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Anche in Francia, con la legge Duplomb, vincono le lobby dei pesticidi

(di Riccardo Panigada, giornalista scientifico socio Argav) Tra i Paesi dell’Unione Europea, la Francia era l’unico a non ammettere l’impiego dell’Acetamiprid (sostanza chimica sintetica utilizzata per uccidere o controllare una vasta gamma di insetti dannosi per le colture). Questo fino a ieri, perché di recente il Parlamento francese ha ceduto alle pressioni delle lobby dei pesticidi, e ha approvato la legge proposta dal senatore Duplomb, che ne autorizza l’uso. Crolla così l’ultimo esempio di virtuosa autodeterminazione di un Paese europeo che, responsabilmente, non si allineava all’utilizzo di prodotti altamente pericolosi per la salute umana.

Vale infatti la pena sottolineare quanto sia diverso il caso in cui un singolo Paese dell’UE non ottemperi al dovere di armonizzarsi a leggi europee che tutelano la salute e l’ambiente, rispetto al caso in cui un Paese appartenente all’Unione eserciti legittimamente, e ben più che responsabilmente, il proprio diritto a vietare l’utilizzo di una molecola pericolosa (quale è l’Acetamiprid, che provoca leucemia soprattutto nei bambini), nonostante che il Parlamento Europeo ne abbia autorizzato con irresponsabile lassismo l’impiego, scegliendo di non allinearsi a considerazioni non condivise.

Per fare un esempio in proposito, che può efficacemente spiegare quanta distanza ci sia tra i termini “armonizzazione” e “allineamento volontario”, basti pensare alla Direttiva 2009/128/CE che sancisce l’obbligo di adottare il sistema di produzione agricola basato sulla difesa integrata, mediante il quale si riduce il più possibile l’impiego dei pesticidi in agricoltura. Tale direttiva, avendo forza di legge, richiede infatti obbligatoriamente agli Stati membri il recepimento e l’armonizzazione delle loro disposizioni normative. Ovviamente, ogni singolo Paese deve poi mettere in atto anche un efficiente sistema di consulenza tecnica indipendente e di controllo presso gli agricoltori. Cosa che, almeno in Italia, è ben lontana dal verificarsi, come ha avuto spesso occasione di lamentare Lorenzo Furlan, entomologo e direttore della Direzione innovazione e sperimentazione di Veneto Agricoltura, premio Argav 2024, che nell’ultimo suo intervento in occasione dell’assemblea Argav a Codevigo (Padova), il 5 luglio scorso, ha spiegato come la patata non trattata, e quindi “con il buco”, sia molto più buona e salutare (vedi foto in alto).

Insomma, da una parte la normativa europea viene aggirata quando l’UE disciplina a favore di un’agricoltura sostenibile e in funzione della salvaguardia della salute umana, ma dall’altra sembra proprio che i singoli Governi non perdano occasione per rinunciare a mantenere livelli di prevenzione responsabili ove erano prima previsti.

Infatti, fare confusione sui concetti espressi dalle parole è facile, soprattutto se si usano le armi della politica irresponsabile, ovvero i sofismi, cioè quegli strumenti della retorica inventati appunto dagli antichi sofisti, i quali si vantavano di poter sostenere in modo altrettanto convincente una tesi e il suo contrario.

Vedasi oggi appunto le argomentazioni politiche che hanno giustificato l’approvazione della legge Duplomb, le quali sono basate sul fatto che la Francia stesse subendo una “concorrenza sleale” in agricoltura, poiché gli altri Paesi europei disponevano di maggiori armi per combattere i parassiti. Monsieur Duplomb ha così spostato l’attenzione dai rischi sanitari, centrandola su vantaggi di tipo socioeconomico.

Peccato che gli agricoltori intervistati in proposito abbiano tutti confermato che non è certo con la reintroduzione del pericoloso pesticida che si possano attenuare nemmeno di un filo i loro problemi: per risolverli – hanno tutti sottolineato – occorrono profondi interventi strutturali, per i quali stanno notoriamente da tempo tentando di far sentire la loro voce, e per cui continueranno a combattere. Anzi, a tale proposito si può anche rilevare che la loro preoccupazione in fatto di concorrenza sleale è stata sollevata, orgogliosamente vantando la qualità dei propri prodotti, nel momento in cui si prospettava un accordo col Mercosur (Mercato comune dell’America meridionale), che avrebbe comportato l’introduzione in Europa di prodotti Ogm.

Se a livello europeo esistesse veramente il rispetto del principio di precauzione, le argomentazioni si baserebbero solamente su rilevanze scientifiche. Più di mezzo secolo fa, quando sono arrivati i pesticidi di sintesi, di principio di precauzione non se ne parlava: la preoccupazione è emersa contemporaneamente agli studi sugli Ogm. Quindi per un principio culturale, e, si potrebbe dire, di fede religiosa (che emerge puntualmente quando si tratti di argomenti di genetica), e non per rilevanze oggettive e certe di carattere scientifico, che non c’erano allora, e che non ci sono, per quanto riguarda gli Ogm nemmeno oggi.

E tutto ciò senza disporre in quel periodo altrettanti provvedimenti di precauzione da estendere a fitofarmaci (la cui pericolosità era già invece ben nota), come se una molecola di sintesi che esce dai laboratori di una farmaceutica fosse immune dall’essere potenzialmente dannosa, solo perché non contiene parti di Dna o Rna.

La Duplomb è comunque passata, confermando lo sbeffeggiamento di tutti gli studi scientifici che hanno dimostrato la cancerogenesi dei neonicotinoidi. Le opposizioni, però, hanno già fatto ricorso, dichiarando che la Duplomb è un “detonatore che andrà ad amplificare l’epidemia di cancro, che già oggi sta fustigando la Francia, e che l’approvazione di tale legge rappresenta una regressione mortifera rispetto alle norme di tutela ambientale” (Cyrielle Chatelain, deputata ecologista al parlamento francese). La collega Amélie Mugey, direttrice di “Reporterre”, sottolinea inoltre che sarà proprio l’agricoltura a soffrire della reintroduzione dei neonicotinoidi, che, notoriamente provocano la moria di api e di altri insetti impollinatori.

Insomma l’UE, che in un primo momento, in base alle evidenze di diversi studi scientifici ne aveva sospeso l’impiego, a partire dal 2009 ne ha riammessi diversi. E anche il famigerato glifosate è stato reintrodotto fino al 2033.

Bisognerà ora vedere come andrà a finire…

Credit foto: Lorenzo Furlan, “La patata con il buco è più buona”, Codevigo (Padova), 5 luglio 2025

Cittadini ricercatori con la “Citizen science”

(di Giancarlo Orsingher, vice presidente Argav) L’appuntamento del “Lunedì” di marzo della Rete di Riserve del Fiume Brenta ha visto a Tenna (Trento) una serata estremamente interessante, oltre che partecipata, a tema “citizen science” con un occhio di riguardo al mondo degli insetti impollinatori. Relatori due esperti del MUSE-Museo delle scienze di Trento: la naturalista Chiara Fedrigotti e l’entomologo Nicola Orempuller (nella foto).

