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Il Marrone di San Zeno Dop ora è anche bio. La bontà del frutto ed il riconoscimento festeggiati per tre fine settimana dal 22 ottobre al 6 novembre con iniziative culinarie e di intrattenimento.

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Marroni di San Zeno Dop

(di Marina Meneguzzi) Il marrone dei record in Italia è veneto e precisamente veronese: si tratta del Marrone di San Zeno di Montagna, amena località situata a poco più di 600 metri nel comprensorio del monte Baldo, con vista diretta sul lago di Garda. Che, peraltro, oltre a deliziare lo sguardo, dona una particolare dolcezza al frutto autunnale che cresce nei declivi boschivi.

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da sx Ugo Bonafini, Claudio Valente, Maurizio Castellani, Andrea Perotti, Simone Campagnari

I primati da record. Ebbene, dopo essere stato il primo nel Bel Paese (ed in Europa) ad ottenere la Dop nel 2003, in virtù delle tecniche di lavorazione tradizionali applicate ed in particolare della curatura (novena e rissara), il marrone sanzenate (Castanea sativa Mills) è il primo in Italia ad aver ottenuto il marchio “bio” ad un anno poco più dall’inizio delle pratiche di riconoscimento. E questo grazie alla naturalità dell’ambiente e dei metodi di coltivazione in cui e con cui viene prodotto. Ad annunciarlo con giusto orgoglio lo scorso 12 ottobre alla stampa, tra cui Argav, riunita per l’occasione a San Zeno nelle splendide sale trecentesche del palazzo “Ca’ Montagna”, sono stati i fautori di questo successo, a cominciare dai produttori soci del Consorzio di Tutela, rappresentati dal presidente e dal vice presidente, rispettivamente Simone Campagnari e Ugo Bonafini, ed ancora il sindaco di San Zeno di Montagna Maurizio Castellani, Andrea Perotti, consigliere comunale e il presidente di Coldiretti Verona Claudio Valente.

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il castagneto di Giovanni Gondola

Biologico per natura, con uno scoiattolo per mascotte. “In taluni e speciali casi, il periodo di conversione dall’agricoltura non biologica a quella biologica  può essere superato – ha spiegato Campagnariad esempio quando gli appezzamenti siano superfici allo stato naturale non trattate con prodotti vietati nell’ambito della produzione biologica da almeno tre anni. E’ questo il nostro caso, poiché il nostro marrone è sempre stato del tutto naturale, coltivato con i sistemi tradizionali, rigorosamente a mano e senza utilizzo di trattamenti chimici. Avepa (Agenzia Veneta per i pagamenti in agricoltura) lo ha riconosciuto e lo scorso 7 ottobre ha concesso il riconoscimento retroattivo. Ad oggi, già tredici aziende produttrici sono registrate a produzione biologica (oltre il 70 per cento della produzione). L’obiettivo del Consorzio – che raggruppa 45 soci che coltivano un totale di oltre 2mila ettari di castagneti tra i 250 e i 900 metri – è raggiungere il 100 per cento entro il 2018“. “Il Marrone di San Zeno Dop è una coltura di nicchia che esprime perfettamente un nuovo concetto di agricoltura in grado di dare risposta e valore ai prodotti agricoli di periferia e di montagna, che necessitano di “strade nuove” per essere conosciuti e apprezzati. Si tratta prima di tutto di una scelta culturale che, se ben gestita, può tradursi anche in una felice scelta economica“, ha affermato  Claudio Valente, la cui organizzazione agricola ha affiancato il Consorzio nell’ottenimento della certificazione bio.

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Marroni di San Zeno Dop

Recupero di castagni abbandonati. La raccolta dei marroni, ancora in corso, dovrebbe superare abbondantemente i 200 quintali ottenuti nel 2015. Un’ottima resa, dunque, avvenuta in un’annata in cui, specie in Sud Italia, si parla di crolli di produzione del 90 per cento a causa di un parassita di origine cinese, il cinipide. “Ma non si tratta di fortuna – ha precisato il sindaco Castellanibensì di un preciso piano di prevenzione e investimento iniziato 5 anni fa, con un’attività di lotta integrata al parassita attraverso i lanci del suo nemico naturale, il parassitoide Torymus sinensis“. Tra gli obiettivi che uniscono Amministrazione e Consorzio, oltre alla valorizzazione e promozione del prodotto, c’è il recupero di castagni abbandonati – si parla di alberi vecchi di 200/300 anni con una circonferenza di 7/8 metri ciascuno – all’interno dei boschi disseminati nei comuni della Comunità montana del Monte Baldo: Brentino-Belluno, Brenzone, Caprino Veronese, Costermano, Ferrara di Monte Baldo e San Zeno di Montagna. “Al momento non è possibile calcolare con esattezza il numero di piante da recuperare ma stiamo parlando di almeno altrettanti duemila ettari“,  ha detto Campagnari.

