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3 litri di latte su 4 provengono dall’estero ma l’etichetta non lo dice

Latte Uht al supermercato

“In una situazione in cui tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro in vendita sugli scaffali sono “spacciati” come Italiani, ma contengono latte proveniente da mucche straniere, continueremo con decisione la battaglia per la trasparenza a difesa degli allevamenti italiani e dei consumatori”. E’ quanto afferma il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel commentare la decisione della Commissione Europea sulla proposta di decreto ministeriale di Luca Zaia che disciplina l’etichettatura del latte.

L’interesse dei cittadini prima di tutto. La decisione dell’unione europea non ci sorprende affatto. Infatti – prosegue Marini – la recente esperienza del via libera comunitario all’etichettatura di origine dell’olio di oliva ci insegna che le giuste battaglie per la trasparenza richiedono anni per essere vinte, ma alla fine anche in Europa dovrà prevalere l’interesse dei cittadini rispetto a quello di quanti vogliono continuare a fare affari vendendo come italiano quello che non è.

Confini italiani…a mo’ di groviera. Dalle frontiere italiane sono passati in un anno – sostiene la Coldiretti – ben 1,3 miliardi di litri di latte sterile, 86 milioni di chili di cagliate e 130 milioni di chili di polvere di latte di cui circa 15 milioni di chili di caseina utilizzati in latticini e formaggi all’insaputa dei consumatori e a danno degli allevatori. Il risultato è che – precisa la Coldiretti – tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro venduti in Italia sono stranieri mentre la metà delle mozzarelle in vendita sono fatte con latte o addirittura cagliate provenienti dall’estero ma nessuno lo sa perché non è obbligatorio indicarlo in etichetta.

Il 97% degli italiani favorevole al luogo d’origine in etichetta. Secondo l’indagine Coldiretti-Swg sulle abitudini degli italiani la quasi totalità dei cittadini (97 per cento) considera necessario che debba essere sempre indicato in etichetta il luogo di origine della componente agricola contenuta negli alimenti. Colmare questo ritardo – continua la Coldiretti – è un grande responsabilità nell’interesse degli imprenditori agricoli ma soprattutto dei consumatori e della trasparenza e competitività dell’intero sistema Paese. Al furto di identità dell’agricoltura italiana la Coldiretti, di fronte all’inerzia delle istituzioni, intende reagire con il progetto per la realizzazione di una filiera agricola tutta italiana per arrivare ad offrire attraverso la rete di Consorzi Agrari, cooperative, farmers market, agriturismi e imprese agricole prodotti alimentari al cento per cento italiani firmati dagli agricoltori al giusto prezzo. Negli ultimi anni con la mobilitazione a favore della trasparenza dell’informazione, la Coldiretti è riuscita a ottenere l’obbligo di indicare la provenienza per carne bovina, ortofrutta fresca, uova, miele latte fresco, pollo, passata di pomodoro, extravergine di oliva ma ancora molto resta da fare e l’etichetta resta anonima per circa il 50 per cento della spesa dai formaggi ai salumi, dalla pasta ai succhi di frutta.

L’ETICHETTA CON L’ORIGINE SULLE TAVOLE DEGLI ITALIANI

Cibi con l’indicazione di provenienza E quelli senza
Carne di pollo e derivati Pasta
Carne bovina Carne di maiale e salumi
Frutta e verdura fresche Carne di coniglio
Uova Frutta e verdura trasformata
Miele Derivati del pomodoro diversi da passata
Passata di pomodoro Formaggi
Latte fresco Derivati dei cereali (pane, pasta)
Pesce Carne di pecora e agnello
Extravergine di oliva

Fonte: Elaborazioni Coldiretti

Nel vicentino, un caseificio centenario restituisce i sapori di un tempo

punto vendita Caseificio San Vito di Povolaro (Vi)

Esiste un posto dove la ricotta viene fatta ancora come una volta e ha quel sapore dolce, in grado di restituire al gusto sensazioni quasi dimenticate, che altrove sono scomparse. E’ il Caseificio Sociale “San Vito” di Povolaro (Vicenza), uno dei più antichi del Veneto, con più di un secolo di attività.

