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Mamme No PFAS chiedono alla Regione Veneto di estendere lo studio epidemiologico (in ritardo di 10 anni) a tutta l’area rossa, insieme alla partecipazione della cittadinanza coinvolta

“La Giunta Regionale del Veneto ha di recente comunicato di aver deliberato l’avvio di un’indagine epidemiologica retrospettiva sulla popolazione residente nel territorio dell’ULSS 8 “Berica” esposta ai PFAS. È senza dubbio una buona notizia: si tratta infatti dell’accoglimento di una delle fondamentali richieste proposte con forza e insistenza dal gruppo Mamme NO PFAS, da diverse altre associazioni oltre che da molti cittadini, per conoscere il reale impatto sulla salute della popolazione residente nelle aree contaminate”, afferma il gruppo Mamma NO PFAS di Vicenza, Padova e Verona.

E continua: “Riteniamo però opportune alcune osservazioni in merito. Innanzitutto, questa iniziativa arriva con quasi 10 anni di ritardo: lo studio epidemiologico sulla popolazione esposta era infatti già stato deliberato dalla Regione Veneto nel lontano 2016, ma non era mai stato avviato nonostante le nostre pressanti richieste degli ultimi anni. Le ragioni del mancato svolgimento di quello studio non sono chiare malgrado fosse stato tutto predisposto per il suo avvio tempestivo, come testimoniato nel recente processo penale “Miteni” dall’alto dirigente dell’Istituto Superiore di Sanità competente per questo studio. Se questa indagine fosse stata condotta nei tempi previsti, già da tempo avremmo conoscenze scientifiche importanti sugli effetti dell’esposizione a lungo termine di queste sostanze, con fondamentali ricadute anche sul piano della prevenzione. Siamo comunque lieti che, quantomeno sul finire della legislatura, la Giunta Regionale e l’assessore alla Sanità, siano riusciti a recuperare quelle risorse che, come riferito nella risposta ufficiale a una interrogazione consiliare, finora non erano state reperite per l’avvio di questa indagine epidemiologica (Interrogazione a risposta immediata n. 413 del 3 luglio 2023)”.

“In attesa di leggere la delibera regionale e la relativa documentazione tecnica, segnaliamo di seguito le due principali criticità che sembrano emergere dalle informazioni contenute nel comunicato stampa emesso dalla Regione Veneto, vale a dire l’ambito geografico limitato e il rischio di un’indagine sottodimensionata”.

“Per quanto riguarda l’ambito geografico delimitato, è stata esclusa gran parte dell’area contaminataLo studio epidemiologico sembra essere stato ristretto infatti alla sola ULSS 8 Berica (Vicenza), escludendo così ampie porzioni dell’Area Rossa di massima contaminazione che ricadono nelle province di Padova e Verona.Il danno non si ferma ai confini amministrativi. Come già dimostrato, la contaminazione si estende lungo le direttrici idriche e riguarda quantomeno il territorio di tutti i Comuni dell’Area Rossa delle tre Province venete Vicenza, Verona e Padova. Per quanto riguarda il rischio di un’indagine sottodimensionata, uno studio effettuato su tutta l’Area Rossa ha igià evidenziato un eccesso di quasi 4.000 morti tra il 1985 e il 2018, in particolare con correlazioni per alcuni tipi di cancro e malattie cardiovascolari. Segnaliamo quindi il rischio che un’indagine limitata possa fornire un quadro incompleto e non veritiero dell’impatto sulla salute di tutta la popolazione esposta”.

“Lo studio, poi, è a “porte chiuse”. Nel comunicato stampa non si menziona infatti il coinvolgimento delle associazioni, dei comitati e dei cittadini che da oltre un decennio si battono per la salute della propria comunità e che hanno contribuito in modo significativo alla conoscenza, anche scientifica, del problema. Auspichiamo quindi che lo studio non sia gestito a “porte chiuse”: non solo è inopportuno, ma contravviene ai principi fondanti della Regione stessa, tra cui gli artt. 8 e 9 dello Statuto sulla partecipazione alle scelte amministrative e il diritto dei cittadini a essere informati sui rischi per la salute e sull’ambiente. C’è poi necessità di trasparenza.Un’iniziativa di tale importanza per la salute pubblica non può e non deve essere gestita a “porte chiuse”. La citizen science e il contributo delle associazioni sono essenziali per la credibilità stessa e la reale efficacia dello studio”.

“Inoltre, la Regione Veneto aveva già valutato la fattibilità di uno studio epidemiologico partecipato in merito alla contaminazione da PFAS (Delibera numero 1402 del 23 settembre 2020 del Servizio Sanitario Nazionale – Regione Veneto – Azienda Ulss numero 8 Berica, depositata nel processo penale “Miteni”)”.

