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Selva di Grigno (Trento). La riserva naturale Fontanazzo si rivela uno scrigno di biodiversità in fatto di insetti impollinatori

(di Giancarlo Orsingher, vice presidente Argav) 4-24-75: non è la terna vincente di un’estrazione del lotto, bensì i numeri che, in un certo senso, sintetizzano il progetto di monitoraggio degli insetti impollinatori realizzato, con sviluppi futuri, all’interno della Riserva naturale provinciale “Fontanazzo” di Selva di Grigno.

Negli anni scorsi, l’associazione Selva Green, con la collaborazione di Fondazione E. Mach,  WBA-World Biodiversity Association e Rete di Riserve del fiume Brenta, ha avviato un “progetto di comunità” rivolto ai residenti della frazione in un’iniziativa di notevole interesse ambientale volta a preservare e a migliorare la biodiversità. L’associazione ha iniziato con il prendere in affitto alcuni appezzamenti all’interno della Riserva, coltivati fino ad allora a mais e a soia per l’alimentazione animale, convertendoli a “prato biodiverso” dopo che una ditta sementiera aveva individuato il miscuglio di sementi locali più adatto alla zona. E, come ci racconta il presidente di Selva Green Stefano Marighetti, la semina è stato il primo momento comunitario, perché si è svolta in occasione di feste e altre iniziative, appunto, “di comunità”.

E’ cresciuto così un bel prato, composto da diverse specie di piante sul quale nel 2021, cioè quattro anni fa – ed ecco il primo numero della “terna vincente” – è iniziato il monitoraggio degli insetti impollinatori. Non tutti però, perché gli impollinatori sono tantissimi: fra questi troviamo infatti ditteri (le varie specie di mosche), lepidotteri come farfalle e falene, odonati come le libellule, le vespe, alcuni coleotteri, uccelli, alcuni rettili come le lucertole, i pipistrelli e poi, naturalmente, le api. Il monitoraggio a Fontanazzo si è occupato proprio delle api o meglio di tutti gli apoidei che non appartengono al genere “Apis”, del quale fa parte l’ape domestica, quella cioè allevata dall’uomo per produrre miele. Perché è da ricordare che sulla Terra esistono addirittura circa 20.000 specie di insetti apoidei, più o meno 2.000 in Europa e 1.017 di queste nella sola Italia.

La tecnica di ricerca applicata al Fontanazzo – come ci spiega Paolo Fontana, l’entomologo della Fondazione E. Mach che ha coordinato il progetto – ha utilizzato le cosiddette “Pantrap”, tre vaschette di tre colori diversi (bianco, giallo e azzurro) per attirare i diversi insetti con all’interno acqua e una piccola goccia di tensioattivo; lasciate esposte per 48 ore a un’altezza di 40 centimetri da terra vengono poi ritirate filtrandone il contenuto e inserendo nelle provette i singoli insetti raccolti. Il campionamento, che prevede cinque gruppi di Pantrap, è stato ripetuto dai volontari di Selva Green una volta al mese da marzo ad agosto dal 2021 al 2024. Quindi sei mesi per quattro anni ed ecco il secondo “numero estratto”: 24, vale a dire i campionamenti nel corso dei quattro anni.

Il passaggio successivo del lavoro è stato quello che ha portato al terzo numero: ogni singolo insetto raccolto è stato infatti analizzato e, grazie alla grande competenza di Livia Zanotelli, entomologa della Fondazione E. Mach, è stato classificato assegnandogli nome e cognome, cioè genere e specie.

E i risultati sono stati molto interessanti perché in soli quattro anni di monitoraggio, lavorando su una striscia molto limitata di prato e con una raccolta di insetti per nulla invasiva, sono state censite ben 75 specie diverse di apoidei, più del 7% di tutte le specie conosciute in Italia!

Questo dato conferma l’importanza dell’area Natura2000 del “Fontanazzo” e in realtà di tutte le altre riserve all’interno della Rete del Brenta, che costituiscono dei veri e propri scrigni di biodiversità, per gli insetti, ma naturalmente anche per il resto della fauna, oltre che per la varietà floristica. Il discorso vale ovviamente per tutte le altre aree naturali presenti nel resto del Trentino e in tutto il mondo: porzioni di territorio, magari anche piccolissime, che consentono la vita a un numero incredibile di esseri viventi portando un grande beneficio, anche alla vita dell’uomo. Se venissero a mancare gli insetti impollinatori, ad esempio, una grande varietà di frutta e verdura non esisterebbe perché non più impollinata e non avremmo così a disposizione il 35% della produzione globale di alimenti, come ad esempio mele, pere, pesche, ciliegie, prugne, kiwi, meloni, pomodori, zucche, zucchine.

Grazie alla semina del “prato biodiverso” il monitoraggio ha anche evidenziato l’importanza ambientale della corretta gestione dei prati da parte dell’uomo. Al Fontanazzo sono state in realtà organizzate diverse altre attività legate alla biodiversità e alla ricerca sugli apoidei, come la produzione di miele nelle arnie posizionate in zona dalla Fondazione E. Mach e la cui analisi del polline trasportato dalle api ha consentito di conoscerne la composizione precisa, con le “preferenze alimentari” degli insetti.

