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5-10 settembre, all’Orto Botanico di Padova si tiene l’evento “Dalla Terra all’infinito, alla scoperta del mondo di domani”

dallaterraallinfinitoDal 5 al 10 settembre i visitatori dell’Orto Botanico di Padova potranno godere di una straordinaria esperienza spaziale: sul prato di fronte alle serre del Giardino della biodiversità atterrerà infatti il modulo ExoSpaceHab-X, una struttura mobile progettata per simulare la vita all’interno di una base lunare.

Per vivere l’esperienza unica di immergersi nell’habitat lunare, condividendo per un giorno sfide e meraviglie della vita nello spazio, potete partecipare ad una delle numerose visite guidate disponibili nell’arco della settimana: 5-8 settembre: ore 11, 11.30, 12, 16, 16.30, 17, 17.30, 18; 9-10 settembre: ore 10.30, 11, 11.30, 12, 12.30, 15, 15.30, 16, 16.30, 17, 17.30, 18, 18.30. Le visite, in italiano e in inglese, sono comprese nel biglietto d’ingresso e non prevedono prenotazione.

Venerdì 8 settembre l’auditorium ospita inoltre “Vivere nello spazio”, un dialogo con esperti/e su vari temi legati alle ricerche spaziali e alle condizioni di sopravvivenza nello spazio degli esseri viventi, incluse le piante. Un’occasione per scoprire anche l’affascinante storia dei “Semi della Luna“, donati da David Williams (NASA Goddard Space Flight Center) all’Orto botanico di Padova nel 2022. L’evento è gratuito, su prenotazione.

Fonte: Orto Botanico di Padova

9 e 16 agosto, l’Orto botanico di Padova propone le visite guidate “Forte come una pianta” e “Natura tra le pagine”

sand-g3df2fbe0a_1920Due interessanti visite guidate sono in programma il 9 e 16 agosto p.v. all’Orto botanico di Padova. La prima è dedicata al tema “Forte come una pianta”, la seconda a “Natura tra le pagine”. Vediamole nello specifico.

Mercoledì 9 agosto ore 20, 20.15, 20.30, “Forte come una pianta”. Un viaggio quasi epico alla scoperta delle piante che sanno adattarsi e sopravvivere anche nelle condizioni più estreme. Resistenza a perturbazioni di ogni tipo, straordinarie capacità di guarigione, longevità leggendaria, dimensioni titaniche: le piante non smettono mai di stupirci! La crescita delle piante è regolata in maniera precisa: le piante, infatti, instaurano rapporti specifici con i diversi fattori ambientali, quali il clima, la disponibilità di acqua e di luce, la composizione del suolo, il vento e l’umidità, nonché l’interazione con altri organismi.

Mercoledì 16 agosto ore 20, 20.15, 20.30, “Natura fra le pagine”Il mondo vegetale è sempre stato fonte di ispirazione per poesie, racconti e romanzi di ogni genere. Dall’età classica ai giorni nostri, la visita conduce ad un affascinante percorso guidato tra foglie, alberi e fiori, attraverso le pagine di celebri opere letterarie. Storie affascinanti, personaggi e luoghi straordinari evocati in opere celeberrime tra cui le Metamorfosi di Ovidio, Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, Le Cronache di Narnia di C.S. Lewis, Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, e tante altre.

Le visite si tengono all’aperto, per cui si consiglia di munirsi di repellente antizanzare. Il biglietto d’ingresso (tariffa unica 6 euro; gratuito 0-5 anni) è acquistabile online o presso la biglietteria dell’Orto (aperta dal martedì alla domenica e nei giorni festivi dalle 10 alle 18.15), fino ad esaurimento dei posti. In caso di maltempo gli eventi saranno rimandati rispettivamente a giovedì 10 agosto e giovedì 17 agosto. Chi è in possesso del biglietto riceverà un’apposita comunicazione via mail, all’indirizzo indicato in fase di acquisto, entro le ore 20 dell’8 agosto e del 14 agosto. Il biglietto – non rimborsabile – resterà valido anche nella data di recupero.

Protezione del suolo: l’Ue deve rimboccarsi le maniche

agricoltura

L’Ue si è impegnata a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS) delle Nazioni Unite, sette dei quali hanno un impatto diretto o indiretto sul suolo. Ciò nonostante, non esiste al momento una definizione comune di “gestione sostenibile del suolo” a livello Ue. La Commissione europea, però, sta lavorando a un’iniziativa legislativa sulla protezione, la gestione e il ripristino dei terreni dell’Ue e ha appena pubblicato la proposta di una nuova direttiva Ue sulla salute del suolo, che sarà dibattuta nei prossimi mesi dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Ue.

L’obiettivo dell’Unione è rendere i terreni sani entro il 2050.  Secondo le ricerche, l’ecosistema del suolo in Europa continuerà a degradarsi a causa di svariati fattori. Circa il 25 % dei terreni dell’Ue presenta un’erosione superiore alla soglia sostenibile raccomandata e molti sono anche a rischio di perdita di biodiversità. Il suolo necessita di azoto per far crescere le piante. Una carenza di questa sostanza può portare al degrado del suolo, mentre un suo eccesso può provocare inquinamento idrico ed eutrofizzazione. Nel periodo 2012-2015 i valori più elevati di inquinamento nell’UE sono stati registrati a Cipro e nei Paesi Bassi; quest’ultimo Paese aveva anche il più alto valore noto tra il 2016 e il 2019, il periodo più recente per il quale sono disponibili dati.

