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La cucina di Carlo Goldoni

Carlo Goldoni

(di Umberto Tiozzo, socio Argav) È proprio la Zucca Marina di Chioggia la protagonista del divertente equivoco su cui si basa la commedia Le Baruffe Chiozzotte di Carlo Goldoni. Infatti è per colpa di Toffolo Marmottina, il quale offre un pezzo di succa barucca a Lucietta, novizia di Titta-Nane, che si innesca la serie di pettegolezzi, maldicenze e incomprensioni che fanno scoppiare gli spassosi litigi nella comunità di pescatori chioggiotti.

Non di solo zucca vive…il teatro di Goldoni, ma di tutte le verdure dell’orto veneziano! Ma non è questo l’unico passo in cui Goldoni alla penna affianca anche il mestolo. Nel suo teatro, infatti, si avverte spesso un buon odore di cucina e nelle sue commedie troviamo un panorama della gastronomia veneziana, nella quale si fa un largo impiego di verdure. Come la cipolla, ad esempio, che nel saòr, tipica preparazione marinara, oltre a servire come conservante delle pietanze, evitava lo scorbuto a quanti erano costretti a vivere per lunghi periodi sulle barche. Verdure anche nel mazzetto di odori per il bollito, il piatto giornaliero della borghesia veneziana, in genere misto con pollo o cappone, dindio (tacchino), vitello, castrato e, talvolta, anche pecora; il tutto servito con altre verdure per la salsa “verde”. Ogni gourmet che si rispetti ha una ricetta segreta da suggerire, così anche il vecchio Todero, in Sior Todero Brontolon, propone la sua al servitore Gregorio per la cottura del riso: «I risi se mette súso bonóra, acciò che i créssa e i fássa fazión…a Fiorenza…i li fa bóger tre ore. E mezza lira de risi basta per otto o nove persone!».

Oggi domenica 28 novembre, al Mercato orticolo di Brondoo zucca protagonista a tavola e nello spettacolo. Gran finale del mese di iniziative per la valorizzazione della Zucca Marina di Chioggia, messe in campo da Chioggia Ortomercato. A partire dalle 11:00 l’appuntamento è al Mercato orticolo di Brondolo , dove nel padiglione ovest si svolgerà la manifestazione “Zucca per tutti”, con la prima edizione della gara gastronomica con piatti e preparazioni a base di zucca. Dopo aver assaggiato le pietanze preparate da 9 ristoranti chioggiotti, alle 14:00 la manifestazione concluderà in bellezza con la messa in scena de “Le Baruffe Chiozzotte” di Carlo Goldoni da parte di Teatronovo di Chioggia (n.d.r.)

 

Giornalisti Argav in Cansiglio, ospiti di Veneto Agricoltura

I soci Argav in visita alla foresta demaniale reg.le del Cansiglio gestita da Veneto Agricoltura (foto Mirka Cameran Schweiger)

(di Umberto Tiozzo, socio Argav) Il 2011 sarà l’anno delle foreste, così Veneto Agricoltura ha inserito, tra le novità dei percorsi didattici per le scuole della Regione, anche la foresta del Cansiglio. E una “scolaresca” abbastanza singolare, costituita da una delegazione di giornalisti dell’Argav, è stata qui ospitata in anteprima lo scorso 11 ottobre, accolta dall’Amministratore unico, Paolo Pizzolato, e dal Capo ufficio stampa, Mimmo Vita, promotore e organizzatore dell’iniziativa.

La Dr.ssa Paola Berto "fa lezione" ai soci Argav. Alla sua sx, Paolo Pizzolato, Amm.me Unico Veneto Agricoltura (foto Umberto Tiozzo)

Un bosco pubblico da sempre. Dei circa 4.500 ettari di foresta del Cansiglio, la cosa più interessante è la fustaia di faggio, che la rende unica in Italia e che, all’epoca della Serenissima Repubblica di Venezia, le è valso l’appellativo di “Gran Bosco da remi di San Marco”. Un bosco che è stato sempre pubblico – ha spiegato Paola Berto nella “lezione” introduttiva tenuta presso gli uffici di Veneto Agricoltura situati proprio al centro della piana – sin dall’epoca dell’imperatore Berengario I, ben prima dell’anno mille. Oltre al faggio ci sono abete rosso, abete bianco (pur se in quantità ridotta), e qualche acero, che in mezzo all’ocra scuro dei faggi si riesce ad apprezzare bene in questo periodo in cui si tinge di oro. Dalla foresta gestita in maniera sostenibile certificata è nato il progetto “Assi del Cansiglio” per la produzione di pavimenti in legno, una vera novità nel comparto forestale, che valorizza tutto il territorio.