“Detto ciò, il gruppo Mamme No PFAS chiede alla Regione Veneto l’estensione dello studio epidemiologico a tutti i comuni dell’Area Rossa e zone limitrofe contaminate, nonché la massima trasparenza sulle metodologie utilizzate. L’istituzione di un organismo di coordinamento dello studio epidemiologico che preveda un monitoraggio indipendente con la partecipazione attiva dei cittadini e delle associazioni coinvolte, come anche indicato nella recente sentenza della Corte Europea per i Diritti dell’uomo. Chiediamo infine di poter incontrare i rappresentanti della Regione Veneto per poter discuterne di persona: non possiamo permettere che, dopo tanti anni di attesa, uno studio fondamentale per la salute dei nostri figli e della nostra terra rischi di nascere viziato da limiti geografici e da mancanza di coinvolgimento dei cittadini interessati”.

Mamme No Pfas Vicenza, Padova e Verona

Nel mondo, e in Italia, biodiversità straordinaria, in gran parte ancora sconosciuta, ma già in pericolo a causa dell’insostenibilità delle attività umane. I dati emersi nell’incontro di formazione Org Veneto/Argav

(di Riccardo Panigada, giornalista scientifico socio Argav) L’incremento della mortalità dovuto al riscaldamento globale, all’inquinamento e alla continua drastica riduzione della biodiversità in tutto il Pianeta sono i fattori che maggiormente minacciano gli equilibri che consentono la vita sulla Terra. Tali fattori evidenziano la gravità di quanto sta accadendo a causa della mancata gestione sostenibile delle attività umane.

Uno tra gli ultimi dati destinato a suscitare sconcerto, emerge da un recentissimo studio condotto in Auvergne (Francia), effettuato tra l’estate del 2023 e la primavera del 2024 da ricercatori del Laboratorio di Meteorologia Fisica dell’Università di Clermont-Ferrand, con il supporto di una collega italiana, che hanno prelevato campioni di “acqua di nuvola” sulla cima del Puy de Dôme (1.464 metri): ebbene, sono state rinvenute concentrazioni che hanno consentito di calcolare che vi fossero nel cielo locale dalle 6 alle 140 tonnellate di pesticidi – tra cui alcuni principi attivi vietati in Europa – che possono viaggiare e diffondersi in aree lontane attraverso la pioggia o la neve.

Sono state così identificate 32 sostanze chimiche, tra cui fungicidi, insetticidi, erbicidi, biocidi e poi prodotti di degradazione, ovvero molecole derivanti dalla trasformazione dei pesticidi nell’ambiente. E in due dei campioni prelevati, la concentrazione totale ha superato il limite di tolleranza europeo per l’acqua potabile.

Ma, ben prima di arrivare all’uomo, i fitofarmaci impattano sull’intero ecosistema, in cui tutti gli elementi naturali vegetali e animali sono collegati e interdipendenti. Lo hanno spiegato il 26 settembre scorso, in occasione del corso di aggiornamento per giornalisti organizzato da Org Veneto in collaborazione con Argav, e ospitato dal circolo Wigwam di Arzerello di Piove di Sacco (Padova), Lorenzo Cogo, ornitologo, e Lorenzo Furlan, entomologo. L’incontro si è poi chiuso con l’intervento dello storico dell’arte Marco Marinacci, il quale ha rilevato come la lettura iconologica delle opere d’arte prodotte nel corso dei secoli riveli la diversa sensibilità dell’uomo nei confronti della natura, e quale sia l’importanza e l’efficacia comunicativa della bellezza ai fini della promozione affettiva e morale della salvaguardia ambientale (nella foto in alto la foto a ricordo dell’incontro, credits Efrem Tassinato).

Lorenzo Cogo ha osservato che, se le specie viventi (vegetali e animali) oggi censite sono 1,7 milioni, si calcola che quelle ancora sconosciute siano 10/13 milioni. Ciò può dare l’idea di quanto complesso e delicato sia l’equilibrio globale garantito solo dalla sussistenza di innumerevoli interdipendenze tra specie viventi che sono ancora sconosciute, mentre, dato il costante processo di estinzione, migliaia di specie scompariranno prima che i ricercatori siano per lo meno riusciti a censirle.

Il fatto ovvio che la biodiversità sia essenziale per la sussistenza anche dell’uomo, a partire dalla sicurezza alimentare, porta quindi all’evidenza di quanto sia assurdo aver aderito a un modello si sviluppo che tende alla crescita infinita, in un sistema planetario in cui risorse e spazi sono finiti.

E’ pertanto il momento di cercare soluzioni ragionevoli, potenzialmente trasportabili, come quella di un progetto realizzato in America meridionale, in un’area andina di alta quota  che era stata completamente spogliata dalle vegetazione. Si tratta del progetto “Otonga”, promosso da Bioforest, una Onlus che promuove nuovi sistemi di coltura finalizzati al ripristino e alla salvaguardia del territorio, creato da un gruppo di imprenditori del legno friulani, i quali, considerando che in Veneto il consumo del suolo (1,5 m2 al secondo, dati inferiori solo alla Lombardia), rappresenta una seria minaccia, un giorno ha deciso di comprare duemila ettari di terreno in Ecuador da restituire alla foresta equatoriale.

