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Agriturismo in Veneto, una modifica alla legge consente l’adeguamento entro il 2017

Agriturismo LE COLLINE“Abbiamo allineato la cronologia della normativa regionale alle esigenze degli operatori agrituristici, una norma tanto semplice quanto importante per le aziende che operano in un segmento significativo dell’offerta turistica del Veneto”. Con queste parole l’assessore regionale al turismo, Federico Caner, ha salutato l’approvazione della norma con la quale viene modificata la legge quadro in materia di agriturismo.

Oltre 1.350 gli agriturismi riconosciuti in Veneto, di cui 800 offrono alloggio.In sostanza, con la modifica della legge regionale n. 28/2012, si ricalcolano i tre anni entro i quali gli imprenditori agrituristici che erano già operativi quando è entrata in vigore la legge ed erano regolarmente iscritti negli albi provinciali, devono adeguarsi alle nuove disposizioni stabilite dalla suddetta norma. I tre anni avrebbero dovuto iniziare dal 2012, ma a gennaio 2014 il Consiglio regionale aveva apportato delle modifiche sostanziali alla normativa, cambiando profondamente le regole di gestione di un’azienda agrituristica, non prevedendo però di dare il tempo agli agriturismi stessi di adeguarsi, facendo ripartire i tre anni da quell’ultima data. “Con questa modifica – ha precisato Caner – il Consiglio regionale ha stabilito che gli agriturismi che già operano devono adeguarsi alle nuove regole a partire dalla data di entrata in vigore della legge regionale n. 35 e quindi i tre anni scadranno il 12 gennaio 2017”.

Fonte: Servizio Stampa Regione Veneto

Agriturismi veneti penalizzati nella ristorazione rispetto ad altre regioni italiane? A sollevare la questione, Confagricoltura Veneto.

prodotti tipiciConfagricoltura Veneto segnala un’anomalia nella legge regionale sull’agriturismo (n. 28/2012, integrata dalla 35/2013), rispetto a quanto succede in altre regioni italiane: “In fatto di rstorazione agrituristica, il Veneto è la regione italiana in cui viene richiesta la percentuale più alta di prodotto di provenienza aziendale, cioè il 65% del valore totale di ciò che viene somministrato. In Emilia Romagna, ad esempio la percentuale di prodotto aziendale previsto è del 35% (il 45% può essere costituito da prodotti Dop, Igp o Tipici della regione, il restante 20% può provenire dal libero mercato), come in Lombardia (35% del prodotto di provenienza aziendale, 35% deve essere prodotto locale, 30% viene dal libero mercato)”.

Agriturismi veneti disincentivati a rispettare le regole? “Nel Veneto – continua la confederazione veneta – la scelta operata dal legislatore non solo penalizza in modo indiscriminato tutta una categoria, ma comporta una serie di conseguenze negative di cui forse non si è tenuto conto nel momento in cui la norme è stata approvata.
In primo luogo, se si considera che alla elevata percentuale da rispettare si aggiunge la complessità del meccanismo richiesto per dimostrarne il rispetto, è facile immaginare che gli operatori non saranno in questo modo aiutati a rispettare la legge ma saranno indotti, se non costretti, a cercare delle scappatoie, degli escamotage. Questa situazione non può piacere ad una categoria che ha sempre isolato i casi irregolari, che certo ci sono stati ma che non sono mai stati coperti dalle associazioni professionali; una categoria che chiede solo di essere posta nella condizione di lavorare serenamente rispettando le norme”.

Penalizzata la singergia con le produzioni del territorio. “Inoltre – continua nella nota Confagricoltura Veneto – la previsione di una così alta percentuale di prodotto di provenienza aziendale ha come conseguenza un’insufficiente valorizzazione dell’offerta agroalimentare del territorio, che potrebbe invece trovare un valido canale di promozione attraverso le aziende agrituristiche della zona. Né va trascurato che al turista usualmente non interessa che gli ingredienti del piatto che sta consumando provengano strettamente dall’azienda in cui si trova in quel momento. Ciò cui tiene, invece, e più che giustamente, è che si tratti di prodotti genuini, gustosi, di provenienza sicuramente agricola all’interno di una zona geograficamente limitata. L’indicazione dell’origine del prodotto nel menù può rappresentare una garanzia di trasparenza sufficiente a rassicurare il consumatore circa il fatto che sta mangiando “agricolo” e le altre aziende che offrono il prodotto non sono poi così lontane”.

Le possibili soluzioni secondo Confagricoltura Veneto. “Su questi presupposti – conclude la Confederazione veneta – sembra inevitabile ritornare ad una percentuale di prodotto di provenienza aziendale più vicina a quelle previste dalle leggi delle altre Regioni e quindi più alla portata della normale azienda agrituristica. Ma se a questa soluzione, la più semplice e logica, si opponessero ostacoli insormontabili come il niet di ristoratori ed albergatori, incapaci di aprirsi ad una visione più larga e lungimirante di offerta turistica,  allora suggeriamo un’altra strada, l’estrema, che comunque non va vista solo in alternativa alla precedente: sbloccare la situazione per quanto riguarda i contratti di rete, riconoscendo che il prodotto ottenuto dalle altre aziende in rete può essere assimilato a quello aziendale. La stessa soluzione potrebbe essere adottata per i contratti di soccida e cooperazione, definendo ovviamente con chiarezza a quali condizioni questo passaggio potrebbe essere possibile. Se, invece, anche quest’ultima ipotesi si rivelasse non praticabile, si dovrebbe trarne una conclusione amara: evidentemente, per ragioni ignote, si vuole impedire all’agriturismo veneto non solo di sviluppare tutte le proprie potenzialità ma addirittura di esistere, negandogli i presupposti fondamentali per poter operare in modo imprenditoriale e secondo le regole. E’ questo che si vuole? O forse qualcuno pensa che questo mercato, se deluso, resterà in Veneto rivolgendosi semplicemente ad altre tipologie ricettive? Non è più probabile che questo turismo andrà a cercare altrove quello che sempre più desidera?”.

Fonte: Confagricoltura Veneto

Ospitalità in Veneto, coro (dissonante) di voci in materia. Fra ristoratori in attacco, agriturismi in difesa, il presidente ARGAV auspica un ritorno alle origini.

Carne griglia Festa Agricoltura MiranoAntefatto. Lo scorso 17 dicembre il Consiglio regionale del Veneto ha approvato le modifiche alla legge in materia di agriturismo, ittiturismo e pescaturismo. Il disegno di legge, che modifica la normativa finora esistente (qui trovate le modifiche contestate dalla Federazione Italiana Pubblici Esercizi in un precedente articolo), è stato proposto dall’assessore all’agricoltura Franco Manzato, dopo essere stato preventivamente approvato dalla Giunta regionale, sentito il parere dell’apposita commissione consigliare.

Albergatori e ristoratori: un provvedimento dannoso. Ad approvazione delle modifiche di legge avvenuta, sono seguite le rimostranze dei ristoratori (qui trovate anche il parere di Confesercenti Venezia), a cui le organizzazioni di categoria hanno ritenuto necessario rispondere e di cui riportiamo di seguito le repliche.

Giorgio Piazza, presidente Coldiretti Veneto e Venezia

Giorgio Piazza, presidente Coldiretti Veneto e Venezia

Coldiretti Veneto: “Una legge che esalta il grande potenziale turistico della campagna”.  Fattorie sociali, didattiche, agri e ittiturismi hanno una legge, la Regione Veneto ora disciplina il lavoro di queste realtà che contribuiscono al fatturato dell’agricoltura veneto pari a 5 miliardi di euro. “Le tante sfumature non devono trarre in inganno – spiega Coldiretti – si tratta sempre e comunque di aziende agricole che coltivano, allevano, trasformano e producono servizi per la collettività. E’ questa la sostanziale differenza rispetto ad altre simili attività del sistema economico”. Il provvedimento legislativo approvato in Consiglio Regionale rende giustizia agli agriturismi, nati inizialmente come opportunità di integrazione al reddito e maturati nel tempo non solo professionalmente ma anche come offerta che va dalla ristorazione alla pratica di sport, con l’introduzione di proposte che interessano anche la sfera sociale. E’ questo il motivo che fa scegliere l’ agriturismo: un servizio tagliato su misura dalla famiglia agricola a quella di città ed il valore aggiunto al comparto del turismo  dimostrato dalla loro presenza, anche in  aree marginali, che garantisce ai clienti più esigenti di godere appieno dell’ambito rurale a volte non raggiunto dai tour operator. Coldiretti che conta circa 600 aziende agrituristiche, quasi la metà del totale regionale, plaude al salto di qualità che la politica ha dimostrato nell’approvare un testo unico in grado di recepire il grande potenziale pronto ad esprimersi anche attraverso le limitazioni date dal livello produttivo aziendale. Contemporaneamente la legge quadro presenta una flessibilità che gli operatori non interpretano come una serie di “libere concessioni” piuttosto uno sprone per confermare  la serietà e credibilità di chi pratica l’accoglienza e la ricezione in campagna con l’innato buon senso dell’agricoltore”.

David Nicoli Agriturist Veneto

David Nicoli presidente Agriturist Veneto e vicepresidente Agriturist Nazionale

David Nicoli, presidente Agriturist Veneto e vicepresidente nazionale Agriturist. “Gli attacchi scomposti e disinformati di cui l’agriturismo è stato oggetto in questo periodo da parte delle associazioni di rappresentanza di albergatori e ristoratori, impongono una replica pacata ma decisa.  In primo luogo, spiace che si dimentichino i più elementari principi di correttezza criminalizzando indiscriminatamente un’intera categoria di operatori economici, come le associazioni sopra citate tendono a fare nei confronti dell’offerta agrituristica veneta. I casi di illegalità vanno isolati e denunciati e questa è la linea sempre seguita dalle associazioni agrituristiche, che non hanno alcun interesse a coprire furbi e disonesti. Ma nessuno si permette di affermare che la ristorazione ordinaria nel suo complesso agisce fuori legge perché, tanto per portare un esempio, di tanto in tanto si scoprono dei rappresentanti della categoria che si comportano in maniera per così dire disinvolta nei confronti di turisti stranieri. Ma verso le aziende agrituristiche, chissà perché, si ritiene di potersi esprimere pubblicamente senza osservare queste elementari regole di correttezza. Ancora. Le aziende agrituristiche beneficiano di un regime fiscale forfetario (reddito imponibile calcolato nella misura del 25% dei ricavi), che peraltro tendono a non adottare preferendo quello ordinario. Si tratta di un’agevolazione da considerarsi come parziale compensazione dei limiti che la legge pone all’esercizio ed all’espansione delle attività agrituristiche in quanto connesse e complementari a quelle agricole: in quanto, cioè, devono essere strettamente legate all’azienda agricola di cui sono espressione e devono impegnare un numero di giornate di lavoro inferiore a quello richiesto dalle attività agricole in senso stretto. Ci si riferisce soprattutto al fatto che l’ospitalità agrituristica al chiuso e all’aperto non può superare le 30 persone e che nella ristorazione agrituristica il 65% dei prodotti deve provenire dall’azienda. Sono limiti che valgono comunque, indipendentemente dalle capacità produttive, ricettive ed organizzative della singola azienda. Sono quegli stessi limiti che hanno indotto diverse aziende agrituristiche di successo ad entrare nell’offerta turistica ordinaria, nella quale, contrariamente all’agriturismo, possono organizzarsi ed ampliarsi a piacimento. E’ ben strano che queste aziende agrituristiche abbiano deciso di trasformarsi in alberghi e ristoranti veri e propri, se l’agriturismo, come viene detto, è un bengodi dove si fa quello che si vuole e non si rispettano le leggi. In realtà l’agriturismo, in quanto attività legata a quella agricola e da questa dipendente, è sottoposto non solo a pesanti adempimenti burocratici ma anche, come si è accennato, a limiti severi e precisi, sulla cui osservanza vigilano diversi organi di controllo, quali NAS (Nuclei Antisofisticazione dei Carabinieri), Guardia di Finanza, Province, INPS, ASL…Autorità tutte, com’è giusto, molto attive, puntuali e presenti in azienda anche più volte all’anno. Sarebbe veramente miracoloso che l’agriturismo riuscisse ad eludere un tale schieramento di forze violando sistematicamente la legge…Va anche precisato, a scanso di ogni equivoco, che la manodopera impegnata nelle attività agrituristiche è regolarmente inquadrata a norma dei contratti collettivi vigenti per il settore agricolo e comporta a carico dell’azienda oneri retributivi e previdenziali corrispondenti a quelli degli altri settori produttivi.  In conclusione, l’agriturismo in Veneto è ormai un’attività affermata, che si è guadagnata uno spazio piccolo (1% dell’offerta turistica complessiva, 4% di quella di ristorazione) ma apprezzato dai consumatori, grazie alla capacità degli operatori di intercettare una domanda specifica che forse albergatori e ristoratori non erano in grado di soddisfare. A questi ultimi, cogliendo anche l’occasione delle prossime festività natalizie, rivolgiamo l’invito di deporre le armi della polemica e di avviare con il mondo agrituristico una proficua collaborazione, nella convinzione che il Veneto, per poter esprimere appieno le proprie enormi potenzialità in campo turistico, non possa più fare a meno di un’offerta che sia nello stesso tempo diversificata e integrata”.

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Fabrizio Stelluto, presidente ARGAV

Il presidente ARGAV, Fabrizio Stelluto, ha posto al presidente di Agriturist, David Nicoli, una riflessione, invitandolo a una discussione. “Pregiatissimo David Nicoli, ho appena ricevuto il vostro comunicato stampa sull’ennesima polemica fra operatori della ristorazione ed agriturismi. Aldilà dei toni (magari “sopra le righe”) dell’attacco nei vostri confronti, devo dire che tocca “un nervo scoperto”, nei cui confronti (chi mi conosce lo sa anche in Confagricoltura Veneto) lamento da tempo un’eccessiva disattenzione da parte delle Organizzazioni Professionali Agricole e delle associazioni di settore. Nel merito dell’odierno comunicato mi ha colpito in particolare questo passaggio: “Ci si riferisce soprattutto al fatto che l’ospitalità agrituristica al chiuso e all’aperto non può superare le 30 persone e che nella ristorazione agrituristica il 65% dei prodotti deve provenire dall’azienda.” Questa è sicuramente la norma, ma è la cecità verso una realtà troppo spesso diversa, che sconcerta. C’è un errore di fondo che, ritengo, possa ascriversi al noto detto “contadino, scarpe grosse e cervello fino”, vale a dire, fiutato l’affare (il “business”), si è dimenticato l’obbiettivo originario (la “mission”) che, ricordo, era quella di far vivere la campagna a me, cittadino; oggi il rapporto si è rovesciato e molti(ssimi) agriturismi si adeguano alle esigenze del turista: dai menù ricercati e dimentichi delle tradizioni del territorio al cambio quotidiano delle lenzuola in camera alla piscina e, magari, anche al centro benessere; ma di che azienda agricola stiamo parlando? Senza considerare che, in tanti casi, l’agriturismo non è integrazione al reddito agricolo, ma la coltivazione è solo il pretesto ad avere l’agriturismo. Mi scuso, ma sono osservazioni, che mi vengono dal cuore, dall’esperienza e dalla tristezza di veder naufragare consumisticamente un progetto, che dovrebbe essere, prima di tutto, culturale. Sperando in un cortese cenno di riscontro, saluto cordialmente ed auguro buone Feste!”

Agriturismo, i ristoratori veneti promettono battaglia

APPE“Gli imprenditori del commercio e del turismo non ne possono più, sono stanchi di essere considerati limoni da spremere!” Non usa mezze misure Erminio Alajmo, presidente della Federazione Italiana Pubblici Esercizi (FIPE) del Veneto e dell’Associazione Provinciale Pubblici Esercizi (APPE) di Padova.

Gli esercenti considerano peggiorativo il progetto di modifica della legge in esame al Consiglio regionale. Motivo delle rimostranze sono le modifiche proposte alla legge regionale n. 28/2012 (disciplina dell’agriturismo, ittiturismo e pescaturismo), dal Progetto di Legge n 340/2013. “Le modifiche all’attuale legge – dichiara Alajmo – sono inaccettabili e, se passassero, aggraverebbero non poco le già difficili condizioni delle attività di settore regolarmente costituite. Ci batteremo strenuamente perché l’impianto del progetto di legge venga cambiato in maniera sostanziale. Parlo a nome degli oltre 20.000 pubblici esercizi del Veneto, imprese che danno lavoro ad almeno 100.000 addetti, tengono alto il valore dell’enogastronomia della Regione e garantiscono l’accoglienza sette giorni su sette a turisti e cittadini».

Esercenti: “E’ concorrenza sleale”! “Imprese, soprattutto quelle di ristorazione – continua Alajmo – che rischiano seriamente di scomparire, schiacciate dalla concorrenza sleale che deriva dalle attività del tutto similari svolte dagli agriturismi, che però non sono sottoposti ai medesimi obblighi, vincoli e imposizioni”. È un’accusa a tutto tondo quella mossa dal presidente dei ristoratori veneti: “partiamo dagli aspetti fiscali: mentre un ristorante versa le imposte sui propri ricavi, dichiarati o calcolati con gli studi di settore, l’agriturismo applica un regime forfettario. Irpef: mentre il titolare del ristorante paga secondo le normali aliquote, in base al reddito percepito, l’imprenditore agricolo paga l’Irpef solo sul 25% del reddito. Iva: mentre il ristoratore versa l’Iva normalmente, come qualsiasi altra impresa, per l’agriturismo l’Iva dovuta è pari al 50% di quella relativa alle operazioni imponibili, che non trovano però riscontro nelle materie prime, dato che provengono dal loro campo”.

In ballo l’eliminazione del vincolo del numero massimo dei posti a sedere e delle giornate massime di apertura. “Non possiamo sopportare – incalza Alajmo – che gli agriturismi siano visti come i “paladini” della tipicità e della territorialità, quando invece li incontriamo spesso nei centri acquisti a comprare gli stessi prodotti che usiamo noi ristoratori. Già la normativa attuale è molto permissiva: basti pensare che gli ingredienti dei piatti serviti in agriturismo possono provenire per il 50% da produzioni extra-aziendali, anche al di fuori della Regione Veneto, percentuale che sale addirittura al 75% nelle zone montane del Vicentino, Trevigiano e Bellunese … e c’è addirittura chi ha detto che bisognerebbe aumentare ancora queste percentuali!” Secondo FIPE Veneto e APPE le modifiche alla legge regionale proposte mirano a trasformare un’attività nata a sostegno del reddito agrario – perché questa dovrebbe essere la finalità dell’agriturismo – in un’attività del tutto analoga a quella svolta dai pubblici esercizi, senza più alcuna limitazione o vincolo. “È proprio così – conferma Alajmo – le modifiche all’esame del Consiglio Regionale eliminano infatti il vincolo del numero massimo dei posti a sedere e delle giornate massime di apertura, trasformando, di fatto, le aziende agrituristiche in veri e propri ristoranti”. La Federazione dei pubblici esercizi ha già dichiarato che si batterà in ogni sede per impedire l’aggravarsi di quella che viene definita una vera e propria concorrenza sleale: “ma ormai il termine – conclude Alajmo – rischia di essere addirittura riduttivo, qui siamo di fronte a qualcosa di ancora peggio. Valuteremo presto le misure da attuare per contrastare questa scellerata iniziativa”.

(Fonte: APPE)