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Lotta alle zanzare: approda in Italia MosquitoAlert, app di “scienza partecipata” che permette ai cittadini di contribuire con un click

MosquitoAlertUn’app per conoscere i tipi di zanzare che vedremo arrivare, puntuali e numerose, con l’arrivo dei mesi caldi, ma soprattutto per contribuire a combatterne le infestazioni. Il tutto con una semplice fotografia dell’insetto da inviare tramite l’applicazione MosquitoAlert alla Task Force che ha riunito a collaborare a questo progetto esperti dell’Università Sapienza di Roma e dell’Ateneo di Bologna, dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie e del MUSE di Trento.

Già utilizzata in Spagna, l’app ha consentito di raccogliere migliaia di fotografie validate in tempo reale da esperti entomologi e utilizzate per tracciare l’invasione da parte di eventuali nuove specie, per identificare le regioni ed aree più infestate e dirigere gli interventi di controllo. Quest’anno MosquitoAlert è disponibile anche in Italia e contemporaneamente in altri 20 Paesi grazie al progetto europeo AIM-COST coordinato dalla prof.ssa Alessandra della Torre dell’Università Sapienza di Roma.

La Task Force di MosquitoAlert Italia si fa promotrice dell’iniziativa nel nostro Paese, senz’altro uno dei più infestati d’Europa, dove le zanzare non rappresentano solo una fonte di fastidio (spesso elevato), ma possono trasmettere virus capaci di provocare serie patologie all’uomo come il virus del West Nile, o quelli tropicali del Chikungunya o del Dengue. “Chiediamo ai cittadini di scaricare gratuitamente sul proprio telefono l’app MosquitoAlert e di ricordarsi, ogni qual volta avvistano o riescono a catturare una zanzara anche dopo averla colpita per autodifesa, di inviarne una fotografia tramite la stessa app” spiega il dott. Beniamino Caputo, ricercatore della Sapienza e coordinatore di MosquitoAlert Italia. “L’app consente anche di mandare semplici segnalazioni di punture o segnalare la presenza di raccolte d’acqua stagnante dove si possono sviluppare le zanzare e fornisce inoltre un indirizzo a cui inviare eventualmente l’intero esemplare. In cambio, gli utenti potranno conoscere la specie che li infastidisce e informarsi sui rischi sanitari connessi e avere accesso ad una mappa delle diverse specie presenti sul proprio territorio”. È proprio la primavera il periodo della prevenzione, in cui cioè intervenire con trattamenti nelle aree pubbliche e private (giardini, orti, terrazzi), per rimuovere, con prodotti idonei, o rendere inaccessibili alle zanzare tutte quelle piccole o grandi raccolte d’acqua in cui potrebbero deporre le uova e nelle quali si possono sviluppare le larve.

Collaborazione attiva dei cittadini. MosquitoAlert è un progetto di scienza partecipata (citizen science), come ormai ne esistono diversi che, grazie all’aiuto dei cittadini consentono di raccogliere preziosissime informazioni sulla biodiversità, sulle specie invasive, sui rifiuti in plastica, sulla qualità dell’aria e dell’acqua, sull’inquinamento acustico e luminoso. Le zanzare possono colpire meno l’attenzione di un bel fiore o di una farfalla, tuttavia rappresentano non solo motivo di forte fastidio per molti, ma anche un rischio per la salute pubblica a causa dei virus che tramettono con le loro punture. Ora, sono i ricercatori a chiedere una mano ai cittadini per conoscerle e combatterle meglio. Afferma il dott. Francesco Severini, ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità da sempre impegnato nella ricerca e nelle attività che tutelano la salute dei cittadini: “La qualità delle foto inviate è di fondamentale importanza per un’accurata e valida identificazione. Inoltre la possibilità di inviare l’esemplare fotografato ai laboratori di riferimento consentirà di identificare anche gli esemplari difficilmente riconoscibili senza un microscopio o perché parzialmente danneggiati”.