Se l’Ecuador può ancora vantare un eccezionale livello di biodiversità, ciò si deve alle caratteristiche del suo territorio, che si estende dalla costa oceanica alle vette andine, per non parlare delle Galapagos, che notoriamente tanta parte hanno avuto nel consentire al celebre scienziato Charles Darwin (1809-1882) scoperte fondamentali per elaborare e sostenere con piena solidità scientifica la teoria dell’Evoluzione. Tuttavia l’Italia risulta essere il Paese che, per quanto riguarda la biodiversità, possiede il primato europeo. Tale analogia indica che l’esperienza “Otonga” potrebbe risultare utilissima anche da noi, nonostante le notevoli diversità per quanto riguarda la densità di popolazione umana.

Solo per dare un’idea di quali possano essere i rapporti simbiotici tra specie diverse e anche lontanissime nella derivazione filogenetica (cioè la branca della biologia sistematica che studia la diversificazione delle forme viventi nel tempo attraverso lo studio del loro corredo genetico), nonché dei meccanismi di adattamento all’ambiente, Lorenzo Cogo ha citato la mirmecofilia della balsa, legno fragilissimo, che si avvale della collaborazione delle formiche per potersi sviluppare in altezza. Le formiche, infatti, puliscono costantemente il fusto della pianta da parassiti e da muschi che, col loro peso, farebbero crollare la pianta. Altre piante, invece molto possenti, sorprendono per il loro apparato radicolare, che si espande in direzione orizzontale, poiché il suolo su cui crescono è fertile solo in superficie, e già a quaranta centimetri di profondità c’è solo sabbia.

In Ecuador (Sudamerica) vi sono inoltre insetti mimetici dalle proprietà eccezionali:: alcuni imitano perfino un ramo spinoso, foglia parzialmente secca, per ingannare i predatori. Vi si trovano inoltre bruchi tossici che diventeranno farfalle; farfalle notturne trasparenti quanto basta per non venire individuate dai predatori, ma da poter venire riconosciute dal partner; altre presentano sulle ali ocellature terrifiche che imitano gli occhi del gufo. Per non parlare degli anfibi: vi sono rane trasparenti scoperte nel 2017, delle quali non si conosce il vantaggio evolutivo della loro incredibile caratteristica; e altre (Epipedobates anthonyi) dalla cui pelle si può estrarre la Epibatidina, sostanza analgesica ben duecento volte più potente della morfina. Vi sono inoltre ben 136 specie di colibrì.

Dal Rapporto sulla Biodiversità del 6 maggio 2019 formulato dalla Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi, risulta che una specie su otto è già a rischio estinzione, e che ciò comporta un impatto diretto su ciascuno di noi, in particolare per quanto riguarda il cibo e i farmaci: due miliardi di esseri umani dipendono ancora dalla legna, e quattro miliardi di uomini si curano esclusivamente mediante la medicina naturale; inoltre il 75% delle colture dipende dalla impollinazione degli insetti, che sono i primi a estinguersi in seguito al cambiamento d’uso del territorio, allo sfruttamento intensivo, all’inquinamento, al cambiamento climatico, e al conseguente diffondersi di specie invasive. Non c’è più tempo da perdere.

A parlare invece di Vallevecchia (Venezia), un sito di importanza comunitaria della Regione Veneto, le cui caratteristiche sono uniche al mondo e in cui la biodiversità è stata salvata, è stato l’entomologo, nonché direttore del settore Innovazione e Sperimentazione di Veneto Agricoltura Lorenzo Furlan, ricercatore la cui notorietà va ben oltre i confini nazionali. A Vallevecchia, unico tratto della costa adriatica veneta non edificato, il mare ha continuato a formare dune di sabbia, che hanno consentito la sopravvivenza di specie vegetali e animali, che ormai è molto difficile incontrare altrove. L’ecosistema marino determina infatti la continua formazione di dune in movimento, e dune grigie, che sono invece maggiormente consolidate, dietro alle quali si trova oggi una pineta, piantumata al fine di consolidare il terreno.

Alle spalle della pineta c’era, fino alla fine degli anni Setttanta del secolo scorso, una grande laguna, oggi bonificata. Infatti, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, quando la Comunità Europea ha finanziato progetti di rinaturalizzazione del territorio, sono stati investiti 11 milioni di euro per ricreare una serie di habitat. La zona è quindi stata bonificata creando zone, umide e boschetti, e così – rileva il dottor Furlan – la natura, che ha la prerogativa di colonizzare qualsiasi habitat, è intervenuta colonizzando la nuova conformazione del sito, creando gli equilibri ideali per la complessità di tale biotopo, ovvero introducendo spontaneamente molte altre specie animali e vegetali. Per esempio, a Vallevecchia vi sono colture agrarie che si possono considerare anche dal punto di vista faunistico un habitat molto importante, se si considera che periodicamente accolgono le oche grigie che migrano compiendo 4.800 chilometri sempre sulla stessa rotta. Per atterrare gli spettacolari stormi di tali volatili hanno bisogno di spazi molto ampi. Così, nella programmazione agraria di Veneto Agricoltura “Natura 2000” viene calendarizzata una rotazione che prevede appunto la disponibilità di atterraggio delle oche grigie nella stagione della loro migrazione.