Chiara Fedrigotti, che cos’è la “citizen science” e quando nasce?

La “citizen science”, o se vogliamo la “scienza dei cittadini” – anche se la traduzione rende meno – descrive in estrema sintesi il coinvolgimento attivo del pubblico non esperto nelle attività di ricerca al fine di generare nuova conoscenza scientifica. I ricercatori, gli scienziati fanno un grandissimo lavoro, ma in molti casi la possibilità di poter contare su un supporto esterno può aiutarci a raccogliere un maggior numero di dati, velocizzando i tempi della scoperta e migliorando anche la consapevolezza dei cittadini rispetto a determinati temi.
E anche se un tempo non la chiamavano così, la storia della scienza è disseminata di esperienze simili: nel 1715, ad esempio, l’astronomo inglese Edmund Halley (quello della cometa…) lanciò un appello tramite un volantino invitando i curiosi a segnare l’orario preciso di inizio e di fine di un’eclisse solare prevista per il 22 aprile di quell’anno comunicandogli poi i dati registrati. Un secolo dopo, con l’obiettivo di studiare la Corrente del Golfo, il National Geodetic Survey rilasciò in mare migliaia di messaggi in bottiglia, chiedendo ai cittadini di restituire lo stesso messaggio al mittente indicando luogo e giorno del ritrovamento.

Per quanto riguarda la “citizen science” moderna, invece?

Il termine compare curiosamente per la prima volta alla fine degli anni Settanta in un articolo dedicato agli avvistamenti di UFO. Pochi anni dopo, lo stesso termine viene ripreso per descrivere un’attività svolta da 225 volontari americani, coinvolti nella raccolta di campioni di pioggia per lo studio del fenomeno delle piogge acide. Negli ultimi anni poi Internet ha moltiplicato le opportunità con l’avvio di numerosissimi progetti, in svariati settori, che si basano su App tramite le quali ognuno può caricare i dati raccolti. “Zooniverse” (www.zooniverse.org) è il sito anglo-americano dove trovano spazio molti di questi progetti di ricerca, sia su tematiche scientifiche nel senso stretto che umanistiche. Altri esempi sono “Naturkalender” (naturkalender.at), una App che permette di registrare il comportamento di piante e animali nel corso dell’anno, oppure “GLOBE Observer” (observer.globe.gov) che invita a fare osservazioni sulla copertura nuvolosa, sugli habitat delle zanzare, su alberi, erba ed edifici che ci circondano. Italiana è la App “Perdita della notte” legata alla visibilità delle stelle e all’inquinamento luminoso. Ma potremmo elencarne tantissime altre…

Cosa porta con sé la “citizen science”?

Premettendo che la “scienza dei cittadini” può prevedere il coinvolgimento della gente a vari livelli, da un livello-base ad un’attività molto intensa, in ogni caso porta con sé vantaggi di quattro tipi: naturalmente scientifici, perché permette agli studiosi di avere molti dati a disposizione, ma anche sociali perché i cittadini operano spesso assieme, educativi perché fa conoscere aspetti diversi del nostro mondo e infine politici…rispetto a quest’ultimo punto emblematico è il caso dei progetti di citizen science dedicati al monitoraggio dei rifiuti in plastica lungo le coste che ha permesso di valutare l’impatto delle direttive europee riguardanti la regolamentazione delle plastiche mono-uso (borse, cotton fioc, bottigliette, ecc.)

Nicola Orempuller è entomologo del MUSE particolarmente interessato agli insetti impollinatori. Alcune attività di “citizen science” riguardano questo ambito, vero?

Certo. Il mondo degli insetti impollinatori è ancora molto poco conosciuto e l’aiuto che può dare il cittadino è grandissimo. Al termine “impollinatore” associamo l’ape…E sbagliamo. O perlomeno non siamo completi, anche perché spesso pensiamo all’ape da miele, che è solo una delle circa 500 specie di api che abbiamo in Trentino; 1.050 sono le specie in Italia e circa 2.000 in Europa. Ma oltre alle api fra gli impollinatori ci sono altri imenotteri (un ordine che comprende circa 120.000 specie!) come le vespe e le formiche, ma anche ditteri come le mosche, coleotteri come le coccinelle e lepidotteri come le farfalle. Tutti insetti fondamentali per l‘impollinazione e quindi anche per la vita dell’uomo perché senza impollinazione non avremmo la maggior parte della frutta e della verdura.

Un mondo quindi estremamente variegato e sorprendente.

Parlando solo delle api troviamo forme, dimensioni, colori, abitudini molto varie fra le specie, che si differenziano per la vita sociale o solitaria, per il tipo di nidificazione (l’80% delle specie nidifica nel terreno), per la lunghezza della “lingua”, per le scelte dei fiori, per le modalità di trasporto del polline.In Italia ad esempio andiamo da quelle che raggiungono appena i 3 millimetri di lunghezza alle stupende api legnaiole che arrivano fino a 3 centimetri; ci sono quelle con gli occhi azzurri o verdi o zebrati.

E come stanno le api oggi?

Per quanto riguarda l’Italia possiamo stimare che un 40% delle specie di api siano a rischio mentre per un 10% non abbiamo informazioni sufficienti e qui torna ad essere importante l’aiuto dei cittadini. Il declino della presenza di insetti – la cosiddetta entomofauna – è ormai dato per assodato e il problema è particolarmente forte per gli impollinatori che si stanno riducendo in maniera preoccupante a causa della perdita e dello sfruttamento del suolo, del cambiamento climatico, dell’uso di pesticidi e anche a causa dell’arrivo di specie aliene.

Ma allora cosa possiamo fare?

Dobbiamo agire in diverse direzioni: è sicuramente utile predisporre i cosiddetti “hotel degli insetti”, le casette dove api e simili possono fare il nido, ma sarebbe anche opportuno non far diventare i nostri giardini troppo “giardini”, lasciando invece delle zone dove l’erba cresca spontaneamente, magari anche con dei pezzi di legno e delle zone con terra nuda, perché qui gli insetti possono trovare rifugio e siti di nidificazione. Ho accennato all’importanza degli “hotel” per gli insetti, ma sono fondamentali anche i “ristoranti”, quindi piantare o far crescere spontaneamente piante nettarifere. E poi naturalmente ridurre l’uso di pesticidi.

In tutto questo come può essere utile la scienza dei cittadini nel mondo degli insetti?