caldarrostemarronesanzenodopLe feste in omaggio ad un frutto che si adatta bene in cucina. Dunque, da quest’anno, nell’etichetta che si trova nelle confezioni in vendita del marrone che, ricordiamo, si differenzia dalla castagna, frutto della pianta selvatica, per essere originato da una pianta coltivata e migliorata con successivi innesti, oltre alla dicitura della Dop, con logo, peso, annata di produzione e luogo di confezionamento, si potrà trovare anche il marchio bio. Metà della produzione annuale sarà venduta durante la 44° Festa della Castagne, che coincide con la 13° edizione della Festa del Marrone di San Zeno Dop, entrambe organizzate dall’Amministrazione Comunale in collaborazione con il Consorzio, ed in programma a San Zeno di Montagna per tre fine settimana, il 22 e 23 ottobre, il 29 e 30 ottobre e il 5 e 6 novembre. “Negli anni la Festa del Marrone è cresciuta sia nell’offerta, sempre più di qualità e differenziata, sia nel numero di visitatori, provenienti anche al di fuori della provincia veronese e drl Veneto“, ha riferito Perotti, che coordina la realizzazione delle feste. Tra gli intrattenimenti in programma, c’è il mercatino dei sapori, dove si potrà degustare il marrone in molteplici vesti e ricette, dalla caldarrosta al frutto sciroppato alla birra Castanea passando da quella più caratteristica, il minestrone di marroni, protagonista di un vero e proprio premio che verrà assegnato a chiusura della manifestazione.

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Giancarlo Zanolli titolare della Taverna Kus

Menù raffinati a base di marroni. Nei giorni di festa le cucine saranno sempre aperte e pronte a servire i piatti tipici della zona del Baldo anche nei ristoranti locali. A questo proposito, fino al 13 novembre, cinque ristoranti aderenti al progetto “San Zeno Castagne, Bardolino & Monte Veronese” (Al Cacciatore, Bellavista, Costabella, Sole e Taverna Kus) offriranno agli avventori 5 diversi menù degustazione con pietanze, dall’antipasto al dessert, a base di marroni (da 35 a 44 euro, gradita prenotazione, maggiori info http://www.ristosanzeno.it). Grande importanza viene data dagli chef al minestrone, piatto della tradizionale autunnale di San Zeno, declinato dai ristoranti in differenti versioni di consistenza e di sapori, tutte da assaggiare.

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Ugo Bonafini abbraccia il suo castagno cinquecentenario per evidenziare la circonferenza del tronco

Novena e rissara, cosa s’intende. A spiegare la tecnica di curatura dei marroni è Bonafini, anche produttore di formaggio di malga sul Baldo e fortunato possessore in località Lumini di un castagno cinquecentenario: “I frutti raccolti subiscono trattamenti di cura secondo il metodo tradizionale, quali la “novena” e la “rissara” (ricciaia in dialetto veronese). La prima consiste nel far riposare i marroni in acqua fredda per 9 giorni (da qui novena) cambiando parte o tutta l’acqua ogni 2, senza aggiunta di nessun additivo. La rissara invece, praticata da sempre su questi monti, consiste nell’accumulare all’aperto i frutti ed i ricci per 8-15 giorni. In entrambi i casi, l’obiettivo è favorire una fermentazione naturale per far aprire il frutto e preservarlo da funghi, muffe e parassiti”.

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La rissara di Gondola

Con le corde sui rami. Oggi, quasi tutti i produttori effettuano la “novena”. Ma c’è ne è ancora uno che pratica la “rissara“. Si tratta di Giovanni Gondola, socio del consorzio e titolare insieme alla famiglia dell’hotel Castagneto (tel. 045-7285121), struttura immersa in un bosco di castagneti secolari (110 in tutto). Da metà ottobre, il contadino-albergatore si cimenta direttamente nella raccolta dei marroni, salendo sui rami più alti con le corde e raggruppando i ricci nella rissara. “Un lavoro faticoso, a fine sera lo si sente nelle braccia, ma per me è di impagabile soddisfazione” ha raccontato Gondola. E guardando il suo volto sorridente e disteso, non si stenta a credergli.

Mais straniero pagato più di quello italiano, succede a Padova, denuncia Coldiretti

maisMeno di sedici centesimi per un chilo di mais: questo è quanto guadagneranno le migliaia di agricoltori padovani dal raccolto di quest’anno. Una miseria, afferma Coldiretti Padova, un prezzo vergognoso, sopratutto se confrontato con le quotazioni delle tonnellate di mais che ogni anno varcano le nostre frontiere.

16 euro per il mais padovano contro i 18 dell’ibrido estero.  “Le rilevazioni sui prezzi di questi giorni parlano chiaro –  afferma Federico Miotto, presidente di Coldiretti Padova  – il mais veneto, sottoposto a rigorosi controlli, è quotato circa 16 euro al quintale mentre il mais che arriva da oltre confine, l’ibrido estero “alla rinfusa” viene pagato in media più di 18 euro al quintale, con punte di 19 euro. Perché questa differenza non certo trascurabile? E’ paradossale che il prodotto che arriva da oltre frontiera, che spesso e volentieri non risponde agli stessi standard di qualità e di controllo nel ciclo produttivo garantiti invece nelle nostre aziende, sia pagato addirittura di più. Siamo di fronte ad una chiara mossa speculativa ai danni della produzione nazionale e veneta in particolare”.

Padova provincia leader nella coltivazione e nella produzione di mais. Quasi un quarto della coltivazione è concentrata nella provincia, con circa 45 mila ettari di mais su un totale veneto di 190 mila. Nel 2015 sono state raccolte 441 mila tonnellate di mais, in calo rispetto all’anno precedente. Quest’anno è attesa una produzione nella media ma a preoccupare i quasi 8.000 agricoltori che coltivano mais è il prezzo che non accenna a salire da quotazioni assolutamente insoddisfacenti.