Numerose sono state poi le iniziative di comunicazione, informazione e didattica come il posizionamento di “hotel per insetti”, svariate visite guidate con scolaresche e gruppi di cittadini e incontri di approfondimento come quello di fine maggio scorso quando sono stati illustrati i risultati che qui abbiamo riassunto o quello di giugno incentrato sulla sostenibilità in Valsugana.

Dopo la “Tempesta Vaia”, negli orti forestali creati per l’imboschimento delle aree danneggiate nella montagna veneta, raccolto il “Miele della rinascita”

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Dalle fioriture spontanee dei boschi colpiti dalla tragica calamità naturale occorsa in particolare nell’area montana delle Dolomiti e delle Prealpi Venete tra il 26 il 29 ottobre 2018, quando violente piogge e un vento fortissimo di 200 km/ora colpirono un’area boschiva di oltre 40 mila ettari e abbatterono milioni di alberi, compromettendo per decenni il futuro dell’economia agro-forestale del territorio, è nato un miele speciale che testimonia la resilienza della natura e il valore della biodiversità. Si chiama il “Miele della Rinascita”, a definirlo così il gruppo di lavoro impegnato nella ricostruzione delle aree boschive distrutte e al recupero della biodiversità compromessa dopo quella che è stata chiamata la “Tempesta Vaia”.

Da quella distruzione ambientale prese forma il progetto LIFE VAIA, finalizzato al recupero delle foreste dai danni provocati dai cambiamenti climatici al patrimonio della biodiversità. Il Progetto, a valenza europea, è gestito in sinergia da dieci partner: Rigoni di Asiago (capofila), Veneto Agricoltura, Università di Padova-Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-Forestali (TESAF), Fondazione Edmund Mach, Comuni di Asiago e di Gallio, Fiera di Longarone Dolomiti, World Biodiversity Association (WBA), Association Française d’Agroforesterie (Francia), Università di Santiago di Compostela (Spagna) e Venetian Cluster.

“Il Miele della Rinascita” è stato prodotto e invasettato dalla Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige come produzione limitata, destinata a promuovere il progetto di recupero LIFE VAIA. È un miele originato da orti forestali che accompagnano il lavoro di imboschimento dei boschi danneggiati dall’evento meteorologico estremo. Il lavoro di recupero è affrontato con un approccio innovativo di misure agroforestali finalizzato alla preservazione dell’ecosistema, tutela della biodiversità e sviluppo di filiere produttive, in particolare nell’ambito dell’apicoltura e dei piccoli frutti per la trasformazione. Il sistema innovativo prevede la realizzazione – su limitate superfici di terreno – di orti forestali coltivati temporaneamente da varie specie erbacee e arbustive a valore commerciale (piccoli frutti, piante alimurgiche e officinali), in grado di garantire un reddito alternativo alle colture forestali. L’obiettivo del progetto è puntare a sviluppare e valorizzare i prodotti e i servizi sostenibili in aree boschive distrutte da eventi catastrofici, aumentando la resilienza ecologica, economica e sociale degli ecosistemi forestali e aiutandoli ad affrontare meglio i cambiamenti climatici.

Un miele speciale del quale Le Città del Miele, la rete dei territori che danno origine e identità ai mieli italiani, si fanno sostenitori ideali per promuovere e valorizzare il valore che accompagna la tutela della biodiversità territoriale. Le Città del Miele è la rete dei territori che danno origine e identità ai mieli italiani. Fin dalla sua nascita, nel 2001, collabora, a livello regionale e provinciale con il mondo dell’apicoltura sviluppando un’agenda nazionale di eventi promossi e sostenuti dalle Città associate. Un impegno che, nell’arco di vent’anni, è stato fondamentale per la conoscenza dei mieli e che ha consentito a più di 5 milioni e mezzo di consumatori di conoscere, degustare e scoprire la qualità e la diversità dei numerosi mieli italiani. – https://cittadelmiele.it/

Fonte: servizio stampa Le Città del miele

Trento. Fondazione Edmund Mach, ricerca sul legame tra alimentazione e salute del cervello

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Tempo di bilanci per il progetto NeuroTOm, finanziato dall’Unione Europea nell’ambito delle azioni Marie Skłodowska-Curie e condotto dalla Fondazione Edmund Mach (Fem) in collaborazione con l’Università di Wageningen. Sotto la supervisione di Urska Vrhovsek e coadiuvata dal team dell’Unità di Metabolomica di FEM, la post-doc Ana Kovačič, titolare del finanziamento, ha esplorato come i composti neuroattivi presenti nei pomodori possano influenzare la salute del cervello attraverso l’asse intestino-cervello.

Analizzati quattro tipi di pomodori

Nella prima fase di attività sono stati analizzati quattro tipi di pomodori (datterini biologici e convenzionali, pomodori a grappolo e lavorati) per individuare sia composti neuroprotettivi, come polifenoli e aminoacidi, sia sostanze che richiedono ulteriori studi, come gli additivi alimentari. Questi elementi e il loro comportamento sono stati osservati in un modello simulato di digestione per riprodurne il percorso nell’organismo. I risultati del progetto condotto dal Centro Ricerca e Innovazione suggeriscono che alcune sostanze, tra cui la tomatina e il bisfenolo S, possono raggiungere il colon e da qui, potenzialmente, influenzare il cervello. Le informazioni e i dati ottenuti segnano un importante passo avanti nella comprensione del ruolo che può avere l’alimentazione nella prevenzione delle malattie neurodegenerative ed aprono nuove prospettive per future ricerche sulla dieta e la salute del cervello.
Il lavoro ha suscitato ampio interesse anche nella comunità scientifica internazionale con i risultati recentemente presentati ad importanti conferenze di settore, tra cui la Nordic Metabolomics Conference svoltasi a Turku, in Finlandia lo scorso agosto.