L’audit è incentrato sul periodo 2014-2020 (le cui norme sono state prorogate a copertura del 2021 e del 2022), con uno sguardo anche al futuro sul periodo 2023-2027. La Corte ha verificato se la Commissione europea e gli Stati membri avessero utilizzato efficacemente gli strumenti dell’Ue per la gestione sostenibile dei terreni agricoli e del letame. Il campione di audit ha compreso cinque paesi: Germania, Irlanda, Spagna, Francia e Paesi Bassi. Secondo gli auditor della Corte dei conti europea, per quanto riguarda la “salute” del suolo in Europa le norme Ue mancano spesso di ambizione e gli Stati membri non fanno convergere i finanziamenti sulle aree con i problemi più urgenti. La relazione fa seguito a un’analisi secondo la quale il 60 %-70 % dei terreni in Europa non è sano, in parte a causa dell’inadeguatezza delle pratiche di gestione del suolo e del letame.

L’abuso di concimi in agricoltura ha un impatto negativo sulla qualità dell’acqua e sulla varietà animale e vegetale. La normativa dell’UE, come quella che disciplina la politica agricola comune (PAC) e la direttiva Nitrati, promuove i miglioramenti nella gestione del suolo e del letame. Secondo la migliore stima della Corte, i finanziamenti PAC destinati alla salute del suolo tra il 2014 e il 2020 sono ammontati a circa 85 miliardi di euro, mentre la direttiva Nitrati fissa un limite all’impiego di azoto da concime organico animale nelle zone inquinate.“Il suolo svolge un ruolo essenziale per la vita ed è una risorsa non rinnovabile”, ha dichiarato Eva Lindström, responsabile della relazione per la Corte dei conti europea. “In Europa, tuttavia, il terreno non è sano su vaste zone. È questo un grido di allarme: è ora che l’Ue si rimbocchi le maniche e riporti le nostre terre a uno stato di salute soddisfacente. Non possiamo voltare le spalle alle generazioni future. Gli imminenti cambiamenti alla normativa dell’Ue offrono ai legislatori dell’Unione l’opportunità di elevare gli standard dei terreni in tutta Europa”.

Attualmente, miglioramenti solo marginali. Gli auditor della Corte hanno constatato che lo strumento dell’Ue per indurre gli agricoltori a rispettare le condizioni ambientali (“condizionalità”) può potenzialmente consentire di fronteggiare le minacce per il suolo, dal momento che le relative norme si applicano all’85 % della superficie agricola. Eppure queste condizioni, che gli agricoltori devono soddisfare per percepire i pagamenti a titolo della PAC, non si spingono abbastanza in là. I requisiti che i paesi Ue pongono in relazione al suolo comportano scarsissimi cambiamenti alle pratiche agronomiche e possono apportare alla salute del suolo un miglioramento solo marginale. Nonostante alcune migliorìe introdotte per il periodo 2023-2027, i cambiamenti finora realizzati in alcuni Stati membri sono insufficienti e possono avere solo un impatto modesto sulla gestione sostenibile del suolo e del letame.

I paesi UE avrebbero dovuto destinare i finanziamenti alle aree che presentavano problemi del suolo acuti. Hanno invece fornito loro solo una piccola parte dei finanziamenti UE per lo sviluppo rurale, usati a sostegno delle pratiche agricole rispettose dell’ambiente che sono facoltative. I rispettivi programmi di sviluppo rurale contemplavano poche misure per la gestione del letame, malgrado i problemi noti relativi alle eccedenze di azoto. La Commissione fatica ad avere una visione globale delle pratiche adottate nei vari paesi per rispettare gli obblighi in materia di gestione del letame, poiché i dati da questi forniti sono incompleti. A causa di tali lacune, non si possono neanche calcolare medie per l’UE. Inoltre, le deroghe riducono l’efficacia delle restrizioni all’uso del letame. Prova ne è il fatto che l’inquinamento del suolo è aumentato nelle aziende alle quali sono state concesse deroghe ai limiti di azoto. La Corte nota in aggiunta che le procedure d’infrazione intentate nei confronti dei paesi in riferimento alla direttiva Nitrati richiedono molto tempo.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea

Legge sul ripristino della Natura: il Parlamento europeo pronto ai negoziati con il Consiglio europeo sul testo approvato

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Premessa. Oltre l’80% degli habitat europei è in cattive condizioni. Per far fronte a ciò, il 22 giugno 2022 la Commissione europea aveva proposto un regolamento sul ripristino della Natura per contribuire al recupero a lungo termine delle aree terrestri e marine dell’UE danneggiate e per raggiungere gli obiettivi dell’Ue in materia di clima e biodiversità. Secondo la Commissione, la nuova legge apporterebbe notevoli benefici economici, in quanto ogni euro investito si tradurrebbe in almeno 8 euro di benefici. La legge, inoltre, risponderebbe alle aspettative dei cittadini in materia di protezione e ripristino della biodiversità, del paesaggio e degli oceani espresse nelle proposte delle conclusioni della Conferenza sul futuro dell’Europa.