Fonte: Coldiretti Padova

Latte: aperti i bandi in Veneto per domande di aiuto per riduzione produzione

latte_16492“Il pacchetto complessivo di aiuti da 500 milioni, adottato in luglio dalla Commissione Ue a sostegno dei produttori di latte e degli allevatori, inizia ad assumere concretezza attraverso l’apertura di quattro bandi distribuiti da settembre 2016 a marzo 2017, per una dotazione complessiva di 150 milioni di euro per l’intero territorio comunitario”. A darne notizia l’assessore all’agricoltura Giuseppe Pan, che ha attivato le strutture regionali di Avepa (Agenzia Veneta per i Pagamenti in Agricoltura) al fine di dare immediata attuazione al Regolamento Delegato UE; dall’8 settembre scorso, infatti, sono aperti i termini per la presentazione delle domande per la riduzione della produzione lattiera.

Domande accettate sino ad esaurimento fondo Ue. “Il provvedimento è stato assunto al fine di equilibrare una condizione di mercato particolarmente precaria, dovuta in buona parte alla liberalizzazione della produzione del latte – spiega Pan – l’obiettivo delle Istituzione europee è quello di supportare le aziende e garantire nuova stabilità a un settore che sta attraversando, particolarmente in questo periodo, i minimi storici in termini di prezzi e reddittività”. “Bruxelles ha quindi stabilito che le domande saranno accettate sino ad esaurimento della somma disponibile – spiega l’assessore –, consiglio pertanto agli allevatori veneti interessati ad una riduzione della produzione lattiero-casearia, di presentare la documentazione entro le prime scadenze programmate”.

Chi può accedere al bando e scadenze. Le domande potranno essere presentate da singole aziende agricole, organizzazioni di produttori o cooperative e dovranno essere inviate (in riferimento alla prima scadenza) entro il 21 settembre per il primo periodo ottobre-dicembre 2016, entro il 12 ottobre per il periodo novembre 2016-gennaio 2017, entro il 9 novembre per il periodo dicembre 2016-febbraio 2017 ed entro il 7 dicembre per il periodo gennaio-marzo 2017.

Il premio unitario massimo sarà pari a 14 centesimi di euro per chilo di latte. Inoltre, per accedere all’aiuto il produttore dovrà aver prodotto e consegnato latte a un primo acquirente riconosciuto nel mese di luglio 2016. Il quantitativo di riduzione delle consegne di latte vaccino per il quale è richiesto l’aiuto, non deve superare il 50% del quantitativo totale prodotto dal produttore nel periodo di riferimento né essere inferiore a 1.500 kg. Infine, è ammessa una sola domanda per produttore nell’arco dei quattro periodi previsti (con una deroga per il primo e l’ultimo periodo). La domanda di aiuto, in Veneto, dovrà essere acquisita e compilata tramite l’applicativo presente nel sito web istituzionale di AVEPA disponibile al link  http://app.avepa.it/mainapp. Per completare la domanda, è necessario richiedere il proprio ACCOUNT e correlata PASSWORD registrandosi nel GUARD; ciò consente l’accesso riservato alla compilazione on-line.

Fonte: Servizio Stampa Regione Veneto

Mais, allerta aflatossine in Veneto

aflatossine-pigozzoTorna l’allerta aflatossine in Veneto. In vista dell’imminente avvio delle operazioni di raccolta del mais, l’Associazione italiana raccoglitori, essiccatori e stoccatori (Aires) ha trasmesso una nota in cui informa di una contaminazione in atto a macchia di leopardo del fungo Aspergillo che intacca il cereale, rilevata da un monitoraggio condotto dall’Università di Padova.

Meglio anticipare la raccolta. Le aflatossine sono sostanze tossiche che, oltre i limiti stabiliti dalle direttive Ue, sono vietate anche per la destinazione a mangimi animali. Per questo, Confagricoltura Veneto chiede agli agricoltori di prestare attenzione allo stato delle colture, anticipando la raccolta in modo da essiccare la granella di mais con valori superiori al 22 per cento di umidità, al fine di contenere i danni. “L’infezione fungina ha intaccato soprattutto le varietà precoci, che hanno sofferto la variabilità del clima con le bombe d’acqua prima e il caldo umido poi – spiega Giangiacomo Bonaldi, membro di giunta di Confagricoltura e referente dell’area Triveneto e presidente del Consorzio maiscoltori e cerealicoltori del Piave – Il timore è che la malattia si sviluppi in maniera diffusa nei raccolti, con il rischio di trovarsi con un mais declassato qualitativamente e vendibile solo per uso agroenergetico. Raccogliere il mais prima comporta un più elevato costo di essicazione, ma consentirà di salvare il prodotto e la redditività dell’azienda”.