L’Università Sapienza è in prima linea nel progetto Mosquito Alert ITALIA che nasce dalla vasta esperienza del gruppo di ricerca di Entomologia Sanitaria del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive e si propone di coinvolgere tutti gli studenti ed il personale dell’Ateneo nell’utilizzo dell’app. L’11 maggio scorso è partita la campagna social #SCATTALAZANZARA con il contributo degli studenti del corso di Laurea Magistrale in Comunicazione Scientifica Biomedica, coordinati dalla prof.ssa Michaela Liuccio. “L’obiettivo è sensibilizzare studenti e personale della Sapienza a contribuire alla ricerca fornendo fotografie e segnalazioni ai colleghi entomologi e, al tempo stesso, sensibilizzare ai rischi associati alle zanzare e alle misure di prevenzione individuale e pubblica”. Ai più volenterosi si chiede inoltre di conservare eventuali esemplari di zanzare in freezer, utilizzando il codice della foto inviata tramite MosquitoAlert, e di consegnarle presso il punto di raccolta nell’atrio del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive.

Fonte: Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie

Wuhan novel Coronavirus: come nasce un’emergenza epidemica

L’esistenza di mercati di animali vivi simili a questo in altri paesi asiatici e africani è da lungo tempo riconosciuto come un fattore di rischio per la sanità globale

Erano i primi giorni di gennaio quando hanno iniziato a circolare le prime voci relative ad un cluster di casi di polmonite in Cina. Le somiglianze con il caso SARS sono state lampanti da subito: stessi sintomi, stesso decorso della malattia, stessa correlazione con un mercato di animali vivi. A differenza di quanto successo nel 2002, quando ci vollero mesi prima di identificare la causa dell’epidemia, nel 2020 la scienza ha impiegato solamente 8 giorni a fornire nome, cognome e carta d’identità completa del virus.

Sebbene questo risultato abbia permesso di confermare in tempi record i sospetti degli esperti, la sequenza genetica di quello che oggi è conosciuto come Wuhan novel Coronavirus (nCoV) lascia ancora molti dubbi sull’origine dell’epidemia. Infatti, in natura esiste un’enorme diversità di coronavirus in molte specie di mammiferi ed uccelli. In particolare, ad oggi si conoscono almeno 50 virus appartenenti allo stesso cluster di SARS e di questo nuovo coronavirus che circolano nei pipistrelli rinolofi ma sono considerati innocui per l’uomo.

Perché Wuhan nCoV sta infettando l’uomo? Sebbene non esista ancora una risposta definitiva a questa domanda, i 18 anni intercorsi tra l’emergenza della SARS e oggi ci hanno insegnato diverse lezioni, che hanno sì a che fare con lo studio dei coronavirus ma riguardano anche la dimensione umana delle malattie infettive emergenti. Dal punto di vista virologico, oggi sappiamo che la capacità di infettare l’uomo dipende dalla compatibilità tra le proteine di superficie di un virus e i recettori umani. In parole semplici, un dato coronavirus deve avere la chiave giusta per aprire la serratura presente sulle cellule umane. Da qualche giorno i ricercatori hanno dimostrato come il Wuhan nCoV utilizzi efficacemente lo stesso recettore cellulare umano riconosciuto dal SARS CoV, spiegando quindi come sia stato in grado di infettare l’uomo. Tuttavia, la sorveglianza estensiva nei pipistrelli dal 2005 ad oggi non ha mai identificato virus con capacità simili nel pipistrello, ad eccezione di una sola variante considerata in grado di legarsi debolmente ai recettori umani. Ciò suggerisce che il passaggio diretto da pipistrello a uomo non sia sufficiente a scatenare l’epidemia nell’uomo, sia in passato, sia adesso.

