
La trevigiana Francesca Gallo, unica donna in Italia che costruisce fisarmoniche
Pubblico incollato alle poltrone fino a mezzanotte, nonostante la serata nebbiosa da lupi. Forse proprio l’atmosfera bombata, quasi d’altri tempi, i racconti dei musicisti, l’interpretazione delle “Dodici parole della verità”, il timbro evocativo dell’organetto irlandese o le storie di gente del fiume sottolineate dall’armonica diatonica, hanno creato il giusto mix per il primo concerto-filò del XV Festival di musica e cultura popolare “Ande, bali e cante”, che si è svolto lo scorso 9 dicembre al teatro Duomo a Rovigo.
Far filò, socialità naturale. L’introduzione etnografica di Chiara Crepaldi e Paolo Rigoni, che hanno raccontato e interpretato l’antica pratica del filò, lo stare insieme nelle lunghe serate d’inverno, quando non c’erano la tv e l’elettricità, ha dato il là al concerto. “C’era solo la necessità del corpo – ha spiegato Chiara Crepaldi – di superare il grigio, il freddo, la fame, il buio e dipingere con la fantasia delle storie, a puntate, dove vi era di tutto, dissacrazione, terrore, magia, doppi sensi per adulti, oppure rompere il vuoto coi canti. Una socialità naturale. Lo specialista intrattenitore era solitamente un anziano o una persona non produttiva, uno storpio, un cieco. Le donne filavano, da cui il nome. Si riunivano in 30-40 persone di diverse famiglie in una stalla o in una cucina padronale”.
Tra imbiancatura del radicchio e patate americane appese alle travi. “L’inizio ufficiale – ha continuato Paolo Rigoni – era il 25 novembre, giorno di Santa Caterina d’Alessandria, giorno “indicatore” del tempo agrario e decretava la fine dei lavori agricoli. Si iniziava il pasto unico invernale, per ottimizzare le risorse. Ci si alzava tardi e si andava in stalla alle 10 fino alle 16.30, poi si pranzava e si tornava in stalla e in questi tempi si faceva filò. Gli uomini curavano gli attrezzi, ci si dedicava all’imbiancatura del radicchio sotterrandolo, si curavano amorevolmente le patate americane appese alle travi. La chiesa cattolica condannava questo ‘costume pestifero e pernicioso’ perché dava modo agli incontri tra ragazzi e ragazze. Nel 1934 il Delta polesano era il primo territorio in Italia per figli illegittimi. Conseguenza del fatto che i fidanzamenti duravano molto e non c’era la casa disponibile per sposarsi”.
Dalla storia degli uomini alla storia della musica. Gli artisti del Festival erano disposti a semicerchio sul palco e come in un filò si esibivano a turno. Apertura coi polesani Trio Labir, Marco Dainese (viola, voce), Alberto Muneratti (chitarra acustica, bouzouki) e Walter Sigolo (fisarmonica, voce, percussioni. Un tripudio di modernità per chi si attendeva “la solita fisarmonica”. Rock progressive anni ’70 con viola e fisarmonica in un dialogo di respiro europeo con la chitarra a fare da sezione ritmica quasi jazz. Gradevoli e interessanti. “Me lo ricordo al catechismo, questa scatola misteriosa che non si poteva assolutamente toccare”. E’ Francesco Ganassin ad introdurre gli spettatori al misterioso suono dell’armonium, ecclesiale ma morbido e caldo. Altra curiosità: la melodica suonata da Alessandro Tombesi. “Sì, non lo suono tutti i giorni… – sorride. – E’ un aerofono, ma dietro i tasti ci sono le ance libere”. Poi Francesca Gallo, l’unica donna in Italia a costruire fisarmoniche e porta avanti i marchi storici “Galliani&Plonner” nella sua bottega in quel di Treviso. Con la sua simpatica parlata volutamente dialettale ha raccontato di come è cresciuta a sceglier legno per costruire le fisarmoniche del babbo: “Sapete le maestre a scuola che non si fanno i fatti loro? Cosa fa tuo papà? Costruisce fisarmoniche. Eh? Fisarmoniche. Mi son resa conto che quel che per me era normale, per gli altri era strano. E mi sento un animale dello zoo quando vengono e mi intervistano…”. Con la sua dolce voce da soprano (è diplomata in canto lirico ed ha rinunciato ad una carriera con la valigia in mano, come ha detto lei) ha fatto cantare il pubblico accompagnandosi con la sua armonica diatonica.
Cultura popolare che rivive. Canti di italiani emigranti o di fate del Sile, che con ‘orasion foreste’ facevano ritrovare i corpi degli annegati dispersi e di mamme che perduto il figlio, persero la parola. Tutte storie recuperate dai racconti degli anziani. “Merica, Merica… cossa sarà sta Merica?”. Ancora stupenda musica di respiro irlandese con i giovani Seaclaid, organetto, flauto e chitarra lanciati in armonie molto evocative e quasi new age. Infine un duo madre e figlio, Flavia Ferretti (del gruppo padovano Nanabò) e Michele Cavazzini con splendidi e piacevolissimi pezzi eseguiti agli organetti. Il XV Festival di musica e cultura popolare “Ande, bali e cante” è una creazione dell’Associazione culturale Minelliana di Rovigo, col contributo e patrocinio della Regione Veneto, della Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo ed il patrocinio di Provincia di Rovigo, Comune di Rovigo ed Interporto.
Fonte: Servizio Stampa Festival Ande Bali e Cante
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