Come detto le specie di insetti impollinatori sono moltissime e, rimanendo solo alle api, del 10% delle specie non si hanno dati. Quindi l’aiuto del cittadino nel fornire informazioni sulla presenza di questi importantissimi e utilissimi animali è fondamentale. Gli impollinatori sono oggetto di numerose iniziative “di citizen science”, la più famosa delle quali è forse “X-Pollination” (crosspollination.it), un progetto italiano che vede il MUSE-Museo delle scienze quale partner e che, tra l’altro, mira a raccogliere quanti più dati possibile su distribuzione e abbondanza di questi preziosi animali. Alcuni altri esempi sono “Life4pollinators” (life4pollinators.eu) è un altro progetto finanziato dall’UE che punta alla creazione di un circolo virtuoso che porti a cambiamenti progressivi nelle pratiche antropiche che rappresentano le principali minacce per gli impollinatori. “Beewatching” (beewatching.it) insegna a riconoscere e fotografare le api dando la possibilità a chiunque di collaborare a creare una grande mappa delle api italiane.
Ricordo poi “BUG’s hotel ITA” (bugshotelita.it), una rete di appassionati al mondo naturale, accomunati dalla voglia di installare, gestire e manutenere gli hotel per insetti. Per il Trentino, o meglio per la città di Trento, il nuovo progetto del MUSE “Act4bees” che partirà a breve è finalizzato allo studio della biodiversità degli insetti impollinatori (api, in particolare), degli habitat idonei alla loro sopravvivenza e della qualità ambientale attraverso l’analisi dei pollini raccolti da Apis mellifera. Ma per raggiungere il risultato è necessario l’aiuto dei cittadini.

E proprio per avvicinare le persone al mondo degli insetti, in particolare quelli impollinatori, la Rete di Riserve del fiume Brenta ha fatto seguire alla serata del “Lunedì della Rete” una coinvolgente mattinata nei prati della riserva di Alberè di Tenna dove grandi e piccoli hanno potuto avvicinarsi a questo mondo, superando anche certe paure, e sperimentare in prima persona le tecniche di raccolta dati che da inviare poi al mondo scientifico tramite le specifiche App.

Fonte: articolo già pubblicato dal collegato Orsingher su Il Cinque di aprile 2024

Lo studio del tempo attraverso gli alberi racconta la storia trentina e quello della Basilica della Natività di Betlemme

(di Giancarlo Orsingher, vice presidente Argav) Dendrocronologia: dal greco déndron, “legno”, chrónos, “tempo”. In pratica “lo studio del tempo attraverso gli alberi”. E’ stato questo il tema dell’interessante incontro che il 28 ottobre scorso la Rete di Riserve del fiume Brenta ha organizzato a Carzano (Trento) nell’ambito de “I Lunedì della Rete”, con ospite Mauro Bernabei, ricercatore del CNR-IBE, Centro Nazionale delle Ricerche – Istituto di Bioeconomia, e in particolare responsabile del laboratorio di dendrocronologia ospitato nella sede di San Michele all’Adige .

Dottor Bernabei, che cos’è la dendrocronologia?

Come detto, è la scienza che studia gli anelli di accrescimento degli alberi in relazione al tempo. Cioè, la scienza che assegna a ogni anello presente su un pezzo di legno o un tronco, un preciso anno di calendario. E’ stata fondata all’inizio del secolo scorso dall’astronomo americano Andrew Ellicott Douglas (1867-1962) che voleva studiare la periodicità delle macchie solari e lui è stato il primo a mettere su un piano cartesiano gli anni in ascissa e l’ampiezza degli anelli in ordinata; un tipo di grafico che usiamo ancora oggi. Da allora la dendrocronologia ha preso varie direzioni, tutte partendo dalla crescita annuale del legno degli alberi. In realtà ci sono altri “strumenti” che consentono lo studio del passato, come i coralli o le carote di ghiaccio, ma questi non hanno una “unità di misura” così piccola e ben definita come gli alberi, che appunto hanno una scansione annuale e quindi consentono una grande precisione.

Andando indietro nel tempo è giusto dire che, anche se non usava questo nome, già Leonardo da Vinci si occupava di dendrocronologia?

Il riferimento agli anelli degli alberi si trova in tantissimi testi antichi: ci sono citazioni nella Bibbia, nella letteratura assira ed egiziana e ne scrivono autori classici greci e latini come ad esempio Esiodo, Plinio e Vitruvio. Però il primo riferimento alla dendrocronologia lo fa proprio Leonardo da Vinci, che nel trattato sulla pittura, nel libro Degli alberi e delle verdure, scrive una frase che recita più o meno così “…li circoli degli rami e degli alberi segati mostrano il numero delli suoi anni”, cioè quello che sappiamo tutti, che contando gli anelli abbiamo l’età della pianta, e poi dice “quali furono più umidi e più secchi secondo la maggiore o minore loro grossezza”, cioè aveva capito che l’ambiente circostante agli alberi influiva sull’ampiezza degli anelli, vale a dire la base per ogni considerazione dendrocronologica, cioè che a un’annata favorevole tutti gli alberi rispondono formando grandi anelli, mentre durante un’annata negativa gli alberi formano piccoli anelli.

Tra i pionieri della dendrocronologia moderna troviamo però anche un trentino.

Eh sì. Il primierotto Elio Corona, scomparso nel 2015 a 85 anni di età, è stato il primo a pubblicare lavori scientifici sulla dendrocronologia ed è considerato un riferimento per tutti noi dendrocronologi. E’ stato il mio professore sia per la tesi di laurea che per la tesi di dottorato; anzi credo di essere stato l’unico studente ad aver svolto il dottorato con lui. Cosa dire di Elio Corona? Lui è stato un grande e tutti i suoi studenti lo ricordano con molto piacere. E’ stato, ad esempio, il primo a datare i violini di Stradivari con la dendrocronologia, a studiare dipinti su tavola di importanti artisti come Raffaello e in generale ad applicare la dendrocronologia ai beni culturali. Seguire le sue lezioni era per tutti noi studenti – e potrei citarne tanti – veramente bellissimo. E’ stato proprio l’aver seguito le sue lezioni che mi ha portato a fare il dendrocronologo. Nello scorso ottobre sono stato a parlare dei risultati di una ricerca che ho fatto in Primiero e per me è stato grande motivo di orgoglio essere tornato nella sua terra d’origine (lui era nato a Mezzano) a parlare di dendrocronologia.

Che cosa ci permette di conoscere la dendrocronologia?

Proprio per il fatto che è l’unico “strumento” a cadenza annuale, ci consente di conoscere le caratteristiche dell’ambiente nel quale le piante sono cresciute nel corso della loro vita. E intendo tutte le caratteristiche, perché come diceva il professor Corona, le piante contengono mille segreti scritti negli anelli. La cosa veramente difficile è decrittarne il significato. Da quando è nata, la dendrocronologia ha poi preso mille strade: c’è la dendroecologia, cioè lo studio dell’ecologia basata sugli anelli del legno e in Italia ci sono laboratori di eccellenza in questo campo, quelli di Padova e Viterbo su tutti. C’è la dendrogeomorfologia che è lo studio delle valanghe e dei movimenti franosi; a titolo di esempio ricordo che qualche anno fa, incaricato dal tribunale, avevo studiato anche i faggi della famosa valanga di Rigopiano, per valutare se quelle piante fossero già state percorse in passato da una valanga simile a quella che poi distrusse l’albergo. Poi abbiamo la dendroclimatologia per studiare il clima, ma anche la dendroglaciologia per lo studio dei ghiacciai. E così via. La dendrocronologia è utilizzata in mille aspetti diversi. Per esempio esiste una scienza che in Italia non conosciamo, che si chiama dendropirocronologia, cioè lo studio degli incendi che percorrono i boschi e che è molto applicata negli Stati Uniti oppure in Scandinavia.