Fattori sociali e culturali: da SARS a Wuhan nCOV. Diversi studi hanno tentato di ricostruire le cause scatenanti l’epidemia di SARS. Tra queste, non sono da dimenticare i fattori sociali e culturali, che si traducono in comportamenti umani profondamente radicati quali la caccia, il commercio e il consumo di animali selvatici, le scarse condizioni igienico-sanitarie dei mercati, la deforestazione e l’urbanizzazione spinta. Tutte queste condizioni, tipiche dei paesi tropicali, contribuiscono ad aumentare di molto i contatti tra diverse specie selvatiche, animali domestici e uomo, fornendo maggiori chances di trasmissione. Inoltre, la commistione innaturale di animali diversi in condizioni di forte stress tipiche dei mercati di animali vivi possono portare alla “creazione” di nuove varianti del tutto inaspettate, come se si trattasse di veri e propri laboratori di virologia. Il fatto che Wuhan nCoV somigli a un virus di pipistrello ma sia, a differenza della maggior parte di questi, in grado di infettare l’uomo è quindi probabilmente dovuto all’infezione accidentale di un ospite intermedio che ha fornito al virus la chiave giusta per entrare. Il passaggio potrebbe quindi essere ancora una volta lo stesso, dal pipistrello ad un altro animale all’uomo. Se il passaggio dai pipistrelli ai dromedari si stima essere avvenuto almeno una ventina d’anni prima dell’emergenza nell’uomo di un altro coronavirus epidemico, agente eziologico della sindrome detta MERS, ad oggi è ancora troppo presto per sapere da quanto Wuhan CoV circolasse e in quali ospiti. La scatola nera potrebbe essere nel mercato del pesce di Wuhan e saranno necessari campionamenti estensivi negli animali presenti per arrivare al nocciolo della questione. Nonostante il nome, è noto come in questo mercato fossero venduti moltissimi animali vivi, appartenenti a specie allevate ma anche catturate dal loro ambiente naturale. Sebbene la Cina abbia oggi bandito temporaneamente questo tipo di attività in risposta all’epidemia, è probabile che i mercati verranno nuovamente aperti una volta calato il silenzio, esattamente come successo nel 2003 a pochi mesi dall’ultimo caso di SARS. L’esistenza di mercati di animali vivi simili a questo in altri paesi asiatici e africani è da lungo tempo riconosciuto come un fattore di rischio per la sanità globale. Come visto, l’emergenza di malattie dal serbatoio animale è per lo più dettata dai numeri, dalla probabilità, ed è pertanto un rischio difficilmente calcolabile e prevedibile. Quindi, puntare il dito contro i pipistrelli e i virus che convivono in equilibrio con i loro ospiti naturali è non solo inutile ma anche dannoso perché distoglie la nostra attenzione dalle uniche cause di queste emergenze sulle quali l’uomo possa intervenire.

Fonte: IZSVe

Dopo il mar Tirreno, anche nelle acque di Veneto e Friuli-Venezia Giulia è stato ritrovato in cozze e vongole il batterio Clostridium difficile, nessun allarme ma meglio consumare i molluschi bivalvi solo se cotti

Clostridium difficileUn’indagine condotta da ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) nel periodo 2015-2017, recentemente pubblicata sulla rivista International Journal of Food Microbiology, ha accertato la presenza del Clostridium difficile in cozze e vongole provenienti dall’Alto Adriatico e i risultati meritano una certa attenzione.

Clostridium difficile è un batterio che, grazie alla produzione di particolari tossine, può causare nell’uomo la colite pseudomembranosa, una patologia ben conosciuta nei nostri ospedali e da non sottovalutare, specie negli anziani. Degli oltre 700 campioni analizzati, l’11,6% delle cozze e il 23,2% delle vongole sono risultati positivi, spesso anche con ceppi di C. difficile di particolare rilevanza clinica per l’uomo, come confermato dalle analisi molecolari eseguite in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità. Questo risultato si giustifica con l’elevata antropizzazione e con l’elevata densità di allevamenti nelle regioni prospicienti le aree marine in cui è stato effettuato il campionamento. Clostridium difficile è un batterio che, in presenza di ossigeno, dà origine a spore, che rappresentano delle forme di sopravvivenza caratterizzate da resistenza particolarmente elevata, anche al calore.

A differenza di quanto avviene nell’uomo, gli animali, con poche eccezioni, sono spesso portatori sani di C. difficile a livello intestinale. Uomo e animali sono tuttavia accomunati dall’eliminazione con le feci di spore di C. difficile, e in tal modo, tramite i reflui urbani e zootecnici, possono contaminare le acque dei fiumi che successivamente si riversano in mare. La contaminazione antropica e zootecnica dell’ambiente, in questo caso marino, può riflettersi, pertanto, nella contaminazione dei cosiddetti molluschi eduli lamellibranchi, ovvero di quelle specie di molluschi racchiusi all’interno di una conchiglia, che si nutrono filtrando l’acqua marina rimanendo sulla sabbia del fondale, come fanno le vongole, o appesi a distanza dal fondale, come succede per le cozze allevate. Questi molluschi, infatti, filtrando l’acqua possono accumulare le spore di C. difficile.