Fonte: servizio stampa Fem

Trento. Il gambero di fiume torna nelle acque della Valsugana

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(di Giancarlo Orsingher, vice presidente Argav) In passato molto diffuso in tutta l’Europa occidentale, nel corso degli ultimi 50 anni il gambero di fiume europeo (Austropotamobius pallipes) ha subìto anche in Trentino una drastica riduzione dell’areale di distribuzione.

La specie

E’ il crostaceo autoctono più grande presente nei corsi d’acqua e nei laghi della provincia trentina, fondamentale per il mantenimento dell’equilibrio degli ecosistemi acquatici. Vive in fiumi, torrenti, ruscelli, fossi, laghi e stagni, dal fondovalle fino ai 1.500 metri di quota, prediligendo luoghi ricchi di massi, ciottoli, radici e detrito vegetale in grado di offrirgli rifugio nelle varie fasi del suo ciclo vitale. La specie presenta attualmente un tasso di estinzione molto elevato a livello nazionale ed europeo e la Direttiva Ue “Habitat”– lo strumento legislativo principe per la conservazione della biodiversità nel territorio dell’Unione Europea – lo elenca tra le specie a elevata priorità di conservazione in quanto ha subìto nel corso degli ultimi dieci anni una riduzione superiore al 50% dovuta al declino degli habitat disponibili, all’inquinamento, all’introduzione di specie alloctone e di parassiti e all’eccessivo prelievo di individui, fino a non molto tempo fa catturati a fini culinari.

In via di estinzione anche in Valsugana

Senza interventi specifici volti alla riduzione delle minacce e all’incremento delle popolazioni, esiste la concreta possibilità della sua estinzione nel medio-breve termine. I dati ci dicono che anche per quanto riguarda la Valsugana la situazione non è rosea: l’A. pallipes è stato censito in sole dodici delle 56 stazioni monitorate dalla Fondazione E. Mach (FEM) negli ultimi cinque anni nei bacini del Brenta e del Fersina. Risulta estinto ad esempio nel Rio Vena (all’interno della riserva naturale di Inghiaie a Levico Terme) dove era presente fino al 2011, nel Rio Resenzuola a Grigno dove i dati storici ci dicono che era presente fino al 1995 e nei canali e negli stagni della riserva naturale del Fontanazzo, ancora a Grigno, dove lo si trovava sicuramente fino al 2006.

Un piano per la reintroduzione

Da queste premesse è nato il progetto della Rete di Riserve del fiume Brenta volto a reintrodurre questo importante crostaceo almeno in una nuova area, individuata sulla base di dati scientifici. A occuparsi di questo tentativo è Maria Cristina Bruno, ricercatrice della FEM che sta seguendo anche il lavoro di contenimento delle specie aliene di gamberi presenti nel territorio e che nelle settimane scorse, assieme al presidente della Rete di Riserve Enrico Galvan e a Marcello Scutari del Servizio Aree protette della Provincia autonoma di Trento, ha presentato a Borgo Valsugana in un incontro pubblico il “Piano per la reintroduzione del gambero di fiume”.

Palude Roncegno per reintroduzione

Che cosa è stato fatto finora?

La prima fase ha riguardato l’individuazione della potenziale popolazione “donatrice” di gamberi di fiume europei, dalla quale prevedere di prelevarne un certo numero da destinare al ripopolamento. Fra le poche popolazioni ancora presenti in Valsugana la scelta è caduta su quella presente da tempo nel Rio Laguna di Grigno e nello stagno artificiale da questo alimentato; si tratta di una popolazione in ottima salute sia dal punto di vista numerico che, aspetto fondamentale, dal punto di vista sanitario, essendo risultata indenne da qualsiasi malattia e quindi non a rischio di trasmissione di patologie in altre zone. A questo riguardo è opportuno ricordare che il gambero di fiume europeo può essere portatore della “peste del gambero” e della “malattia della porcellana”. Individuata la popolazione donatrice si doveva trovare una zona adatta dove provare a traslocare i gamberi e una serie di considerazioni tecniche hanno fatto ricadere la scelta sulla riserva “Palude di Roncegno” (foto in alto) il biotopo che si estende su circa 20 ettari al confine fra i territori di Borgo Valsugana e Roncegno Terme, caratterizzato da una grande abbondanza di corsi d’acqua, stagni e laghetti che lo rendono ideale per accogliere i gamberi di fiume, con la possibilità che in futuro la popolazione del crostaceo si espanda autonomamente risalendo ad esempio parte del rio Chiavona.