Tradizioni centenarie. Lungo una via di comunicazione particolarmente trafficata, la ex statale Marosticana che porta a Nord verso Breganze, Bassano e Marostica, è sufficiente deviare il percorso di qualche spanna per trovare un caseificio che da 110 anni trasforma il latte rispettando la tradizione. Il caseificio sociale di Povolaro lavora il latte proveniente da 15 aziende agricole socie della zona. I suoi formaggi sono garanzia di salubrità, bontà, sapori e profumi di una volta. Il caseificio aderisce a Confcooperative ed è conosciuto per una vasta produzione, tra cui spiccano i DOP, in particolare, fiore all’occhiello, l’Asiago Fresco con 50 mila forme all’anno, che vengono vendute anche ai grossisti, ma anche l’Asiago DOP d’Allevo, ed i freschi: caciotte, mozzarelle, ricotte e stracchino disponibili tutti i giorni allo spaccio.

Gilberto Bertinazzo, presidente Caseificio San Vito

Piccolo ma…buono. «In un mercato dominato dalla grande distribuzione, che propone prodotti alimentari generici sempre più standardizzati», afferma il presidente, Gilberto Bertinazzo, «la nostra realtà, pur piccola, si fregia di appartenere a pieno titolo alla grande famiglia delle latterie cooperative del vicentino. Siamo quindi fra i pochi custodi rimasti di una sapienza casearia le cui radici affondano nella tradizione rurale e lattiera di questa terra generosa di buona acqua e raccolti, da sempre ricchissima di buon latte. A pochi chilometri da Vicenza, la nostra cooperativa valorizza le caratteristiche ed il gusto della propria produzione ed il consumatore consapevole, che riconosce le differenze, è disposto a mettere le freccia per una deviazione dalla strada provinciale che vale infinitamente più dei 200 metri richiesti per raggiungere il punto di vendita diretta».

Come arrivare. Facilmente raggiungibile da Vicenza percorrendo la strada Marosticana in direzione di Sandrigo, giunti a Povolaro si svolta a destra per il centro, fino alla chiesa, il caseificio si trova subito dopo, vicino al panificio Ceola, proprio di fianco al campo da calcio (in piazza Redentore, Povolaro di Dueville, tel. 0444-592338).

(fonte Alpe Comunicazione)

Una Campania tutta da gustare

foto Regione Campania

(di Marina Meneguzzi) Dai fertili pianori di Terra di lavoro e della Piana del Sele ai fazzoletti ortivi dell’agro nocerino-sarnese, dai monti dell’agro di Benevento e di Avellino alle terre silicee e vulcaniche della provincia napoletana e, più a sud, le coste rocciose di Amalfi e Sorrento battute da brezze salmastre: le bellezze paesaggistiche della Campania sono pari solo alla bontà dei prodotti agroalimentari offerti dal territorio.

Una mappa per scoprire le bontà del territorio. Un piccolo ma significativo assaggio se ne è potuto avere ad Agrifood, che si è svolto nei giorni scorsi in contemporanea al Vinitaly, e a cui la Campania ha partecipato con 15 produttori, emblema di quell’eccellenza gastronomica che ha reso Napoli e questa regione famosi in tutto il mondo. Per chi non avesse avuto l’opportunità di visitare la rassegna dell’agroalimentare di qualità, ecco i riferimenti dei produttori campani presenti, utili anche come “mappa” per un ideale viaggio alla scoperta delle bontà del territorio: Agricilento Verde , Conserve Biscottificio Cristino (tel. 08235.819425), Gusto Pastificio Gentile, Pasta e Conserve Distilnatura, Liquori tipici Antica Distilleria Petrone, Consorzio Al.B.A. Allevatori Bufalini Associati, Russo Food, pasta Le Antiche Tradizioni di Gragnano,  pasta Società Cooperativa Pastai Gragnanesi, Caffen, pasta Società Coop. Agricola Nuovo Cilento, olio di oliva Az. Agricola Vastola Francesco “Maida”, il fagiolo di Controne di Ferrante Michele, i dolci tipici della cioccolateria Spedek Dolciaria, il Salumificio Montecalvese e, nel padiglione al Vinitaly della regione Campania, i vini della Fattoria Colle Sasso.