Ma Vallevecchia è anche molto di più: vi sono stati realizzati progetti tecnologici d’avanguardia, come quello per selezionare acqua piovana buona da raccogliere in un grande bacino, ed è una zona in cui si pratica con pieno successo l’agricoltura totalmente libera da fitofarmaci.

Pioppo, il Veneto sottoscrive la nuova intesa intrregionale per lo sviluppo della filiera

Lo scorso 12 settembre, nella sede della Regione Lombardia, è stata sottoscritta la nuova Intesa interregionale per lo sviluppo della filiera del pioppo, alla presenza degli assessori all’Agricoltura delle principali Regioni italiane a vocazione pioppicola (Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna).

La nuova intesa aggiorna e rinnova, a dieci anni di distanza, l’accordo di Venezia del 2014 e ha a sua volta validità decennale. L’obiettivo è di rafforzare il ruolo strategico della pioppicoltura per l’economia nazionale, la sostenibilità ambientale e la sicurezza delle forniture di legname.

Hanno firmato l’accordo, oltre agli assessori all’agricoltura delle cinque Regioni (Federico Caner – Veneto, Alessandro Beduschi – Lombardia, Stefano Zannier – Fvg, Marco Gallo – Piemonte, Alessio Mammi – Emilia-Romagna), i rappresentanti di Coldiretti, Cia, Confagricoltura, Associazione Pioppicoltori italiani, FederLegnoArredo, Crea, Pefc Italia, Fsc Italia, Cluster Italia Foresta Legno.

“La pioppicoltura, pur coprendo solo l’1% della superficie boscata italiana, rappresenta la principale fonte interna di approvvigionamento di legname: garantisce il 45% del legname lavorato di origine nazionale e circa il 33% del totale utilizzato nel settore legno-arredo – ha dichiarato l’assessore Federico Caner -. La superficie nazionale coltivata a pioppo è stimata in 54.000 ettari, ma per garantire l’autosufficienza del comparto ne servirebbero almeno 115.000. Il fabbisogno nazionale è stimato in 2,2 milioni di metri cubi l’anno, mentre la produzione interna non supera il milione di metri cubi, costringendo l’Italia a essere il secondo importatore mondiale di pioppo dopo la Cina”.

Negli anni, anche alla luce dell’accordo di Venezia del 2014 con le altre Regioni pioppicole, il Veneto ha sostenuto la pioppicoltura attraverso la programmazione dello Sviluppo rurale. Grazie al PSR 2007-2013 sono state soddisfatte 407 domande, con 1.317 ettari finanziati per 4,7 milioni di euro di contributi. La successiva programmazione, il PSR 2014-2022, ha visto finanziate 261 domande, per 1.248 ettari e 3,9 milioni di euro. L’attuale CSR 2023-2027 per ora ha accolto 123 domande, per 463 ettari e 2,2 milioni di euro; in aggiunta, sono stati avviati in Veneto Sistemi Agroforestali Innovativi con 6 domande finanziate per circa 70 ettari”.

“Da parte sua, il Veneto conta oggi circa 3.000 ettari di pioppeti. Un dato che, sebbene inferiore rispetto alle altre regioni del bacino padano, mostra grandi potenzialità di sviluppo. La filiera regionale – specifica Caner – si completa con la presenza di 4 vivai specializzati che producono circa 100.000 pioppelle all’anno, di cui il 20% cloni a maggior sostenibilità ambientale più resistenti agli agenti patogeni. Diverse imprese venete di trasformazione vantano inoltre la certificazione PEFC “Chain of custody” per la tracciabilità del legno. Grazie a questa coltura si sono sviluppate filiere ad alto valore aggiunto – dagli sfogliati ai tranciati, dai compensati ai pannelli a base di legno, fino alla carta e alla biomassa energetica – alimentando per decenni la nostra industria”.

A tutela del settore l’intesa interregionale firmata oggi prevede una serie di impegni condivisi: aumentare la superficie coltivata a pioppo per soddisfare la domanda di legno nazionale; favorire pratiche colturali sostenibili e l’utilizzo di cloni resistenti ai patogeni; orientare al settore adeguati strumenti di sostegno economico tramite fondi UE e risorse regionali; realizzare accordi di filiera; integrare la pioppicoltura nei sistemi agroforestali policiclici; riconoscere e valorizzare i servizi ecosistemici, come l’assorbimento di CO₂ e i crediti di carbonio; promuovere campagne di comunicazione rivolte a istituzioni, cittadini e consumatori.

