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Dalle Bonifiche Venete all’Europa: il Consorzio Adige Euganeo in prima linea contro la salinizzazione dei suoli con il Progetto VENUS

Nelle aree più depresse della gronda lagunare di Venezia, dove il terreno giace sotto il livello del mare anche di 3-4 metri e la minaccia della salinizzazione si acuisce anno dopo anno a causa della risalita del cuneo salino, il Consorzio di bonifica Adige Euganeo è pioniere di un’iniziativa fondamentale per il futuro dell’agricoltura e dell’ambiente. Parte integrante del progetto internazionale VENUS, un’operazione finanziata dal programma PRIMA di Horizon 2020, il Consorzio sta conducendo una sperimentazione cruciale per comprendere e contrastare gli effetti devastanti del cambiamento climatico e della crescente salinità dei suoli.

La sfida globale e la risposta locale

La regione mediterranea, infatti, è un epicentro di pressioni ambientali. Il riscaldamento globale, l’aumento demografico, l’agricoltura intensiva e la desertificazione stanno erodendo la disponibilità di acqua dolce e la produttività dei terreni agricoli. Di fronte a queste sfide, il progetto VENUS, del valore di oltre 4 milioni di euro, nasce con l’ambizioso obiettivo di dimostrare il potenziale ambientale ed economico di specie vegetali neglette e sottoutilizzate (NUS). Si tratta di piante resilienti che, richiedendo poca acqua e adattandosi a suoli aridi e salini, possono trasformare terreni marginali in aree produttive, migliorando la qualità del suolo e prevenendo conflitti per le risorse idriche.

Il cuore della sperimentazione nel Veneziano

Nel comprensorio del Consorzio di bonifica Adige Euganeo, l’applicazione pratica di questa visione è già una realtà. Due aree sperimentali, di 4.000 metri quadrati nei pressi dell’impianto Gesia a Cavarzere e di 8.000 metri quadrati presso l’impianto Zennare (vedi foto in alto) a Chioggia, sono diventate il fulcro di uno studio pionieristico. Qui, alla fine di maggio di quest’anno, dopo approfondite diagnosi sulla salute e la struttura del terreno – parametri confrontabili con quelli delle altre aree coinvolte a livello internazionale – sono state trapiantate alcune delle varietà testate già lo scorso anno, con un preciso sesto d’impianto. Si tratta di specie come la Salicornia, l’Atriplex, la Beta Marittima, la Salsola oppositifolia e la Suaeda Maritima. In alcuni casi, queste piante sono state abbinate a coltivazioni di pomodoro, permettendo un confronto diretto sul successo colturale in terreni limosi e salsi, tipici della gronda lagunare. Un primo trapianto era già stato effettuato lo scorso novembre, e i risultati finora sono incoraggianti: tutte le specie stanno trovando un ambiente favorevole, dimostrando la loro intrinseca resilienza.

Verso il “nuovo mais”

“Ci sono grosse aspettative – spiega Lorenzo Frison, ingegnere del Consorzio di bonifica Adige Euganeo e responsabile del progetto – non solo in termini di risultati colturali, ma soprattutto nella direzione di capire quanto queste piante possano aiutare concretamente nella desalinizzazione dei suoli”. Tra qualche mese, le prime analisi, che saranno condotte da un laboratorio greco, determineranno il valore e la quantità di principi attivi contenuti nelle coltivazioni. È un aspetto cruciale, poiché si tratta principalmente di piante con un elevato potenziale per l’industria farmaceutica. Il progetto VENUS, che coinvolge 12 partner da 8 paesi mediterranei (Italia, Grecia, Spagna, Egitto, Giordania, Marocco, Algeria, Tunisia), non si limita alla sperimentazione agronomica. Il suo orizzonte è molto più ampio: mira infatti a costruire una filiera completa e un mercato che possa rendere remunerativa la produzione di queste colture. Frison non nasconde l’ambizione: “Per quanto ci riguarda, da queste piante potrebbe nascere il successore del mais. Il nostro intento è proprio quello di offrire una nuova possibilità di coltura a quelle aree che, purtroppo, lottano ogni giorno con la salinizzazione dei suoli”.