In Veneto, calo superifici coltivate a mais e rese. Confagricoltura ricorda che i produttori veneti soffrono già a causa dei prezzi ai minimi storici, scesi a 16 euro e mezzo il quintale, che coprono a stento i costi di produzione. A pesare sono le grosse importazioni di mais dall’estero, che vedono in prima fila i Paesi dell’Est come l’Ucraina, la Romania e l’Ungheria, produttori di un mais qualitativamente inferiore ma più sano in conseguenza di condizioni climatiche più favorevoli. Il tonfo dei prezzi e l’andamento climatico sfavorevole ha portato in Veneto sia ad un calo delle superfici (– 6 per cento), sia delle rese (– 20 per cento), come attestano i dati di Veneto Agricoltura. Nel 2015 la superficie coltivata a mais è risultata essere di 209 mila ettari, con Padova prima provincia con 44 mila ettari, seguita da Rovigo con 37.800, Venezia con 35.200, Verona con 30 mila, Treviso con 25 mila, Vicenza con 18.500. “Al Ministero chiediamo un progetto che possa rilanciare il settore – esorta Bonaldi -, centrato sulla ricerca, su investimenti per i centri di stoccaggio perché riescano a selezionare meglio i prodotti e su contributi che possano calmierare il disagio dei produttori. Agli agricoltori chiediamo di scegliere varietà migliori e più produttive. Il clima umido del Veneto ci sottopone costantemente al rischio aflatossine e perciò dobbiamo puntare su specie più resistenti, per ottenere un mais più sano e più spendibile sul mercato”.

Fonte: Servizio stampa Confagricoltura Veneto

Caldo e siccità in Veneto, Avepa riconosce carburante agricolo agevolato per irrigazioni

lavoro-voucher-agricoltura-treviso-provincia-crisiLa Regione Veneto informa che, alla luce delle richieste pervenute dal territorio per la concessione di assegnazioni supplementari di carburante agricolo agevolato e dei dati dell’Arpav, che hanno confermato la scarsa piovosità dell’ultimo periodo, Avepa, con decreto del direttore n. 94 del 04 agosto 2016, ha approvato le assegnazioni supplementari di carburante agricolo agevolato per l’irrigazione di soccorso per l’anno 2016.

L’autorizzazione interessa tutte le province del Veneto ad eccezione di Belluno,  per le colture di mais, sorgo, soia, girasole, leguminose, barbabietole, tabacco, pomodoro, ortaggi, piante officinali, erba e pascoli, frutta, viti, pioppo e vivai. Gli applicativi sono già allineati per la presentazione delle apposite istanze.

Fonte: Servizio Stampa Regione Veneto

Dal 12 agosto aperti i bandi Psr Veneto per infrastrutture silvopastorali, terreni, energie rinnovabili, misure forestali e cooperazione, domande entro 60-90 giorni

lavoro-voucher-agricoltura-treviso-provincia-crisiDa venerdì 12 agosto 2016 gli agricoltori veneti possono concorrere all’assegnazione dei 30,7 milioni del Piano di sviluppo rurale 2014-2020 per infrastrutture silvo-pastorali, terreni  danneggiati, energie rinnovabili e misure forestali. Domani saranno infatti pubblicati sul Bollettino ufficiale della Regione Veneto i nuovi bandi del Programma di Sviluppo Rurale 2014-2020.

I beneficiari avranno dai 60 ai 90 giorni di tempo per presentare domanda e accedere ai finanziamenti previsti per cinque misure: 10 milioni per le “Infrastrutture viarie silvopastorali, ricomposizione e miglioramento fondiario e servizi in rete”, 3 milioni per “Investimenti per il ripristino di terreni e del potenziale produttivo agricolo danneggiato da calamità naturali”, 4 milioni per “Creazione e sviluppo della diversificazione delle imprese agricole”, 12,7 milioni per “Investimenti in tecnologie forestali e nella trasformazione, mobilitazione e commercializzazione dei prodotti forestali” e 1 milione di euro per “Costituzione e gestione dei gruppi operativi PEI in materia di produttività e sostenibilità in agricoltura”. 
“I bandi riguardano interventi di diversa natura – ricorda l’assessore all’agricoltura Giuseppe Pan – ed attivano una serie di misure innovative come la costituzione di Partenariati Europei per l’Innovazione (PEI): il Veneto ha scelto di investire 28 milioni di euro entro il 2020 per sviluppare e promuovere la collaborazione tra imprese e centri di ricerca europei, al fine di realizzare idee innovative suggerite dalle aziende stesse e quindi utili al sistema produttivo veneto”.

Misure a favore di impianti agricoli danneggiati da calamità naturali, zone di motnagna, fonti rinnovabili. Attenzione particolare è stata dedicata alle misure di sostegno agli investimenti per il ripristino dei terreni e del potenziale produttivo agricolo danneggiato da calamità naturali, verificatesi a gennaio-febbraio 2014 in provincia di Verona, al fine di ripristinare gli impianti di actinidia (kiwi) danneggiate dalle piogge alluvionali.
 “Aprono per la prima volta le misure forestali, dedicate soprattutto alle zone di montagna – ha spiegato Pan – indirizzate a sostenere le spese per la sistemazione di strade, della viabilità e delle infrastrutture di approvvigionamento necessarie per migliorare la competitività delle aziende forestali. Altresì saranno finanziati: l’acquisto di macchinari, impianti ed attrezzature per lavorazioni forestali, l’acquisizione di terreni, investimenti in immobilizzazioni e in piazzole attrezzate”. 
“Particolare attenzione è stata data alle fonti rinnovabili e alla costruzione o ristrutturazione di impianti per la produzione di energia – ha concluso Pan – dedicati unicamente alle aziende agricole che desiderano conferire maggiore efficienza alle proprie attività, avvicinandosi ad un’idea di economia circolare nella quale lo scarto di produzione diventa nuova risorsa per produrre energia utile al funzionamento dell’attività stessa”.
Maggiori dettagli sui bandi possono essere recuperati nel sito regionale http://www.piave.veneto.it e nel sito http://www.regione.veneto.it sezione bandi-agricoltura.