Campania, terra di oliveti. La Campania può vantare anche una storia olivicola molto antica e una struttura produttiva dalle grandi potenzialità (è la quinta regione in Italia per quantità di territorio dedicato alla coltivazione dell’olivo).  Sono oltre millecinquecento i produttori di olio extravergine d’oliva Bio, dislocati soprattutto nelle aree di collina interna, 4 le Dop regionali – Penisola Sorrentina, Colline Salernitane, Cilento e Irpinia Colline dell’Ufita – che fondano la loro produzione su cultivar autoctone come Minucciola, Pisciottana, Rotondella e Ravece, che danno origine ad oli extravergine d’oliva armonici ed equilibrati, ottimi da gustare sia sulla pizza margherita Stg, sia su grigliate di pesce, insalate, legumi e primi piatti.

Pecora Alpagota: Veneto Agricoltura ne tutela la biodiversità

Pecora alpagota

La conca dell’Alpago, luogo ideale per la pastorizia, a metà strada tra Cortina d’Ampezzo e Venezia, a pochi chilometri da Belluno, ha dato il nome a una razza ovina autoctona di taglia medio-piccola, dalla caratteristica maculatura scura sulla testa e sulla parte inferiore degli arti, dal mantello folto, fine e ondulato che la ricopre totalmente. Come la maggior parte delle razze autoctone, si è drasticamente ridotta nel secolo scorso: oggi sono presenti in zona poco più di 2000 capi.

Da circa dieci anni Veneto Agricoltura, presso la propria Azienda Pilota e Dimostrativa “Villiago” a Sedico (BL), svolge un lavoro di recupero, conservazione e valorizzazione delle Razze Ovine Autoctone, tra cui anche la Razza Alpagota. Attualmente vengono allevate in purezza circa 40 pecore di razza Alpagota. Il lavoro di selezione previsto dal protocollo operativo consiste, tra le altre azioni, nel mantenere la razza in purezza, utilizzando solo montoni iscritti al Registro Anagrafico gestito dall’Ass. Allevatori di Belluno; nel controllare e selezionare, in base allo standard di razza, gli agnelli nati annualmente; nel valorizzare l’attività mediante atti divulgativi e partecipazione a Mostre e Fiere Nazionali e Locali. Da alcuni anni l’“Agnello d’Alpago” è presidio Slow Food ed il marchio, che garantisce la completa tracciabilità del prodotto, è stato registrato.

Alpagota: razza che regge il confronto con i più celebri pre-salé d’oltralpe
. Considerata ovino a triplice attitudine, cioè valida sia per la carne sia per la produzione di latte e di lana, oggi l’Alpagota è allevata quasi esclusivamente per l’ottima carne che può reggere il confronto con i più celebri pre-salé d’oltralpe. L’agnello d’Alpago è perfetto per esempio in abbinamento ai piatti poveri della tradizione locale, come la “patora”, zuppa di mais e legumi, e la “bagozia”, sorta di polenta fatta con patate, mais, legumi e anche salame e pancetta. La valorizzazione e la commercializzazione dell’agnello d’Alpago sono gestite dall’Associazione “Fardjma”, che ha sede a Tambre (BL) e raggruppa diversi allevatori della zona dell’Alpago.

Olio: Unaprol lancia l’etichetta che parla al consumatore

esempio di QR-Code

Arriva l’etichetta innovativa per l’olio extra vergine di oliva di alta qualità 100% made in Italy. Quella che parla al consumatore e che racconta la storia del prodotto anche con un filmato. Proprio come al cinema, con il punto vendita che diventa palestra multimediale dove, prima dell’acquisto, si trasferiscono al consumatore messaggi e informazioni.