I prossimi passi

Ora è arrivato il momento di entrare nel vivo e nel corso del mese di ottobre si passerà alla fase operativa che prevede la raccolta dal rio Laguna di una ventina di gamberi maschi e indicativamente del doppio di femmine. Questo è il rapporto numerico ideale per assicurare il massimo successo della reintroduzione; il numero complessivo di individui prelevati, pari a circa il 10% del totale della popolazione donatrice, è inoltre tale da non creare alcun problema a quest’ultima. I gamberi prelevati verranno immediatamente rilasciati all’interno della Palude di Roncegno distribuendoli in un tratto di qualche decina di metri, in zone di acqua relativamente ferma, permettendo così la dispersione naturale degli individui.

E dopo?

Il lavoro non finisce però qui. Intanto perché la traslocazione di gamberi dal rio Laguna alla Palude di Roncegno si ripeterà per altri due anni e poi perché si renderà necessario il monitoraggio della situazione per almeno cinque anni per stimarne la consistenza, verificarne lo stato sanitario e valutare la qualità dell’ambiente. Il successo dell’intervento potrà essere accertato a partire dall’anno successivo alla prima traslocazione: se alla conclusione del ciclo riproduttivo nella nuova area verranno individuati i cosiddetti “giovani 0+”, cioè i piccoli gamberi nati l’anno precedente, vorrà dire che la reintroduzione del gambero di fiume nella Palude di Roncegno avrà avuto successo.

Articolo già pubblicato dall’autore su “Il Cinque”

Vacca Rendena, razza resiliente, longeva, fertile ma vulnerabile all’estinzione

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La vacca Rendena è conosciuta per la sua longevità, fertilità, resistenza alle malattie e adattabilità ai ripidi pascoli alpini. Nonostante queste qualità eccezionali, è classificata come “vulnerabile all’estinzione”, essendo stati registrati nel 2022 solo 6057 esemplari. Una carta di identità sulla razza emerge dallo studio recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica “Genetics Selection Evolution”. Il lavoro, condotto dalle Università di Piacenza, Padova e Pavia in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach (Fem), è la prima analisi dettagliata della diversità molecolare di questa razza e si concentra sulla genetica e l’evoluzione della Rendena, una risorsa zootecnica di grande rilevanza per il territorio trentino.

Una razza presente in gran parte in Veneto e Trentino

Complessivamente ad oggi si hanno poco più di 200 allevamenti in tutto il Nord Italia, distribuiti prevalentemente in Trentino (32% dei capi, dato riferito ai controlli per il latte 2021) ed in Veneto (oltre 60% dei capi), e con presenze minime anche il Lombardia, Friuli, Emilia Romagna e Piemonte (dati Associazione nazionale allevatori bovini razza Rendena).

Lo studio

Dal titolo “Eredità genetica e firme adattative: indagare la storia, la diversità e le firme di selezione nei bovini Rendena resistenti alle epidemie di peste bovina del XVIII secolo”, l’analisi descritta nello studio ha rivelato che questa razza condivide componenti genetiche con altre razze alpine e della valle del Po e possiede una prossimità genetica alla razza Original Braunvieh. Il dato rifletterebbe gli sforzi storici di ripopolamento di questa razza in Trentino, in particolare dopo la seconda guerra mondiale. Nel corso dello studio, che vede il coinvolgimento per Fem del Centro ricerca e Innovazione e del Centro trasferimento tecnologico, in particolare di Heidi Hauffe, Erika Partel e Matteo Komjanc, sono emerse evidenze delle differenze di composizione e della frequenza con cui si rinvengono le varianti di sequenza del Dna, indice del fatto che la selezione praticata dai Rendeneri nel corso dei secoli ha lasciato un segno nel genoma, che nel caso della Rendena è orientata alla produzione di latte e carne, all’adattamento all’ambiente alpino e alla risposta immunitaria, quest’ultima probabilmente indotta dalle epidemie di peste bovina che hanno colpito le Alpi qualche centinaio di anni fa. Lo studio suggerisce che la razza Rendena ha spiccati tratti distintivi che le permettono di prosperare nell’ambiente alpino, accrescendone il valore per gli allevatori locali. Preservare queste caratteristiche di adattamento è essenziale non solo per mantenere la diversità genetica e migliorare la capacità di adattamento ai cambiamenti ambientali, ma anche per garantire la resilienza e la sostenibilità del sistema zootecnico e delle comunità che su di esso insistono nell’area della Val Rendena.

Fonte: Fem, foto Wikipedia


Concorso vini territorio Fondazione Edmund Mach, assegnato il premio “Sergio Ferrari”, per anni “colonna trentina” di Argav

assegnazione-del-premio-1In occasione del concorso vini del territorio, Fondazione Edmund Mach ha assegnato il premio dedicato alla memoria dell’ex professore Sergio Ferrari, per anni “colonna trentina” di Argav, che quest’anno è andato allo studente del corso enotecnico Daniele Bandera, per la costanza dimostrata nel percorso didattico e nell’apprendimento delle materie tecnico-scientifiche caratterizzanti il percorso enotecnico e per essersi distinto per la capacità di coinvolgimento dei propri compagni contribuendo alla loro capacità personale e alla propria. 

Lo studente ha ricevuto il premio dalla moglie dell’ex professore dell’Istituto Agrario, la signora Grazia e dalla figlia Chiara (nella foto in alto, credits Fem), e dal direttore generale Mario Del Grosso Destreri alla presenza del dirigente scolastico Manuel Penasa e del referente organizzativo, Andrea Panichi.  “Questo evento si inserisce bene nell’ambito delle attività che FEM ha in corso per celebrare il 150° anniversario della sua fondazione. Sia il vino, sia l’attenzione per il territorio sono due parole chiave per la missione della nostra istituzione”, ha commentato Mario Del Grosso Destreri. 