Un dialogo costante per soluzioni innovative

Naturalmente, la ricerca richiede prudenza. “Ci sono ancora tante cose da valutare – avverte Frison – per esempio, dobbiamo accertarci che alcune varietà non si rivelino infestanti”. Per questo, il progetto prevede un confronto costante e capillare con i partner internazionali e il coinvolgimento diretto degli operatori agricoli dei territori interessati. La collaborazione con gli altri paesi, infatti, è fondamentale per integrare conoscenze tradizionali e tecniche moderne, sviluppando soluzioni adattabili alle specifiche condizioni del Mediterraneo. Il prossimo appuntamento internazionale del Consorzio sarà il 10-11 settembre, quando si terrà un incontro sull’Isola di Chios, in Grecia, per valutare i progressi. Intanto, per gli agricoltori e la cittadinanza del territorio, il Consorzio di bonifica Adige Euganeo sta organizzando un open day presumibilmente nel mese di novembre. Sarà l’occasione per toccare con mano l’innovazione che, partendo dalle bonifiche venete, si proietta a livello internazionale per affrontare le sfide più urgenti del nostro tempo. Il progetto VENUS si afferma così come un passo decisivo verso un futuro agricolo più resiliente e sostenibile, un futuro in cui il Consorzio di bonifica Adige Euganeo gioca un ruolo da protagonista.

Fonte testo e foto: servizio stampa Consorzio di bonifica Adige Euganeo

Cuneo salino, l’esperienza del Delta del Po in soccorso del Tevere

Le peculiarità geografiche e idrauliche del Delta del Po spingono il Consorzio di bonifica Delta del Po (sede a Taglio di Po, Rovigo) ad approcci, studi e soluzioni innovative la cui rilevanza travalica i confini regionali. A tal proposito, con riferimento particolare al contrasto alla desertificazione e alla risalita del cuneo salino, il Consorzio è stato invitato a intervenire al convegno che si ètenuto a Roma nei giorni scorsi nella sede della Regione Lazio, promosso dal Consorzio di bonifica Litorale Nord di Roma e dalla stessa Regione, dal titolo “L’intrusione del cuneo salino sulle colture del litorale romano: stato dell’arte e prospettive”.

Fari puntati sul fiume Tevere

Nel contesto generale del cambiamento climatico caratterizzato da periodi siccitosi sempre più lunghi, il Tevere sta riscontrando un aggravamento del fenomeno. Nel 2022, anno della grande siccità, l’acqua del mare è risalita fino a 40 chilometri nell’entroterra. Record a parte, la risalita del cuneo salino rappresenta ormai una costante per il territorio, con gravi danni all’agricoltura. “Così come le bonifiche venete hanno ispirato, negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, la bonifica dell’Agro Pontino, oggi le sperimentazioni e le azioni per il contrasto al cuneo salino intraprese nel nostro Delta ispirano i territori in prossimità della foce del Tevere alle prese con un aggravamento dello stesso problema”, spiega Virginia Taschini, presidente del Consorzio di bonifica Delta del Po.

Barriere antisale

Le misure adottate dal Consorzio per fronteggiare i cambiamenti climatici, sono state oggetto dell’intervento del direttore Rodolfo Laurenti, che si è soffermato sulle barriere antisale che verranno realizzate sull’Adige e sul Po di Pila. La prima inserita nel piano del Commissario Straordinario Nazionale all’Emergenza Idrica Nicola dell’Acqua è già stata finanziata con 42 milioni di euro ed è dunque in procinto di essere realizzata. La nuova infrastruttura sul Po di Pila sopperirà le attuali barriere sul Po di Tolle e sul Po della Donzella, sempre meno efficaci nel fronteggiare la spinta del mare. Inserita nel Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza del settore idrico (PNIISSI) costerà 90 milioni di euro, ancora da stanziare.