Ogni bottiglia, una carta d’identità elettronica. L’etichettatura innovativa  adottata da Unaprol – Consorzio Olivicolo Italiano, guarda al mercato, parla al consumatore ed è la novità dell’edizione 2010 del SOL, il salone internazionale dell’olio extra vergine di oliva di qualità di Verona. Questo sistema di etichettatura permette di dotare le bottiglie di olio extra vergine di oliva  di una carta di identità elettronica, costituita da una semplice etichetta intelligente adesiva. L’etichetta è capace di ospitare e veicolare a consumatori, distributori, ristoratori, numerose e più complete informazioni sull’ olio extra vergine di oliva contenuto nella bottiglia.

come si legge il QR-Code

Il sistema implementato è basato sul QR-CODE . Un codice  che permette al  consumatore di accedere ai contenuti informativi semplicemente inquadrando il codice QR-CODE con la fotocamera di un telefono cellulare dotato dell’applicazione di lettura e in tempo reale vengono visualizzate sul telefonino codice di tracciabilità, report analitici, abbinamenti gastronomici, oppure è in grado di generare come risposta un vero e proprio filmato relativo all’azienda tracciata ed al territorio in cui essa ricade.

Un mezzo in più a tutela del consumatore. Tutte le informazioni  veicolate sono validate da un sistema di tracciabilità  di filiera certificato ai sensi della norma uni en iso 22005/08 e secondo un disciplinare realizzato da Unaprol che mira all’ottenimento di olio extra vergine di oliva di alta qualità attraverso una metodologia analitica in grado di legare in maniera imprescindibile gli oli extra vergini di oliva al loro territorio di produzione, anche con la tecnologia dell’RMN, la risonanza magnetica nucleare. “Il  QR-CODE è una opportunità in più che Unaprol offre al consumatore mondiale per rintracciare il vero olio extra vergine di oliva di alta qualità italiana”. Ha riferito Massimo Gargano presidente di Unaprol che aggiunge “in un mondo in cui i pomodori arrivano dalla Cina, le ciliegie dal Cile, e le arance dal bacino del Mediterraneo un’informazione più approfondita e diretta al consumatore è quella che serve per garantire acquisti consapevoli”.

L’olio extra vergine di oliva di alta qualità Unaprol, scortato dalle etichette con il QR-CODE, oltre a trasferire al consumatore in tempo reale elementi di tracciabilità, sicurezza alimentare,  qualità del prodotto in tema di chimica ed organolettica gode anche della garanzia di I.O.O.% qualità italiana,  Il marchio della primo consorzio di filiera tutta agricola e italiana. E’ possibile verificare le etichette con il QR-CODE fino a lunedì 12 aprile presso il padiglione C di SOL stand 23 dove Unaprol – condivide con Aifo, associazione dei frantoiani e Federdop, la federazione dei consorzi di tutela della dop e igp, la migliore offerta di olio extra vergine di oliva 100% di alta qualità italiana.

(fonte Unaprol)

E’ arrivato il radicchio nuovo al Mercato orticolo di Chioggia

Radicchio Chioggia Ortomercato del Veneto

Al Mercato orticolo di Chioggia è iniziata la nuova stagione del radicchio rosso precoce primaverile. Le prime due partite, solo 14 quintali conferiti mercoledì, sono state quotate 1,92 euro al chilo. Un dato che ha incoraggiato gli ortolani a raccogliere. Infatti, il giorno successivo ne sono arrivati più del doppio, subito venduti nella caratteristica asta all’orecchio a 2,32 euro, confermando così la buona partenza di questa annata.

Il vero boom dei conferimenti è atteso comunque per la settimana prossima, quando si supereranno i 500 quintali giornalieri, per stabilizzarsi attorno ai 1500. Il prezzo spuntato alle prime aste ha per gli operatori un grande valore scaramantico, una sorta di viatico per tutta la successiva campagna del mese di aprile, decisiva per il reddito di un’intera annata delle aziende orticole locali con circa 50 quintali venduti attorno a 2,70 euro e la media del mese si è attestata poco sopra i due euro, mentre nel 2008 il primo radicchio, conferito il 4 aprile, fu quotato poco più di 80 centesimi e la media del mese non raggiunse i quaranta centesimi.