Lei si occupa in particolare di datazione dendrocronologica, che ha uno stretto collegamento con la cultura, con l’archeologia. Venendo ai casi concreti, riuscite a datare manufatti molto antichi, come ad esempio strumenti musicali.

Ah, certamente! Gli strumenti musicali sono l’ideale. Io dato un paio di strumenti musicali quasi ogni settimana. Con questi è molto più facile che in altre situazioni, nel senso che gli strumenti musicali presentano una tavola armonica in abete rosso di risonanza, per la quale il liutaio ha usato legno senza difetti, senza nodi, senza deviazioni di fibratura, per cui basta fare una fotografia alla tavola armonica e la datazione viene fatta molto facilmente. Ma oltre agli strumenti musicali, ultimamente stiamo datando molti dipinti fiamminghi in quercia di incredibile fattura sia dal punto di vista della preparazione della tavola, spessa solo 5 mm, sia dal punto di vista artistico. Datiamo però anche strutture lignee antiche. Per citare alcuni esempi, in passato ho datato il tetto della Basilica della Natività di Betlemme, il palazzo Reale di Napoli, duomo, battistero e campanile di Giotto a Firenze, la “Sala dei Mappamondi” del Museo Egizio a Torino e così via. Per quanto riguarda il Trentino, quando sono arrivato io nel 2003 c’erano pochissime serie di riferimento, ma grazie ad un progetto portato avanti con il Servizio Foreste della PAT e in particolare con i forestali del distretto di Malè, utilizzando legni rinvenuti nelle torbiere della Val di Sole e Val di Non siamo riusciti a costruire delle cronologie che vanno indietro per oltre 11.000 anni e adesso abbiamo la possibilità di confrontare i manufatti che troviamo nel territorio trentino con cronologie di riferimento dello stesso territorio e della stessa specie e questo rende le datazioni molto più efficaci.

Nella serata fatta in Primiero alla quale ha accennato prima era intervenuto parlando dei “tabià”

Sì, nel Primiero esistono numerose di queste strutture diffuse sul territorio, mi sembra che ne siano state censite circa 4.000; sono bellissime, in legno e pietra, e di queste non si sa bene l’antichità. Non conoscendo l’epoca di costruzione le autorità hanno difficoltà a gestire i permessi per i loro restauri perché non si sa quanto siano antichi e quindi non si sa se devono essere soggetti a vincoli di conservazione particolari. Abbiamo allora iniziato a lavorare su un paio di “tabià”, uno nel centro del comune di Siror e un altro in località Poline e i risultati sono stati molto sorprendenti per tutti, in particolare per le amministrazioni e per la Soprintendenza: la parte più antica del “tabià” di Siror (nella foto in alto) risale al 1475 mentre per quello di Poline la datazione che abbiamo fatto lo indica come costruito addirittura nel 1446. Quindi edifici della metà del Quattrocento… nessuno l’avrebbe mai immaginato. E adesso, grazie all’aiuto della Soprintendenza, l’intenzione è di continuare a studiare altri edifici. Ha scoperto anche un possibile collegamento del Trentino con la Basilica della Natività di Betlemme

Ci sarebbe molto da parlare sulla Basilica della Natività di Betlemme…

Inizialmente non volevo nemmeno andare a fare il lavoro perché non avevo le cronologie di riferimento, quelle che adesso abbiamo qui per il Trentino che, come dicevo, sono fondamentali. Arrivando a Betlemme e andando a studiare i legni abbiamo visto che c’era anche del larice; inizialmente pensavo che si trattasse di un errore perché il larice a Betlemme non cresce: è infatti una specie assolutamente alpina. Proseguimmo con il campionamento sul larice, che datai al 1412 e confrontai la cronologia media della Basilica della Natività con quella del Trentino: praticamente erano la stessa. Andavano esattamente a sovrapporsi una sull’altra! Quindi quello è larice delle Alpi orientali, probabilmente trentino, tagliato a inizio QuattrocentoChiedendo come fosse possibile scoprii che c’era stato un accordo che aveva coinvolto il Papa, il Duca di Borgogna, il re d’Inghilterra e perfino un sultano Mamelucco per chiedere e finanziare al più grande commerciante e imprenditore dell’epoca, ovvero Venezia, la risistemazione del tetto della Basilica della Natività. E i Veneziani usarono legno delle Alpi orientali e le loro maestranze per costruirlo. A giudicare da come la serie di Betlemme va d’accordo con la serie del Trentino non escludo che possano venire da montagne d’alta quota dell’area compresa tra Trento e Venezia. Dico montagne d’alta quota perché su carotine lunghe 12-13 cm sono stati contati più di 400 anelli. Questo vuol dire che gli anelli erano veramente molto piccoli come si verifica quando le piante crescono in alta quota, dove l’accrescimento è molto lento.

Ci sarebbe molto altro da dire anche sulla quercia dell’Anatolia e sul cedro del Libano che abbiamo trovato nella Basilica…

Da quest’ultimo esempio intuiamo che la dendrocronologia non serve solo a datare un manufatto… Sì, ci sono alcune altre applicazioni importantissime. La prima è appunto quella utilizzata per il larice di Betlemme: se abbiamo un manufatto, per esempio un violino, del quale non conosciamo la provenienza del legno, confrontando la serie del violino con quella di tante cronologie di riferimento, riusciamo a capire da dove proviene quel pezzo di legno. Infatti, la correlazione sarà tanto maggiore quanto più simili saranno state le caratteristiche ambientali e quindi si riesce a fare studi che si chiamano di “dendroprovenienza”, cioè si può capire dove si è originato il legno. Un altro risultato che la dendrocronologia consente a volte di ottenere è quello che riguarda l’attribuzione delle opere: per esempio sempre facendo riferimento ai violini, noi sappiamo che i liutai usavano spesso legno dallo stesso tronco per fare i loro strumenti. Confrontando le serie noi riusciamo a capire e a confermare quindi se è stato lo stesso liutaio a costruire quel violino. Infine, tutti conosciamo la datazione al radiocarbonio. E’ importante sapere che questa datazione è basata proprio sulla dendrocronologia perché la curva di calibrazione del radiocarbonio, cioè dove si datano i manufatti con radiocarbonio, è costruita sulla base degli anelli del legno. Quindi è la dendrocronologia che consente la più famosa datazione al radiocarbonio.

Gli anelli di accrescimento

Un anello di accrescimento è lo strato di tessuto legnoso prodotto nel corso di un periodo vegetativo da una pianta legnosa. L’attività periodica del cambio dell’albero produce una serie di anelli concentrici intorno al midollo, ben visibili in sezione trasversale del fusto. Ogni anello è generalmente costituito da una porzione primaverile, chiara, e una estiva, scura, chiaramente distinguibile anche a occhio nudo. Contando gli anelli degli alberi è possibile risalire all’età della pianta, in quanto ognuno rappresenta la crescita di una stagione vegetativa. L’ampiezza degli anelli dipende dalle condizioni climatiche e ambientali in cui la pianta vive, temperatura e umidità in primis ma non solo. In linea di massima possiamo dire che più l’anello è ampio e più l’annata di crescita è stata favorevole, più è sottile e più la crescita è stata stentata. Quindi se in un anno si verificano piogge abbondanti e clima mite, la risposta della pianta sarà una crescita notevole o, al contrario, avremo un accrescimento minore quando la disponibilità di acqua sarà poca e il clima più rigido.