Consumare i molluschi bivalvi solo se cotti. I risultati non devono allarmare, ma suggeriscono qualche precauzione. Si conferma l’importanza di consumare molluschi sottoposti a trattamento di depurazione o provenienti da aree di allevamento a mare. Il consumo di molluschi crudi o poco cotti va sicuramente evitato, in quanto espone a rischi sanitari di vario tipo, non solo nei confronti di C. difficile. I risultati di questa indagine, preliminari ad ulteriori studi di valutazione del rischio, non devono tuttavia allarmare: perché nell’uomo si manifesti la colite pseudomembranosa non è sufficiente mangiare alimenti contaminati con le spore di C. difficile, ma sono richieste condizioni predisponenti quali alterazioni della flora intestinale, generalmente causate dall’assunzione di antibiotici per via orale o di farmaci che alterano il pH gastrico, unitamente all’età avanzata. Questa patologia, infatti, colpisce prevalentemente gli anziani e in particolare quelli che assumono giornalmente farmaci contro l’acidità gastrica e/o antibiotici.

Fonte: IZSVe

Allerte alimentari, come funziona il sistema

Come funzione il sistema delle allerte alimentari? Nel sesto video della serie IZSVe «100 secondi» prodotta dal Laboratorio comunicazione della scienza dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), un’introduzione al sistema delle allerte alimentari: dalle origini delle allerte alla segnalazioni al RASFF, passando per le analisi di laboratorio e i richiami dei prodotti rischiosi.

Rischio alimentare, disponibile il materiale informativo del corso Odg di formazione per giornalisti organizzato lo scorso ottobre da Argav in collaborazione con IZSVe

Per i partecipanti al corso di formazione per giornalisti, svoltosi lo scorso 22 ottobre a Legnaro (PD), proposto dall’Ordine dei Giornalisti del Veneto ed organizzato da Argav in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), nonché per gli interessati all’argomento del “rischio alimentare“, rendiamo disponibili gli interventi I rischi alimentari di origine microbiologica più vicini al consumatore e la corretta gestione domestica degli alimenti a cura della Dr.ssa Lisa Barco – IZSVe; Patogeni emergenti e loro caratterizzazione, a cura della Dr.ssa Antonella Lettini – IZSVe; Alimenti, rischi e sistema dei controlli  a cura del Dr. Roberto Piro – IZSVe.

 

Nanoparticelle d’argento nel pollame d’allevamento al posto dell’antibiotico: un rischio per il consumatore?

L’efficacia antibatterica dell’argento (Ag) è nota da tempo, ma solo recentemente si è scoperto che tale capacità può aumentare se l’argento si trova in forma di nanoparticelle, che sono aggregati atomici o molecolari che hanno un diametro compreso tra 1 e 100 nm (nanometri – un nm è pari a un miliardesimo di metro). L’utilizzo di nanoparticelle d’argento (AgNPs) potrebbe quindi essere una possibile alternativa al trattamento antibiotico negli allevamenti.

Possibili effetti. Tuttavia questo potenziale e promettente uso è ancora all’inizio: finora ne sono stati studiati gli effetti sul metabolismo, ma non il rischio di accumulo nei tessuti o in eventuali alimenti derivanti da animali trattati con nanoparticelle d’argento. In quest’ultimo caso, non si conosce ancora quale potrebbe essere l’esposizione del consumatore a tali nanomateriali.

La ricerca. Un gruppo di ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) ha eseguito uno studio sperimentale per verificare se il trattamento prolungato (22 giorni) di galline ovaiole con nanoparticelle di argento (AgNPs-PVP) di diametro medio 20 nm (6 dosi da 1 mg kg-1 di Ag totale) potesse tradursi in un accumulo di argento e di nanoparticelle nei diversi organi (muscolo, fegato, rene) e nelle uova degli animali trattati. Per l’analisi dei campioni sono state impiegate diverse tecniche analitiche: la spettrometria di assorbimento atomico (AAS) per la quantificazione dell’argento totale;la microscopia elettronica (SEM-EDX) e l’innovativa tecnica single particle inductively coupled plasma (spICP-MS) per evidenziare la presenza delle nanoparticelle.