Giuseppe Boscolo Palo, Presidente Chioggia Ortomercato del Veneto

Radicchio primaverile: costi di produzione più elevati rispetto a quello autunno-invernale. «Speriamo che si confermi il buon andamento dell’aprile dello scorso anno – afferma Giuseppe Boscolo Palo, presidente di Chioggia Ortomercato del Veneto e produttore anch’egli – ma va precisato che il radicchio precoce ha costi di produzione più elevati. Alle voci di spesa che gravano su quello autunno-invernale, infatti, per il radicchio primaverile vanno aggiunti i costi di produzione in serra delle piantine da trapianto, di disinfezione del terreno, di acquisto del concime naturale, dei teli di polietilene per le coperture di archi, archetti e per le pacciamature a terra. Complessivamente siamo attorno ai 70-80 centesimi al chilo. Una volta portata la merce al mercato – aggiunge Boscolo – c’è una percentuale da versare al commissionario cui si affida il prodotto per l’asta.

Prevista una produzione di ottima qualità. Per le aziende iscritte al Consorzio del Radicchio di Chioggia Igp, ci sono ulteriori costi legati all’applicazione del disciplinare di produzione, alla certificazione e all’utilizzo del packaging dell’Igp. Nella forbice tra tutto questo e il prezzo di vendita ci stanno gli ammortamenti di mezzi e attrezzature, il rischio d’impresa (di fatto, le calamità naturali e le perdite per le vendite sottocosto di altri periodi dell’anno) e, finalmente, la remunerazione del nostro lavoro». «La produzione si presenta di ottima qualità – annuncia Pietro Cigna, un’esperienza

Pietro Cigna, Direttore Chioggia Ortomercato del Veneto

trentennale nella direzione del mercato, con l’Apos prima, il Cogemo poi, e ora nella nuova società di gestione – con buona pezzatura, colore vivace e foglia croccante. Le temperature sotto la media del periodo hanno ritardato di qualche giorno la maturazione del radicchio precoce, ma ne hanno favorito colorazione e consistenza».

Ma come si riconosce il vero radicchio nuovo da quello invernale ancora conservato nei frigoriferi? «Intanto c’è da dire che il prodotto deve provenire esclusivamente dagli orti litoranei di Sottomarina e Rosolina – spiega Giuseppe Palo -, e di questa origine, di cui da anni andiamo chiedendo la esplicita specificazione in etichetta,  è il passaggio nel nostro mercato che fa da garanzia rispetto alle importazioni da aree del sud del mondo, come Cile o Egitto. Il cespo del radicchio precoce di Chioggia è più leggero dell’invernale frigoconservato, la foglia leggermente più sottile e l’attacco del fittone (la radice) ha un diametro inferiore, attorno ai 2 centimetri».

(Fonte: Chioggia Ortomercato del Veneto)

La CO2 che piace: “bollicine” protagoniste al Vinitaly

foto Forum Spumanti d'Italia

Segmento trainante dell’intero comparto enologico italiano, la destagionalizzazione degli spumanti è una tendenza consolidata, una vera e propria “mania”, in linea con i gusti internazionali e con i bisogni di cucine mondiali diverse. E’ la Co2 che piace, simbolo di un bere moderno e capace di accontentare tutti, che sarà protagonista a Vinitaly, a Verona dall’8 al 12 aprile, uno degli eventi più importanti dell’enologia internazionale.

Nell’ultimo decennio il consumo di bollicine italiane è quasi raddoppiato: questo perché, se una volta erano relegate ai brindisi delle feste, oggi gli spumanti ricoprono tutto l’anno un ruolo da protagonisti, e rappresentano la scelta più gettonata, tra i più classici bianchi e rossi, non solo al momento dell’aperitivo, ma anche a tutto pasto. Grazie alla loro versatilità di abbinamento – dalla morbidezza elegante del Franciacorta al prestigio dei migliori spumanti trentini, dall’immediata piacevolezza del Prosecco alla dolcezza e classicità dell’Asti, fino alle tante etichette dell’Oltrepò Pavese – gli spumanti rappresentano una soluzione ideale che accontenta tutti e che va bene con quasi tutti i tipi di cibo, siano questi tradizionalmente italiani oppure etnici.