Borse di studio sul paesaggio, candidature entro venerdì 30 agosto 2024

Il giardino musicale di Herning_Carl Theodor SorensenLaureati e post laureati italiani e stranieri hanno tempo fino a venerdì 30 agosto 2024 alle ore 12 per partecipare al bando della decima edizione delle Borse di studio sul paesaggio, istituite annualmente dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche per sostenere giovani laureati desiderosi di intraprendere un percorso di ricerca nel campo della cultura del paesaggio e del giardino, e della cura dei luoghi.

Le borse di studio sono indirizzate a tre aree tematiche che corrispondono al profilo culturale e al campo operativo di tre figure fondamentali per il lavoro scientifico della Fondazione fin dalla sua istituzione: Sven-Ingvar Andersson (Progetto di paesaggio), Rosario Assunto (Teorie e politiche per il paesaggio) e Ippolito Pizzetti (Natura e giardino). L’edizione 2024/2025 prevede l’attivazione di due borse di studio residenziali e semestrali (15 gennaio 2025-15 luglio 2025), ognuna corrispondente a una delle tre aree tematiche, a scelta del candidato. Saranno privilegiate proposte dai contenuti originali, innovativi e coerenti con l’indirizzo scientifico della Fondazione. Il valore di ciascuna borsa è fissato in euro 10.000,00 (lordi).

Candidature. Le borse sono destinate a laureati (laurea magistrale) e post laureati italiani e stranieri, che non abbiano compiuto i 40 anni alla data del 31 agosto 2024. Non possono concorrere i titolari di assegni di ricerca, né coloro i quali ricoprano un impiego pubblico o privato e svolgano una qualunque attività lavorativa in modo continuativo. Il modulo per la candidatura è disponibile, con il bando, nel sito www.fbsr.it. La domanda dovrà essere inviata all’indirizzo paesaggio@fbsr.it entro venerdì 30 agosto 2024, alle ore 12. Per ulteriori informazioni: Fondazione Benetton Studi Ricerche, via Cornarotta 7-9, T 0422 5121

Fonte: Servizio stampa Fondazione Benetton studi ricerche, foto Il Giardino musicale di Herning Carl Theodor Sorensen, Fbsr

Energia nucleare: inaugurato in Giappone reattore a fusione, successo anche italiano (e veneto)

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Nuovo passo in avanti nella ricerca sull’energia da fusione nucleare: lo scorso 1 dicembre a Naka, in Giappone, è stato inaugurato il reattore sperimentale per la fusione JT-60SA, progettato e costruito nell’ambito dell’accordo Broader Approach, una collaborazione scientifica tra Unione europea e Giappone. Si tratta di un traguardo importante per la comunità scientifica e l’industria, che rende più vicino l’impiego dell’energia da fusione, sicura e rispettosa dell’ambiente, grazie anche al contributo italiano di Governo, imprese, Enea, Consorzio RFX (struttura operativa del laboratorio di Padova per ricerche sulla fusione, nella foto in alto l’area di ricerca padovana) e Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr).

Alla cerimonia di inaugurazione erano presenti il commissario europeo per l’Energia, Kadri Simson, il ministro giapponese per Istruzione, Cultura, Sport, Scienza e Tecnologia, Masahito Moriyama, il ministro giapponese per la Politica scientifica e tecnologica, Sanae Takaichi, politici di alto livello, rappresentanti dell’industria e la comunità di ricercatori, che hanno assistito dalla sala di controllo alla sperimentazione con plasma.

Esempio di diplomazia scientifica. I lavori dell’impianto JT-60SA sono iniziati nel 2007 e sono stati portati a termine nel 2020. Da allora sono stati fatti diversi miglioramenti tecnici. I primi esperimenti con plasma sono stati avviati alla fine di quest’anno. Il costo complessivo di costruzione dell’impianto è stato di circa 560 milioni di euro, ripartiti tra Europa e Giappone. Il progetto è considerato un esempio di diplomazia scientifica ed è stato elogiato per lo spirito di collaborazione, la gestione efficiente e l’esecuzione esemplare. A Fusion for Energy sono stati affidati sia la gestione dei fondi dell’Unione europea al progetto, sia il coordinamento della fabbricazione di componenti da parte di Paesi che partecipano su base volontaria, come Belgio, Francia, Germania, Italia e Spagna.

Mix energetico privo di carbonio. Marc Lachaise, direttore di Fusion for Energy, ha espresso apprezzamento per la collaborazione internazionale e il forte spirito di squadra dei team impegnati: “Quanto accade qui oggi – ha affermato – sarà importante domani per decidere il contributo della fusione in un mix energetico privo di carbonio. L’impianto JT-60SA è fondamentale per la tabella di marcia della fusione perché offre ai nostri esperti una possibilità unica nel suo genere di imparare, utilizzare questo dispositivo e condividere queste preziose conoscenze con il reattore sperimentale internazionale (Iter). Inoltre, ha permesso ai laboratori di ricerca e all’industria europei, insieme al Giappone, di lavorare fianco a fianco nello sviluppo di un partenariato significativo”.

Eurofusion, il consorzio Europeo cui partecipano 31 paesi e 4800 tra ricercatori, personale e studenti, contribuisce scientificamente a JT-60SA insieme agli istituti nazionali giapponesi per la scienza e la tecnologia quantistica che si trovano a Naka. Un progetto dedicato di Eurofusion, a coordinamento italiano attraverso il Cnr e del valore di circa 15 milioni di Euro, supporta l’attività di modellazione fisica e di simulazione per la preparazione e l’analisi degli esperimenti, la preparazione di sistemi diagnostici avanzati e la partecipazione alle operazioni del dispositivo.“In qualità di ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e Program owner del Programma fusione italiano – ha dichiarato il ministro Gilberto Pichetto Fratin – sono molto orgoglioso che l’Italia abbia contribuito al successo di oggi fornendo supporto scientifico e componenti del tokamak come contributo volontario nell’ambito dell’accordo tra l’Unione Europea e il Giappone (Broader Approach), grazie a fondi per circa 70 milioni di euro messi a disposizione dal Governo italiano. Con il coordinamento dell’Enea, l’industria italiana ha fornito cavi superconduttori per i magneti, bobine toroidali superconduttrici, casse di contenimento delle bobine, alimentazione per il sistema magnetico: componenti realizzati da Enea, Tratos Cavi, Criotec, Asg Superconductors, Walter Tosto, Poseico Power Electronics e Ocem Tecnologie Energetiche”.