Il concorso è organizzato dal Centro Istruzione e Formazione con il patrocinio dei comuni di San Michele, Mezzocorona e Mezzolombardo e la collaborazione di Assoenologi sezione Trentino e sezione Alto Adige, Museo etnografico trentino e Consorzio Turistico Piana Rotaliana Königsberg.  Il concorso intende promuovere la qualità dei vini provenienti dai vitigni autoctoni o dalle interpretazioni territoriali di vitigni internazionali, ma rappresenta anche una interessante opportunità didattica per gli studenti del corso enotecnico per iniziare a prendere confidenza con i vini prodotti nel territorio e con le aziende produttrici. “Si tratta di una esperienza importante per gli studenti del percorso enotecnico – ha sottolineato il dirigente prof. Manuel Penasa – perchè grazie a questa manifestazione hanno l’opportunità di affiancare i commissari e mettere in pratica quanto hanno appreso in classe”. La commissione è composta da 30 esperti selezionati tra enologi, enotecnici, sommelier, giornalisti, provenienti da tutta Italia  e sono coordinati dall’enotecnico Luciano Groff.

Fonte: Fondazione Edmund Mach

Dalla terra il futuro, i 150 anni della Fondazione Edmund Mach in mostra sino al 29 settembre 2024 a Trento

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Nel 150° anniversario della nascita dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, oggi Fondazione Edmund Mach, ha ideato una mostra in collaborazione con la Provincia autonoma di Trento, aperta al pubblico sino al 29 settembre 2024 nello Spazio archeologico sotterraneo del Sas, in piazza Cesare Battisti, a Trento. La mostra, curata da Marta Villa e Katia Malatesta con la collaborazione di Silvia Ceschini, Erica Candioli e Lucia Zadra, ne rilegge la genesi e l’evoluzione, mettendo a fuoco le sue molteplici attività nei settori: agricolo, agroalimentare e ambientale, tra istruzione e formazione, ricerca scientifica, sperimentazione, consulenza e servizio alle imprese.

Ripercorrendo le fasi di un dialogo sempre fertile tra tradizione e innovazione, il percorso, con il progetto espositivo dell’architetto Manuela Baldracchi, si intreccia con uno sguardo generale agli sviluppi del contesto agrario trentino, interpretati, senza pretesa di completezza, attraverso la soggettività di cinque dei più importanti fotografi e atelier fotografici attivi sul territorio tra la fine del XIX secolo e il terzo millennio. Il percorso espositivo che si snoda tra gli ambienti della Tridentum romana dando forma visiva alla lunga storia dell’ente, attraverso pubblicazioni, manufatti storici e soprattutto centinaia di fotografie selezionate nell’archivio fotografico della Fem e tra i fondi dell’Archivio fotografico storico provinciale.

Una storia lunga 150 anni. La storia dell’Istituto iniziò il 12 gennaio 1874, quando la Dieta regionale tirolese di Innsbruck deliberò di attivare a San Michele all’Adige una scuola agraria con annessa stazione sperimentale. Alla direzione dell’Istituto fu posto Edmund Mach, giovane e brillante assistente dell’Istituto enologico e pomologico di Klosterneuburg (Vienna). Fin dalle origini, con un’intuizione che rimarrà a connotare tutta la storia successiva dell’istituzione, lo statuto prevedeva la simbiosi tra formazione agricola e sperimentazione in azienda, a favore del progresso dell’agricoltura trentina. Sotto la magistrale regia di Mach, la scuola di San Michele e la stazione sperimentale si affermarono come istituto modello e la loro fama varcò ben presto i confini regionali.

Dopo Edmund Mach si susseguirono altri validi direttori, fra i quali spiccano le figure di Enrico Avanzi, professore accademico che diede un forte impulso scientifico all’Istituto e al quale si deve l’importante attività nel settore cerealicolo, frutticolo e viticolo, nelle quali fu supportato dall’opera infaticabile di Rebo Rigotti, ricercatore di grande talento che seppe spaziare in molteplici campi, in particolare nel miglioramento genetico della vite (si deve a lui l’incrocio che fu poi battezzato con il suo nome, “Rebo”).
Alla fine degli anni Cinquanta emerse la figura di Bruno Kessler che, nella duplice veste di presidente della Provincia autonoma di Trento e dell’Istituto Agrario, seppe sviluppare le attività dell’ente comprendendo il fondamentale valore delle scienze agrarie per il territorio trentino e non solo. È soprattutto merito di Kessler se la scuola di San Michele negli anni Settanta si rinnovò e si preparò alle sfide dei tempi moderni, sviluppando, tra l’altro, collaborazioni con altre realtà scientifiche europee, soprattutto nel mondo di lingua tedesca.