Italia terzo produttore al mondo di “bollicine”. Fondamentale è la variegata gamma di tipologie offerte dal Belpaese, grazie alla quale l’Italia è il terzo produttore al mondo con 360 milioni di bottiglie, dopo Germania e Francia: sono 278 le denominazioni d’origine che possono produrre un vino spumante, un numero assai ampio, spesso legato a produzioni limitate e addirittura localistiche (dati: Forum Spumanti d’Italia). Senza dimenticare la leva del prezzo, dalle etichette per le grandi occasioni alle bottiglie più easy e meno impegnative, l’ampia diffusione nei punti vendita e le etichette semplici e chiare.

La destagionalizzazione è la chiave del successo delle bollicine made in Italy, i cui consumi continuano a crescere, testimoniando un cambiamento epocale sulle tavole nazionali. Fra i meno giovani, al di là delle tipologie più famose e conosciute, gli spumanti italiani accontentano anche chi è alla ricerca costante di chicche enologiche, con produzioni legate a poco diffusi vitigni autoctoni – dall’Erbaluce di Caluso al Nerello Mascalese – ma sono in molti quelli che le scelgono semplicemente perché sono buone. Ma i principali consumatori sono soprattutto i più giovani, che le amano perché le sentono molto vicine al loro modo di essere: semplici, effervescenti e a volte molto chic, le nuove generazioni le preferiscono ai cocktails, ed iniziano a sceglierle anche al ristorante quando sono in compagnia.

La mania delle bollicine non riguarda solo il Belpaese. Nel mondo si consumano 2,6 miliardi di bottiglie l’anno e l’Italia con 190 milioni di bottiglie è il secondo esportatore dopo la Francia, con un fatturato export pari a 1,9 miliardi di euro (dati: Forum Spumanti d’Italia). Il loro successo mondiale è dovuto soprattutto al fatto di essere “paladine” del made in Italy accessibile, grazie ad una proposta forte di prodotti in grado di soddisfare in questo momento culture alimentari, gusti personali, possibilità econonomiche e abbinamenti a tavola assai differenti.
(fonte Veronafiere)

Pasticceri Confartigianato Veneto: no al volo delle “false colombe pasquali”

Non facciamo volare le false colombe pasquali. Lasciamole sugli scaffali dei rivenditori! A lanciare il messaggio, con l’avvicinarsi delle festività pasquali, sono i pasticceri della Confartigianato del Veneto. “Da molte parti ci viene segnalato che diversi rivenditori espongono e vendono “false colombe pasquali”, importate da Paesi nei quali il costo dei prodotti e della manodopera sono minori –spiega il presidente regionale della categoria, Giacomo Deon-. E che, soprattutto, non offrono nessuna certezza sulla qualità! Che controlli sono stati fatti su questi prodotti? Che garanzie offrono? Non ci è dato di sapere”.

La colomba pasquale? E’ solo italiana! E’ bene ricordare che la denominazione di “colomba”, in base al decreto ministeriale 25 luglio 2005, non si applica ai prodotti provenienti da altri Paesi europei. Inoltre con la circolare esplicativa del 3 dicembre 2009, il Ministero dello Sviluppo Economico ha precisato anche le indicazioni specifiche sugli ingredienti da riportare sull’etichettatura dei prodotti alimentari e prodotti dolciari da forno. “La direttiva è chiarissima –commenta Deon- Infatti cita testualmente che “i prodotti di imitazione sono prodotti che, pur riportando denominazione di vendita diverse da quelle previste nel decreto del 2005 e non rispettando le caratteristiche di composizione e quantitative previste, utilizzano forme e modalità di presentazione identiche e confondibili con i prodotti disciplinati creando confusione al consumatore”.