Successo anche padovano. “Il Consorzio RFX – ha proseguito -, agendo su mandato del Consiglio nazionale delle ricerche, ha sviluppato i progetti innovativi dei sistemi di protezione per tutte le bobine superconduttrici, forniti dall’industria italiana Ansaldo Sistemi Industriali, attualmente Nidec ASI, e del sistema di alimentazione per il controllo del plasma instabilità, forniti dall’industria italiana Equipaggiamenti Elettronici Industriali”.

Fonte: Cnr-Istp–Consorzio RFX

Documento Oms: tutto l’alcol è sempre cancerogeno, da ridurre il consumo di superalcolici, vino e birra almeno del 10% entro il 2025. Immediate le proteste del mondo del vino italiano.

bottiglie-di-vino

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) – Regione Europa, nel quadro delle azioni di lotta alla diffusione del cancro, ha approvato, nella riunione tenutasi a Tel Aviv, un documento intitolato “European framework for action on alcohol 2022-2025”. Le nuove linee guida espresse dall’Oms sono state sottoscritte integralmente senza alcuna opposizione, nemmeno da parte della delegazione italiana, e prevedono l’attuazione di programmi di contrasto al consumo dell’alcol con l’obiettivo di una riduzione del -10% pro-capite entro il 2025.

Per raggiungere questo obiettivo, l’Oms proporrà ai Paesi europei l’aumento della tassazione sui prodotti a base di alcool, il divieto di fare pubblicità, promozione e marketing in qualsiasi forma di tali prodotti, la diminuzione stessa della produzione, l’obbligo di health warning (avviso di allarme per la salute) da stampigliare sulle etichette. L’Oms basa il suo programma sul concetto che “non ci sono livelli di sicurezza” nel consumo di bevande alcoliche e quindi l’obiettivo del taglio ai consumi dovrebbe colpire anche le bevande comunemente consumate durante i pasti come il vino e la birra, ma che sempre più hanno una pericolosa diffusione oltre ogni orario e tra la popolazione più giovane. La determinazione dell’Oms non fa quindi distinzioni sul quantitativo percentuale di alcol contenuto nelle bevande e auspica un sistema di allerta sanitario da apporre su tutte le bottiglie. L’ipotesi era stata presa in esame anche nell’ambito della “Global alcohol strategy” in discussione lo scorso maggio dal Parlamento europeo nell’ambito del “Cancer plan” da parte del Parlamento europeo.Ma in quel caso le pressioni dei produttori, in particolare quelli di vino, avevano ottenuto di accantonare la proposta, limitandosi a richiamare un semplice invito al ‘consumo responsabile’ di alcol.

Immediate e veementi le proteste del mondo del vino italiano contro il documento. «Queste nuove indicazioni dell’Oms – ha affermato Angelo Radica, presidente dell’Associazione nazionale Città del Vino – sono un ulteriore colpo al mondo del vino europeo e italiano in particolare, perché non tengono assolutamente conto del valore culturale delle produzioni vitivinicole e del fatto che bere vino, oggi, non è certo sintomo di alcolismo, ma semmai di piacevole convivenza». Secondo Unione italiana vini: “La storia ci ha insegnato come il proibizionismo non sia la soluzione per sconfiggere la piaga dell’alcolismo, ma soprattutto come il vino sia un simbolo del bere responsabile, della Dieta mediterranea, non certo protagonista del consumo smodato”. Per Coldiretti: “Il pronunciamento dell’OMS colpisce un settore strategico del Made in Italy agroalimentare con 12 miliardi di euro di fatturato. Aumento della tassazione, divieto di pubblicità o promozione e obbligo di health warning in etichetta rischiano in modo fuorviante di assimilare in consumo del vino alle sigarette con effetti disastrosi sui consumi con quasi un italiano su quattro (23%) che smetterebbe di bere o ne consumerebbe di meno”. Commenta Giangiacomo Bonaldi, presidente Federdoc: «Troviamo assolutamente discutibile un atteggiamento che sembra porre sullo stesso piano consumo consapevole e abuso. L’OMS sembra dimenticare che proprio l’attività di promozione ha portato, negli ultimi anni, ad abbassare i consumi del vino a livello mondiale». «Useremo il buonsenso – ha dichiarato Filiera Italia attraverso le parole del suo consigliere delegato Luigi Scordamaglia – e i consolidati dati scientifici esistenti per bloccare questi tentativi a cui si prestano organismi internazionali come l’OMS o europei come la Commissione che vorrebbe escludere vino e prodotti carnei dai programmi di promozione».Federvini auspica che la Commissione europea tenga conto di quanto espresso dal Parlamento europeo e lavori sulla lotta all’abuso di alcol ed eviti politiche sproporzionate che minano le comunità e i territori produttori di vino.

Fonte: Garantitaly.it

Individuata una nuova proteina alternativa ai prodotti fitosanitari per proteggere la vite

immagini di dischetti fogliari di vite, con e senza il trattamento con NoPv1 (la muffa bianca è la peronospora), foto FEM

La vite (Vitis vinifera L.) è una coltura dal grande valore economico in tutto il mondo. Basti pensare che nel 2018 sono stati prodotti in Europa, primo produttore mondiale, oltre 29 milioni di tonnellate di uva. L’Italia, con 8 milioni di tonnellate, si è assicurata un posto da primatista tra i paesi UE ed è il secondo produttore al mondo (dati ricavati da FAO STAT relativi all’anno 2018). Una produzione di questa portata è resa possibile dall’uso di prodotti fitosanitari per contrastare diverse malattie, tra le quali spicca per importanza e diffusione la peronospora della vite, causata dall’oomicete (un organismo simile ad un fungo) Plasmopara viticola. In assenza di trattamenti e in condizioni ambientali favorevoli, la peronospora può colpire fino al 75% delle colture di vite in una singola stagione, causando ingenti riduzioni della produzione.

Progetto GrAptaResistance. Cinque anni fa, i gruppi di ricerca del prof. Paolo Pesaresi, del dipartimento di Bioscienze dell’Università degli Studi di Milano, e della dott.ssa Silvia Vezzulli, della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige (TN), hanno iniziato a studiare una nuova strategia che potesse consentire di sviluppare alternative a basso impatto ambientale ai fungicidi convenzionali.  Il progetto GrAptaResistance, finanziato dalla Fondazione Cariplo, ha permesso di sviluppare una nuova strategia nel settore degli agrofarmaci, che consente di isolare piccole proteine, costituite da 8 aminoacidi, assolutamente naturali, in grado di inibire enzimi chiave dei patogeni e quindi di contrastarne le infezioni.

