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Crisi climatica e attività umane influiscono sulla crisi idrica, per far fronte alla siccità in atto arrivano le “soluzioni basate sulle natura”

Schermata 2024-07-22 alle 12.04.24Alcuni effetti dei cambiamenti climatici come le temperature elevate e le scarse precipitazioni sono tra le maggiori cause della siccità. Soprattutto in Italia, la situazione è aggravata da una gestione non sostenibile delle risorse idriche e da infrastrutture ormai obsolete. Secondo l’ultimo report dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) le condizioni potrebbero addirittura inasprirsi: le analisi degli scenari climatici futuri prevedono infatti un aumento del rischio di siccità con un incremento particolarmente significativo nella regione mediterranea.

Un fenomeno complesso e multidimensionale

La siccità è generalmente definita come un fenomeno che si sviluppa gradualmente nel tempo in seguito ad un lungo periodo di scarse precipitazioni, provocando uno squilibrio idrogeologico. Tuttavia, trattandosi di un evento complesso e multidimensionale, la sua definizione rimane spesso soggetta a interpretazioni flessibili. Esistono infatti diverse tipologie di siccità che sono tra di loro interconnesse ma che variano in base alla durata dell’evento. Le quattro categorie di siccità possono essere così riassunte: siccità meteorologica, che costituisce la definizione più comune, facendo riferimento alla siccità come una persistente carenza di precipitazioni, spesso accompagnata da altri fattori climatici quali alte temperature, venti intensi e bassa umidità che contribuiscono ad aggravare l’evento; siccità agricola, che si sviluppa quando la continua assenza di precipitazioni (siccità meteorologica) comporta un calo dell’umidità nel suolo, causando stress idrico alle piante e riducendo così le rese delle colture; siccità idrologica, che si verifica quando il persistente deficit di umidità nel suolo causa una diminuzione del flusso dei corsi d’acqua e dell’accumulo idrico nei bacini, generando così una significativa riduzione della disponibilità idrica; siccità socio-economica e ambientale, che comprende l’insieme degli impatti derivanti dal disequilibrio tra la disponibilità della risorsa idrica e la domanda in ambito sociale, nella tutela degli ecosistemi terrestri ed acquatici, nonché nelle attività economiche.

Come l’essere umano contribuisce ad aumentare il rischio di scarsità idrica

La siccità rappresenta un fenomeno naturale il cui principale fattore scatenante è legato alla variabilità delle precipitazioni o delle nevicate (per le zone di alta quota). Tuttavia, l’incremento degli episodi di siccità verificatosi negli ultimi anni, sia in termini di durata, frequenza ed intensità, è da attribuire principalmente alle attività antropiche. Le azioni dell’essere umano nel corso dell’ultimo secolo hanno generato cambiamenti climatici sempre più evidenti: l’aumento delle temperature e le modifiche nei regimi delle precipitazioni e delle nevicate contribuiscono pertanto a rendere gli eventi di siccità sempre più comuni e impattanti. In Italia, ad esempio, si osservano inverni sempre più secchi con una riduzione delle precipitazioni nevose sulle Alpi, fondamentali per rifornire i bacini idrici. Le attività umane contribuiscono inoltre ad accrescere la scarsità idrica – o stress idrico – che si verifica quando la domanda di risorse idriche supera la disponibilità degli ecosistemi naturali. Tra queste azioni vi sono prelievi idrici eccessivi e gestione non sostenibile delle risorse (per esempio in Italia l’estrazione di acqua dalle falde sembra avvenire a ritmi eccessivi, tanto che l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha classificato il nostro Paese come uno con un livello medio-alto di stress idrico; inoltre, le infrastrutture idriche sono datate (in Italia a causa delle tubature danneggiate si registrano perdite fino al 42% dell’acqua immessa nei sistemi) e c’è poi una crescente urbanizzazione e uso del suolo, che riducono la capacità del terreno di assorbire e trattenere l’acqua.