Caner evidenzia anche la valenza green: “I pioppeti sono tra i sistemi agro-forestali più efficaci per l’assorbimento dei gas serra, utilizzano meno fitofarmaci rispetto alle colture annuali e contribuiscono al riequilibrio del bilancio del carbonio. Sostenere la pioppicoltura significa investire nella sostenibilità, nel paesaggio e nella competitività del nostro Made in Italy. Il Veneto, con i suoi 3.000 ettari coltivati a pioppo e oltre 3.000 imprese del legno, ha molto da guadagnare da questa intesa: più superfici, più valore aggiunto, più occupazione. È un passo concreto per dare futuro alle nostre filiere agricole, forestali e industriali”.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

Bando regionale 2025 rottamazione vecchie stufe, entro il 15 ottobre le domande

La Giunta regionale, su proposta dell’assessore Gianpaolo Bottacin (foto a sinistra), ha approvato una delibera con cui si aggiungono 890mila euro alla dotazione iniziale prevista al bando stufe 2024, portando così lo stanziamento a 6,9 milioni di euro complessivi. I contributi sono destinati alla rottamazione delle vecchie stufe e al conseguente acquisto di impianti termici domestici a combustione di biomassa legnosa di potenza nominale inferiore a 35 kW oppure di pompe di calore elettriche, anche in questo caso di potenza massima inferiore o uguale a 35 kW.

“Nel frattempo è ancora aperto il bando 2025 https://www.regione.veneto.it/web/ambiente-e-territorio/bando-stufe-2025, a cui sarà possibile fare domanda fino al prossimo 15 ottobre – specifica Bottacin -. Anche in questo caso siamo partiti con una dotazione di 4 milioni, ma non si escludono ulteriori aggiunte qualora ci fosse una risposta importante in termini di richieste”.

Non va dimenticato che il riscaldamento domestico a biomassa è nel territorio veneto la principale sorgente di PM10 primario, come rilevano le analisi condotte da ARPAV che sulle emissioni di polveri in atmosfera attribuiscono alla combustione della legna il 65% delle emissioni di PM10 e il 70% delle emissioni di PM2,5: “i dati peraltro continuano a migliorare – specifica l’assessore – e ciò grazie alle moltissime azioni messe in campo in questi anni.

“Anche nel bando in corso è possibile sommare il contributo regionale a quello statale previsto dal conto termico – ricorda in conclusione Bottacin -. Cosa che può permettere ai cittadini di arrivare a ottenere un contributo complessivo fino al 100% della spesa ammessa”.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

30 settembre: a Mirano (Venezia), nell’ambito del Festival dell’acqua 2025, il corso di aggiornamento Org Veneto dedicato a “Realtà e valore delle risorse idriche in Veneto”

Si svolgerà martedì 30 settembre p.v. a Mirano (Venezia), dalle ore 9 alle ore 13, nel teatro Villa Belvedere (via Belvedere, 41), il corso di formazione professionale Org Veneto organizzato in collaborazione con Argav dedicato a “Realtà e valore delle risorse idriche in Veneto” (4 crediti, iscrizioni piattaforma Sigef).

Il corso è inserito nel programma del Festival dell’Acqua 2025 e fornirà un quadro sulle reti idriche (irrigue, potabili, Idroelettriche, navigabili) presenti nel Veneto (stato, funzioni, problematiche, prospettive), allargando poi l’orizzonte al progetto Interreg WABIN Italia-Slovenia “Risorsa acqua”: l’azione integrata tra ricerca, informazione e responsabilizzazione.

Coordinatore dell’incontro sarà Mauro Poletto, consigliere Argav e responsabile ufficio comunicazioni ANBI Veneto. I relatori al corso saranno: Pietro Casetta, giornalista e geografo; Silvio Parizzi, direttore ANBI Veneto; Monica Manto, presidente Viveracqua; Rudy Toninato, presidente Assonautica Acque Interne Veneto; Efrem Tassinato, giornalista e presidente Wigwam Clubs Italia APS; Goran Vizintin, docente di geofisica applicata all’Università di Lubiana – facoltà di Scienze e Tecnologie; Chiara Scaini, PhD, prima tecnologa dell’Istituto Nazionale di Oceonografia e Geofisica (OGS) di Trieste; Diego Santaliana, innovation manager del Polo Tecnologico Alto Adriatico “Andrea Galvani” di Pordenone; Andrea Rumor, consigliere Ordine Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Venezia; Marco Baldin, consigliere Collegio Ingegneri Venezia.

27 settembre – 4 ottobre, al via a Mirano (Venezia) la terza edizione del Festival dell’acqua, che vede Argav, per la prima volta, tra gli organizzatori

Dal 27 settembre al 4 ottobre 2025 si terrà la terza edizione del “Festival dell’acqua” di Mirano (Venezia), organizzato dall’Amministrazione Comunale con la partecipazione di enti, associazioni e imprese del territorio: 7 giorni e 11 appuntamenti di approfondimento scientifico, culturale e di ri-scoperta del territorio. Un ricco programma che coinvolgerà la cittadinanza e che vedrà la partecipazione di esperti e studiosi del settore, enti di categoria regionali e professionisti, per una riflessione locale e globale sul significato e il senso dell’acqua, sulle cause e gli effetti della sua carenza e sulla sua importanza come risorsa (nella foto a sinistra, i partecipanti alla conferenza stampa di presentazione della manifestazione).