La tecnica. “Nello studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports – spiega Pesaresi – abbiamo individuato la proteina NoPv1 (No Plasmopara viticola 1) capace di bloccare sul nascere l’infezione di foglie di vite da parte del patogeno. NoPv1 inoltre, non danneggia in alcun modo la crescita di altri microorganismi presenti nel suolo e benefici per la vite, oltre a non essere nociva nei confronti di cellule umane”. Seppur i risultati ottenuti siano preliminari, questa strategia rappresenta un importante passo in avanti nella ricerca di alternative a basso impatto ambientale agli agrofarmaci. “La tecnica -aggiunge Silvia Vezzulli- potrà essere utilizzata per identificare proteine naturali in grado di contrastare le infezioni causate da diversi patogeni vegetali ”. La Fondazione Mach esprime soddisfazione per i risultati di questo studio che si aggiunge alle altre azioni di ricerca FEM finalizzate alla lotta sostenibile alla peronospora. Gli ambiti riguardano l’uso di microrganismi attivi nella lotta ai patogeni, l’attività di miglioramento varietale, sia attraverso le tecniche di breeding tradizionale che hanno portato, ad esempio, alla creazione di quattro varietà tolleranti alla peronospora recentemente iscritte nel Registro nazionale delle varietà di vite, sia esplorando e studiando le nuove tecnologie di miglioramento genetico (new breeding technologies), le cosiddette “forbici molecolari”.

Fonte: Servizio stampa Unimilano – FEM

Rischio alimentare, disponibile il materiale informativo del corso Odg di formazione per giornalisti organizzato lo scorso ottobre da Argav in collaborazione con IZSVe

Per i partecipanti al corso di formazione per giornalisti, svoltosi lo scorso 22 ottobre a Legnaro (PD), proposto dall’Ordine dei Giornalisti del Veneto ed organizzato da Argav in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), nonché per gli interessati all’argomento del “rischio alimentare“, rendiamo disponibili gli interventi I rischi alimentari di origine microbiologica più vicini al consumatore e la corretta gestione domestica degli alimenti a cura della Dr.ssa Lisa Barco – IZSVe; Patogeni emergenti e loro caratterizzazione, a cura della Dr.ssa Antonella Lettini – IZSVe; Alimenti, rischi e sistema dei controlli  a cura del Dr. Roberto Piro – IZSVe.

 

A Vicenza, una “Vigna” che fa crescere i saperi più antichi del mondo

Mario Bagnara

Mario Bagnara, presidente della Biblioteca La Vigna, con uno dei testi antichi custoditi nel centro

(di Marina Meneguzzi). Lo scorso 28 gennaio, il direttivo ARGAV ha avuto la bella occasione, favorita dal socio Maurizio Onorato, di riunirsi a Vicenza nelle sale di Palazzo Brusarosco-Zaccaria, edificio ottocentesco in parte restaurato dall’architetto Carlo Scarpa nel secondo dopoguerra (Casa Gallo), sede della Biblioteca Internazionale “La Vigna”,  Centro di Cultura e Civiltà Contadina, un’istituzione unica al mondo nel suo genere, polo di riferimento internazionale per gli studiosi del settore vitivinicolo e agricolo.

Un fondo librario di importanza inestimabile, che possiamo “adottare”. Ad accoglierci, il presidente della Biblioteca, Mario Bagnara, che ne ha illustrato la storia, insieme a Rita Natoli, responsabile segreteria. Il Centro è stato fondato nel 1981 dall’eclettico imprenditore vicentino Demetrio Zaccaria ((1912-1993), che negli anni ’50 iniziò a raccogliere testi che trattavano di viticoltura ed enologia (il primo volume acquistato da Zaccaria fu negli Stati Uniti, a New York, il “Dictionary of Wines” di Frank Schoonmaker) ed in seguito anche di agricoltura e gastronomia. Alla sua morte, Zaccaria lasciò casa e libri alla collettività, affidandone la gestione al Comune di Vicenza, che a sua volta ha nominato un’Assemblea dei Soci composta da Comune, Camera di Commercio di Vicenza, Regione Veneto e Accademia Olimpica e ad un CdA. Per le attività culturali e di ricerca, il Centro si avvale della consulenza di un Consiglio Scientifico e della collaborazione di importanti Atenei. Visti i tempi di “spending review”, la Biblioteca ha dato avvio anche ad interessanti iniziative di salvaguardia del proprio patrimonio librario, come Adotta un libro e l’Operazione Salva-libro.

Obiettivo. Il Centro ha lo scopo di promuovere e agevolare studi, convegni e tavole rotonde su opere e argomenti relativi al progresso dell’agricoltura e alla conoscenza e diffusione della cultura e civiltà contadina, oltre a quello di valorizzare la biblioteca “La Vigna”, migliorandone l’utilizzazione e incrementando il patrimonio librario esistente. Per quanto riguarda l’enologia si prefigge inoltre di studiare, analizzare e approfondire la ricerca etnografica, sociologica e storica collegata ai cicli della vita, del lavoro e della produzione, al fine di salvaguardare quelle conoscenze che, diversamente, rischierebbero progressivamente di scomparire.

particolare cartella Ampelografia Italiana

particolare cartella “Ampelografia Italiana”

Il patrimonio librario, arrivato oggi a circa 51 mila volumi, è costantemente arricchito con acquisti selettivi sul mercato antiquario e corrente di opere di agricoltura edite in lingua italiana e, per gli argomenti vite e vino, anche a livello internazionale. Tra le raccolte di particolare importanza custodite nella Biblioteca, ricordiamo il Fondo Caproni, che raccoglie oltre 6 mila volumi pubblicati tra il XVI e il XX sec. dedicati soprattutto al tema della bonifica, ai cereali e alla politica agraria condotta durante il ventennio fascista, il Fondo Galla, che raccoglie testi sulla caccia, l’ornitologia e la narrativa venatoria; ed ancora, 26 cartelle ull’Ampelografia Italiana (Torino, 1879-1890), preziosi volumi come l’ “Opus ruralium commodorum” di F. Crescenzi (1486), una ricca bibliografia sul caffè. La Biblioteca, ben fornita di sale di lettura con servizio wi-fi, possiede due tipologie di cataloghi consultabili, cartaceo (volumi acquisiti fino al 1995) ed elettronico (dopo il 1995) . Non è previsto il prestito personale dei libri, ma i volumi possono essere richiesti tramite il servizi di prestito interbibliotecario con la clausola della lettura in sede presso la biblioteca richiedente.

In vista di Expo 2015, la Biblioteca organizza un ciclo di interessanti incontri culturali legati al tema dell’alimentazione, come quello in programma mercoledì 11 febbraio alle ore 18, che vedrà l’intervento di Carlo Fumian, professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Padova e direttore del Centro di Ateneo per la Storia della Resistenza e dell’età contemporanea, sul tema: Il grano. La nascita di una commodity e di un mercato globale tra Otto e Novecento“.

19-28/11/14, aziende sostenibili di Bassano e della Marca trevigiana aprono le porte per la visita di 200 giovani in cerca di lavoro

MAPPA geolocalizzazione Visite Aziendali novembre 2014 - Fondazione Opera Monte GrappaBANNER con Logo Iniziativa Giovani Veneto e scritta carattere Google Visite AziendaliOtto aziende sostenibili attente al tema ambientale, tra Bassano del Grappa (VI) e la Marca trevigiana sono pronte ad aprire le porte a 200 giovani motivati. Si parte il 19 novembre alla BAXI di Bassano, poi altri 7 appuntamenti nella Marca.