Rischi economici e impatti ambientali

Solitamente il primo settore a risentire degli effetti della siccità è quello legato all’agricoltura. Secondo la Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), infatti,l’83% di tutti i danni causati dalla siccità nel mondo sono registrati dal settore agricolo. Nel 2022, la grave siccità che ha colpito l’Italia ha fatto registrare una perdita di produzione di tutto il comparto agroalimentare di circa 6 miliardi di euro. Altri settori che risentono dei danni della siccità sono in particolare quello energetico, dove l’acqua riveste un ruolo fondamentale per la produzione idroelettrica, e il settore turistico, strettamente legato ad attività ricreative nei fiumi e nei laghi. Inoltre, il clima secco e arido dovuto alla siccità contribuisce a creare condizioni favorevoli per un aumento di incendi boschivi con conseguenze devastanti per boschi e foreste. Oltre ai conseguenti impatti economici, si osserva che la siccità comporta effetti negativi anche sull’ambiente. A subire i danni più rilevanti sono gli ecosistemi acquatici, dove la carenza di risorse idriche porta alla degradazione dell’ecosistema stesso, con conseguente perdita di biodiversità che colpisce pesci, piante e altri organismi. Infine, il deterioramento dei sistemi naturali e la diminuzione della biodiversità portano a una conseguente riduzione dei servizi ecosistemici, essenziali per l’essere umano e per la vita sulla Terra.

Gestione sostenibile della risorsa e soluzioni basate sulla natura

Da questo contesto emerge la necessità e l’urgenza di adottare un nuovo approccio integrato nella gestione della risorsa idrica e individuare soluzioni adeguate per adattarsi agli impatti della siccità. Una pianificazione e gestione integrata della risorsa idrica a scala bacino che assicuri una equa distribuzione dell’acqua tra tutti i suoi utilizzatori (agricoltura, energia, per usi civili, per l’ambiente) rappresenta uno primo passo verso la protezione della risorsa a lungo termine. L’acqua dovrebbe essere erogata in base alla reale disponibilità della risorsa idrica, rispettando le norme relative al “deflusso ecologico”. Bisogna inoltre ridurre le ingenti perdite di acqua nelle reti di distribuzione attraverso investimenti ed interventi strutturali. Le Nature Based Solution (Nbs) – soluzioni basate sulla natura – rappresentano un contributo virtuoso ed efficace per far fronte alla siccità. Le foreste di infiltrazione ne sono un esempio, in quanto esse permettono di ricaricare falde acquifere garantendo allo stesso tempo nuovi habitat per la biodiversità. I bacini di ritenzione invece hanno la funzione di stoccare le acque piovane e servono come riserva d’acqua in periodi di siccità. Le Nature Based Solution contribuiscono inoltre al benessere dei cittadini creando nuove opportunità ricreative e supportano gli agricoltori in pratiche irrigue più sostenibili.

Il contributo di Etifor

Etifor (società di consulenza ambientale altamente specializzata nata all’interno del Dipartimento territorio e sistemi agro-forestali dell’Università di Padova) sta contribuendo a salvaguardare la risorsa idrica mettendo in pratica Nature Based Solutions come Bosco Limite, (nella foto in alto, credit Etifor) la più grande area forestale di infiltrazione del Veneto. Altre azioni includono i miglioramenti ambientali realizzati nell’area del Medio Brenta attraverso il progetto LIFE Brenta 2030. Tali interventi includono la realizzazione di Nature Based Solutions come aree umide, prati e boschi umidi planiziali (cioè di pianura) che concorrono ad aumentare la quantità e a migliorare la qualità della risorsa idrica, preservando allo stesso tempo la biodiversità locale.

Fonte notizia: Etifor

Disponibilità risorsa idrica a giugno in Veneto: + 34% rispetto alla media degli ultimi 30 anni. Nel ghiacciaio della Marmolada, al momento situazione migliore rispetto al 2022

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Nel mese di giugno le precipitazioni medie sono state pari a circa +34% rispetto al valore atteso (media ultimi 30 anni) su quasi tutta la regione, ad eccezione di alcune porzioni del Polesine e delle aree perilagunari. All’inizio del mese sono stati registrati importanti apporti ad alta quota, mentre nella seconda parte è stato favorito lo scioglimento a causa della temperatura più elevata. Si registra comunque ancora un innevamento abbondante per il periodo. Anche la temperatura si è attestata su valori prossimi alla norma del periodo rispetto alla media degli ultimi 30 anni. 

Più neve. Il valore di Swe(Snow Water Equivalent) complessivo ha evidenziato per l’inizio del mese di luglio la presenza di un consistente manto nevoso sui rilievi alpini. Per quanto attiene al Veneto, a inizio giugno ci sono stati ancora apporti di neve fresca oltre i 2600 metri per circa 20 – 40 cm mentre nella seconda parte del mese la temperatura mite ha determinato un diffuso scioglimento nivale che peraltro è visibile anche nello stato di morbida dei grandi fiumi. I ghiacciai delle Dolomiti e le zone glaciali sono ancora ricoperti da neve invernale (nella foto in alto, il ghiacciaio della Marmolada nel luglio del 2024 a sinistra e nel luglio del 2022 a destra. Si noti l’abbondanza di neve nella situazione attuale rispetto a quella della grande siccità del 2022). 