Effetto visibile dellinvesione termica conifere verdi in basso e latifoglie bruno ocra piu in alto (foto Umberto Tiozzo)

Cansiglio (Canséi, in dialetto locale) non è solo foresta, ma anche agricoltura di montagna. Ci sono cinque aziende a conduzione familiare con indirizzo zootecnico, il cui latte (anche biologico) viene lavorato nella latteria di Tambre, i cui prodotti si fregiano dell’appellativo “Cansiglio”, e in quella di Fregona (latte alta qualità). L’attività turistica riveste nel luogo una certa importanza solo nei fine settimana: con l’autostrada si arriva velocemente ai piedi della foresta, quindi in una mezz’oretta si sale nell’altopiano. La forte pressione del sabato e domenica, con pochissima gente infra-settimana, non crea condizioni economiche favorevoli per uno sviluppo significativo dell’offerta turistica. I ristoranti sono numerosi, ma c’è carenza di strutture ricettive; inoltre la stagionalità è breve, con inverni estremamente rigidi ma senza neve ed estati piovose. Si registrano precipitazioni intorno ai 1800 mm/anno, concentrate in piogge intense: il Cansiglio è il primo contrafforte alpino che incontrano le correnti d’aria umida provenienti dalla pianura. Il microclima dell’altopiano è particolare, la forma a catino impedisce il movimento dell’aria, per cui quella fredda, che è più pesante, si deposita sul fondo, generando il fenomeno dell’inversione termica. Un fenomeno che ben si apprezza nella stagione autunnale, quando le latifoglie virano dal verde all’ocra evidenziando la loro presenza nella parte più alta del catino che sale verso i 1.400 metri, mentre i margini della piana a quota mille si mantengono verdi per le conifere.

"lama" dove ristagna l'acqua piovana (foto Umberto Tiozzo)

La morfologia dell’altopiano è tipicamente carsica, per cui qui non ci sono corsi d’acqua, che percola nel terreno permeabile e va ad alimentare le falde della pianura. L’unica acqua presente da quando qui ha iniziato ad insediarsi l’uomo è quella delle “lame”, piccoli avvallamenti detti doline che si formano, appunto, per il carsismo e si riempiono poi di sostanze argillo-limose, che, impermeabilizzandone il fondo, permettono il ristagno dell’acqua piovana. Questi sistemi umidi sono estremamente importanti per l’abbeveraggio del bestiame e perché spesso costituiscono l’unico rifornimento idrico per la fauna selvatica.

Faggeto del Cansiglio (foto Umberto Tiozzo)

Cansiglio, terra di Cimbri. Ritrovamenti archeologici testimoniano che l’uomo preistorico ha visitato il Cansiglio, successivamente (12mila anni fa) oggetto di frequentazioni stagionali da parte di cacciatori seminomadi provenienti dalla vicina pianura. L’uomo ha iniziato a fermarsi più stabilmente quando qui sono arrivati per lavorare il legname i Cimbri, popolazione di abili taglialegna provenienti dall’altopiano di Asiago, di origine bavarese. (Cimbro è italianizzazione dal dialetto medievale bavaro-tirolese “zimberer”: boscaiolo, carpentiere e ancor oggi, in tedesco carpentiere si dice “zimmerer”, n.d.r.). Il loro primo insediamento è stato a Vallorch, con una famiglia Azzalini nel 1796. Gli insediamenti erano di minime dimensioni, costituiti dalla casa e dalla “hutta”, piccolo fabbricato dove veniva lavorato il legno, con il quale d’inverno si costruivano scatole e setacci che venivano venduti per sopravvivere. Inizialmente si fermavano solo stagione estiva, poi, alla decadenza di Venezia che non permetteva il soggiorno stanziale, i Cimbri iniziarono ad essere un po’ più stabili, anche se si racconta che fino alla fine del 1800 le donne andassero ancora a partorire a Roana (oggi circa 120 km per la via più breve, 25-30 ore di cammino, percorribili ragionevolmente in 3-4 giorni). Oggi i Cimbri del Cansiglio, riuniti in associazione, hanno ricostruito alcuni dei villaggi e mantengono viva la memoria delle tradizioni conservando ancora il loro dialetto, riconosciuto come minoranza linguistica.

Sul sentiero forestale in mezzo ai faggi (foto Umberto Tiozzo)

Ogni anno si ricavano 5-6mila metri cubi di faggio e 4mila di abete rosso. Terminata la “lezione in aula”, dopo una veloce visita alla retrostante “Casema Bianchin”, base missilistica Nato ormai dismessa, che Veneto Agricoltura intende riqualificare per scopi dimostrativo-didattici, tutti in jeep su, lungo una stradina forestale, per una escursione in mezzo alla fustaia di faggio. Le aree a faggeta sono costituite da piante tutte più o meno della stessa età. Il ciclo vitale dura 160 anni, che inizia dalla germinazione spontanea del seme, quindi si interviene col taglio ogni 15 anni, fino ai 140, togliendo le piante più brutte e sofferenti, lasciando quelle più grosse e più belle, che devono arrivare verso il 160esimo anno d’età. Gli alberi vengono tagliati in modo tale che il vento passi tra loro modellandoli ben dritti (fronti di correnti forti piegherebbero, rovinandoli, i fusti). Partendo da 3000 piante ettaro si arriva a 50, di un’altezza attorno ai 30 metri. Dalle chioma espanse cade giù tutt’intorno il seme, che origina la “rinnovazione”: alcune piante si lasciano ed altre si levano e ricomincia il ciclo. I tagli di piante in giovane età danno legna da ardere, successivamente si ottiene legna da opera (imballaggi, tavolame per pavimenti, le già ricordate “Assi del Cansiglio”).

