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La Fondazione Edmund Mach-Istituto Agrario ha sequenziato il genoma del melo

Dopo la decodifica del genoma della vite, la Fondazione Edmund Mach-Istituto Agrario di San Michele all’Adige consegue un altro importante risultato. I ricercatori del Centro ricerca e innovazione hanno effettuato, infatti, l’intera sequenza del genoma del melo, per l’esattezza della varietà Golden Delicious. I risultati del progetto, durato due anni e finanziato dalla Provincia autonoma di Trento, sono riportati in un articolo scientifico firmato da 85 autori pubblicato su Nature Genetics, prestigiosa rivista scientifica che all’importante risultato di portata mondiale dedicherà anche la copertina della versione cartacea di ottobre.

Il progetto. Nel corso del 2007 e 2008 sono state prodotte le sequenze del DNA di melo (circa 13 miliardi di nucleotidi sequenziati) e nel 2009 i ricercatori hanno effettuato l’assemblaggio e la ricostruzione del contenuto ordinato dei geni dei 17 cromosomi del melo. Le sequenze coprono 17 volte il genoma del melo con oltre l’82% del genoma assemblato nei cromosomi ed oltre il 92% dei geni ancorati ad una precisa posizione dei cromosomi. Le sequenze del DNA saranno disponibili da lunedì 30 agosto sulle banche dati internazionali, liberamente consultabili da parte della comunità scientifica.

Le scoperte.  Il sequenziamento del genoma del melo ha consentito di fare nuove scoperte e aumentare il grado di conoscenza sulla pianta del melo e sulla sua storia. In particolare:
– il melo coltivato è stato addomesticato 3-4000 anni fa a partire da un progenitore selvatico recente, Malus sieversii, specie ancora diffusa nei boschi tra il Kazakistan e la Cina;
-il genoma del melo ha subito una duplicazione databile a circa 50 milioni di anni fa, che ha portato i suoi cromosomi dai 9 dell’antico progenitore americano ai 17 attuali;
-il numero dei geni, 57 mila, è il più elevato riportato per i genomi di piante finora considerate. Tra questi geni la pubblicazione individua il completo assetto dei 992 geni responsabili della resistenza alle malattie: un arsenale potenzialmente molto utile al miglioramento genetico;
– è disponibile un elenco di tre milioni di posizioni del genoma (marcatori molecolari) utilizzabili come riferimento per orientarsi nel genoma e scoprire le funzioni dei suoi geni;
– sono state identificate alcune famiglie di geni correlabili con lo sviluppo del pomo, nome botanico del frutto del melo e dei suoi parenti stretti (ad es. pero, cotogno, sorbo).

Le ricadute. Il risultato è di portata mondiale. Si potranno ottenere in tempi rapidi nuove varietà di melo, accelerando i tempi del miglioramento genetico convenzionale e ottenendo piante che si autodifendono dalle malattie e dagli insetti e in grado di produrre frutti più salubri e gustosi. L’obiettivo è costituire varietà di mele che riducano gli interventi agrotecnici, realizzando così una frutticoltura più sostenibile: un filone di ricerca che l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige persegue da alcuni anni. Il sequenziamento del genoma del melo amplifica di almeno mille volte le nostre conoscenze relativamente a questa importante pianta agraria, in particolare le sue proprietà nutrizionali, l’impatto ambientale, l’esplorazione della biodiversità, gli studi filogenetici ed evolutivi.

Una mela su cinque in Italia è trentina. La mela è il frutto più importante delle regioni temperate. Delle 3000 varietà note circa dieci coprono oltre il 70 per cento della produzione mondiale. L’Italia è il sesto produttore al mondo, il secondo il Europa, con 2,2 milioni di tonnellate di mele prodotte. La scelta di sequenziare il genoma di Golden Delicious è stata dettata dall’importanza che questa varietà, originaria della Virginia, riveste a livello mondiale (è la seconda più diffusa al mondo) e, in particolare, in Trentino. Che, territorio tra i più vocati per la frutticoltura di qualità, dedica alla produzione della mela una superficie di circa diecimila ettari per un totale di circa 450 mila tonnellate (2009), rappresentando il 21 per cento del mercato nazionale (una mele su cinque consumate in Italia è trentina) ed raggiungendo assieme all’Alto Adige oltre il 60 per cento della produzione italiana.

Le collaborazioni. Il progetto coordinato dal Centro Ricerca e Innovazione di San Michele è stato realizzato in collaborazione con altre istituzioni internazionali: Myriad Genetics inc., Salt Lake City, Utah (USA), 454/Roche, Branford, Connecticut (USA), Amplicon Express, Pullman, Washington (USA), Washington State University, Pulllman, Washington (USA), University of Washington, Seattle, Washington (USA), INRA Anger (Francia), Plant and Food Research (New Zealand), Università di Gent, Gent, (Belgio), Parco Tecnologico Padano, Lodi (Italia), Università di Padova e Milano (Italia).