«Dopo il successo delle prime due edizioni, siamo orgogliosi di presentare il terzo Festival dell’acqua di Mirano, un evento che vuole promuovere il territorio, il suo paesaggio, la sua storia, le sue bellezze e, nello stesso tempo, proporre una riflessione sull’acqua quale bene e diritto primari ed essenziali. Il Festival celebra ed esalta l’acqua come valore pubblico e umano, rappresentandola come cultura, scienza, sostenibilità, paesaggio e solidarietà, come icona di chi siamo e di dove vogliamo andare», dichiara il sindaco Tiziano Baggio che continua: «Grande novità di quest’anno la collaborazione con Fabbrica del Mondo di Marco Paolini e Michela Signori: una collaborazione di prestigio che, grazie alla regia di Farmacia Zooè, ci permetterà di indagare il passato, il presente e il futuro del pianeta, di cui l’acqua è l’elemento essenziale,  in un fruttuoso dialogo intergenerazionale. Altra novità la collaborazione con Argav l’associazione regionale dei giornalisti dell’agricoltura».

Ospite di eccezione di questa edizione sarà Nicola Dell’Acqua, Commissario nazionale per la crisi idrica, che dialogherà con i giovani degli istituti scolastici sul nostro futuro. Molti gli appuntamenti di assoluto rilievo in programma. Tra questi si evidenziano la presentazione del libro e l’inaugurazione della mostra fotografica “6 Fiumi per 70 Mulini”, la performance teatrale “Il Terzo Elemento”, che apriranno il Festival. Di particolare importanza, per la qualità dei relatori e per i temi affrontati, che interessano direttamente la sicurezza idraulica del territorio, i convegni del 30 settembre sulla gestione del Muson Vecchio e del 2 ottobre sull’acqua nascosta, realizzati con la collaborazione di ANBI Veneto, Consorzio di Bonifica Acque Risorgive e Argav. Di grande valore il convegno sul turismo fluviale del 3 ottobre che prevede la partecipazione del professor Francesco Vallerani e il cui focus sarà la presentazione di una proposta di un itinerario turistico lungo le rive del Muson, che si snoderà tra il Castelletto di Mirano, gli argini del Muson e il Museo della Filanda di Salzano e che sarà sperimentato dagli operatori del settore. Gran finale il 4 ottobre tutto dedicato a Mirano: le visite guidate alle chiuse dei Molini di Sotto e di Sopra e la performance collettiva partecipata “Per un Atlante delle rive” che si svolgerà in centro storico e che avrà i giovani come protagonisti.

Il Festival, patrocinato dalla Regione del Veneto e dalla Città Metropolitana di Venezia, è stato organizzato in stretta collaborazione col territorio, a partire dal Consorzio di Bonifica Acque Risorgive, dall’ANBI Veneto – Associazione Regionale Consorzi Gestione e Tutela del Territorio e Acque Irrigue e dall’ Argav., gruppo di specializzazione del Sindacato Giornalisti del Veneto per finire con associazioni, imprese e organizzazioni di categoria: CIA, Confagricoltura Venezia, Coldiretti Venezia, Fabbrica del Mondo, Jolefilm, Autorità di Bacino distrettuale delle Alpi Orientali, I.I.S. “8 Marzo–K. Lorenz”, I.I.S. “Levi–Ponti”, I.I.S. “Ettore Majorana – Elena Corner”, Confcommercio del Miranese, Free Waters, Farmacia Zooè, Bel-Vedere Lab, Echidna, Kardines Walking, F&M Ingegneria, Ordine dei Giornalisti del Veneto, Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Venezia, Ordine degli Ingegneri di Venezia, Veritas.

«Vogliamo che anche questa terza edizione affronti il tema in modo concreto e utile, attraverso la ricerca di soluzioni e di progettualità che abbiano sì un respiro ampio, ma che possano anche essere declinate sul territorio», chiosa il sindaco Baggio. «Il Festival dell’acqua di Mirano vuole caratterizzarsi per essere non solo riflessione e approfondimento sul governo e l’utilizzo dell’acqua, cercando strade fatte di soluzioni per il nostro territorio, idee che possiamo realizzare noi qui, in casa nostra, evitando di dire solo quello che dovrebbero fare gli altri, ma anche celebrazione di un elemento che per millenni ha ispirato le arti e la sensibilità degli esseri umani. Quindi spettacoli, concerti, mostre, godimento del territorio».

Fonte testo e foto: servizio stampa Comune di Mirano

26 settembre: dedicato alla biodiversità perduta e ritrovata il corso di aggiornamento Org Veneto/Argav in programma al Wigwam Arzerello di Piove di Sacco (Padova)

Si svolgerà venerdì 26 settembre p.v., a partire dalle ore 18.30 fino alle 20.30, il corso di aggiornamento professionale Org Veneto organizzato in collaborazione con Argav al circolo di campagna Wigwam ad Arzerello di Piove di Sacco (Padova) e dedicato alla biodiversità perduta e ritrovata (2 crediti, iscrizioni piattaforma Sigef).