Fonte: Servizio Stampa Regione Veneto

Pacchetto giovani del Psr, in Veneto tagliati i tempi di attesa per l’apertura di un’attività agrituristica

Giovani agricoltoriGli imprenditori agricoli neo insediati che volessero dedicarsi all’attività agrituristica d’ora in poi possono farlo già dal primo anno, senza dover attendere i due dalla norma regionale che disciplina l’agriturismo.

Deroga per giovani agricoltori. Si tratta di una deroga proposta da Coldiretti Veneto ed approvata dal Consiglio regionale che vale solo nel caso di under 40 legati al finanziamento europeo previsto dal Pacchetto Giovani del Programma di Sviluppo Rurale 2014-2020. Grazie all’approvazione avvenuta in Consiglio regionale durante le recenti sedute in aula dedicate al collegato della finanziaria, il futuro operatore agrituristico potrà ridurre i tempi di avvio dell’attività di ristorazione e accoglienza in campagna. Con questa formula – spiega Coldiretti Veneto –  si dà un’ulteriore chance di crescita all’imprenditorialità che nel settore primario è in netta crescita nonostante la crisi economica.

Fonte: Servizio Stampa Coldiretti Veneto

Parte in Polesine la campagna del grano duro e tenero

grano giugnoSegnali di speranza per la campagna dei cereali a paglia (grano e orzo) che si sta aprendo in questi giorni. A dispetto delle abbondanti piogge delle scorse settimane, i primi rilievi vanno nella direzione di una buona qualità del prodotto.

“Le prime mietiture di grano duro – commenta Damiano Giacometti, presidente della cooperativa Villa Nani di Bagnolo (Ro), importante centro di raccolta e commercializzazione di cereali dell’Alto/medio Polesine – ci stanno danno soddisfazione per la quantità di prodotto ricavato, ma soprattutto per la qualità. Si temeva che le piogge potessero compromettere il tenore proteico del grano che è la caratteristica che permette alla pasta di tenere la cottura – spiega il presidente – ma se i primi segnali si confermeranno positivi nel prosieguo della campagna, possiamo dire di avere buone speranze che questa qualità sostenga le quotazioni del mercato che stanno per ripartire al centro-nord Italia. Buone rese produttive si sono viste in anteprima nella raccolta del pisello proteico e dei cereali minori, come l’orzo. Attualmente – continua il presidente – le uniche quotazioni di cui disponiamo sono quelle della borsa merci di Foggia, rilevante per il sud Italia, in cui il prezzo del grano duro, ancora purtroppo deludente rispetto all’anno passato, va dai 215 ai 220 euro a tonnellata, per un prodotto con una percentuale minima di proteine intorno all’11,50, ossia per un grano di qualità non eccelsa, se teniamo conto che un buon grano duro deve avere un tenore proteico superiore al 14,50 per cento. Pertanto – conclude il presidente Giacometti – se la nostra qualità si manterrà alta come appare dai primi rilievi e se il clima ci assiste, possiamo ben sperare che sia questa qualità a fare la differenza sul mercato cerealicolo nazionale”.

Grano, per la prima volta strappa al mais il primato di prima coltura in Polesine. Per il grano tenero, come per il duro, il mercato ha bisogno di avere dati maggiormente consolidati prima di formulare le quotazioni. Intanto, in questa campagna cerealicola 2015/2016 per la prima volta il grano, fra duro e tenero, strappa al mais il primato di prima coltura della pianura polesana. La provincia di Rovigo conta infatti quest’anno circa 38 mila ettari di superficie investita a grano sul totale di 108 mila ettari di superficie agricola utile. L’andamento dei mercati del grano, dunque, diventa l’indice fondamentale che le aziende agricole polesane dovranno guardare, considerando che gli italiani consumano mediamente all’anno 25 chili di pasta pro capite e che il Belpaese è deficitario di grano duro per il 30/40 per cento del fabbisogno nazionale.

Fonte: Servizio Stampa Cooperativa Villa Nani

Agroalimentare Veneto 2015, “ebbro” di vino ma “a secco” in altri settori

lavoro-voucher-agricoltura-treviso-provincia-crisiIl valore complessivo della produzione lorda agricola veneta nel 2015 è stimato in 5,5 miliardi di euro, in leggero calo rispetto al 2014 (-2,2%). È uno dei dati più salienti emersi ieri a Legnaro (PD), nella conferenza stampa in cui l’agenzia regionale Veneto Agricoltura ha presentato i dati definitivi 2015 dell’agroalimentare veneto.