(fonte: Fondazione Edmund Mach-Istituto Agrario di San Michele all’Adige)

L’orsa Jurka va in Germania

L’orsa Jurka è stata trasferita dal centro vivaistico forestale del Casteler, dove si trovava dall’aprile 2008, al “Parco alternativo della Foresta Nera per orsi e lupi“, situato a Schmiedsberg in Schapbach. L’orsa, addormentata e visitata dai veterinari, è apparsa in ottime condizioni, il suo peso è di circa 150 kg.

ll soggiorno trentino. Jurka era tenuta in cattività al Casteler – centro vivaistico provinciale, all’interno di uno spazio di circa 8mila metri quadri di bosco e prato, a causa dell’irrequietezza che aveva manifestato in natura. In questi mesi l’orsa non ha causato nessun problema e, al contrario, si è comportata in modo piuttosto tranquillo; ottima anche la sua salute: è leggermente ingrassata e ha raggiunto i 150 kg di peso, nonostante una dieta composta per il 90% di frutta e verdura. Lo spostamento nel parco della Foresta Nera consentirà a Jurka di muoversi all’interno di una vasta area forestata di circa 7 ettari, in contatto anche con altri orsi.

Jurka ora è libera. L’iniziativa è nata in seguito ad una richiesta della “Fondazione per orsi” di Worbis in Germania che, con il supporto dell’Associazione ambientalista per la protezione degli animali “No alla Caccia”, ha offerto alla Provincia autonoma di Trento la disponibilità ad ospitare Jurka in questo grande parco tedesco, il cui allestimento è stato da poco ultimato. L’area, situata in una valletta boscata attraversata da un ruscello, è destinata proprio all’accoglienza di orsi provenienti dalla cattività, al fine di migliorarne le condizioni di vita ed allo stesso tempo attivare iniziative di formazione e di didattica sulla conservazione dei grandi carnivori. Lo spostamento dell’animale ha visto il coinvolgimento del Ministero delle Foreste di Roma e Verona e delle corrispondenti autorità tedesche. Le spese relative al trasporto e al mantenimento dell’orsa, in futuro, saranno a carico della Fondazione.

(fonte Provincia di Trento)

La viticoltura del futuro tra tecnologia e sostenibilità

foto HarvAssist

In futuro il viticoltore potrebbe utilizzare dispositivi mobili dotati di GPS come palmari e smartphone per ottenere in tempo reale informazioni riguardanti il proprio vigneto nella prospettiva di gestire la qualità delle uve rispettando l’ambiente. Già oggi però le nuove tecnologie dell’informazione supportano la viticoltura. In campagna, infatti, con metodi che stanno per essere diffusi su larga scala, è possibile prevedere il momento ottimale per la vendemmia, stimare il vigore delle piante e “l’intensità colorante” delle bacche evitando metodi distruttivi dei campioni e tempi di attesa per le analisi di laboratorio. Temi, questi, affrontati nel corso del terzo convegno nazionale di viticoltura che si è concluso nei giorni scorsi all’Istituto Agrario di San Michele all’Adige.

Vite: capace di assorbire anidride carbonica al pari di una foresta. La ricerca italiana si è ritrovata per aggiornarsi sui risultati acquisiti, sui programmi intrapresi e su quelli da intraprendere nell’unica vetrina che la comunità scientifica in viticoltura organizza per confrontarsi, mettere in mostra i progressi e consentire ai giovani di crescere. Vite decantata e celebrata, anche come risorsa ambientale, molto preziosa, grazie alla sua capacità di assorbire anidride carbonica al pari di una foresta. Il convegno è stato patrocinato dalla Provincia autonoma di Trento, dal gruppo di lavoro Viticoltura della Società di Ortoflorofrutticoltura Italiana e dall’Accademia Italiana della Vite e del Vino. Due le strade identificate dai ricercatori: migliorare la conoscenza del metabolismo della pianta e individuare i meccanismi di risposta messi in atto dalle stesse per meglio adattarsi alle diverse tecniche colturali impiegate e ai diversi contesti microambientali.

Gli argomenti trattati. “Alcuni temi molto sentiti –spiegano i ricercatori Duilio Porro e Marco Stefanini – hanno riguardato il contenimento della compattezza dei grappoli, la riduzione della produzione per ceppo, il ritardo della maturazione tecnologica e fenolica legati all’utilizzo della pratica di defogliazione in pre-fioritura. La possibilità di gestire la grande variabilità esistente in campo mediante telerilevamento basandosi anche su modellizzazioni climatiche e multi-spettrali, oltre che l’ottimizzazione delle risorse idriche e di fertilità del suolo, permettono al “sistema vigneto” di ridurre l’impatto sull’ambiente”. Sono state presentate, inoltre, innovazioni relative alla possibilità di riconoscere caratteri come il colore della bacca e l’aroma dell’uva in semenzali appena germinati tramite tecniche di biologia molecolare; sono stati approfonditi gli aspetti relativi alla distribuzione sostenibile degli agrofarmaci ed al bilancio del carbonio, le attività di miglioramento genetico volte ad ottenere nuove cultivar resistenti e/o tolleranti alle principali malattie fungine della vite.

L’innovazione nel vigneto. Presentati per l’occasione dall’Istituto Agrario progetti e programmi innovativi, molti dei quali si svolgono in Trentino, tra cui: HarvAssist, il portale web sviluppato nell’ambito della convenzione con Cavit, che individua il momento migliore per la vendemmia;  l’attività di miglioramento varietale e caratterizzazione fenologica e genetica a partire dalla collezione di germoplasma della vite che comprende 2000 vitigni provenienti da tutto il mondo; la sperimentazione condotta sul Teroldego per analizzare il suo comportamento vegeto-produttivo e sanitario; i risultati dell’attività di selezione clonale svolta in Trentino; l’analisi degli elementi minerali come strumento di tracciabilità delle uve; gli studi relativi agli assorbimenti fogliari e radicali dei diversi elementi minerali.

(fonte Istituto Agrario San Michele all’Adige)