
(di Antonio Verni, giornalista socio Argav) Polesine come terra di mezzo fra Adige e Po, che i due fiumi, con le innumerevoli alluvioni, avvenute nel corso di tanti secoli, hanno modellato e formato. E grazie all’intervento umano, con il Taglio di Porto Viro, del 1604, si è persino creato l’attuale Delta del Po.
Di volta in volta le popolazioni hanno adottato diverse e nuove strategie di resilienza per far fronte ai cambiamenti e orientarsi negli scenari addivenienti, ricche di riscontri al Museo dei Grandi fiumi di Rovigo: dalle palafitte e dai villaggi dell’età del Bronzo, fino alle grandi opere di bonifica degli Etruschi, dei Romani, dei Benedettini e del Rinascimento. Acqua non soltanto come minaccia, ma come risorsa primaria, per il cibo e per i commerci, attorno alla quale organizzare la vita delle comunità, promuovere il culto, sviluppare le attività quotidiane. E’ quanto ha voluto mostrare il Gruppo remiero Adigetto, nato a Villanova del Ghebbo, ma con sede nella Conca fluviale di Canda, in località Vallalta, comune di Bagnolo Po, ai colleghi rematori della ‘Navigatio’ di Santander, in Spagna, intervenuti con una delegazione a questa giornata di promozione del Polesine.
A far da anfitrione al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, Raffaele Peretto, geomorfologo, poliedrica figura della cultura polesana, uno dei suoi padri fondatori e direttore fino al 2007. Il Museo ha sede nell’ex monastero Olivetano di San Bartolomeo. I monaci di Monte Oliveto Maggiore arrivarono nel 1475, per essere allontanati a seguito delle disposizioni napoleoniche nel 1810. Nel 1844 subentrò il Comune di Rovigo, che convertì il complesso in un centro di assistenza per anziani, fino al 1978. Con il trasferimento della Casa di riposo in una sede più consona, si decise di destinare la struttura ad attività museali. Nacque il Museo civico della civiltà in Polesine.
L’obiettivo originario era quello di raccogliere testimonianze archeologiche, etnografiche e naturalistiche provenienti dall’intera provincia. Si tirarono le somme e nel 2001 fu ufficialmente inaugurato il Museo dei Grandi Fiumi, volto, come si legge nella presentazione, “alla valorizzazione e divulgazione del patrimonio archeologico, etnografico, culturale e ambientale del territorio polesano”. Reperti che coprono circa 3.500 anni di storia polesana, dall’età del Bronzo al Rinascimento, provenienti da scavi e ritrovamenti dell’intera provincia.
Qual è il grande valore antropologico di questo museo? Risiede nella capacità di narrare attraverso le esposizioni ciò che gli archeologi hanno trovato nel sottosuolo, dedotto e intuito, in relazione a come l’uomo ha strutturato la società e ha modellato la propria cultura e la propria esistenza in un rapporto simbiotico con l’acqua del Po, dell’Adige e dei cento canali di collegamento, protagonisti di un ecosistema particolarmente instabile.
Chi entra nel museo si accinge a compiere un viaggio nell’antropologia culturale e sociale, camminando per oltre tre millenni. Grazie alla creatività di Gabbris Ferrari e dei suoi collaboratori, e dei padri fondatori, il visitatore, attraverso le “ambientazioni scenografiche, installazioni multimediali, diorami e plastici” rivive i principali periodi storici. Inoltre, “le riproduzioni lungo il percorso consentono di toccare, vivere e comprendere i reperti originali custoditi nelle vetrine. Le cinque sezioni presentano le conoscenze archeologiche sul Polesine dal secondo millennio a. C. all’età rinascimentale, anche attraverso continui rimandi alle coeve realtà insediative di aree limitrofe ed europee”.
Con particolare vezzo storico e personale, Raffaele Peretto ha ricordato che “dal VI secolo a. C. il Delta padano è soggetto a una articolata riorganizzazione territoriale ad opera degli Etruschi. Tale processo porterà all’affermarsi degli empori di Adria e di Spina e alla nascita di insediamenti diffusi principalmente lungo le vie d’acqua e terrestri, come a San Cassiano”. In relazione a questo ha fatto notare quanto gli archeologi apprezzino le foto aeree e che in quella esposta fosse stata ripresa anche la sua casa natale a San Cassiano.
Simbolo del museo sono uno stilizzato, immaginario volto di Fetonte sovrapposto al sole. Quel sole che rivestiva di colori ambrati le foci del Po intorno ad Adria al tramonto. Atria, la porta della valle del Po, se la si rapporta alla parola etrusca ‘atrium’. Giorno, luce, posta a levante, a oriente. Ecco, Adria era la città a oriente, verso il sole nascente, la più vicina al mare, la prima che vedevano i Greci quando arrivavano.
Dopo il Museo dei Grandi fiumi, il piccolo gruppo di rematori rodigini, insieme al presidente Eligio Garbo, di Giorgio Pavan, consigliere Argav e alla rappresentanza spagnola, si sono diretti in visita a una mostra micologica al Palazzo del Corpo di Guardia ed al Tempio della Beata Vergine del Soccorso, da tutti chiamata La Rotonda. Quindi, nel pomeriggio, hanno raggiunto Badia Polesine per ammirare il Teatro Sociale Eugenio Balzan e l’annessa Collezione Balzan: 49 dipinti di pittori italiani del XIX e del XX secolo. Poi qualche decina di minuti li hanno trascorsi all’Abbazia della Vangadizza, per comprenderne il valore storico, anche in relazione alle ultime scoperte.
Hanno collaborato alla giornata il Comune di Rovigo, con gli assessorati competenti; il Comune di Badia Polesine, con il sindaco, Giovanni Rossi, ed il Sodalizio Vangadicense con il presidente, Paolo Aguzzoni; il Comune di Bagnolo di Po, con il sindaco, Amor Zeri, e la Pro Loco. Gli ospiti spagnoli hanno portato alcune specialità della loro terra al convivio, tenutosi nella sede del Gruppo remiero Adigetto. Tutti i presenti hanno partecipato al giro in barca nelle acque del Canalbianco.
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