Ingredienti di serie A. “I consumatori siano attenti: una colomba “vera” deve contenere almeno il 16% di burro, uova di categoria “A”, cioè fresche e in quantità tale da garantire almeno il 4% in tuorlo, latte, miele, burro di cacao, eccetera. La colomba “falsa”, invece, nella maggioranza dei casi contiene ingredienti scadenti, ad esempio grassi idrogenati, pochissimo burro e uova e molto zucchero che copre il sapore inferiore con quello dolce che piace ai bambini”. Da non trascurare infine, che i pasticceri artigiani, oltre a rispettare le norme sugli ingredienti, rispettano anche quelle sul materiale che deve essere utilizzato per il confezionamento e sulle modalità di esposizione dei prodotti. Ai fini della tutela del consumatore infatti, non va trascurato l’ambiente dove i prodotti sono conservati e esposti.

12 milioni di euro in uova e colombe artigianali. Il Veneto è tra i maggiori produttori di colombe, come di panettoni e pandori
. E la produzione artigianale assume una particolare rilevanza: quest’anno i veneti spenderanno 12 milioni di euro in uova e colombe artigianali, su un totale nazionale di circa 108 milioni. “Prevediamo di mantenere i fatturati dell’anno scorso, tenendo conto che sono quasi cinque anni che non si applicano aumenti, in base alle nostre rilevazioni –conclude Deon-. Per le colombe artigianali –esclusa la confezione personalizzabile- il prezzo oscillerà tra i 16 e i 20 euro al chilo, per le uova tra 40 e 60 euro, sempre al chilo. Per le uova prevediamo un lieve aumento dei consumi, del 4 per cento circa”.

(fonte Confartigianato Veneto)

Due italiani e un cileno sul podio del Sol d’Oro

Cile, Toscana e Lazio. Sono queste le aree del pianeta dove si produce il miglior extravergine del mondo. È il verdetto dell’VIII Concorso oleario internazionale “Sol d’Oro  2010”, che si è svolto a Verona dal 15 al 20 marzo nell’ambito di Sol, il Salone Internazionale dell’Olio di Oliva Extravergine di qualità in programma dall’8 al 12 aprile in concomitanza con Vinitaly.

Premiata con il Sol d’Oro, per il miglior «fruttato leggero», l’Agrícola y Forestal Don Rafael di Santiago del Cile, mentre per la categoria «fruttato medio» il riconoscimento è andato all’azienda Villa Stabbia di Massa Cozzile (PT) e per il «fruttato intenso» al Frantoio Quattrociocchi Americo di Alatri (FR). Buoni piazzamenti in medagliere anche per la Sicilia, che conquista due Sol di bronzo, e per la Campania, con un Sol d’Argento.

Un campione di 191 aziende di 7 Paesi. Un responso che conferma ancora una volta la supremazia dell’«oliveto Italia», ma che mostra anche il grande balzo qualitativo delle aree di produzione a sud del mondo. Prima tra tutti il Cile, una realtà oleicola emergente che conta oggi solo una quarantina di aziende, ma capace di competere sui mercati internazionali con circa 2.500 tonnellate di extravergine l’anno, il 20% del quale diretto all’estero. La giuria internazione, diretta da Marino Giorgetti e composta da esperti di Grecia, Slovenia, Spagna e Italia, ha selezionato gli extravergine di 191 aziende provenienti da 7 Paesi (Italia, Spagna, Cile, Slovenia, Australia, Croazia e Portogallo) e da 16 regioni italiane. Un numero nettamente inferiore rispetto allo scorso anno, quando i partecipanti erano stati 248, a causa dei rigorosi criteri di selezione previsti dal regolamento. In un’annata non certo esaltante per l’olio italiano, molti produttori hanno infatti preferito non inviare i campioni, obbligatori al momento dell’iscrizione, rinunciando alla partecipazione. Un dato che dimostra la grande selettività del Sol d’Oro, che si conferma come il concorso più severo e competitivo a livello internazionale.