Risultati. Le analisi hanno evidenziato l’assenza di argento nelle matrici degli animali del gruppo di controllo (non trattato) e la presenza di argento nei fegati (n= 10) e nei tuorli (n=18) degli animali trattati, con una concentrazione media rispettivamente di 228 e 30 µg kg-1. L’impiego della tecnica spICP-MS (spettrometria di massa) ha evidenziato che parte dell’argento riscontrato nel fegato (5-20%) degli animali trattati si trova sotto forma di nanoparticelle di dimensione simile a quelle somministrate. L’analisi SEM-EDX ha confermato la presenza di nanoparticelle nei fegati degli animali trattati. Pertanto, nel trattamento di un organismo con nanoparticelle non si deve escludere la possibilità del bioaccumulo nei tessuti e/o nei prodotti, alla quale dovrebbe essere associata una valutazione del rischio di esposizione da parte del consumatore.

Tecnologia d’avanguardia. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Agricoltural and Food Chemistry, ha inoltre messo in evidenza che – a differenza degli approcci analitici classici che non sono in grado di fornire un’adeguata caratterizzazione e rivelazione di nanoparticelle in matrici complesse come gli alimenti – l’adozione della tecnica spICP/MS rende possibile la raccolta di informazioni accurate sui livelli di trasferibilità delle stesse.

Fonte: Servizio stampa IZSVe

 

Blue tongue, aviaria e West Nile, Regione veneto attiva sistema regionale di sorveglianza

La Regione, su proposta dell’assessore alla Sanità e di concerto con l’assessore all’Agricoltura, ha affidato ai ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico  delle Venezie di Legnaro (PD) il compito di aggiornare in modo sistematico e continuativo la rete informativa “Resolve”, in modo da raccogliere e pubblicare in tempo reale i dati sanitari sulla diffusione delle epidemie animali e relativi studi epidemiologici.

Anche un’App per veterinari. “Una rete a vantaggio dei servizi veterinari, ma anche degli allevatori e delle relative associazioni – sottolineano i due assessori – perché raccoglierà le disposizioni delle autorità competenti, le informazioni relative ai focolai denunciati, i controlli effettuati, le vaccinazioni eseguite, gli interventi dei veterinari pubblici e privati, la mappa dei permessi di movimentazione dei capi”. Una applicazione consentirà ai veterinari di accedervi anche su dispositivo mobile (smartphone o tablet).

Monitoraggio e sorveglianza focolai di blue tongue, influenza aviaria, West Nile. “Lo scorso anno si sono verificati in Veneto numerosi focolai di ‘blue tongue’ e l’inizio del 2017 è stato contrassegnato da ripetute epidemie di influenza aviaria – spiegano i due assessori – I servizi veterinari e le autorità sanitarie necessitano di uno strumento efficace e aggiornato di monitoraggio per poter predisporre le attività di controllo e biosorveglianza e attivare anche interventi mirati di formazione e di esercitazione”.Per realizzare il sistema di sorveglianza continuativo, la Regione Veneto ha destinato all’Istituto Zooprofilattico delle Venezie 180 mila euro della quota accentrata del fondo sanitario.

La rete “Resolve”, così implementata, consentirà ai servizi sanitari delle Ulss di gestire in maniera informatizzata tutti i dati delle malattie, accedere ad informazioni dettagliate a livello locale, avere a disposizione una serie di report di tipo geografico e statistico per sorvegliare i focolai e valutare eventuali rischi di trasmissione. Inoltre, la valutazione dei livelli di biosicurezza degli allevamenti consentirà nei prossimi anni di censire le aziende anche in base alla probabilità di rischio di diffusione di malattie infettive, in particolare quelle trasmissibili all’uomo, come l’aviaria.