Le falde. Gli apporti meteorici abbondanti anche a giugno hanno contribuito per buona parte della regione (alta pianura veronese esclusa) a mantenere i livelli di falda su valori ben superiori a quelli attesi e spesso vicini ai massimi ventennali per il periodo.

Fonte: Servizio stampa Anbi Veneto

Trento. Con il progetto “Terra, aria, acqua” sottoscritto il protocollo per aumentare la biodiversità in campagna e in città

Firmatari Procollo Terra Aria AcquaLa biodiversità come elemento di resilienza contro i cambiamenti climatici, ma anche come fattore di resistenza alle avversità, malattie, funghi e parassiti in campagna e soprattutto come valore per una nuova alleanza fra agricoltori, città e cittadini. Sono questi i contenuti del progetto “Terra Aria Acqua” avviato nel 2020 dall’Associazione Biodistretto di Trento in collaborazione con il Muse (Museo delle Scienze di Trento) e il Comune di Trento (nella foto in alto, i firmatari del protocollo).

Obiettivi dell’indagine mappare e monitorare la biodiversità all’interno delle aziende agricole e in alcuni parchi urbani al fine di individuare le azioni più efficaci per migliorare lo stato ecologico e la funzionalità di questi ambienti, valorizzando le connessioni tra campagna e città e incrementare la sostenibilità dei sistemi produttivi. A tal fine – hanno spiegato Paolo Pedrini e Chiara Fedrigotti, naturalisti del Muse – è stata monitorata la presenza di specifici bio-indicatori (uccelli, impollinatori, anfibi) all’interno di tre parchi urbani (Melta, Gocciadoro e delle Coste) e presso le aziende agricole del Biodistretto (Tenute Lunelli, Cantina La Vis, Cooperativa Samuele, Maso Martis, Società Frutticoltori Trento, Moser Trento, Foradori, Cantina di Aldeno, Cantina di Trento, Maso Cantanghel). che gravitano attorno alla città per un complesso di una ventina di siti rappresentativi di tutte le tipologie di suolo, produzioni e livelli di naturalità.

Le possibilità di intervento individuate sono state quindi declinate entro le tre “matrici” di Terra, Aria e Acqua e raccolti successivamente nel “Protocollo per agricoltori-custodi” sottoscritto da tutte le aziende agricole aderenti al Biodistretto di Trento. Si tratta di misure migliorative che le aziende si impegnano a perseguire nel prossimo futuro anche attraverso piccoli progetti di economia circolare e il coinvolgimento dei cittadini.

Per quanto riguarda il capitolo Terra, si parla ad esempio di ottimizzare gli interventi di inerbimento e concimazione attraverso l’utilizzo del sovescio (sfalcio in superficie o interramento di piante o di parti di piante allo stato fresco), il ricorso alla concimazione organica anziché di sintesi, la manutenzione e ricostruzione dei muretti a secco e la rigenerazione di incolti e scarpate aride per farne dei veri e propri incubatori di biodiversità.

Sul versante Aria si parla di misure in soprassuolo che puntino all’aumento della biodiversità come nel caso della costruzione di nuove siepi, boschetti e alberi isolati, considerati a tutti gli effetti dei “serbatoi di insetti utili o di predatori di parassiti”. Altri interventi riguardano l’installazione di strutture artificiali per favorire la presenza di insetti e volatili predatori dei parassiti delle colture come nel caso dei nidi artificiali, mattoni-nido sulle nuove costruzioni o l’utilizzo dei coppi tradizionali per favorire la nidificazione.

La sezione delle buone pratiche relativa all’Acqua prevede infine la creazione di microambienti umidi o il riutilizzo di vecchi manufatti per favorire la riproduzione di anfibi, libellule e piante acquatiche e per garantire un minimo di apporto idrico nei periodi più siccitosi oltre a interventi migliorativi nei pressi di rogge e canali.