Già selezionate le imprese. Parecchi giovani, che non lavoravano e non studiavano, sono già stati inseriti a lavorare nelle imprese soprattutto con contratti di Apprendistato (esperienze di 4 mesi con assegno base di 500 euro), grazie al progetto IGV (Iniziativa Giovani Veneto) realizzato in partnership con Scuola Centrale Formazione, Regione Veneto, Provincia di Treviso e altre realtà venete partecipanti, tra cui altre aziende che hanno aderito con le Work Experience. Ora, la Fondazione Opera Montegrappa ha avviato la selezione di giovani per le visite aziendali coinvolgendo anche le classi III del Centro Formazione Professionale di Fonte Alto (TV). Grazie all’adesione delle imprese, tutte selezionate con percorso Audit attestato dalla Regione del Veneto, si stanno cercando giovani cosiddetti NEET (“Not in Education, Employment or Training“), cioè che non studiano e non lavorano.

Collaborazioni. La Fondazione ha costruito la proposta sulla scorta dell’Intesa firmata con il presidente della Provincia di Treviso Leonardo Muraro per “sperimentare percorsi di collaborazione finalizzati a sviluppare la rete territoriale in grado di coinvolgere giovani NEET”. A tale proposito, il CFP di Fonte ringrazia della collaborazione l’Osservatorio Regionale Politiche Sociali per l’attività ”FamigliaeLavoro”, profusa anche per le visite aziendali sulla base del Protocollo per la Coesione Sociale siglato a Fonte nel gennaio 2014. Il programma è stato reso possibile grazie alla disponibilità delle aziende e dei docenti del CFP di Fonte, utilizzando anche un budget di  1.250€. Si tratta di fondi europei stanziati per il tramite di Scuola Centrale Formazione nella partnership attivata con il progetto Iniziativa Giovani Veneto per “Youth Guarantee Scheme in Veneto”.

Comunicazione 2.0. La Fondazione ha scelto di comunicare il programma di visite aziendali con il linguaggio più comune ai giovani, cioè quello di Facebook, Google e connessi in rete con una serie di strumenti Web 2.0. Nel blog partecipativo www.visiteaziendali.wordpress.com c’è la possibilità di scaricare tutto il programma e di commentare. I giovani, i docenti e anche le aziende interessate, possono essere accreditati al blog come collaboratori, in modalità Web 2.0, al fine di poter postare i loro contenuti delle visite aziendali. Qui verranno anche raccolti video e immagini delle importanti esperienze che faranno le persone candidate ammesse agli eventi.

Visite aziendali con trasporto gratuito. La Fondazione Opera Monte Grappa mette a disposizione il servizio gratuito pulmino socialmente utile per le visite aziendali. Le partenze sono previste alle ore 7:45 nei giorni in programma. Il servizio è disponibile per facilitare il trasporto dei giovani che vivono nell’area montana e pedemontana dell’Intesa IPA DIAPASON, cioè il territorio compreso tra i comuni di Asolo, Borso del Grappa, Castelcucco, Cavaso del Tomba, Crespano del Grappa, Fonte, Maser, Monfumo, Mussolente, Paderno del Grappa, Pederobba, Possagno e San Zenone degli Ezzelini.

Il programma si svolgerà dal 19 al 28 novembre. Tutte le iniziative sono di mattina tra le 9:00 e le 13:00. Si inizia mercoledì 19 alla BAXI di Bassano del Grappa, azienda leader nella produzione di caldaie. Il giorno dopo si andrà a Montebelluna, dal più importante Gruppo trevigiano di aziende del Terzo Settore, CASTEL MONTE. Venerdì 21 novembre i giovani delle classi scelte dal CFP di Fonte andranno a Spresiano dalla CONTARINA, che è tra le più innovative aziende europee specializzate nella gestione di tutto il ciclo Raccolta Differenziata. La settimana successiva inizierà con tappa a Silea, lunedì 24 apre le porte la CRIVERTRADE che opera nel visual merchandising, in rete con un network di 20 laboratori esterni per la produzione di soluzioni espositive eco sostenibili. Il 25 novembre è prevista la visita all’azienda ITLAS di Cordignano, ai confini con il Friuli Venezia Giulia operante nel comparto pavimenti in legno di qualità. Il 26 novembre i giovani selezionati dai coordinatori del CFP di Fonte incontreranno la INGLASS di San Polo di Piave, azienda ad alta tecnologia che ingegnerizza e produce sistemi a “canale caldo” per settori applicativi quali Automotive, Medicale e Cosmetico, tappi e packaging. La penultima tappa, riservata solo per i meccanici autoriparatori in fase di Qualifica al CFP di Fonte, sarà il 27 presso la TEXA a Monastier, con oltre 450 dipendenti è tra i leader globali per l’ideazione e la produzione di strumenti diagnostici. Il programma termina venerdì 28 a Conegliano, presso la storica azienda KEYLINE, fondata nel 1770, dalla quale sono state tramandate e innovate le tecniche di progettazione e produzione di chiavi con transponder e macchine duplicatrici.

Crediti formativi. Le visite aziendali sono un’ottima opportunità per parlare di Sviluppo Sostenibile e conoscere dal vivo le produzioni innovative insieme ai qualificati tecnici delle imprese eccellenti partecipanti. Durante gli eventi, i diversi responsabili del personale aziendali illustreranno le competenze ricercate per i vari ruoli all’interno dell’impresa e spiegheranno le modalità di reclutamento del personale. Seguirà il feedback dei giovani che metteranno in evidenzia i propri punti di forza facendo riferimento alle competenze professionali richieste dalle aziende. Al termine di ogni evento i partecipanti consegneranno il proprio CV all’azienda e riceveranno l’Attestato di Partecipazione valido anche per eventuali Crediti Formativi nel caso i giovani avessero in mente di iscriversi all’Università. Anche le aziende, per l’attività Etica Sociale realizzata, riceveranno dalla Fondazione un riconoscimento che possono allegare al Modello OT24 per ottenere punti circa lo “sconto prevenzione INAIL”.

Il chi è della Fondazione. La Fondazione ha chiesto alla Commissione UNESCO Italia di poter inserire gli 8 eventi nel calendario della Settimana Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità che si svolgerà in tutta Italia, a fine novembre. “La Fondazione Opera Monte Grappa – spiega il presidente don Roberto Trevisan – eroga servizi per la Formazione Professionale dal 1955 e si impegna attivamente nei territori veneti ed europei secondo i principi della CSR Responsabilità Sociale d’Impresa e della DSC Dottrina Sociale della Chiesa. Lavora con il sostegno della Diocesi di Treviso e della Regione Veneto, in cooperazione territoriale con oltre 500 aziende fidelizzate e le loro Associazioni di Categoria. Ha relazioni dirette ed indirette con più di 70 enti della Pubblica Amministrazione tra comuni, ULSS, amministrazioni provinciali, assessorati regionali e ministeri. Mediante la sottoscrizione di specifiche intese, sono in atto diverse attività con i comuni, per il servizio Sportello Lavoro, e con numerose realtà del Terzo Settore, anche per promuovere Coesione Sociale nel concept “Campus del Grappa“.

Fonte: Fondazione Opera Monte Grappa