Fonte: Servizio Stampa Regione Veneto

 

Sicurezza alimentare in ambito domestico, tutti i rischi e dubbi consultabili nel blog dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie

Amate la carne di maiale cruda o poco cotta? Sappiate che rischiate di prendere l’epatite E. Se preferite sushi o pesce crudo, invece, il rischio si chiama “Anisakis“, il parassita dei pesci più diffuso. Altro dubbio amletico, legato ai tempi ridotti della quotidianità: l’insalata in busta, bisogna lavarla? Per avere una risposta a questi dubbi e domande, basta consultare “Sale, pepe e sicurezza“, il portale del corso di formazione on-line sulla sicurezza alimentare in ambito domestico realizzato dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, diventuto un blog con articoli e approfondimenti sui rischi per la salute connessi alla preparazione e al consumo di alimenti.

L’obiettivo del blog è promuovere corrette pratiche alimentari, fornendo conoscenze scientifiche e indicazioni pratiche da applicare al supermercato e in cucina attraverso post scritti da esperti in sicurezza alimentare dell’IZSVe. Il blog è stato realizzato nell’ambito del progetto di ricerca RC IZSVe 04/2014, finanziato dal Ministero della Salute.

I contenuti del blog. I post sono organizzati in tre categorie principali, corrispondenti alle tipologie di rischio alle quali si fa riferimento nell’ambito della sicurezza alimentare: “Rischio biologico”, “Rischio chimico” e “Rischio nutrizionale”. Nella categoria “Rischi e ricette” sono invece pubblicate delle ricette scelte dalla redazione o inviate dagli utenti, in cui vengono fornite informazioni sui principali rischi per la salute derivanti dagli alimenti usati e dalla loro preparazione. Infine, sono disponibili video-lezioni e infografiche della versione precedente del sito web, che si possono visualizzare alla pagina Corso di formazione.

E’ possibile inviare la propria ricetta. Pubblicandola sul sito Sale, pepe e sicurezza si ricevono i consigli degli esperti IzsVe. Per farlo basta compilare il modulo pubblicato nella pagina Inviaci la tua ricetta. La ricetta sarà elaborata dalla redazione per valutarne rischi biologici, rischi chimici e valori nutrizionali, quindi pubblicata nella categoria “Ricette & Rischi”.

Fonte: IzsVe

Aviaria, nuovo ceppo in Gran Bretagna e in Olanda, Commissione Ue dispone misure preventive

migratoriUn focolaio di influenza aviaria altamente patogena del nuovo ceppo H5N8 è stato scoperto in Olanda; si tratterebbe con tutta probabilità dello stesso ceppo già segnalato in Gran Bretagna. Lo ha annunciato la Commissione europea, precisando che gli Stati membri interessati hanno già preso le misure sanitarie necessarie, misure che sono state poi integrate da due “Decisioni di salvaguardia” urgenti predisposte dalla Commissione stessa. Bruxelles ha quindi avvertito le autorità sanitarie di tutti gli Stati membri, raccomandando agli allevatori di mettere in atto misure di biosicurezza per evitare eventuali contagi dovuti agli uccelli migratori, quasi certamente responsabili della diffusione del virus. L’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, sede del Centro di referenza nazionale per l’influenza aviaria e la malattia di Newcastle, conferma che dall’inizio del mese di novembre, sono stati accertati alcuni focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità nel Nord Europa, che stanno interessando Germania, Olanda e Regno Unito.

La situazione in Gran Bretagna. Il DEFRA – Department for Environment, Food & Rural Affairs ha confermato il 16 novembre la presenza del virus dell’influenza aviaria ad alta patogenicità – sottotipo H5 in anatre allevate in una fattoria dell’East Yorkshire, nel nord-est del Regno Unito. Le autorità sanitarie hanno disposto le misure di contenimento della malattia: abbattimento di tutti gli animali presenti nella fattoria e istituzione delle zone di protezione e sorveglianza.