Il corso si propone di affrontare l’evoluzione del concetto di biodiversità attraverso esperienze concrete (in Veneto ed Ecuador), ma anche attraverso l’immagine mediatica e iconografica. Tra gli argomenti trattatati: come è stata salvata la biodiversità di un sito Natura 2000 unico al mondo: l’intervento di Vallevecchia; come l’Ecuador sta ricostruendo l’ecosistema locale: il progetto Otonga; la biodiversità nella comunicazione visuale; adattamento alla crisi climatica: piccolo breviario di informazioni, che non fanno (ancora) notizia.

Moderato dal presidente Argav Fabrizio Stelluto, il corso avrà come relatori Lorenzo Furlan, scienziato, entomologo, dirigente “Veneto Agricoltura”; Lorenzo Cogo, ricercatore ornitologico e illustratore; Marco Marinacci, architetto e docente di storia dell’arte moderna e contemporanea.

Mari dell’Unione Europea: le navi che inquinano passano ancora tra le maglie dei controlli

I natanti come le navi mercantili, le navi da crociera, i traghetti passeggeri, le navi da pesca e le imbarcazioni da diporto sono notevoli fonti di inquinamento marino. Sono responsabili di sversamenti di idrocarburi, scarico di sostanze chimiche, smaltimento scorretto dei rifiuti, emissioni di gas, perdita di container e attrezzi da pesca dismessi. L’UE e i suoi Stati membri – 22 dei quali hanno linee costiere – si sforzano di contrastare l’inquinamento provocato dalle navi in parecchi modi, con l’obiettivo molto ambizioso di ottenere l’inquinamento zero per il 2030. La Corte dei conti europea ha valutato le azioni dell’UE volte a contrastare l’inquinamento provocato dalle navi nel periodo compreso tra gennaio 2014 e settembre 2024. Tra le attività di audit, vi sono state visite in Francia e Germania per coprire due sottoregioni marine (il grande Mare del Nord ed il Mar Baltico) costituenti la seconda via di navigazione più trafficata al mondo.

Ebbene, la Corte dei conti europea suona l’allarme: navi e imbarcazioni continuano ad inquinare i mari dell’UE. Sebbene la normativa europea, che incorpora le norme internazionali applicabili, a volte con requisiti ancora più rigorosi, in settori quali l’inquinamento da idrocarburi, i relitti delle navi e le emissioni di zolfo, mostri miglioramenti, la sua applicazione da parte dei 22 Stati membri costieri dell’UE è lungi dall’essere soddisfacente. Le azioni volte a prevenire, affrontare, monitorare e sanzionare i vari tipi di inquinamento provocato dalle navi non sono all’altezza del compito – avverte la Corte.

Tuttavia, la Corte dei conti europea segnala che vi sono anche lacune che l’UE deve ancora colmare, specie per quel che riguarda i rischi di inquinamento. Ad esempio, è ancora possibile per gli armatori eludere l’obbligo di riciclo dei materiali delle navi scegliendo una bandiera di uno Stato non-UE prima di procedere con lo smantellamento. I dati parlano da soli: nel 2022 una nave su sette nel mondo batteva bandiera di uno Stato dell’UE, ma tale cifra scendeva del 50 % per il parco navi a fine ciclo di vita. Analogamente, le norme UE sui container persi in mare sono tutt’altro che a tenuta stagna. In primo luogo, non vi è garanzia che tutte le perdite siano dichiarate; in secondo luogo, vengono recuperati pochissimi container.

“L’inquinamento marino provocato dalle navi rimane un grave problema e, nonostante una serie di miglioramenti negli ultimi anni, l’azione dell’UE non è realmente in grado di tirarci fuori dalle cattive acque”, ha affermato Nikolaos Milionis, il Membro della Corte responsabile dell’audit. “In realtà, si stima che più di tre quarti dei mari europei abbiano un problema di inquinamento e, dunque, l’ambizioso obiettivo di raggiungere un inquinamento zero per proteggere la salute delle persone, la biodiversità e gli stock ittici non è ancora in vista”.

La Corte osserva inoltre che i paesi dell’UE sottoutilizzano strumenti – quali ad esempio una rete di navi pronte a intervenire in caso di sversamenti di idrocarburi oppure il rilevamento tramite droni – dei quali l’UE li ha dotati per aiutarli a combattere l’inquinamento provocato dalle navi. Un esempio lampante è il sistema europeo di sorveglianza satellitare per il rilevamento di chiazze di idrocarburi (CleanSeaNet), che consente la sorveglianza e il rilevamento precoce di possibili casi di inquinamento. Nel periodo 2022-2023, tale sistema ha individuato in totale 7.731 possibili sversamenti nei mari dell’UE, per lo più in Spagna (1462), Grecia (1367) e Italia (1188). La Corte ha però constatato che gli Stati membri si sono attivati per meno della metà di queste segnalazioni, confermando l’inquinamento solo nel 7% dei casi, anche a causa del tempo trascorso tra l’acquisizione dell’immagine satellitare e l’effettivo controllo dell’inquinamento.