Fonte: ufficio stampa Biodistretto di Trento

Il Parco Colli Euganei proclamato Riserva della Biosfera Mab Unesco

Colli Euganei biosfera Unesco“E’ una grande giornata per i Colli Euganei: ieri, venerdì 5 luglio, sono stati ufficialmente iscritti nella Lista delle Riserve Mondiali della Biodiversità (Mab) Unesco: luoghi esemplari in cui lo sviluppo economico, sociale e culturale è sostenibile e trae giovamento dal rispetto dell’ecosistema e della biodiversità. Sono luoghi vivi e unici al mondo, in cui è possibile assicurare uno sviluppo eco-compatibile e un ambiente vivibile in un contesto globale caratterizzato da processi di rapida urbanizzazione e di eccessivo consumo energetico considerati come fattori scatenanti dei cambiamenti climatici. Con il risultato di oggi, il Veneto arriva a 18 riconoscimenti Unesco conquistando il record nazionale: 9 siti patrimonio materiale (da Venezia a Verona, da Vicenza a Padova, dalle Dolomiti a Conegliano e Valdobbiadene, dai siti palafitticoli alle opere di difesa veneziane), 5 patrimoni immateriali (Arte delle perle di vetro, Tocatì, Transumanza, Muretti a secco, Opera lirica), 4 riserve MAB (Po Grande, Delta del Po, Monte Grappa, Colli Euganei). Per i Colli ora si aprono nuovi scenari, siamo pronti ad un grande progetto di promozione e sviluppo”. Così il presidente della Regione del Veneto Zaia ha annunciato l’esito dell’incontro del Consiglio intergovernativo dell’Unesco riunito in questi giorni ad Agadir in Marocco, che ha decretato l’iscrizione del sito veneto.

La decisione è stata presa all’unanimità dai delegati dei 35 Stati membri del Consiglio intergovernativo in rappresentanza degli oltre 180 Stati parte del programma MAB dell’UNESCO, rete che si compone di 748 siti in tutto il mondo di cui 20 in Italia.  “La candidatura dei Colli Euganei è stata avanzata a settembre 2023 dal presidente del Comitato Nazionale Mab Unesco, professor Pier Luigi Petrillo che ringrazio- ricorda il presidente Zaia-. Nel documento si evidenziavano le caratteristiche dei Colli Euganei che vantano un paesaggio spettacolare caratterizzato da un gruppo di 81 colline vulcaniche di altezza variabile da 300 metri a 600 metri nella Pianura Padovano-Veneta a sud-ovest della città di Padova, tra cui il Monte Venda, la collina più alta della regione, oltre a centri termali e a una rigogliosa pianura agricola con numerosi uliveti e vigneti.”.

La riserva Mab Unesco dei Colli Euganei è il più grande bacino termale d’Europa, con una superficie di circa 23 km2. L’area totale del sito ora iscritto nella lista dell’Unesco è di 34.090 ha, comprendente sei aree centrali che coprono una superficie di 2.980,51ha o l’8,74% del sito proposto, zone cuscinetto che coprono un totale di 5.331 ha e rappresentano il 15,21% dell’area, e aree di transizione che coprono 25.925 ha e corrispondono al 76,05% del territorio totale del sito. Il Programma MAB UNESCO (Man and the Biosphere Programme) nasce nel 1971 come programma intergovernativo volto a fornire basi scientifiche alle azioni di impulso all’uso sostenibile e razionale, oltre che alla conservazione, delle risorse della cosiddetta “biosfera”, incoraggiando, allo stesso tempo, formule equilibrate di gestione nel rapporto uomo/ambiente a livello globale.

Fonte: servizio stampa Regione Veneto

Rigenerare spazi urbani per la salute, l’esempio di 4 “Comuni attivi” del Veneto

Graminacea in giardino(di Alessandro Bedin, consigliere Argav) Si è tenuto presso il Palazzo della Regione a Venezia la fase conclusiva del laboratorio “Rigenerare spazi urbani per la salute”, percorso iniziato prima del 2020 e  che ha coinvolto tecnici delle ULSS, insegnanti e dirigenti scolastici, tecnici e amministratori locali.

I risultati. Questo laboratorio ha prodotto una serie di osservazioni introdotte nel Piano Regionale di Prevenzione Sanitaria ma anche un ciclo di seminari tra il 2023 e il 2024 e la costituzione dei cosiddetti “Comuni Attivi” che basano le loro attività per promuovere la “Salute Urbana (Urban Health)”, attraverso il movimento (lo sport, 1 Km al giorno, gruppi di cammino, pratiche motorie ai parchi…), la rinaturalizzazione degli spazi esterni scolastici e l’uso delle aree verdi per i benefici multipli che possiamo avere con l’immersione nella Natura. Sono state presentate le attività di quattro comuni attivi (Tribano e Due Carrare in provincia di Padova, Vigonovo in provincia di Venezia e Feltre in provincia di Belluno), che hanno potuto illustrare quanto messo in atto nelle rispettive realtà per quanto riguarda soprattutto il movimento delle persone con innumerevoli progetti dai quali è emerso l’importanza delle relazioni tra le persone per migliorare lo stato di Salute.

