un fenomeno che tocca da vicino anche il Veneto, con troppi soggetti che offrono e affittano stanze senza sottostare ad alcuna regola. Avendo provato sulla nostra pelle cosa vuol dire essere messi all’indice da altre categorie, non vogliamo demonizzare nessuno. Chiediamo però un denominatore comune che consenta di operare nella legalità. Tre paletti sono fondamentali: l’invio delle schede delle persone alloggiate per questioni di pubblica sicurezza, la comunicazione dei dati all’Istat per una corretta politica del turismo sul territorio veneto e il pagamento della tassa di soggiorno. Naturalmente, per chi opera con continuità, va da sé che sarebbe necessaria anche la partita Iva”.

Regole chiare e uguali per tutti, ma senza alimentare burocrazia e controlli asfittici: “L’Italia è un Paese che ha il brutto vizio di concentrarsi sull’attività ispettiva e burocratica. Lasciamo vivere le imprese – ha sottolineato il presidente -. Gli agriturismi, in particolare, sono gli unici ad essere sottoposti a una percentuale di controlli del 20% su base provinciale annua, nonostante rappresentino l’1% del turismo regionale. Siamo soggetti a una pluralità di enti controllori e diversi che spesso vanno oltre i propri compiti e intervengono con sanzioni. Auspichiamo che il passaggio di competenze e il nuovo modello organizzativo della Regione Veneto, che si occuperà delle competenze in materia di verifica, riconoscimento e controllo delle attività agrituristiche, migliori la situazione attuale e sia il primo passo verso una compiuta integrazione nel sistema turistico veneto. Va superata infatti la separazione tra gli agriturismi e il resto delle strutture turistiche, che oggi sono normate a parte. Sul territorio ci siamo anche noi, con le nostre tipicità, che vogliamo siano valorizzate”.

Tra le rigidità da superare c’è quella sui posti letto, che stabilisce un tetto massimo di 30 posti al chiuso e 30 all’aperto: “Auspichiamo un monte letti annuo e senza suddivisioni aperto-chiuso, che possa essere gestito dall’azienda a seconda della stagionalità e delle tipicità aziendali. In questo modo potrà essere valorizzata l’iniziativa aziendale e sarà offerta la possibilità di recuperare i fabbricati storici e rurali che cadono in disuso”. Un’altra richiesta riguarda la ristorazione: “Chiediamo che nel 50% previsto dalla normativa per l’autoproduzione, sia prevista anche la possibilità di servire i prodotti della rete agrituristica, perché riteniamo utile favorire gli scambi e la connessione tra aziende agricole che producono sul territorio”.

In Veneto gli agriturismi associati a Confagricoltura sono 350, di cui un centinaio a Verona. In totale, secondo i dati della Regione, gli agriturismi sono 1.465, di cui 968 che offrono solo ospitalità, 129 che fanno agricampeggio e 744 che svolgono attività di ristorazione. In alcuni casi le aziende offrono sia ospitalità, sia ristorazione. Il primato appartiene alla provincia di Verona con 399 strutture, seguita da Treviso con 318, Vicenza con 236, Padova con 213, Venezia con 131, Belluno con 118 e Rovigo con 50.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Veneto

Il Governo approva la riforma Agea (erogazione aiuti comunitari in agricoltura), Veneto Confagricoltura disapprova (accentra a discapito degli agricoltori veneti), Coldiretti approva (bene razionalizzare e mettere in rete le Regioni)

Il Consiglio dei ministri, su proposta del presidente Paolo Gentiloni in qualità di Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, ha approvato, in esame definitivo, il decreto legislativo che, in attuazione della legge sulla semplificazione, la razionalizzazione e la competitività dei settori agricolo e agroalimentare (legge 28 luglio 2016, n. 154), introduce norme in materia di riorganizzazione delle competenze nel sistema di erogazione degli aiuti comunitari cui sono preposti l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (AGEA).

Obiettivi del Governo. Il decreto, in attuazione dell’articolo 15 della legge delega e in linea con la nuova politica agricola comune 2014-2020, prevede la riorganizzazione dell’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (AGEA), in modo da renderla maggiormente rispondente alle specifiche esigenze del settore e da assicurare il raggiungimento di diversi obiettivi: migliorare la qualità dei servizi erogati alle imprese agricole; razionalizzare e contenere la spesa; innalzare l’efficienza del sistema di pagamenti; rivedere e ottimizzare il modello di coordinamento degli organismi pagatori a livello regionale; rivedere l’attuale sistema di gestione del SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale); ottimizzare l’accesso alle informazioni, mediante la realizzazione di una piattaforma informatica che permetta una più forte integrazione tra le articolazioni regionali e la struttura centrale. Il decreto mira ad assicurare in modo più strutturato e netto la separazione tra le funzioni di Organismo di coordinamento e di Organismo pagatore attribuite all’AGEA.

Confagricoltura Veneto esprime la propria contrarietà. “La riforma rappresenta un atto di insensibilità istituzionale e di lesione dell’autonomia regionale, a discapito degli agricoltori e dei contribuenti – sottolinea il presidente di Confagricoltura Veneto, Lodovico Giustiniani -. La riforma accentrerà, infatti, la gestione dei procedimenti amministrativi, imponendo alle Regioni di uniformare il sistema informativo a quello nazionale. Questo significa che il Veneto dovrà abbandonare il sistema adottato dall’agenzia regionale Avepa, che ha dimostrato di operare bene, per adottare quello nazionale che è al contrario inefficiente, lacunoso e causa di gravi ritardi nei pagamenti. Quello che serve per Agea è una riforma radicale, che vada a rifondare completamente l’agenzia per metterla in grado di fornire risposte puntuali ed esaustive alle esigenze degli agricoltori”.

La razionalizzazione dei servizi e delle competenze è sempre utile invece per Coldiretti Veneto. Nel caso di Agea, “se la riforma contribuirà ad accentrare i servizi amministrativi, mettendoli di fatto in rete con le Regioni, il passo avanti compiuto sarà innegabile”, ha affermato Martino Cerantola, aggiungendo che occorre mettere da parte i personalismi: “in Veneto Avepa funziona molto bene. Dobbiamo continuare a lavorare in termini di efficienza e pensare che la riorganizzazione proposta dal governo contribuirà ad efficientare i processi ed al tempo stesso a razionalizzarli”. Si interverrà sull’intera filiera ed il sistema dei pagamenti, in previsione, dovrà essere più rapido. “Cerchiamo di pensare in rete e, soprattuttodi tagliare i procedimenti macchinosi di cui il nostro Paese, nessuna Regione esclusa, è pieno. Solo così potremo dirci un paese davvero democratico e dalla parte di chi lavora, peraltro con un ritorno sull’economia dei territori indubbiamente sensibile”.

Fonte: Servizio stampa Mipaaf, Confagricoltura Veneto, Coldiretti Veneto