Martedì 11 luglio scorso, dunque, dopo un dibattito, il Parlamento europeo ha adottato la sua posizione negoziale sulla legge europea inerente al ripristino della natura con 336 voti a favore, 300 contrari e 13 astensioni. Una mozione per respingere in toto la proposta della Commissione non è stata approvata (312 voti a favore, 324 contrari e 12 astensioni). I deputati hanno sottolineato che il ripristino degli ecosistemi è fondamentale per combattere il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità nonché ridurre i rischi per la sicurezza alimentare. Inoltre, hanno evidenziato che la proposta di legge non impone la creazione di nuove aree protette nell’Ue, né blocca la costruzione di nuove infrastrutture per l’energia rinnovabile. E’ stato approvato un nuovo articolo che sottolinea come tali impianti siano in larga misura di interesse pubblico.

Obiettivi per il 2030. Il Parlamento europeo ha sottolineato che la nuova legge deve contribuire al conseguimento degli impegni internazionali dell’Ue, in particolare quelli indicati nel quadro globale sulla biodiversità delle Nazioni Unite di Kunming-Montreal. I deputati hanno sostenuto la proposta della Commissione di attuare, entro il 2030, misure di ripristino della natura coinvolgenti almeno il 20% di tutte le aree terrestri e marine dell’UE. Il Parlamento ha proposto che la normativa si applichi solo una volta che la Commissione avrà fornito dati sulle condizioni necessarie per garantire la sicurezza alimentare a lungo termine e dopo che i Paesi dell’UE avranno quantificato le aeree da ripristinare per raggiungere gli obiettivi per ogni tipo di habitat. Il Parlamento vuole anche introdurre la possibilità di rinviare gli obiettivi di ripristino in caso di conseguenze socio-economiche eccezionali. Entro 12 mesi dall’entrata in vigore del regolamento, la Commissione dovrà valutare l’eventuale divario tra le esigenze finanziarie del ripristino e i finanziamenti UE disponibili e studiare soluzioni per colmare tale divario, in particolare attraverso un apposito strumento UE.

Il relatore spagnolo César Luena ha dichiarato: “La legge sul ripristino della natura è un elemento essenziale del Green Deal europeo e segue le raccomandazioni e i pareri scientifici che sottolineano la necessita di ripristinare gli ecosistemi europei. Gli agricoltori e i pescatori ne beneficeranno e verrà garantita una terra abitabile alle generazioni future. La posizione adottata invia un messaggio chiaro. Ora dobbiamo continuare a lavorare bene, difendere la nostra posizione durante i negoziati con i Paesi UE e raggiungere un accordo prima della fine del mandato di questo Parlamento per approvare il primo regolamento sul ripristino della natura nella storia dell’UE.” Il Parlamento è ora pronto ad avviare i negoziati con il Consiglio UE sul testo.

28 luglio 2023, incontro conviviale Argav al Wigwam di Arzerello (PD) all’insegna di musica e ambiente

wigwam-bimbi-2018.08.27 (1)Come da tradizione, i soci Argav si ritroveranno prima della pausa agostana per un incontro conviviale sull’aia del circolo di campagna Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (PD) (nella foto in alto un momento destinato all’ospitalità di ragazzi) il prossimo venerdì 28 luglio a partire dalle ore 19.30.

Ad arricchire la serata di contenuti saranno Giancarlo Mantovani, direttore del Consorzio di bonifica Delta del Po, che illustrerà due innovativi progetti di sbarramenti antisale alle foci dei fiumi Adige e Po, Gabriele Zambon, autore del libro “1970”, che parlerà del suo viaggio interiore attraverso la musica, eseguita dal vivo e Marco Prosdocimi, titolare azienda agricola Prosdi, che parlerà delle sue coltivazioni di ciliegie 100% sostenibili, Oscar Green Padova 2023. Al termine della serata, Efrem Tassinato, giornalista chef nostro anfitrione, preparerà la sua “mitica” versione estiva della pasta e fagioli.

La transizione verso l’economia circolare nell’Ue è in ritardo, fondi spesi per gestire i rifiuti invece che per impedirne la produzione

Economia circolare

L’approccio dell’“economia circolare” presenta vantaggi significativi in termini di sostenibilità. Per i cittadini, significa prodotti che durano più a lungo e/o più facili da riparare, aggiornare, rifabbricare, riutilizzare o riciclare. A livello di imprese, tale approccio offre una serie di potenziali vantaggi, comprese una maggiore efficienza nell’uso delle risorse e una minore esposizione alla volatilità dei prezzi. Circa l’80 % dell’impatto ambientale di un prodotto dipende, infatti, dalla sua progettazione.