Amministrare ciò che c’è o sviluppare ciò che è possibile? Il prof. Ripamonti, psicosociologo dell’università Cattolica di Milano è intervenuto poi illustrando alcuni concetti relativi alla Salute Globale prima di svolgere il ruolo di moderatore della tavola rotonda che ne è seguita con la partecipazione di alcuni dei relatori del ciclo di seminari che si sono tenuti tra l’autunno 2023 e giugno 2024. Il prof. Ripamonti ha illustrato una serie di concetti a partire dall’approccio diverso che ci può essere nell’attività di un Ente Locale rispetto l’Amministrare ciò che c’è (che è il minimo), o sviluppare ciò che è possibile, attraverso un processo creativo che consideri di poter avere delle “utopie ragionevoli“per migliorare il nostro piccolo pezzo di mondo (quelle “utopie”, che apparentemente sembrano tali ma spesso sono state messe in atto da altri comuni italiani o europei; quindi se qualcuno lo ha già fatto non sono utopie). Ha posto l’accento su come sia importante concentrarsi su cosa produce salute (fattori di salute), e che non si tratta solamente di prevenire le malattie; che metà delle famiglie milanesi è formata da una sola persona e che la solitudine fa male alla salute, fa somatizzare malattie. Come la società moderna produce un fenomeno definito “Malessere da Benessere”: in molti casi non si sta male, ma ci si sente male.

“Tre spazi” (anzi quattro). Ha quindi fatto presente che il concetto di salute (“completo stato di benessere psico-fisico e non solo assenza di malattie”), non risponde più alla realtà odierna. Salute, oggi, è uno “stato di equilibrio e adattamento anche alle malattie”, è anche saper convivere con malattie croniche. Ha puntato poi l’accento sui “tre spazi” che corrispondono agli ambienti della nostra vita: quello della casa, quello produttivo e il terzo spazio, quello pubblico. A questi tre spazi, poi, si è aggiunto il quarto: quello digitale nel quale si rifugiano spesso le persone sole, ma lo spazio che si è molto consumato/usurato/ridotto è lo spazio pubblico, ed è quanto mai necessario “rigenerare i luoghi del terzo spazio” anche per riaccendere le relazioni tra le persone. Ha ancora sottolineato come gli ambienti (il contesto – con-tessere), ci formano, nel bene e nel male. Non è quindi sufficiente fare movimento ma circondarci di ambienti favorevoli, belli, accattivanti che provocano il contagio sociale positivo. Gli spazi verdi (che fanno parte del terzo spazio), devono diventare luoghi curati creando meccanismi per creare contagio sociale positivo. Durante la tavola rotonda è emerso come una relazione importante sia anche con la Natura, che gli spazi verdi devono diventare luoghi verdi per il grande valore che Natura e alberi hanno in sé. Valore anche economico perché, come è stato dimostrato dalla letteratura, ogni € 2,00 spesi per promuovere la salute si ha un risparmio di € 13,00 e ogni € 1,00 investito nel verde urbano ha un ritorno turistico pari a € 3,00. E’ stato altresì rimarcato il concetto di “chilometro quadrato” attorno alle scuole composto da percorsi e aree stimolanti. Un funzionario della Direzione di pianificazione territoriale della Regione Veneto ha poi portato la testimonianza che con il nuovo Testo Unico Urbanistico, in via di approvazione, c’è un articolo specifico che rivede i cosiddetti standard urbanistici (DM 1444/1968, oramai superati), con il concetto nuovo e più attuale delle Dotazioni Territoriali, ma anche che sarà istituzionalizzato il tavolo tecnico sulle Infrastrutture verdi attivato dal 2021 ad oggi e di cui fanno parte vari partecipanti al workshop dell’Osservatorio Regionale Urban Health. Nel pomeriggio, suddivisi i partecipanti in gruppi di lavoro, sono stati evidenziati i problemi che ostacolano o frenano l’avvio di azioni Urban Health, ma anche che cosa può facilitarle. Servono sicuramente risorse umane e finanziarie ma è altrettanto importante crederci (avere la volontà di farlo), quindi comunicare.