I premiati. Categoria Fruttato leggero: Agrícola y Forestal Don Rafael Ltda, Santiago del Cile (Cile); Az. Agr. Tenuta Piscoianni, Sonnino (Lt – Lazio); Terramater di Santiago (Cile). Categoria Fruttato medio: Azienda agricola Villa Stabbia, Massa Cozzile (Pt – Toscana), Fattoria di Colle, Cantagallo (Po – Toscana), Sergio Gafà, Chiaramonte Gulfi (Rg – Sicilia). Categoria Fruttato intenso: Frantoio Quattrociocchi Americo, Alatri (Fr – Lazio), Madonna dell’olivo, Serre (Sa – Campania), Terraliva, Siracusa (Sicilia).

(fonte Veronafiere)

21 marzo: a Treviso, X^ edizione del “Radicio Verdon da cortel”

radicio verdon

Domenica 21 marzo, in Piazza dei Signori a Treviso, si tiene la X^ edizione della Mostra mercato del “Radicio verdon da cortel” proposta dalla “Congrega del Tabàro” capitanata da Tiziano Spigariol. La manifestazione, che riporta la cicoria di fine inverno e inizio primavera in mostra e in degustazione, rappresenta una buona occasione per fare una “merenda d’antan”, a base di radicchio verdon, uova e salame.

Scheda del prodotto: Radicio verdon da cortel o Radicchio Verdolino. Si semina in agosto-settembre per raccoglierlo da marzo fino ad aprile. Ha l’aspetto di rosellina dal verde carico, del diametro di sette – dieci centimetri, gustosa e croccante. Nei campi “el radicio” viene raccolto manualmente, con il “cortèl” appunto, ed estratto con il fitone, dolcissimo da mangiare con le foglie, croccanti e gustose. E’ una verdura dimenticata e passata in secondo piano rispetto ai più famosi radicchi provinciali di Treviso e Castelfranco. Eppure negli ultimi anni è ritornata in auge sopratutto nelle tavole trevigiane, facendone un prelibato prodotto di nicchia.

Più proteico di fagioli e carne. Il “Radicio Verdòn da Cortèl” viene consumato esclusivamente crudo, in insalata, da solo, accompagnato da uovo sodo oppure da formaggi, molto indicata la polenta, tenera oppure abbrustolita. Una maniera di servirlo tipica della campagna trevigiana è accompagnarlo con un condimento di lardo sfrigolante e aceto, altro abbinamento tradizionale è quello con fagioli lessati freddi. Il radicchio Verdolino contiene più proteine dei fagioli e della carne, e poi potassio, calcio, e ferro in contenuti elevati, più che in asparagi e spinaci. Proprietà che ne fanno l’ingrediente ideale per una dieta per i convalescenti, la prevenzione di anemie, carenza oligoalimentare, malassorbimento intestinale e per un supporto durante la gravidanza, l’allattamento e osteoporosi. Questo il territorio interessato alla produzione: provincia di Treviso nei comuni di Quinto di Treviso, Zero Branco, Casale sul Sile, Preganziol, Casier, Ponzano Veneto, Roncade, San Biagio di Callalta, Monastier, Paese, Istrana.

La storia. Il “Radicio Verdòn da Cortèl” appartiene al grande gruppo delle cicorie o radicchi, il cui consumo risale a tempi remotissimi. Le modalità di coltivazione sono state tramandate attraverso generazioni nell’area di coltivazione. Le testimonianze scritte sull’utilizzo alimentare del “Radicio Verdòn da Cortèl” sono molto limitate. Va citata la notizia di un manuale agreste del 1600 circa, che ricorda un “radicchio scoltellato” quale alimento povero di gente misera. Un’opera del Prof. Bruttini, datata 1940 (Ristampa) cita egualmente un Radicchio scoltellato. Stessa dizione appare in “Storia delle Piante”, di Guillaume Luis Figuier, edito nel 1887, in cui si cita il “Radicchio selvatico”, che “si mangia nell’inverno e nel cominciare della primavera; e la povera gente di campagna va ad estrarlo, insieme ad altre radicchielle, col coltello lungo le ripe e nei luoghi soleggiati, onde il nome di radicchio scoltellato”.

(fonte: Marcadoc.it)