Obiettivo disatteso. A fronte di ciò, l’Unione Europea ha compiuto progressi molto modesti nella transizione verso un’economia circolare: fra il 2015 e il 2021, il tasso medio di circolarità per tutti gli Stati dell’Ue-27 è aumentato soltanto di 0,4 punti percentuali. Sette di essi – Lituania, Svezia, Romania, Danimarca, Lussemburgo, Finlandia e Polonia – hanno addirittura fatto passi indietro. Gli auditor della Corte dei conti europea hanno quindi concluso che l’ambizione Ue di raddoppiare la percentuale di materiali riciclati e reintrodotti nell’economia entro il 2030 appare decisamente difficile da realizzare. “Preservare i materiali e ridurre al minimo i rifiuti è fondamentale se si vuole che l’Ue utilizzi efficientemente le risorse e raggiunga gli obiettivi ambientali del Green Deal,” ha dichiarato Annemie Turtelboom, della Corte dei conti europea. “Ma le azioni finora intraprese dall’Ue sono state inefficaci e la transizione verso l’economia circolare è quasi ferma in molti paesi europei.”

Un’economia circolare preserva quanto più a lungo possibile il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse e riduce al minimo i rifiuti. Per contribuire all’economia circolare, la Commissione europea ha preparato due piani d’azione: il primo, del 2014, conteneva 54 azioni specifiche, il secondo, del 2020, ha aggiunto 35 nuove azioni e fissato obiettivi che raddoppiano il tasso di circolarità, ossia la quota di materiale riciclato e reintrodotto nell’economia, per il 2030. Tali piani non erano vincolanti, ma miravano ad aiutare gli Stati membri ad aumentare le attività di economia circolare negli ultimi anni. Fino a giugno 2022, quasi tutti i paesi dell’UE disponevano o stavano elaborando una strategia nazionale per l’economia circolare.

Spesi i fondi per gestire i rifiuti invece che per impedirne la produzione. L’UE ha messo a disposizione ingenti finanziamenti, stanziando oltre 10 miliardi di euro tra il 2016 e il 2020 per investire nell’innovazione verde ed aiutare le imprese ad essere all’avanguardia nella transizione verso l’economia circolare. Invece, gli Stati membri hanno speso la stragrande maggioranza di questi fondi per gestire i rifiuti invece che impedirne la produzione attraverso la progettazione circolare, che avrebbe avuto probabilmente un impatto maggiore.

I piani dell’UE includevano anche una serie di misure per facilitare l’innovazione e gli investimenti. Gli auditor della Corte hanno trovato scarse prove dell’efficacia di tali misure nel contribuire all’economia circolare, il cui impatto si è rivelato solo modesto nell’aiutare le imprese a fabbricare prodotti più sicuri o ad accedere a tecnologie innovative che rendessero i processi produttivi più sostenibili. Gli auditor evidenziano anche il problema dell’obsolescenza programmata, la pratica di limitare artificialmente la vita utile di un prodotto per renderne necessaria la sostituzione. La Commissione europea ha concluso che non era fattibile rilevare l’obsolescenza programmata, ma che è chiaramente essenziale eliminarla per disporre di prodotti più sostenibili.

Fonte: Servizio comunicazione Corte dei conti europea

Estate 2023, tra alghe, granchi blu e caldo torrido, anche le lagune sono in sofferenza

L'invasione delle alghe nelle lagune polesane

Alghe, granchio blu, temperature eccessive e scarsa circolazione dell’acqua: le lagune polesane sono in sofferenza. Lo afferma Alessandro Faccioli, responsabile Coldiretti Impresapesca dettagliando il quadro della situazione dopo aver relazionato ampiamente al convegno organizzato dal Cur di Rovigo all’interno del corso di laurea in “Water and geological risk engineering”. Negli anni scorsi, particolarmente nel 2022, una combinazione di fenomeni ha causato una prepotente moria di vongole. Questi molluschi sono minacciati dal clima ormai tropicalizzato al quale si aggiunge un nuovo problema che non è più da sottovalutare: la presenza della specie invasiva del granchio blu.

Fenomeno “acqua bianca”. “Non è la prima estate in cui gli ambienti lagunari si trovano in questa situazione – prosegue Faccioli -. Il quadro è peggiorato con l’arrivo della specie invasiva del Callinectes sapidus, un killer dei nostri molluschi che si sta appropriando delle nostre lagune, un danno non solo economico, che per il settore è decisamente grave, ma anche ambientale perché si sta mettendo a repentaglio la biodiversità. Nel frattempo, in questi giorni, è in atto la proliferazione di alghe di tipo ulva rigida e gracilaria e altre, in grandi quantità. Il fenomeno è dovuto allo scarso ricircolo idrico, ormai compromesso da tempo, un problema acuito dall’arrivo delle alte temperature. Le alghe, già visibili, stazionando in superficie, subiscono il fenomeno della decomposizione che, inevitabilmente, assorbe ossigeno dall’ambiente lagunare mettendo in difficoltà pesci e molluschi che vivono in quell’habitat. Questa decomposizione provoca un fenomeno comunemente chiamato “dell’acqua bianca”. Dal punto di vista visivo, le alghe stanno già invadendo la laguna; la proliferazione di queste e la loro decomposizione mettono a repentaglio l’ossigenazione dell’ambiente lagunare che necessita da tempo di interventi strutturali. La mancata ossigenazione della laguna porta alla moria delle altre specie che la vivono”.