17-19 giugno 2024, a Padova per la prima volta il convegno dell’Associazione Italiana di Ingegneria Agraria, cambiamento climatico al centro dell’incontro

Convegno Ingegneria Agraria PadovaPiù di 280 ricercatori, oltre 230 lavori presentati di cui 150 orali, 16 atenei coinvolti e vari enti di ricerca italiani, 10 stakeholder industriali: sono questi i numeri del convegno di medio termine dell’Aiia (Associazione Italiana di Ingegneria Agraria) che per la prima volta dal 1957, anno in cui è stata fondata, si svolge a Padova e viene organizzato dal Dipartimento Territorio e Sistemi Agro-forestali (Tesaf) dell’Università degli Studi di Padova. L’evento inizierà il 17 giugno 2024 alle ore 14 con la cerimonia di apertura presso l’Aula Magna di Palazzo Bo e continuerà il 18 e il 19 giugno nelle sale di Padova Congress della Fiera di Padova. Si tratta di un’occasione importante per lo scambio di esperienze e risultati delle ricerche tra gli studiosi nei settori dell’idrologia e idraulica agraria, delle costruzioni e territorio rurale, delle macchine agricole, forestali e del verde, dell’energetica e la digitalizzazione applicata in agricoltura e rappresenta un qualificato ed esclusivo palcoscenico per valorizzare e far conoscere le innovazioni tecniche e tecnologiche di prodotti o di processi da parte di Aziende, Enti, Società che operano in questi settori.

L’ingegneria agraria contro il cambiamento climatico. Tutti i partecipanti sono chiamati a discutere e riflettere sul ruolo dell’Ingegneria agraria nel promuovere e sviluppare la resilienza al cambiamento climatico dei sistemi agricoli, agroalimentari e forestali. La difesa del suolo e il controllo delle acque in scenari meteorologici estremi, le tecnologie digitali sostenibili e circolari applicate al comparto produttivo agricolo, zootecnico e nell’industria agro-alimentare, la questione energetica, la valorizzazione dei rifiuti e la tutela del paesaggio rurale sono tutte tematiche attualissime e di estrema importanza sulle quali si confronteranno gli studiosi presenti. Per maggiori informazioni si può visitare il sito web https://aiiapadova2024.com/.

Fonte: Comitato organizzatore del convegno Aiia Padova 2024

Ambiente. 256 alberi monumentali in Veneto preservati da 73 piccoli comuni

filari di gelso1Se tutte le regioni potessero essere identificate con un albero, al Veneto, secondo la cultura popolare, spetterebbe il gelso. L’albero delle more, fonte di nutrimento per i bachi da seta e base strategica per gli impianti dei vigneti a “bellussera” potrebbe ambire a monumento verde regionale, al pari degli ulivi in Puglia e i cipressi in Toscana. E’ quanto sostiene Coldiretti Veneto nel commentare il rapporto Piccoli Comuni e Alberi Monumentali d’Italia presentato a inizio maggio a Roma da Fondazione Symbola  in collaborazione con il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, Fai Cisl, AMI Alberi Monumentali d’Italia.

Il gelso per la tradizionale rurale è una pianta dal forte valore identitario: per anni ha contribuito allo sviluppo della bachicoltura sul territorio regionale e nella Sinistra Piave è l’elemento portante nei vigneti che con il loro particolare ricamo disegnano il paesaggi. Nelle campagne ancora sono presenti, qualche filare fa da perimetro ai fondi agricoli, fieri e solitari nei giardini privati, preziose presenze lungo le siepi che in alcune micro amministrazioni comunali sono addirittura specie protetta con sanzioni applicate in caso di incuria.

In Veneto sono censiti 256 alberi monumentali rilevati in 73 piccoli comuni. E’ anche questa l’attenzione che i piccoli comuni veneti (290 su 563 pari al 51,5% della superficie totale) dedicano alla conservazione dei beni culturali, alla biodiversità agroalimentare valorizzando borghi, contrade e tipicità fonti di nuova attrazione turistica. Il verde dei boschi, delle foreste, dei giardini  in questo senso costituisce una ricchezza il cui valore è ancora più strategico nel grave contesto di crisi climatica e rappresenta la componente più preziosa del parco forestale italiano, che interessa 110.545 kmq, pari al 36,6% del totale nazionale e fornisce al Paese preziosi servizi ecosistemici come benefici in termini di approvvigionamento, ad esempio fonti di acqua potabile, o come la fissazione del carbonio e la tenuta idrogeologica. La loro presenza è diventata un simbolo di resistenza come la sequoia gigante di Longarone sopravvissuta alla tragedia del Vajont, oppure di contenuto toponomastico come il cerro-sughera  che dà il nome al paese di Cerro Veronese. Ci sono piante “esagerate” come il corniolo cresciuto fuori misura a Pieve di Alpago e “sagge” tipo il faggio detto “fagheron” di Chies d’Alpago che ha un’età stimata sui 300 anni.