Intelligenza artificiale

Nel corso della mattinata, grande risalto è stato dato all’intervento del professor Paolo Tarolli, ordinario di idraulica agraria dell’Università degli Studi di Padova, che ha illustrato la sperimentazione che il Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-forestali (TESAF) dell’ateneo patavino sta svolgendo con il consorzio di bonifica. Uno studio innovativo basato sull’Intelligenza Artificiale, quale strumento in grado di prevedere la progressione della salinizzazione del suolo attorno alla Sacca di Scardovari, analizzando in tempo reale l’enorme mole di dati provenienti da satelliti, sonde nel terreno, misuratori di salinità nei rami del fiume Po.

Fonte: servizio stampa Anbi Veneto

La fame e la sete stanno sconvolgendo il mondo (che non ha ancora debellato il Covid)

siccità

Algeria, Tunisia, Bosnia-Erzegovina, Egitto, Giordania, Libano, Nigeria, Pakistan, Filippine, Turchia e Sri Lanka: sarebbero questi gli undici Paesi a maggior rischio di forti tensioni e conflitti sociali causati dalla carenza di cibo, dall’aumento dei prezzi alimentari, dalla fame diffusa tra la popolazione. La stima è stata fatta dalla società di assicurazioni internazionale Allianz Trade che indica tra le concause in primo luogo la guerra in Ucraina e il mancato approvvigionamento di grano che da quel Paese viene annualmente esportato in tutto ilo mondo. I Paesi più solidi economicamente hanno la possibilità di diversificare le proprie fonti, accettando i maggiori costi che i mercanti globali stanno imponendo.

Ma c’è anche un altro nemico, oltre alla guerra: la siccità. Assolutamente straordinaria è quella che sta colpendo i Paesi del Corno d’Africa, ridotto alla fame da quattro anni di raccolti falliti, piogge irregolari e invasioni di locuste. Nella nostra Penisola non siamo, ovviamente, in una situazione altrettanto drammatica, anche da noi si stanno creando situazioni di grande difficoltà. Dalla Sardegna che lamenta una inusuale e pericolosissima invasione di cavallette che stanno distruggendo le coltivazioni al Polesine che dalla sua storia di devastanti alluvioni oggi si ritrova senz’acqua, con quella salata del mare che risale lungo il corso del Po. Tecnicamente si chiama ‘cuneo salino’ e rischia di rendere infertili i terreni che solitamente godevano della portata d’acquaq dolce del maggiore fiume italiano. Fiume che oggi fa registrare una portata inferiore del -67% rispetto a quelle che sarebbe la media di questo periodo. Tant’è che Acquevenete, ente gestore degli acquedotti, è stata costretta a noleggiare un dissalatore portatile come misura d’emergenza per garantire la fornitura alla popolazione. Ma la preoccupazione più profonda è quella per l’agricoltura: il Polesine vanta colture di mais, grano, granoturco e riso per oltre 258 chilometri quadrati solo nell’area di Porto Tolle e il bisogno d’acqua dolce per l’irrigazione, vista l’assoluta mancanza di piogge, è enorme.

Non va meglio nel resto del Veneto. Coldiretti denuncia una diminuzione del 50% delle piogge e quindi un apporto idrico alle preziose vigne che si è ridotto ad appena 300-400 millilitri. Inevitabile a questo punto anticipare, di almeno una settimana, la vendemmia 2022 per garantire una produzione di circa 14 milioni di quintali, come nell’ultimo anno. Infine, sullo sfondo, resta lo spettro del Covid: l’ultima variante, e l’impennata di contagi che nell’ultima settimana è stata registrata in Veneto e non solo, sta di nuovo preannunciando un autunno che potrebbe essere tutt’altro che sereno.

Fonte: Garantitaly.it