Si confida nel Pnrr. “La situazione aggiornata degli ambienti di pesca è stata trasmessa anche al ministero competente tramite Coldiretti – prosegue Faccioli -. Sono indispensabili le soluzioni operative già chieste a più riprese dai pescatori alle istituzioni competenti: si tratta dei lavori di vivificazione. Sappiamo che sono molto costosi e le risorse sono difficili da reperire; per questo confidiamo nel Pnrr. Gli interventi sarebbero una soluzione a una questione economica e sociale dell’attività economica di pesca, ma affronterebbero allo stesso tempo un problema ambientale; le lagune sono ambienti fragili – conclude Faccioli -, sono ecosistemi basati su equilibri che oggi sono minacciati da più fronti, possiamo affermare con certezza che sono tutti fenomeni avversi legati ai cambiamenti climatici, ma anche la mancata operatività dell’uomo nella gestione delle lagune e delle bocche a mare ha sicuramente contribuito al peggioramento dell’ambiente”.

I Consorzi di bonifica del Veneto all’assemblea nazionale di Anbi: le risorse per l’adattamento climatico ci sono, la burocrazia le ferma. A giugno in Veneto piovosità nella media, prelievi irrigui importanti soprattutto nella bassa padovana e nel polesine

Assemblea ANBI 2023“Tutte le Istituzioni intervenute all’Assemblea, a partire dal ministro all’ambiente Gilberto Pichetto Fratin, hanno ricordato che le risorse finanziare ci sono e non costituiscono un problema. Ma allora perché è così difficile calarle nei territori? Ci troviamo di fronte alla solita questione italiana: per vedere i finanziamenti e avviare i cantieri devono verificarsi situazioni estreme come la siccità o, peggio, l’alluvione in Romagna, e nominare così un Commissario che sburocratizzi la situazione. Dobbiamo costruire le condizioni perché si operi normalmente, in tempi ragionevoli. Noi siamo pronti, lo è altrettanto la politica?”. A chiederlo è Francesco Cazzaro, presidente di Anbi Veneto, l’associazione che riunisce i Consorzi di bonifica regionali, ai margini dell’Assemblea nazionale di Anbi tenutasi a Roma presso l’Hotel Sheraton Parco De’ Medici il 4 e 5 luglio scorsi. Un’assemblea che, nelle parole del presidente nazionale di Anbi Francesco Vincenzi, “ha ribadito la centralità del tema acqua nella discussione nazionale ed europea riguardante i cambiamenti climatici.”

Siccità destinata a tornare. “A fronte delle piogge di queste settimane – spiega Cazzaro – siamo ancora in deficit idrico con situazioni difficili nelle falde, che sono il nostro bacino di accumulo naturale sotterraneo e che richiederanno molto tempo per tornare su valori normali. La siccità, inoltre, è destinata a tornare, in un quadro generale di cambiamenti climatici.”Gli fa eco Andrea Crestani, direttore di Anbi Veneto: “I consorzi di bonifica sono gli unici enti che fin qui hanno portato a cantiere il 100% delle risorse del Pnrr assegnate. Siamo operativi nelle situazioni di emergenza, e l’esempio più recente è dato dall’alluvione in Romagna, ma anche protagonisti nelle progettualità per una gestione sempre più efficiente della risorsa idrica. Abbiamo però bisogno che le Istituzioni ci supportino con risorse e tempi certi perché l’adattamento al cambiamento climatico richiede pianificazione.” Tra i momenti più toccanti della due giorni, il ricordo dell’alluvione in Romagna e il riconoscimento dato ai Consorzi di Bonifica del Paese in supporto ai colleghi delle aree disastrate. Nell’occasione, tutti i Consorzi del Veneto hanno dato il contributo in termine di uomini e mezzi, il riconoscimento è stato dato ad Anbi Veneto in rappresentanza di tutto il sistema regionale.

Schermata 2023-07-11 alle 14.10.34Disponibilità risorsa idrica in Veneto a giugno 2023. Dal punto di vista delle piogge, il mese di giugno si presenta come spaccato a metà con una prima parte molto più piovosa della seconda. Se nei trenta giorni la piovosità media (98 mm) ha raggiunto e appena superato i livelli tipici del mese (97 mm), il merito è dovuto alle precipitazioni dei primi quindici giorni, quando sono scesi 77 mm di pioggia, pari all’80% della media del mese. Le precipitazioni non sono state omogeneamente distribuite: gli apporti più significativi si sono registrati nelle aree pedemontane, mentre molto più contenute (20 mm) le piogge nella bassa padovana e nel rodigino; qui, e più in generale nel Veneto centro meridionale, si è dunque registrata una generale ripresa della richiesta irrigua. Per il resto: livelli degli invasi alpini ok; falde stazionarie o in lentissima ripresa (livelli ancora molto bassi). Il mese di giugno ha fatto registrare temperature tendenzialmente superiori alla media storica del periodo. A livello di trend, un recente studio dell’ Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo World Meterological Organization) sottolinea come sia altamente probabile (98%) l’eventualità che almeno uno dei cinque anni del periodo 2023-2027, e il quinquennio nel suo insieme, sarà il più caldo mai registrato, e molto probabile (66%) che la temperatura globale media nel periodo 2023-2027 superi di oltre 1,5°C i livelli preindustriali per almeno un anno.