Il rapporto ci porta alla scoperta delle oltre 250 specie di alberi monumentali che popolano il Paese, che mostra inoltre una speciale relazione tra i piccoli comuni e i monumenti italiani, raccolti in un censimento in continua crescita grazie al lavoro del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste. Su un totale di 4.287 alberi monumentali individuati ad aprile 2024 sul territorio italiano, 2.107 si trovano nei piccoli comuni. Sono inoltre 1.548 i comuni italiani con almeno un albero monumentale, di questi 962 sono piccoli comuni. Guardando allo specifico delle regioni, il primato per numero totale di alberi monumentali spetta al Friuli-Venezia Giulia, con 454 monumenti verdi, di cui quasi la metà, 209, nei piccoli comuni.

Legge di Orientamento. “L’agricoltura è diventata sempre più centrale nella protezione dell’ambiente, assicurando una costante manutenzione del territorio e una salvaguardia del paesaggio, sia in termini di tutela dal dissesto idrogeologico che di difesa delle sue bellezze e della sua biodiversità, di cui gli alberi monumentali rappresentano senza dubbio un patrimonio inestimabile, anche in chiave turistica – dichiara Carlo Salvan presidente di Coldiretti Veneto – Un ruolo riconosciuto dalla legge di Orientamento, fortemente voluta da Coldiretti, che è stato ora rafforzato dalla nuova figura dell’agricoltore “custode”. Oltre alla conservazione e valorizzazione delle produzioni locali, dall’allevamento di razze animali alla coltivazione di varietà vegetali, le aziende agricole sono diventate interlocutore qualificato delle pubbliche amministrazioni per la gestione del territorio, a partire proprio dalla difesa di formazioni vegetali e arboree monumentali. Si tratta di principi su cui la Coldiretti ha impostato la sua strategia e cioè la valorizzazione dei sistemi produttivi di qualità, sostenibili e rispettosi dell’ambiente affiancati dall’innovazione per rendere sempre più competitiva la produzione italiana e garantire un reddito adeguato agli agricoltori anche grazie al supporto delle attività connesse per attrarre così un numero crescente di giovani”.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Veneto

28 maggio, Mamme No Pfas a Roma alla Camera dei Deputati per dire “Stop ai veleni”

Mamme no pfas Roma

La contaminazione da Pfas (sostanze poli e perfluoroalchiliche) è oggi una delle emergenze ambientali più gravi a livello nazionale e internazionale. Diversi Paesi, come ad esempio Stati Uniti e Francia stanno già adottando provvedimenti per ridurre questa forma di inquinamento, a tutela della salute delle persone e dell’ambiente. In Italia, malgrado la presenza di gravissimi casi di contaminazione da quelle sostanze in alcune Regioni (Veneto e Piemonte), spesso mancano politiche di contrasto efficaci, oltre che controlli capillari in tante aree del Paese.

Ne discuteranno organizzazioni, associazioni della società civile, rappresentanti politici e giornalisti martedì 28 maggio, alle ore 10, nella sala del Refettorio di Palazzo San Macuto a Roma. La diretta dell’evento sarà disponibile sul sito della Camera dei Deputati.

Fonte: Greenpeace Italia

25 maggio, a Feltre (BL) un convegno in occasione della Giornata europea dei parchi (24 maggio)

9602_141_PNDBL-1I Parchi e le Aree protette costituisco un patrimonio unico e prezioso da vivere e da tutelare. Ogni anno il 24 maggio si festeggia la Giornata Europea dei Parchi e si rinnova l’iniziativa della Federazione Europea dei Parchi (EUROPARC) per ricordare il giorno in cui, nel 1909, venne istituito in Svezia il primo parco nazionale in Europa. In Italia i primi Parchi furono creati nel 1922: il Gran Paradiso e il Parco d’Abruzzo, divenuto poi Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise.

Ogni anno la Giornata Europea dei Parchi è dedicata a un tema specifico, solitamente individuato l’anno precedente nel corso della Conferenza Internazionale di Europarc che si svolge ai primi di autunno in forma itinerante.La celebrazione della Giornata Europea dei Parchi si sviluppa su più giorni (detta anche “Settimana dei Parchi”) con un incremento delle iniziative delle aree protette nei due fine settimana a cavallo della data al fine di consentire una più ampia partecipazione. I calendari prevedono, in genere, dei ricchi programmi di incontri tematici, escursioni, mostre ed attività ambientali nei Parchi e nelle Aree Protette.