Luci e ombre. “Se da una parte il comparto del vino vola, sia sotto il profilo della produzione che dell’export, altri settori, in primis quelli della zootecnia e dell’ortofrutta, per motivi diversi, evidenziano notevoli sofferenze”, ha esordito nel presentare i dati l’assessore regionale all’Agricoltura Giuseppe Pan. “La Regione – ha ricordato Pan – sta facendo la sua parte, non perdendo mai di vista gli obiettivi principali, quali la redditività delle imprese agricole, la loro innovazione, il ricambio generazionale che, grazie al nuovo Programma di Sviluppo Rurale 2020, stiamo cercando di rafforzare”. Nel presentare il neo direttore generale Alberto Negro, ingegnere con lunga esperienza nel settore privato, Pan ha indicato la strada che egli dovrà seguire, portando Veneto Agricoltura ad essere sempre più al servizio dell’innovazione dell’impresa agricola veneta. L’incontro si è comunque focalizzato sull’andamento dei diversi comparti agricoli veneti che, come accennato, nel 2015 sono saliti in altalena.

Tra produzione e prezzi in calo (non per il vino), spunta la multifunzionalità. “Il fattore principale del leggero calo del valore della produzione agricola – ha sottolineato Alessandro Censori, di Veneto Agricoltura – proviene dalla discesa di produzione e di prezzo delle principali colture erbacee e la flessione del settore zootecnico (per il ribasso delle quotazioni del latte); compensato però dall’incremento di produzione e di prezzo dei prodotti vitivinicoli”. Ecco un dato importante nella lettura della Congiuntura agroalimentare veneta 2015. Ad un’area che possiamo chiamare “tradizionale” in difficoltà (anche storica) si contrappone una più “dinamica”, con al vertice il vitivinicolo, più performante. L’analisi dei dati mostra ancora in aumento, sia nella quantità che nel prezzo, le attività di supporto al primario regionale (contoterzismo, manutenzione del verde, attività post-raccolta, ecc.) a dimostrazione di come la multifunzionalità sia uno strumento sempre più diffuso tra le aziende agricole.

Continua la diminuzione delle aziende. Nel 2015 il numero di imprese agricole risulta di 64.950 aziende, -1,6% rispetto al 2014. Ma qualcosa sta cambiando. Si confermano infatti in crescita le imprese agricole costituite nella forma di “società di persone” (+1%) e soprattutto in quella di “società di capitali” (+4,6%), che insieme  rappresentano il 15,5% del totale delle aziende agricole regionali; mentre (inesorabile) prosegue la diminuzione delle “ditte individuali” (-2,1%), l’83,8% del totale.  Anche gli addetti sono scesi a 62.551 unità (-0,7%): quindi cala in misura rilevante il lavoro “indipendente”, che pur restando la parte preponderante degli addetti del comparto (circa il 58%) presenta una flessione del -15,9%, mentre sono in forte crescita gli occupati dipendenti (+32%).

Andamento climatico. Il 2015 è stato più caldo e secco rispetto alla norma. Le anomalie termiche più significative hanno caratterizzato tutto l’anno meno la primavera. Cereali e colture industriali. Il meteo anomalo ha penalizzato mais e soia, le principali colture del Veneto per estensione (rispettivamente 229.000 e 134.000 ettari), con diminuzioni di resa intorno al -20% e conseguente flessione produttiva; medesima sorte ha subìto la barbabietola da zucchero. Annata invece moderatamente favorevole per riso, tabacco e per cereali autunno-vernini come frumento duro (che ha triplicato la superficie coltivata) e orzo; per frumento tenero, girasole e colza invece contrazione di investimenti e produzione. Da notare che, con la globalizzazione dei mercati delle commodity, le abbondanti disponibilità di prodotto e l’elevata quantità di scorte presenti a livello internazionale ha condizionato i mercati nazionali deprimendo i listini e determinando quotazioni negative per quasi tutte le colture citate.

Colture ortofrutticole. La superficie complessivamente investita a patate e ortaggi è rimasta sostanzialmente invariata rispetto al 2014, pari a circa 26.000 ettari. Crescono le coltivazioni orticole in serra (+7%) ma diminuisce la coltivazione di piante da tubero (-12%). Aumenta la resa per patata (+6%), radicchio (+25%) e fragola (+14%); cala per lattuga (-17%) e pomodoro da industria (-20%).  Continua la crisi della frutticoltura, specie quella estiva, con conseguente “ridimensionamento”; comunque l’annata è stata favorevole: produzione in crescita per pesco (+15%), actinidia (kiwi, +10%), melo (+4,4%), pero (+3,7%); non per il ciliegio (-27%). Più prodotto equivale però a calo delle quotazioni: pesche (-38%) e mele (-15%). Bene l’olivicolo (+45%) dopo il disastroso raccolto 2014.

Florovivaismo. Continua qui la “moria” delle aziende agricole (-2,3%) e delle superfici investite (2.750 ha, -3,4%). La produzione, soprattutto quelle di piante ornamentali, è stata influenzata dall’andamento climatico a seconda della stagionalità, ma nel complesso le rese sono rimaste sostanzialmente invariate e la produzione complessiva si è solo leggermente ridotta (1,4 miliardi di piante, 1,3%).

Vitivinicoltura. Annata particolarmente favorevole, con vendemmia abbondante e raccolta record pari a 12,5 milioni di quintali di uva (+20% rispetto al 2014) e un volume di vino di 9,7 milioni di ettolitri (+18%); prezzi delle uve in aumento su tutte le piazze e per quasi tutte le tipologie considerate. La media regionale delle quotazioni osservata nel 2015 è salita a 0,65 euro/kg, in aumento del 14,7%. In aumento anche la superficie vitata, salita a 80.500 ettari. E cresce anche l’export: Veneto, +10% in valore e +3,6% in quantità, trascinato dal boom del Prosecco sui mercati internazionali (+30% circa sia in valore che in quantità).