Fonte: Servizio stampa ANBI Veneto

Confartigianato Veneto aggiorna la propria indagine sui capannoni dismessi inutilizzati nel territorio regionale: in 6 anni calano di 1.400 unità, ma ce ne sono ancora oltre 9 mila, in gran parte in ambiti rurali o in contesti urbani consolidati, poco funzionali ad un riuso produttivo

Schermata 2023-07-09 alle 16.32.59Cosa è successo al patrimonio edilizio industriale-artigianale veneto negli ultimi 6 anni (2016/2022)?Rispetto alle 10.600 unità immobiliari produttive inutilizzate in Veneto rilevate da Confartigianato Veneto nel 2016, dalla nostra precedente ricerca, nel 2022 ne stimiamo 9.200, rilevando una contrazione del 13%, pari a circa 1.400 unità immobiliari recuperate e riutilizzate in termini assoluti. Ad oggi, ogni 10 unità produttive, ve ne è una dismessa. A livello di superfici vi sono 18,15 milioni di mq di dismesso, in diminuzione del 16% rispetto alla precedente rilevazione del 2016.

Difficoltosa la riconversione se non ubicato in area produttiva e ad alta connessione stradale. “E’ una buona notizia che in Veneto, ancora uno dei territori più spreconi di suolo in Italia, si siano recuperati circa 3 milioni e mezzo di metri cubi di capannoni dimessi – afferma Roberto Boschetto,  presidente di Confartigianato Imprese Veneto-. Un recupero sicuramente agevolato da una crescita del valore aggiunto del settore manifatturiero che, secondo i dati Istat, è cresciuto del 12,9% tra il 2016 e il 2021. Anche se le imprese, secondo i dati Unioncamere, diminuiscono in termini numerici, crescono in modo rilevante gli addetti, +6,8% nel settore industriale e +14,6% nel settore della logistica. Una congiuntura quindi che conferma un cambiamento nella dimensione d’impresa e nel volume della produzione che porta con sé necessità diverse rispetto ad un tempo in termini di spazi, localizzazione ecc. Infatti -prosegue- è stato riconvertito prevalentemente il patrimonio di più grandi dimensioni, di tipologia riconducibile soprattutto al tipico capannone produttivo localizzato in area produttiva propriamente detta e posto in ambito ad alta connessione stradale. Il dismesso rilevato nel territorio al di fuori dagli ambiti produttivi propriamente detti, in contesti rurali, in ambiti impropri o inseriti in ambiti urbani consolidati risulta invece stabile e in alcuni casi in aumento. È evidente la difficoltà di riconvertire tali spazi – spesso di piccole-medie dimensioni, localizzati in ambiti a ridotta accessibilità e spesso inglobati alla residenza – che rappresentano il 41% del patrimonio produttivo inutilizzato ad oggi in Veneto in termini di unità immobiliari (circa 3.400 unità immobiliari produttive sulle 9.200 inutilizzate stimate) e il 30% in termini di superfici (5,3 milioni di mq)”.

Secondo i dati ISPRA e Arpav, la Regione Veneto si attesta ancora al 1° posto per superfici di edifici pro capite con 147 m2 ad abitante (a fronte di una media nazionale di 90 m2 ad abitante) e al 2° posto per incidenza di suolo consumato pari all’11,9% rispetto una media nazionale del 7,1%. Del nuovo suolo consumato irreversibile rilevato nell’anno 2020-2021 pari a 551 ettari, il 59% è da attribuire alla realizzazione di nuovi edifici industriali/produttivi e a spazi di pertinenza quali parcheggi e aree di movimentazioni mezzi. Particolarmente rilevante il peso del settore della logistica e dei trasporti nella produzione di nuovo suolo consumato: +50 ettari nell’ultimo anno disponibile (ma con una punta di 80 ettari nel 2018). Il comparto produttivo e quello logistico risultano i principali driver del consumo di suolo veneto.

Ma che consistenza ha in termini di superfici e immobili, il comparto produttivo del Veneto? – Sono oltre 37.000 le grandi superfici produttive/commerciali stimate su base dati Corine Land Cover, rilevando un peso del 17,2% sulla superficie consumata presente in regione, in costante crescita negli anni (+6,6% di superficie produttive/commerciali negli ultimi 6 anni). Dai dati dello stock catastale dell’Agenzia delle Entrate è possibile rilevare 97.130 unità immobiliari produttive, in crescita di 4.917 unità rispetto al 2016 e pari a +5,3% in termini percentuali. In Veneto ogni impresa attiva manifatturiera ha potenzialmente a disposizione 1,5 unità immobiliari produttive. La crescita dello stock si relaziona alle dinamiche del mercato del comparto. Secondo i dati rilevati dall’osservatorio del mercato immobiliare OMI, le compravendite del settore risultano in crescita esponenziale dal 2016 ad oggi: +53% di transazioni a fronte di valori medi di mercato in diminuzione del 3,1%. In Veneto un capannone nel 2021 vale in media 467 euro/mq a fronte di 482 euro/mq nel 2016.