Il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi aderisce all’iniziativa e, assieme ai Carabinieri Forestali, organizza un convegno dal titolo “Il ruolo dei Parchi Nazionali nella tutela e nel ripristino degli ecosistemi naturali”. L’evento si svolgerà sabato 25 maggio 2024, alle 9.30, a Feltre, nella sala conferenze del Museo Diocesano, in via Paradiso 19. Dopo i saluti istituzionali sono previsti quattro interventi. Marialuisa Dal Cortivo, del Reparto Carabinieri Biodiversità di Belluno, illustrerà le ricerche condotte sui Coleotteri delle Riserve Naturali Statali all’interno del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.
I tecnici del Parco, Stefano Mariech ed Enrico Vettorazzo presenteranno, assieme ai Carabinieri del Reparto CC del Parco Nazionale, le attività e i risultati del progetto LIFE Wolfalps EU, nato allo scopo di migliorare la coesistenza fra lupo e attività umane sulle Alpi. A seguire il professor Lucio Bonato, del Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Padova illustrerà il progetto di citizen science “Neptis”, frutto della collaborazione tra il Parco e l’Università di Padova. Il progetto “Neptis” ha lo scopo di studiare le farfalle presenti nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi e nel resto delle Alpi orientali e vede il coinvolgimento di decine di volontari, che hanno già raccolto migliaia di dati. Il convegno sarà chiuso dall’intervento di Gianni Poloniato, tecnico del Parco, che presenterà le attività condotte in questi anni per il monitoraggio e la conservazione della flora nel Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.

Fonte: Garantitaly.it/foto Parco nazionale Dolomiti Bellunesi

Disponibilità risorsa idrica in Veneto, continua la stagione dei meteo-record: marzo 2024 piovoso e straordinariamente caldo

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La stagione irrigua, iniziata in Veneto il 15 aprile, è caratterizzata nella sua prima fase da un’abbondanza di risorsa che non si registrava da anni: a preoccupare sono però le temperature sempre più alte. Le precipitazioni medie sono state superiori circa del 150% rispetto al valore atteso (media ultimi 30 anni). Anche la neve caduta sulla regione contribuisce ad accrescere l’abbondante diponibilità di risorsa idrica.

Complessivamente la temperatura media è stata più alta della media degli ultimi 30 anni di 1,3°C. Il dato di temperatura è sempre più importante e mantenendosi a questi livelli di anomalia, determinerà enormi problemi per le colture agricole e per la qualità della vita in città. A livello globale, il marzo 2024 è stato più caldo di 0,73°C rispetto alla media 1991-2020 o di 1,68°C rispetto alla media preindustriale 1850-1900. È stato il marzo più caldo mai registrato, prima del marzo 2016. Si tratta anche del decimo mese consecutivo (da giugno 2023) ad essere costantemente il più caldo della storia.

Nello specifico:

Risorse nivali. Il mese di marzo si è caratterizzato per temperature miti, soprattutto nella seconda decade con valori di due gradi sopra la media climatica dei trent’anni precedenti. Le nevicate, seppure intervallate da piogge che hanno contribuito ad inumidire la neve fresca,sono state abbondanti e diffuse tanto che sulle Dolomiti al 31 marzo l’anno idrologico in corso risulta essere il più abbondante di risorsa nivale degli ultimi 15 anni. L’equivalente in acqua della neve attualmente presente sulle montagne regionali al 2 aprile è di 310 Mm3 nel bacino del Piave chiuso a Soverzene, 205 Mm3 nel bacino del Cordevole e di 220 Mm3 nel bacino del Brenta (dati ARPAV).

Piovosità. In media in Regione sono caduti 163 mm di pioggia contro una media storica 1991 – 2020 di 63 mm. I mesi da gennaio a marzo hanno portato in positivo la quantità di precipitazioni occorse, sin ora, nel corso dell’anno idrologico (iniziato ad ottobre).

Acque sotterranee. Deficit in calo nell’area veronese ma con dinamica di ripresa meno sostenuta che nel resto della Regione. È un acquifero caratterizzato da grande inerzia che necessita di tempi lunghi. Per il resto, falde sui valori attesi per il periodo con conferma della dinamica di forte ricarica già in corso, nel mese precedente, legata alle abbondanti precipitazioni.

Anomalia di temperatura. Il mese di marzo si è chiuso con temperature medie superiori alla media storica su tutta la regione. Si deve prestare particolare attenzione al parametro temperatura, anche in condizioni di abbondanza di risorsa idrica, dal momento che inciderà fortemente sui fattori dell’evapotraspirazione e sull’alterazione dei cicli vegetativi indotti dalla possibile presenza di precoci temperature quasi estive.

L’indice S.P.E.I. contempla anche l’effetto della componente evapotraspirativa nel monitoraggio degli eventi siccitosi. Per questo è più «solido» nel descrivere la realtà rispetto all’indice SPI che contempla invece solo le precipitazioni. In questo senso si nota come l’effetto delle abbondanti precipitazioni da gennaio a marzo induca generalizzati segnali di normalità.

Fonte: Servizio stampa Anbi Veneto