Vivaio Pian del Spin (foto Umberto Tiozzo)

Faggi: tutti simili ma sempre diversi. Dopo la gradita e gustosa pausa pranzo al rifugio Col Indes, raggiunto percorrendo la strada che lambisce la riserva orientata Pian di Landro-Baldassarre, la giornata è proseguita con la visita al vivaio Pian dei Spin. Il vivaio è diretto da Roberto Fiorentin, il quale ha spiegato ai giornalisti che qui si producono piante per la rinaturalizzazione e la ricomposizione ambientale e specie adatte agli ambienti montani, partendo da seme raccolto direttamente nei boschi e in aree ecologicamente omogenee. Sono circa 150 le specie legnose, tra alberi ed arbusti, che qui si producono e recentemente l’attività si è ampliata alle specie erbacee (fiori, erbe) che hanno più problemi di sopravvivenza; spesso, infatti, le specie più rare albergano tra quelle erbacee. L’attività vivaistica di Veneto agricoltura si propone di contemplare tutta la biodiversità geografica che c’è nella nostra Regione. Si parte perciò da piante che vivono nelle dune del litorale per arrivare a quelle che vanno oltre il limite della vegetazione arborea. L’obiettivo è mettere a disposizione degli utenti alberi e arbusti con la garanzia della diversità genetica degli ecotipi locali, cioè provenienti da specie legnose autoctone. Un esempio: alberi di faggio se ne trovano anche in Danimarca e non si riesce a distinguerli visivamente dai nostri, ma il loro corredo genetico è stato diversificato dai millenni di selezione genetica che c’è stata per l’adattamento ai diversi ambienti naturali. Se dicessimo che un faggio vale l’altro non si tutelerebbe l’aspetto genetico: una parte della biodiversità è proprio quella che non si vede, cioè quella scritta nel codice genetico selezionato dalla natura, e che fa la differenza.

Conifera al 3° anno di vita (foto Umberto Tiozzo)

Una talea, per radicare, deve avere piedi al caldo e testa al fresco. Dopo questa presentazione generale, il gruppo è stato guidato tra i diversi appezzamenti dal responsabile Massimo Cason, il quale ha spiegato che in questo vivaio di quota (Pian dei Spin è situato a 1.077 metri sul livello del mare) vengono sviluppate la filiera delle conifere, quella delle latifoglie e quella della propagazione vegetativa. Le conifere necessitano di almeno 1-2 anni di semenzaio prima del trapianto, dato che i primi stadi della plantula sono molto lenti. Ad esempio, per l’abete bianco ci vogliono tre anni in semenzaio per avere una piantina trapiantabile e poi almeno altri due in contenitore per ottenere una pianta di altezza idonea e un buon apparato radicale nel pane di terra. Le latifoglie, invece, vengono seminate direttamente in contenitore perché nel giro di 1-2 anni sviluppano bene apparato radicale e parte epigea. La moltiplicazione vegetativa si effettua in serra, ponendo le talee nei “letti caldi” cioè su bancali con base riscaldata e irrigazione nebulizzata. Gli addetti ai lavori dicono: “una talea, per radicare, deve avere piedi al caldo e testa al fresco”. Le foglie, cioè, non devono disidratarsi, mentre, perché si sviluppino gli ormoni che servono per la formazione delle radici, il substrato che ospita la talea deve essere tenuto a determinate temperature (18-25°).

I cervi in Cansiglio (foto Mirka Cameran Schweiger)

Il bramito dei cervi in amore. Ultima tappa, quando il sole già scivolava dietro le montagne, al giardino botanico alpino “G. Lorenzoni” dove, in un solo ettaro e mezzo, si trova il compendio della vegetazione presente in Cansiglio. Gli ambienti, realisticamente e sapientemente riprodotti, sono quelli della foresta, degli arbusteti, dei prati, dei pascoli, dei macereti, delle vallette rivali, delle rupi, degli ambienti umidi (lame e torbiere). Giornata finita? Macché! Rientrando oramai all’imbrunire dalla fugace visita al villaggio Cimbro, mentre ci si accingeva a risalire in auto per rientrare, ecco lo spettacolo unico e insperato: numerosi branchi di cervi scesi sui prati ai margini del bosco, il maschio circondato dalle sue femmine, quasi incuranti della presenza umana. E allora fuori di nuovo le macchine fotografiche e via con gli scatti. Infine, finalmente davvero tutti in partenza, accompagnati dal bramito dei cervi in amore.