Cosa manca da riconvertire e quale futuro per tali spazi? La dimensione media del patrimonio produttivo inutilizzato in Veneto è di 1.880 mq che scende a 1.440 mq se si escludono i grandi complessi produttivi. 1 unità immobiliare su 5 di tale patrimonio sarebbe da demolire in quanto inutilizzabile, mentre un 4% risulta incompiuto. Il 77% dell’inutilizzato è afferente alla tipologia del classico capannone, mentre un 20% è riconducibile a manufatti per lo più artigianali. Vi è poi un 3% di grandi plessi produttivi con superfici medie superiori a 10.000 mq. Il 41% di tale patrimonio e posto al di fuori delle aree produttive, in ambiti rurali o in spazi interclusi nei contesti urbani consolidati, poco funzionali ad un uso produttivo.

Quale futuro per questo patrimonio? La consistenza del patrimonio produttivo inutilizzato per tipologia, caratteristiche e localizzazione permette di individuare specifiche politiche di intervento e riconversione. Delle superfici produttive inutilizzate è possibile stimare pari al 24% il patrimonio produttivo inutilizzato che si suppone possa essere reimmesso sul mercato con la medesima funzione e in breve tempo, senza necessità di politiche e iniziative specifiche. 5,7 milioni di mq, pari al 31% dell’inutilizzato, per il loro riuso necessiterebbero di interventi di demolizione, che possono essere così stimati:  1 milioni di mq potrebbero essere avviati a politiche di rinaturalizzazione delle aree, usufruendo della L.R 14/2019 articolo 4 comma 2, in quanto localizzati in aree rurale; 2,6 milioni di mq potrebbero essere oggetto di politiche di rigenerazione urbana, in quanto localizzati in ambiti centrali urbani (mediante l’utilizzo di strumenti diversificati quali PUA, accordi di programma ecc); 2,1 milioni di mq che potrebbero essere oggetto di demolizione e ricostruzione in quanto localizzati in aree produttive. I rimanenti 9,1 milioni di mq potrebbero essere rifunzionalizzati usufruendo della L.R. 14/2017 art. 8, mediante l’utilizzo degli “usi temporanei”, ipotizzando per essi funzioni prevalentemente di welfare, se localizzati in aree produttive, o a vari usi, anche sociali, se localizzati in ambito urbano consolidato.

“Due i risultati principali che ci siamo prefissi con questa nuova indagine – aggiunge Boschetto -: stimare il mercato che sarebbe possibile attivare dalla riconversione di tale patrimonio che risulta essere pari a 7,51 miliardi di euro. Benefici economici che potrebbero attivarsi nell’ipotesi di un pieno e totale riutilizzo di questi immobili e delle relative superfici, ai quali vanno sommati i potenziali benefici sociali (risposte alla domanda di spazi alternativi anche per usi sociali, superfici a disposizione per la sostenibilità energetica, opportunità di nuovi servizi e funzioni per le comunità, incremento della sicurezza e della qualità del contesto urbano) ed ambientali (risparmio di suolo consumato, risparmio di CO2, rinaturalizzazione del suolo ecc) ricavabili a livello locale. In secondo luogo, mettere a disposizione un patrimonio informativo unico che può rappresentare la base utile per far maturare nel sistema delle imprese e nei Comuni maggiore consapevolezza sull’importanza di avviare processi di rigenerazione urbana. L’attenzione sulla pianificazione del territorio è infatti in carico alle Amministrazioni Comunali ma è anche vero che un ruolo importante lo riveste la Regione che può fissare limiti, vincoli ma anche agevolazioni per interventi che riportino a nuova vita edifici dismessi contribuendo così alla riduzione del consumo di suolo. E, proprio da alcuni mesi, la Regione Veneto sta lavorando a un Testo unico dell’edilizia e dell’urbanistica che punta ad un riordino della normativa in materia di urbanistica, edilizia, paesaggio. Il Testo unico si chiamerà “Veneto territorio sostenibile” e a breve sarà oggetto di confronto con gli amministratori pubblici, la Parti Sociali e gli addetti del settore. Siamo convinti che il nostro lavoro potrà avere un ruolo fondamentale come lo ebbe quello del 2017 per la approvazione della legge 14/2017 sul Consumo di Suolo”.

Fonte: Servizio stampa Confartigianato Imprese Veneto

Veicoli elettrici, l’Europa rischia di perdere la corsa alle batterie per fattori geopolitici ed economici

auto elettrica

L’Unione Europea rischia di restare indietro nella corsa per diventare una superpotenza mondiale delle batterie per i veicoli elettrici, secondo una relazione pubblicata lo scorso 19 giugno dalla Corte dei conti europea.