 Zootecnia. Non si può dire lo stesso del settore zootecnico. Bene la produzione di latte in Veneto (+2,7%), ma son crollati i prezzi alla stalla (-13%), con conseguente forte calo del valore della produzione ai prezzi di base (-9%). In sofferenza anche i consumi interni di formaggi e latticini, ad eccezione dello yogurt, l’unico dato positivo è il parziale calo dei costi alimentari. Anche la carne bovina ha sofferto del calo al consumo e il ricavato spesso ha coperto poco più dei soli costi espliciti; la contrazione produttiva in Veneto è stata del -3%, con “frenata” quindi anche della dinamica dei ristalli importati (-3,2%). Il comparto suinicolo ha subìto una forte contrazione delle quotazioni di mercato (-7,4%) condizionate da un eccesso di produzione e dalla pressione della disponibilità estera. Anche qui i consumi sono risultati in discesa. Bene la produzione di carne avicola, aumentata del +4,1%, (specie quella di pollo), ma sono diminuite le quotazioni di mercato che complessivamente hanno favorito la tenuta dei consumi.

Pesca e acquacoltura. Timidi segnali di ripresa per il settore ittico veneto: dopo il notevole calo osservato dal 2001 (-42%), la flotta peschereccia veneta è salita a 654 unità, mentre la produzione locale conferita ai mercati ittici del Veneto ha registrato un incremento di quantità e valore pari a circa il +6,5% su base annua. In crescita anche la produzione di molluschi bivalvi (+6,6%). Considerando il transito di prodotto sia locale che nazionale ed estero, l’analisi dei mercati ittici regionali evidenzia un aumento del +3,2% del quantitativo commercializzato e un incasso complessivo pari a 114 milioni di euro (+2,5%).

Industria alimentare. Nel 2015 il numero delle Industrie alimentari venete attive è leggermente salito a 3.720 unità (+1,4%). Buoni gli indici: produzione +3,5%, fatturato +2,9%, ordinativi interni +3%, ordinativi esteri +5,1%, occupazione +0,5%. Import/Export. Il deficit nel 2015 è più che dimezzato, scendendo a 464 milioni di euro (-54,7%) in seguito a un aumento più che proporzionale delle esportazioni (+12,1%) rispetto alle importazioni (+1,4%). Il significativo incremento delle esportazioni è dovuto principalmente ai prodotti per l’alimentazione degli animali (+21,9%), prodotti di colture permanenti (+21,1%) e piante vive (+20,4%); rilevanti anche le variazioni positive di carni lavorate e conservate (+19%), prodotti di colture agricole non permanenti (+12,4%), prodotti da forno (+11,5%) e bevande (+10%), le quali rappresentano il 35% del totale delle esportazioni agroalimentari del Veneto.

Primi risultati 2016. Le prime indicazioni raccolte presso gli operatori locali sulle intenzioni di semina per la nuova annata agraria evidenziano una ripresa degli investimenti a frumento tenero e duro e orzo, rispettivamente +10/15%, +50%, +10%. Sugli stessi livelli del 2015 le superfici a barbabietola da zucchero e soia; in ulteriore diminuzione gli ettari coltivati a mais (-5/10%). Andamento altalenante dei prezzi nei primi mesi del 2016, su livelli comunque inferiori a quelli del 2015 per il frumento tenero; per mais e soia invece aumenti del 30% e del 10%. I settori vitivinicolo e frutticolo in generale stanno risentendo dell’anomalo meteo di maggio e soprattutto di giugno, con  basse temperature e piovosità elevata. Si registrano raccolti compromessi a causa di grandinate, un’elevata pressione di malattie fungine e danni da insetti che hanno particolarmente danneggiato ciliegie e pesche, soprattutto per le varietà precoci. Per quanto riguarda la vite, il quadro fitosanitario è caratterizzato da una forte pressione di peronospora, che richiede ripetuti trattamenti antiparassitari.

Export. I dati relativi al primo trimestre 2016 per i vini nazionali indicano un calo dei vini in bottiglia in valore (-0,6%) e in quantità (-4,9%), mentre risultano ancora in notevole crescita gli spumanti (+21,4% in valore e +26,1% in quantità). Sembra pertanto proseguire di buon passo il successo del Prosecco all’estero, sebbene le tensioni sui mercati finanziari e la svalutazione della sterlina in seguito al Brexit potrebbero creare difficoltà alle esportazioni verso il Regno Unito, che nel 2015 è stato il principale importatore di vino dal Veneto in termini di valore. Nel primo semestre 2016 è continuato il calo dei prezzi del latte crudo alla stalla scesi su livelli mediamente prossimi a 33-32 euro/100 lt (IVA esclusa), subendo l’andamento negativo delle quotazioni dei maggiori paesi produttori di latte europei. Quotazioni negative anche per i principali formaggi DOP veneti, soprattutto per l’Asiago e il Montasio; meno accentuato il ribasso per il Grana, più stabile il prezzo del Piave. Il comparto veneto della carne bovina risulta ancora caratterizzato da una “situazione recessiva”: stabili, o tendenti al ribasso, le quotazioni degli animali da macello e dei ristalli. Male anche il comparto dei suini pesanti, penalizzato sia dal calo delle quotazioni, sia dall’aumento dei costi alimentari osservato negli ultimi due mesi. Gli avicoli infine, purtroppo, non mostrano segnali di ripresa.

