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Permafrost dolomitico, l’estate 2026 accelera il degrado

Photo by Lana Kravchenko on Pexels.com

(di Giuseppe Pomarico, geologo) Nelle Dolomiti venete il ghiaccio che cementa le fratture della roccia sta perdendo la sua funzione strutturale, e l’estate 2026, la più calda mai misurata in quota sulle Alpi, ha reso il fenomeno più evidente. Per valutare il rischio non bastano più i modelli geomeccanici statici: vanno integrati i parametri termici e idrogeologici del sottosuolo.

Il ghiaccio nelle fratture e la stabilità delle pareti

Gli ammassi dolomitici e calcareo-dolomitici del Veneto orientale sono rocce fortemente tettonizzate, con una fitta rete di discontinuità: piani di strato, faglie, diaclasi. Oltre i 2.500 m la stabilità di queste pareti è stata garantita per millenni dal permafrost di parete, cioè dal ghiaccio interstiziale e di riempimento dei giunti, mantenuto a temperature negative. Quel ghiaccio lavora come un connettivo strutturale. Quando la roccia si avvicina alla soglia del warm permafrost, tra −1 e 0 °C, la resistenza al taglio lungo le discontinuità cala drasticamente (ice-bonding loss; Krautblatter et al., 2013). Il quadro si aggrava con l’acqua di fusione, che si accumula nelle fessure trattenuta da tappi di ghiaccio più profondi: ne derivano picchi di pressione neutra (u) che possono innescare scivolamenti di blocchi, crolli e rock avalanches, soprattutto con piogge in quota (rain-on- snow). Parallelamente si approfondisce lo strato attivo, e a mobilitarsi sono volumi di roccia sempre più grandi e profondi (Gruber & Haeberli, 2007).

Effetti idrogeologici e carsici

La scomparsa del ghiaccio occludente riapre condotti carsici e fratture prima sigillate, modificando i tempi di corrivazione e di ricarica degli acquiferi basali. Nelle cavità d’alta quota, dalle Pale di San Martino al Sella e all’Ampezzano, cambiano i flussi d’aria termo-convettivi, che a loro volta trasferiscono calore dall’esterno verso il cuore del massiccio. Il maggiore percolamento altera inoltre il chimismo delle acque di stillicidio (Ca2+, HCO3−) e la cinetica di deposizione carbonatica: gli speleotemi diventano così un archivio e un indicatore dell’accelerazione termica in corso.

L’estate 2026: un test su scala reale

L’estate 2026 ha messo il permafrost dolomitico sotto uno stress termico senza precedenti recenti, con effetti che si leggono sia nei dati atmosferici sia nei siti di monitoraggio. Lo zero termico è misurato in libera atmosfera con i radiosondaggi di Payerne e non coincide con la temperatura della roccia. Indica però per quanto tempo l’energia termica è stata disponibile per penetrare nei versanti, e il calore si propaga nell’ammasso con ritardo: più del singolo picco conta il bilancio cumulato. Un’estate di questo tipo ha precedenti nel 2003, quando la forte attività di crollo da pareti ritenute stabilmente ghiacciate portò per la prima volta il tema all’attenzione generale. Lo ha ricordato per il Pelmo il presidente del Comitato scientifico del CAI, Gianni Frigo: le settimane di zero termico molto elevato avrebbero favorito la fusione del ghiaccio interno alla roccia, con effetti che sui versanti nord possono manifestarsi dopo un periodo prolungato di accumulo termico. Lo stesso CAI invita a non attribuire ogni distacco al permafrost. Anche gli indicatori di campo vanno nella stessa direzione. Secondo Legambiente, al Piz Boè non risulta terreno gelato a nessuna profondità. Il dato non descrive direttamente le Dolomiti bellunesi, ma conferma il trend e rafforza la richiesta di estendere il monitoraggio a Pelmo, Antelao, Sorapiss, Civetta e Tofane. Lo scarso innevamento e il caldo prolungato hanno inoltre eliminato gli effetti di isolamento e riflessione che normalmente rallentano il riscaldamento di roccia e ghiaccio.

Verso una gestione del rischio integrata

LiDAR (telerilevamento) e InSAR (strumento per visualizzare la deformazione della superficie terrestre) descrivono bene la cinematica dei versanti, ma non bastano senza sensori termometrici in fessura e in cavità, che misurano ciò che accade nel sottosuolo. Estati come la 2026 mostrano che la pericolosità non dipende più solo dalla geometria dell’ammasso, ma dal suo regime termico e idrico. Servono quindi modelli che integrino parametri geomeccanici, termici e idrogeologici, e reti di monitoraggio capaci di leggere il ritardo tra forzante climatica e risposta del versante. Il degrado del permafrost è una delle manifestazioni più dinamiche del cambiamento climatico nel territorio veneto, e va trattato come tale nella pianificazione.

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