Nella storia recente la data più significativa è il primo gennaio 2008. L’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, ente funzionale della Provincia autonoma di Trento si trasformò in una Fondazione, il cui nome tributò i dovuti meriti al suo primo e storico direttore, Edmund Mach. Nacque, quindi, un nuovo ente di interesse pubblico con personalità giuridica di diritto privato, assorbendo anche le attività del Centro di Ecologia Alpina contribuendo così ad ampliare il mandato a favore della ricerca ambientale.
Istruzione e formazione, trasferimento tecnologico e ricerca nei settori agricolo, ambientale e agroalimentare si delineano così come i tre pilastri della nuova organizzazione. La Fondazione Mach è oggi una “cittadella dell’agricoltura”, un unicum a livello nazionale: sempre più impegnata a diffondere gli studi nei settori di competenza ma allo stesso tempo radicata sul territorio. Da 150 anni la missione è sempre la medesima: supportare l’agricoltura, l’ambiente e il territorio affrontando mediante l’innovazione le nuove sfide quotidianamente proposte.

Info per la visita. La mostra, curata dalla Fondazione Edmund Mach in collaborazione con la Provincia autonoma di Trento – UMSt soprintendenza per i beni e le attività culturali e con il Centro Servizi Culturali Santa Chiara, è patrocinata dall’Euregio con la partecipazione del Mets – Museo Etnografico Trentino di San Michele all’Adige, della Fondazione Museo storico del Trentino e del Castello del Buonconsiglio, monumenti e collezioni provinciali. L’iniziativa si inserisce nell’ambito del percorso di eventi dedicati alle celebrazioni per i 150 anni della Fem organizzato dal Comitato presieduto dal prof. Attilio Scienza, che culminerà il 28 settembre 2024 con la cerimonia conclusiva. Spazio Archeologico Sotterraneo del Sas, piazza Cesare Battisti, Trento. Fino al 31 maggio 9-13 / 14-17.30. Dal 1° giugno al 29 settembre 9.30-13 / 14-18 Chiuso il lunedì (escluso i lunedì festivi).

Fonte: Ufficio comunicazione e relazioni esterne Fem

Aperta oggi alla Fondazione Edmund Mach la manifestazione che valorizza le produzioni enologiche del territorio, al via il 6° concorso con il premio “Sergio Ferrari” 

apertura concorso vini territorio - 18 maggio 2023 (4)

Due giorni di degustazioni, 102 etichette in gara, otto categorie, 30 commissari al lavoro. Sono i numeri della sesta edizione del concorso sui vini del territorio organizzato dalla Fondazione Edmund Mach. La manifestazione, autorizzata dal Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste,  come concorso ufficiale, si è aperta oggi con l’assegnazione del premio dedicato al prof. Sergio Ferrari, stimatissimo socio Argav.

Oggi e domani una commissione di esperti degusterà e valuterà le etichette provenienti dalle cantine trentine e altoatesine. Si tratta di trenta professionisti del vino tra enologi, enotecnici, sommelier, comunicatori e giornalisti del settore provenienti da tutta Italia. Protagonisti sono i vitigni autoctoni o interpretazioni territoriali di vitigni internazionali. L’apertura del concorso si è svolta questa mattina, presso la sala Versini del Palazzo Ricerca e Conoscenza. Erano presenti il presidente FEM, Mirco Maria Franco Cattani, il direttore generale Mario Del Grosso Destreri, il preside prof. Manuel Penasa, il prof. Andrea Panichi, responsabile del Dipartimento istruzione post secondaria e referente organizzativo del concorso, l’enologo Luciano Groff, la commissione e una classe di studenti del corso enotecnico, che in questa manifestazione svolgono un importante ruolo organizzativo e di supporto alla commissione.

Il presidente Cattani ha consegnato assieme alla moglie Grazia e alla figlia Chiara il premio intitolato al prof. Sergio Ferrari allo studente Riccardo Tebaldi, (foto in alto) per la serietà e i valori etici dimostrati nell’apprendimento dei principi teorico pratici della viticoltura ed enologia, distinguendosi in particolar modo per la costanza di impegno e per la crescita personale durante tutto il percorso di studio. “Questo premio – evidenzia il presidente Cattani- rammenta la dedizione e la passione, di professore e giornalista, che Sergio Ferrari ha svolto per tutta la sua vita professionale, dedicandosi ai giovani ed al comparto agricolo in particolare, contribuendo nel contempo a sensibilizzare e stimolare il valore etico di studenti e lettori“.

L’iniziativa, organizzata dal Centro Istruzione e Formazione, conta sul patrocinio dei tre comuni della Piana Rotaliana: San Michele all’Adige, Mezzocorona, Mezzolombardo, delle due sezioni Assoenologi del Trentino e dell’Alto Adige e vede il coinvolgimento del Consorzio turistico Piana Rotaliana Königsberg e del Museo etnografico trentino. L’evento, ha evidenziato il prof. Manuel Penasa si propone, al tempo stesso, come opportunità didattica per gli studenti del Corso enotecnico per iniziare a prendere confidenza con i vini del territorio e con le aziende produttrici, ampliando le competenze tecniche degli studenti.

Per la sesta edizione sono state individuate le seguenti categorie: Teroldego Rotaliano DOP vendemmia 2020, Trentino DOP Marzemino, Trentino DOP Pinot bianco, Trentino DOP Riesling, Trentino DOP, Vigneti delle Dolomiti IGP, Vallagarina IGP con indicazione vitigno Nosiola, Alto Adige – Südtirol DOP Pinot bianco, Alto Adige – Südtirol DOP Riesling, Vini dolci (con residuo zuccherino superiore a 45 g/l), appartenenti alle seguenti DOP o IGP del territorio Trentino Alto Adige/Südtirol: DOP Alto Adige, DOP Trentino, DOP Trento, IGP Vigneti delle Dolomiti, ISP Vallagarina. Giovedì primo giugno saranno premiate le prime tre posizioni per ogni singola categoria delle otto previste, nell’ambito di un incontro in programma, alle 14, presso l’aula magna, che sarà trasmesso in diretta streaming sul canale YouTube FEM.