Diverse problematiche. Se è vero che negli ultimi anni l’Ue ha promosso efficacemente la propria politica industriale in materia di batterie, con una potenzialità di crescita da 44 GWh nel 2020 a 1 200 GWh entro il 2030, l’accesso alle materie prime resta, infatti, uno scoglio importante, insieme all’aumento dei costi e all’agguerrita concorrenza mondiale. Gli sforzi compiuti dall’UE per rafforzare la propria capacità di produzione di batterie potrebbero quindi non bastare a soddisfare la domanda crescente e il raggiungimento dell’obiettivo di zero emissioni entro il 2035 è dunque a rischio.

Quasi un’auto nuova su cinque immatricolata nell’Ue nel 2021 era una elettrica ricaricabile e la vendita di auto nuove a diesel e a benzina verrà vietata nel 2035. Le batterie diventeranno quindi un imperativo strategico per l’Ue. L’industria europea delle batterie è però indietro rispetto ai concorrenti mondiali, in particolare la Cina, che rappresenta oltre il 76 % della capacità di produzione mondiale. Per vincere questa scommessa e fare dell’Ue una superpotenza mondiale delle batterie, nel 2018 la Commissione europea ha pubblicato un piano d’azione strategico sulle batterie. In gran parte ha fornito gli strumenti essenziali indicati nel piano per sostenere il settore, come la leadership strategica, la normativa ed i finanziamenti.

In posizione di dipendenza come per il gas naturale. “Per le batterie, l’UE non deve finire nella stessa posizione di dipendenza in cui si è trovata per il gas naturale; in gioco c’è la sua sovranità economica” ha dichiarato Annemie Turtelboom, responsabile dell’audit per la Corte dei conti europea. “Tra il 2014 e il 2020, il settore delle batterie ha ricevuto almeno 1,7 miliardi di euro di sovvenzioni e garanzie sui prestiti UE, in aggiunta a quasi 6 miliardi di aiuti di Stato autorizzati tra il 2019 e il 2021, principalmente in Germania, Francia ed Italia. Gli auditor della Corte hanno però riscontrato che la Commissione europea non dispone di un quadro d’insieme di tutto il sostegno pubblico offerto al settore, il che ne limita la capacità di garantire un adeguato coordinamento e un sostegno mirato.

I rischi geopolitici ed economici. Innanzitutto, i fabbricanti di batterie potrebbero abbandonare l’Ue e trasferirsi in altre regioni, non da ultimo gli Usa, che offrono loro massicci incentivi. A differenza dell’Ue gli Usa sovvenzionano direttamente la produzione di minerali e batterie, nonché l’acquisto di veicoli elettrici fabbricati negli Stati Uniti utilizzando componenti americane. In secondo luogo, l’Ue dipende fortemente dalle importazioni di materie prime, soprattutto da pochi paesi con i quali non ha accordi commerciali: l’87 % delle importazioni di litio grezzo proviene dall’Australia, l’80 % delle importazioni di manganese dal Sud Africa e dal Gabon, il 68 % delle importazioni di cobalto grezzo dalla Repubblica democratica del Congo e il 40 % delle importazioni di grafite naturale grezza dalla Cina. Sebbene l’Europa disponga di diverse riserve minerarie, tra la scoperta e la produzione servono almeno 12-16 anni, per cui è impossibile rispondere rapidamente all’aumento della domanda. Invece, gli accordi contrattuali esistenti garantiscono in genere un approvvigionamento di materie prime per soli 2 o 3 anni di produzione futura. Per affrontare tale situazione, nel marzo di quest’anno la Commissione europea ha proposto una normativa sulle materie prime critiche, rilevano gli auditor della Corte. In terzo luogo, la competitività della produzione di batterie dell’UE potrebbe essere messa a rischio dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia. Alla fine del 2020, il costo di un pacco batterie (200 euro per kWh) era più che raddoppiato rispetto all’importo programmato. Solo negli ultimi due anni, il prezzo del nichel è aumentato di oltre il 70 % e quello del litio dell’870 %.

Gli auditor criticano anche la carenza di valori-obiettivo quantificati e vincolati a scadenze precise. Entro il 2030, si prevede che sulle strade europee circoleranno circa 30 milioni di veicoli a emissioni zero e, potenzialmente, quasi tutti i nuovi veicoli immatricolati a partire dal 2035 dovrebbero essere alimentati da batterie. L’attuale strategia dell’Ue non valuta però se la sua industria delle batterie sia in grado di soddisfare tale domanda. Complessivamente, gli auditor della Corte mettono in guardia contro due potenziali scenari peggiori nel caso la capacità di produzione dell’industria delle batterie dell’UE non dovesse crescere come previsto. Nel primo, l’Ue potrebbe essere costretta a posticipare lo stop ai veicoli con motori termici al di là del 2035, mancando così gli obiettivi relativi alla neutralità in termini di emissioni di carbonio. Nel secondo, l’UE potrebbe dover dipendere fortemente da batterie e veicoli elettrici non-Ue, a scapito dell’industria automobilistica europea e della relativa manodopera, per riuscire a disporre di un parco veicoli a emissioni zero entro il 2035.

Fonte: Servizio stampa Corte dei conti europea