La situazione in Olanda. Il 15 novembre le autorità sanitarie olandesi hanno confermato la positività al virus dell’influenza aviaria ad alta patogenicità sottotipo H5N8 di un allevamento di galline ovaiole localizzato nelle vicinanze di Utrecht. Le autorità olandesi hanno da subito disposto le misure di controllo per evitare la diffusione della malattia, tra cui l’abbattimento degli animali infetti e l’istituzione delle zone di protezione (3 Km) e sorveglianza (10 km) intorno all’allevamento. Esami di laboratorio hanno confermato che il virus H5N8 identificato in Olanda è molto simile al virus che due settimane fa ha colpito un allevamento di tacchini da carne in Germania – stato del Meclemburgo. Prima di arrivare in Europa, lo stesso virus aveva interessato l’Estremo oriente, coinvolgendo volatili selvatici e domestici in Corea, Cina e Giappone, sempre nel corso del 2014. Da sottolineare che in Giappone l’infezione era stata individuata in cigni (Cygnus columbianus bewickii) all’inizio di novembre del 2014. Sono in corso indagini per stabilire l’origine del contagio e in particolare per accertare il possibile coinvolgimento dei volatili migratori nella trasmissione del virus HPAI H5N8. Sono in corso gli accertamenti per verificare la similarità del virus a quello identificato nei due focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità – sottotipo H5N8 recentemente localizzati in Germania e in Olanda.

La situazione in Germania. Il 6 novembre us il Centro di referenza tedesco per l’influenza aviaria presso il Friedrich Löffler Institut ha identificato un focolaio di influenza aviaria ad alta patogenicità – sottotipo H5N8 in un allevamento di tacchini da carne situato in Pomerania nello stato del Meclemburgo. L’infezione ha colpito uno dei sei capannoni, dove è stata inoltre riscontrata la maggiore mortalità. Le autorità sanitarie hanno disposto le misure di controllo dell’infezione e l’abbattimento di tutti i capi dell’allevamento (30.000 capi). Sono state infine istituite le zone di protezione e sorveglianza.

Fonte: Europe Direct Veneto/Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie

11 ottobre, a Biella, in Piemonte, si tiene Medi’asinus, il primo convegno internazionale di mediazione con l’asino

AsinoNell’immaginario collettivo, l’asino non sempre gode di fama lusinghiera: Pinocchio viene trasformato in ciuchino dopo i bagordi nel Paese dei balocchi; lo stereotipo dello studente indisciplinato è il cappello con le orecchie d’asino. In altre parole, l’asino non rappresenta l’emblema dell’intelligenza. Ma la realtà dice ben altro su questi animali, come sarà possibile approfondire al convegno Medi’Asinus, sabato 11 ottobre 2014, a Biella, presso l’Auditorium Città Studi.

Primo convegno “Senza frontiere” che convoca appassionati ed esperti per parlare di mediazione con l’asino. Un evento promosso e favorito dalla sinergia tra il Centro di referenza nazionale per gli Interventi assistiti con gli animali, la Fondazione Il Rifugio degli Asinelli, la community Raglio.com ed i francesi Associazione Medi’âne e Fondation A&P Sommer. All’evento parteciperanno asinari provenienti da tutta Europa per dare vita ad un momento di confronto internazionale, dove verranno presentate significative esperienze d’Oltralpe che vedono l’asino assumere ruolo fondamentale nell’interrelazione con l’uomo. Un’opportunità unica di testimoniare, agli asinari italiani ed europei, esperienze e resoconti di quanto avviene nei diversi Paesi da cui i relatori provengono.

Mediazione, ovvero interventi assistiti con gli animali. “Con il termine mediazione, sostiene Luca Farina, direttore del Centro di referenza nazionale per gli IAA, si intendono tutte quelle attività che in Italia sono state identificate col termine Interventi Assistiti con gli Animali (IAA) e che comprendono le terapie, la riabilitazione, l’educazione o ri-educazione e le attività propriamente dette.” Il Centro di referenza nazionale per gli IAA è stato istituito dal Ministero della Salute nel 2009 presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, con i compiti di promuovere la ricerca scientifica per definire protocolli operativi, di creare sinergie tra Medicina umana e veterinaria, di promuovere percorsi formativi e verificare l’applicabilità degli IAA in determinati pazienti, come ad esempio anziani o disabili, oltre che partecipare attivamente alla stesura delle Linee guida nazionali per gli IAA. Tra le mansioni del Centro di referenza anche quella di stabilire contatti operativi con enti ed organizzazioni culturali – scientifiche stranieri; Medi’asinus è anche frutto concreto di questi collegamenti internazionali.

Fonte: Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie