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In Veneto, la pecora alpagota torna ad essere allevata con profitto, economico e culturale

Alpago (BL), allevamento pecora alpagota(di Emanuele Cenghiaro, socio ARGAV) È considerata una razza in via di estinzione, la pecora alpagota, ma in pochi anni potrebbe non esserlo più. Grazie a essa e alla pervicacia di alcuni allevatori, il Veneto sta recuperando non solo una fonte di produzione economica ma anche una millenaria tradizione.

Una razza autoctona. Risale infatti almeno al decimo secolo la presenza di questo importante animale nelle vallate dell’Alpago, digradanti verso il lago di Santa Croce, in provincia di Belluno, e confinanti con il più noto Cansiglio. Come quest’ultimo, anche l’Alpago fu oggetto di speciale protezione nei secoli, in particolare da parte della Repubblica Serenissima, comportando un isolamento di uomini e animali tale che oggi si può parlare con certezza di razza autoctona. “L’allevamento della pecora alpagota fu per secoli uno dei principali motivi di sostentamento nell’economia di queste valli, anche per la grande resistenza di questo animale sia alle malattie che al freddo invernale e alla siccità estiva”, spiega Alessandro Fullin, agronomo nonché allevatore di circa 300 capi. La scomparsa della pastorizia nel secondo Novecento aveva però confinato i pochi animali rimasti alla cura di qualche famiglia, che li allevava per consumo personale e, forse, anche per tradizione”.

Giornalisti ARGAV in visita agli allevamenti di pecora alpagota

Recuperati anche i territori. Valorizzata da qualche anno come presidio Slow Food, la pecora alpagota è oggi tornata al centro di una filiera piccola ma di grande interesse, che punta nella quasi totalità sulla carne degli agnelli da latte. “Il ritorno della pastorizia – continua Fullin – sta portando anche al recupero di territori che di per se sono molto fragili. Abbandonati da decenni, sono stati lasciati all’invasione del bosco, che ha rovinato secolari opere dell’uomo per la canalizzazione delle acque appesantendo i terreni e causando nuovi smottamenti”.

Allevamento regolamentato da un disciplinare. A riunire i principali produttori della pecora alpagota, una quindicina, è la cooperativa Fardjma, grazie alla quale oggi si contano circa 2500 capi con la prospettiva di giungere, entro pochi anni, alla soglia dei tremila. Rigido è il disciplinare sottoscritto dai soci di Fardjma – tra i quali non stupisce di ritrovare alcuni giovani entusiasti – a partire dall’alimentazione naturale garantita dall’allevamento allo stato brado nei pascoli, tranne nei mesi invernali, quando al fieno prodotto in loco viene aggiunto poco sfarinato di cereali. Ben definite sono le caratteristiche della pecora d’Alpago: pelo bianchissimo, maculato solo sul muso, e dimensioni medio-piccole, tra i 45 e i 55 chilogrammi (una ventina di più per i montoni). Qualità che finora l’hanno resa poco appetibile per lo sfruttamento economico fuori dal territorio d’origine ma hanno contribuito a preservarla. Il basso rapporto grasso-magro e il sapore delicato, mai “selvatico”, delle carni tenerissime sono stati invece una piacevole scoperta per i buongustai: circa il 90 % degli agnelli da latte viene perciò destinato all’alimentazione, con macellazione tra i due e i tre mesi di vita.

salume di maiale e pecora alpagota

Carne, formaggio e lana. Il mercato tocca vette di richieste nel periodo pasquale, ma ormai l’agnello d’Alpago – anche grazie a Slow Food – trova posto con continuità nei menù di ristoranti sia bellunesi che della pianura veneta e lo si può trovare persino al parigino Mori. Viene abbinato a piatti poveri della tradizione locale, come le zuppe e la polenta, ma unito alla carne di maiale dà vita anche a salumi. Quanto ai vini, da tempo è proposto in abbinata ai Doc Raboso del Piave. Non solo carni, tuttavia: “Il latte prodotto da questi animali non è molto, ma sta comunque iniziando a dare vita a una piccola produzione di formaggi di alta qualità, anche mischiato al latte vaccino”, spiega Paolo Casagrande, presidente della sezione veneta dell’Anpa, Associazione nazionale produttori agricoli, anima della cooperativa e a sua volta allevatore. “Anche la lana recuperata dalla tosatura primaverile – continua Casagrande – pur se non può competere con filati più pregiati, ha trovato impiego nella produzione di accessori di abbigliamento come cappelli e pantofole, ma anche coperte”.

Pecora Alpagota: Veneto Agricoltura ne tutela la biodiversità

Pecora alpagota

La conca dell’Alpago, luogo ideale per la pastorizia, a metà strada tra Cortina d’Ampezzo e Venezia, a pochi chilometri da Belluno, ha dato il nome a una razza ovina autoctona di taglia medio-piccola, dalla caratteristica maculatura scura sulla testa e sulla parte inferiore degli arti, dal mantello folto, fine e ondulato che la ricopre totalmente. Come la maggior parte delle razze autoctone, si è drasticamente ridotta nel secolo scorso: oggi sono presenti in zona poco più di 2000 capi.

Da circa dieci anni Veneto Agricoltura, presso la propria Azienda Pilota e Dimostrativa “Villiago” a Sedico (BL), svolge un lavoro di recupero, conservazione e valorizzazione delle Razze Ovine Autoctone, tra cui anche la Razza Alpagota. Attualmente vengono allevate in purezza circa 40 pecore di razza Alpagota. Il lavoro di selezione previsto dal protocollo operativo consiste, tra le altre azioni, nel mantenere la razza in purezza, utilizzando solo montoni iscritti al Registro Anagrafico gestito dall’Ass. Allevatori di Belluno; nel controllare e selezionare, in base allo standard di razza, gli agnelli nati annualmente; nel valorizzare l’attività mediante atti divulgativi e partecipazione a Mostre e Fiere Nazionali e Locali. Da alcuni anni l’“Agnello d’Alpago” è presidio Slow Food ed il marchio, che garantisce la completa tracciabilità del prodotto, è stato registrato.

Alpagota: razza che regge il confronto con i più celebri pre-salé d’oltralpe
. Considerata ovino a triplice attitudine, cioè valida sia per la carne sia per la produzione di latte e di lana, oggi l’Alpagota è allevata quasi esclusivamente per l’ottima carne che può reggere il confronto con i più celebri pre-salé d’oltralpe. L’agnello d’Alpago è perfetto per esempio in abbinamento ai piatti poveri della tradizione locale, come la “patora”, zuppa di mais e legumi, e la “bagozia”, sorta di polenta fatta con patate, mais, legumi e anche salame e pancetta. La valorizzazione e la commercializzazione dell’agnello d’Alpago sono gestite dall’Associazione “Fardjma”, che ha sede a Tambre (BL) e raggruppa diversi allevatori della zona dell’Alpago.