Fonte: Servizio stampa FEM

Una dieta mirata riduce stress e ansia: il ruolo degli psicobiotici (microrganismi benefici) sotto la lente della ricerca di Fondazione Edmund Mach

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La Fondazione Edmund Mach (Fem) ha partecipato allo studio internazionale coordinato dalla University College Cork (Irlanda) che dimostra come la combinazione virtuosa di stile di vita e alimentazione incida sulla salute mentale delle persone. Focus dello studio sono gli psicobiotici, microrganismi benefici che si affiancano ai probiotici, e che operando lungo l’asse microbiota-intestino-cervello contribuiscono a migliorare le prestazioni del sistema nervoso umano.

Da questa ricerca, che in Fem ha coinvolto l’ Unità di Metabolomica del Centro Ricerca e Innovazione con l’analisi dei biofluidi umani, arriva un’ ulteriore conferma dei benefici prodotti da questi microrganismi, compiendo un ulteriore passo nella direzione di un intervento preventivo o curativo attraverso l’alimentazione, di sindromi quali depressione, Alzheimer, autismo o disturbi da stress in generale. Dalla ricerca emergono, in particolare, 4 elementi principali della dieta che sono in grado di migliorare la salute mentale: gli acidi grassi omega-3, i polifenoli, le fibre e gli alimenti fermentati. Si può realizzare una dieta bilanciata, senza dovere assumere integratori, semplicemente associando ad una dieta mediterranea elevate dosi di alimenti fermentati, come crauti, yogurt, kefir e kombucha. “Con tutte le necessarie limitazioni date dalla durata dell’indagine e dalle dimensioni esigue del campione di studio è possibile affermare che l’adozione di una dieta mirata può rappresentare un valido strumento nella riduzione di stress, ansia e depressione – afferma Andrea Anesi, ricercatore Fem. Questa ricerca segna una svolta importante e un punto di partenza per ulteriori approfondimenti sulle potenzialità associate all’adozione di diete mirate per il trattamento dei disturbi mentali.

La combinazione di fibre vegetali e cibi fermentati sviluppano gli psicobiotici. Lo studio ha considerato non singoli alimenti, ma la combinazione articolata di cibi fermentati e fibre vegetali, in somministrazioni ripetute lungo l’arco della giornata e per un periodo medio-lungo (4 settimane). Una vera e propria dieta variata, caratterizzata dunque dalla presenza di ingredienti come cavoli, porri, cipolla ed aglio, mele, banane e piccoli frutti, cereali integrali, legumi e cibi fermentati che favoriscono lo sviluppo dei microorganismi psicobiotici nell’intestino.

Lo studio in FEM: analizzati i biofluidi umani. L’attività condotta dall’Unità di Metabolomica del Centro Ricerca e Innovazione ha riguardato l’analisi dei biofluidi umani (plasma e urine) per la quantificazione mirata dei cataboliti di aminoacidi essenziali e per i metaboliti sintetizzati dal microbiota intestinale grazie ad un protocollo innovativo sviluppato negli ultimi anni. Mettendo a confronto due campioni di studio, uno caratterizzato dal consumo di una dieta con le caratteristiche sopra evidenziate e l’altro dal consumo di una dieta convenzionale, le persone appartenenti al primo gruppo di studio avrebbero manifestato al termine delle quattro settimane una riduzione dello stress percepito rispetto a quanti facevano parte del secondo gruppo, associato ad una dieta standard.

I microrganismi psicobiotici e loro benefici. A livello intestinale i microrganismi psicobiotici trasformano il cibo ingerito in una serie di metaboliti che agiscono in modo positivo sul cervello, come per esempio la serotonina, l’ormone della felicità. Eventuali alterazioni della funzionalità del microbiota intestinale causate da stress o errate abitudini alimentari portano ad una disfunzione nella comunicazione intestino-cervello e dunque all’insorgenza di stress o, nei casi più gravi, di patologie.

Fonte: Servizio stampa Fem

Dal Trentino, un esempio con le mele di bioeconomia circolare, interpretazione di un nuovo concetto economico in risposta alla crisi

MeleDanneggiate

Un contesto difficile e segnato dalle incertezze, quello che le aziende agricole stanno affrontando con costi delle materie prime in continuo aumento, costi di produzione alle stelle e mercati difficili. Senza contare l’impatto degli eventi climatici sempre più frequenti e veementi, basti pensare che dall’inizio dell’anno gli eventi estremi fra nubifragi, bombe d’acqua, grandinate, bufere di vento e tornado che hanno provocato danni e vittime sono cresciuti del +42% rispetto allo scorso anno, con il 2022 che si classifica, peraltro, fino ad ora in Italia, come il più caldo di sempre, con una temperatura addirittura superiore di quasi un grado (+0,96 °C) rispetto alla media storica, ma si registrano anche precipitazioni ridotte di 1/3 anche se più violente secondo Isac Cnr.