La Corte ha inoltre rilevato che le autorità degli Stati membri non espletano sufficienti ispezioni preventive delle navi e che le sanzioni per gli inquinatori restano miti. Coloro che scaricano illegalmente in mare sostanze inquinanti sono raramente soggetti a sanzioni efficaci o dissuasive e l’azione penale è rara. Analogamente, pochi Stati membri segnalano violazioni relative al recupero di attrezzatura da pesca abbandonata, persa o dismessa.

Nel complesso, la Corte conclude che né la Commissione né gli Stati membri monitorano appieno i fondi UE utilizzati per contrastare l’inquinamento delle acque marine. Non dispongono di una visione d’insieme dei risultati effettivamente ottenuti, né delle modalità con cui questi ultimi potrebbero essere replicati su scala più ampia. Al contempo, dall’audit è emerso che l’UE ha difficoltà a monitorare l’inquinamento provocato dalle navi. L’effettivo ammontare di sversamenti di idrocarburi, di sostanze contaminanti e di rifiuti marini provenienti dalle navi resta sconosciuto, così come non si conosce l’identità di chi inquina.

Fonte testo e foto: servizio stampa Corte dei conti europea

Apicoltura. Aperto il bando regionale per i contributi Fondo europeo agricolo di garanzia 2026, domande fino al 6 ottobre 2025

La Regione del Veneto ha aperto ufficialmente i termini per la presentazione delle domande di contributo per il settore apicoltura, nell’ambito del sottoprogramma regionale 2023–2027, con risorse Feaga (Fondo europeo agricolo di garanzia) 2026. Il bando, approvato con deliberazione della Giunta regionale mette a disposizione 925.676,84 euro.

“Con questo bando – dichiara l’Assessore regionale all’Agricoltura, Federico Caner – sosteniamo concretamente un settore essenziale per l’ambiente, la sicurezza alimentare e la qualità delle produzioni locali. L’apicoltura è un presidio ecologico insostituibile, e la Regione continua a investire per garantire formazione, innovazione e competitività alle aziende apistiche del territorio”.

I finanziamenti sono suddivisi in tre linee di intervento: 815.676,84 euro destinati alle forme associate; 10.000 euro per organismi specializzati nella ricerca; 100.000 euro a favore degli imprenditori apistici. Il sottoprogramma è stato definito in collaborazione con le associazioni degli apicoltori e il Centro regionale per l’apicoltura dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie. Il bando è stato validato dalla Consulta regionale per l’apicoltura e ha ricevuto il parere favorevole della competente Commissione consiliare. Tutti i dettagli, i requisiti e i moduli di partecipazione sono disponibili sul sito ufficiale della Regione del Veneto e di AVEPA.
Le domande dovranno essere presentate all’Agenzia Veneta per i Pagamenti (AVEPA) dal giorno successivo alla pubblicazione nel BUR fino al 6 ottobre 2025.

Fonte testo: servizio stampa Regione Veneto, credit foto Confagricoltura Veneto

18 settembre, il Comune di Mirano (Venezia) presenta alla stampa il Festival dell’acqua (co-organizzato anche da Argav), incontro aperto alla cittadinanza

Giovedì 18 settembre 2025, alle 11.00, in Villa Giustinian Morosini “XXV Aprile” (via Mariutto 1) a Mirano (Venezia), avrà luogo la presentazione stampa, aperta anche alla cittadinanza, della 3a edizione del Festival dell’acqua, organizzato dal Comune di Mirano in collaborazione con ANBI Veneto, Consorzio di Bonifica Acque Risorgive, Argav e patrocinato da Regione Veneto e Città Metropolitana di Venezia.

Il festival, che si svolgerà dal 27 settembre al 4 ottobre 2025, prevede convegni, incontri, mostre, performance teatrali, visite guidate e passeggiate che coinvolgeranno la cittadinanza, esperti e studiosi del settore, enti di categoria regionali e professionisti per proseguire la riflessione sul valore di un bene indispensabile per la vita umana e sulla necessità di tutelarlo sul piano globale e soprattutto locale.

All’incontro interverranno: Tiziano Baggio, sindaco di Mirano, Federico Zanchin, presidente del Consorzio di Bonifica Acque Risorgive, Maria Francesca Di Raimondo, assessora alle Politiche per l’istruzione e la cultura, Elena Spolaore, assessora Politiche ambientali, verde pubblico e risorse agricole, Fabrizio Stelluto, presidente Argav. Inoltre, parteciperanno i rappresentanti di enti, associazioni e istituti scolastici che collaborano al Festival nonché i rappresentanti delle istituzioni locali.

Fonte: servizio stampa Comune di Merano