Fonte: Servizio Stampa Veneto Agricoltura

L’apicoltura del Montello vale 300 ettari di prosecco. Gli addetti ai lavori chiedono maggior riconoscimento:”Siamo nomadi e lavoriamo di notte, creiamo ricchezza e tuteliamo l’ambiente”

apicoltori1E’ l’oro del Montello, anche se pochi lo sanno. Nonostante il maltempo delle ultime settimane, la produzione di miele dalle profumate acacie trevigiane arriverà a sfiorare quest’anno quota 500 tonnellate, pari a 3,5 milioni di fatturato. Un valore notevole, che può essere equiparato a quello di 300 ettari di prosecco.

Richiesta di miele in crescita. Per questo gli imprenditori apistici sono stanchi di essere considerati alla stregua di semplici hobbisti e chiedono che il loro settore abbia la stessa dignità degli altri: “Siamo professionisti e viviamo di miele – dice Francesco Bortot, degli apicoltori di Confagricoltura Treviso, con azienda a Biadene di Montebelluna -. Deteniamo gran parte degli alveari del Veneto, lavoriamo tutto l’anno e la richiesta di miele è costantemente in crescita, soprattutto nel campo del biologico. Chiediamo attenzione alla Regione, ai Comuni e agli agricoltori, perché le api sono un importante patrimonio per il territorio”.

20 mila alveari. L’acacia, importata in Europa dall’America, inizialmente era una pianta rustica e infestante. Dagli anni ’80 ha cominciato ad assumere un’importante valenza per l’apicoltura del Montello, raggiungendo l’exploit negli scorsi anni grazie all’avvento del “nomadismo del miele”. In 15 giorni di fioritura il numero di alveari raggiunge quota 20 mila. Ogni alveare è abitato nel massimo sviluppo da circa 50 mila api operaie e produce dai 20 ai 30 chili di miele. Il prezzo di mercato attualmente va dai 7-8 euro al chilo, che sale a 16 euro se il prodotto è biologico. Spiega Bortot: “Inizialmente il nostro lavoro era stagionale, mentre oggi dura tutto l’anno. Ad una condizione: dobbiamo spostarci da una zona all’altra. Il nomadismo degli alveari è indispensabile sia per l’impollinazione e lo sviluppo degli alveari, sia per garantire con diverse fioriture tipologie variegate di prodotto. In marzo, quando le api si svegliano dal letargo invernale, le portiamo in Trentino o in Emilia Romagna per l’impollinazione del melo, del pero e del ciliegio. In maggio torniamo nel Montello per la fioritura dell’acacia. In giugno ci spostiamo nella Pedemontana per il castagno, quindi nel Bellunese per la fioritura del tiglio e infine in alta quota per il rododendro”.

apicoltori3Sono le api a selezionare chi deve fare l’apicoltore. Il Montello come la California, che muove alveari da tutti gli Stati Uniti per l’impollinazione del mandorlo. In questi giorni sono presenti produttori da tutto il Nordest e oltre: Friuli, Trentino, Veneto, Emilia Romagna, Slovenia: “Carichiamo gli alveari sui camion di notte, quando le api dormono – racconta Elisa Caramore, produttrice trentina di Canal San Bovo -. Ogni camion ne trasporta una sessantina: impieghiamo una settimana per trasferirle tutte da una zona all’altra. Di giorno dobbiamo accudire le api, come animali in stalla: controlliamo che non ci siano orfane senza regina, verifichiamo se stanno bene, valutiamo quando è il momento di spostarle su un’altra fioritura. E’ un lavoro impegnativo e altamente specializzato, che non si può improvvisare e richiede anni di esperienza, studio e lavoro. L’apicoltura attrae molti giovani, perché richiede investimenti più limitati rispetto ad altri allevamenti: un alveare chiavi in mano costa circa 250 euro. Ma alla fine sono le api a selezionare chi è davvero in grado di fare l’apicoltore: devi capire che cosa sta succedendo nell’alveare, se le api stanno facendo miele, se sono disadattate e aggressive, se si perdono le famiglie. E agire di conseguenza”.

In Italia, prodotti 150 mila q di miele all’anno. Gli Agostini arrivano dalla provincia di Belluno. E le api a Volpago del Montello le maneggiano senza maschera: “Le api non sono cattive. Sono mansuete se si rispettano i loro ritmi e si salvaguarda l’habitat in cui si muovono”. In Italia, ogni anno, si producono circa 150 mila quintali di miele. Problemi con la concorrenza straniera non ce ne sono, nonostante le produzioni dell’Est siano battute a prezzi bassissimi che arrivano a meno di 2 euro al chilo: “La dicitura “vero miele italiano” è una garanzia per noi produttori e per i consumatori – assicura Bortot -. Il mercato va sempre più verso il bio: il consumatore di miele cerca un prodotto genuino e locale come il nostro: chiaro, profumato e dolcissimo”.

Fonte: Servizio Stampa Confagricoltura Veneto