Non da meno il fenomeno dello spreco che porta a “buttare” mediamente un terzo della produzione lungo la filiera e nel processo di consumo. Nasce in questo contesto il partenariato europeo per l’innovazione SMS Green, del quale Co.Di.Pr.A. è capofila e vede la collaborazione di Agriduemila Hub Innovation, Fondazione Edmund Mach e Melinda. L’investimento convinto in innovazione di prodotto e di sistema è da sempre un elemento altamente qualificante per il nostro settore. Per questo Co.Di.Pr.A. ha promosso questo nuovo progetto nell’ambito dei Partenariati Europei per l’Innovazione (P.E.I.), che vede al centro il concetto di bioeconomia circolare che sarà sicuramene traino di innovazione e crescita sostenibile del nostro territorio.

Il progetto si pone l’obiettivo di dare nuova vita alle mele danneggiate irreparabilmente dagli eventi atmosferici e al marco mela esaurito, ossia il residuo esausto della produzione dei trasformati di mela, trasformandoli in un fertilizzante organico con proprietà ammendanti, a chilometro zero, che arricchisca e nutra il nostro prezioso suolo senza asportare ulteriori risorse prime, valorizzando al contempo dei prodotti attualmente considerati scarti, a ridotto valore aggiunto e dalla minima marginalità per l’agricoltore. La produzione di fertilizzanti dal recupero dei materiali organici di scarto della filiera potrà essere una risposta fondamentale per il raggiungimento di una adeguata capacità di autoproduzione interna e per interrompere la dipendenza dall’estero quanto ai fertilizzanti, che oggi mette a dura a prova le imprese per l’impennata straordinaria dei prezzi dovuta all’attuale contesto geopolitico. L’ulteriore valorizzazione del prodotto di scarto potrebbe permettere di riconoscere ai produttori agricoli una compensazione superiore delle “mele da industria” con il risultato, da un lato, di ottenere un ricavato complessivo non inferiore al consueto e dall’altro permettere una facilitazione nell’individuazione della capacità assicurativa, attraverso lo sviluppo di innovative soluzioni di gestione del rischio.

Dichiarazioni. “Tutto ciò – spiega Giovanni Menapace, presidente di Co.Di.Pr.A. – contribuisce positivamente a raggiungere un equilibrio economico-finanziario di lungo termine per le imprese agricole, stabilizzando le entrate e garantendo dei proventi di vendita anche nel caso in cui la produzione fosse fortemente compromessa da danni conseguenti a eventi avversi e/o da fitopatie”. “Oltre alle migliori prestazioni e stabilità reddituale – evidenzia Marica Sartori, direttore di Co.Di.Pr.A. – questo potrebbe produrre ulteriori effetti e ricadute positive sugli agricoltori, in quanto verrebbero applicati costi assicurativi ridotti grazie all’innescarsi di meccanismi virtuosi. Meccanismi virtuosi, quelli della bioeconomia circolare, che mirano a ridurre a 360° gradi gli effetti economici negativi sulle imprese derivante dall’aumento sproporzionato dei costi di produzione”. Il progetto avrà, quindi, numerosi impatti sull’intero comparto agricolo trentino e nazionale, per quanto riguarda sia il fronte assicurativo sia in termini di sostenibilità ed efficienza del sistema produttivo. “È necessario favorire una razionalizzazione delle soluzioni di gestione del rischio e, conseguentemente, un efficientamento della spesa pubblica – sottolinea Andrea Berti, amministratore delegato di Agriduemila Hub Innovation e direttore di Asnacodi Italia – Siamo costantemente al lavoro per portare ulteriori sviluppi nella direzione dell’innovazione, sfruttando le potenzialità delle tecnologie, ad esempio utilizzando rilievi satellitari, implementando tecnologie di machine learning e intelligenza artificiale, sempre con l’obiettivo principe di valorizzare e tutelare il lavoro degli agricoltori. Una gestione del rischio che è evoluta nel tempo fino ad arrivare ad implementare strumenti per la stabilizzazione del reddito aziendale deve necessariamente sviluppare sinergie con la filiera e questi processi di bioeconomia circolare vanno sicuramente incentivati e sostenuti.” “Si tratta di una sfida importante quella che si pone il progetto SMS Green – racconta Silvia Silvestri, responsabile dell’Unità Bioeconomia del Centro Ricerca e Innovazione della Fondazione Edmund Mach – con tutto il nostro staff e grazie alle tecnologie che disponiamo siamo già all’opera per caratterizzare i prodotti di scarto, valutarne le capacità fertilizzanti e misurarne gli effetti al suolo”. “Per noi è importante e fondamentale – spiega Luca Lovatti, responsabile ricerca e sviluppo di Melinda – riuscire a trovare soluzioni sostenibili sia da un punto di vista ambientale, sia sociale che economico. Infatti, è già da tempo che abbiamo intrapreso un percorso votato alla sostenibilità che hanno già dato risultati tangibili, come l’impego dei packaging compostabili, gli studi sulla carbon footprint. Questo progetto aiuterà ulteriormente a trovare risposte per una economia sostenibile incentrata su prodotti e processi di eccellenza e valorizzazione di ambiente e territorio”.

Fonte: servizio stampa Co.Di.Pr.A.