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Ambiente. Nella riserva naturale di Bosco Nordio a Chioggia (Ve) aumenta il numero delle testuggini, presenti anche famiglie di tassi

Bosco Nordio (Chioggia, Ve), la Riserva Naturale Integrale gestita da Veneto Agricoltura, vero relitto dell’antico manto boscato che ricopriva l’entroterra dell’alto Adriatico, svolge molte funzioni con la sua presenza. Certamente quella ambientale e forestale, ma anche didattica, viste le strutture presenti adatte per questa funzione (diorami, sale per attività di educazione naturalistica, cartellonistica, percorsi didattici anche in bosco) che ogni anno vengono utilizzate da numerose scolaresche e gruppi. Non basta, Bosco Nordio è anche un laboratorio di studio frequentato in continuazione da studiosi per conoscere ancora meglio l’ecologia dei componenti di questo unico fazzoletto boscato litoraneo.

Testuggini terrestri. Un esempio viene dalle tesi discusse la scorsa settimana, realizzate da due studenti del corso di laurea in Scienze Naturali dell’Università di Padova, su due importanti componenti della fauna della Riserva. Il primo, Marco Romani, ha effettuato un censimento della popolazione di Testuggine di Hermann (Testudo hermanni), una specie inserita negli elenchi della Direttiva “Habitat”, quindi protetta a livello comunitario. I risultati del lavoro segnalano che questa testuggine terrestre è presente a Bosco Nordio con una popolazione in buona salute, che dai dati raccolti sembra anche in incremento numerico (stimati 78 animali contro i 71 censiti sei anni fa). Il censimento del giovane laureato si inserisce nelle azioni previste dal Piano di Gestione della Riserva, con l’obiettivo di valutare lo stato della popolazione e definire il metodo più efficace per monitorare questo rettile.

Tassi e tane. Emanuele Cecchetto invece, sotto la guida della dottoressa Arianna Spada (Associazione Faunisti Veneti) e del professore Carlo Biancardi (Universidad de la República del Uruguay), ha studiato il Tasso (Meles meles), un mammifero di media taglia dalle abitudini prevalentemente notturne, censendo 19 tane, di cui 5 utilizzate durante l’autunno di quest’anno. Il neodottore ha realizzato attraverso il suo metodico lavoro, un’interessante mappa della localizzazione delle tane, utile per programmare la attività gestionali (ad esempio le visite da parte del pubblico) evitando disturbo agli animali selvatici presenti. Inoltre Cecchetto ha effettuato una serie di misurazioni sulle tane, per verificare le preferenze del Tasso nello scavo di questi rifugi, che vengono utilizzati da vere e proprie “famiglie” per molti anni.

Fonte: Servizio Stampa Veneto Agricoltura

Capannoni dismessi, da vuoti inutili a risorse utili: nel Veneto, seconda regione in Italia per suolo consumato, l’indagine di Confartigianato traccia il percorso da seguire per rimediare alla situazione

presentazione dell’indagine, da sx Della Puppa, Bonomo, Giacomin, Barel

Capannoni dismessi, il Veneto ne è disseminato, ma quanti sono esattamente? A quanto potrebbe ammontare il loro valore complessivo? Quanti sono quelli recuperabili? E come? Ed il loro valore immobiliare e quello dell’indotto economico potenziale? A queste e molte altre domande risponde la prima vera ricerca originale sul fenomeno, promossa da Confartigianato Imprese Veneto, in collaborazione con IUAV e Regione del Veneto e realizzata da Smart Land (società di ricerca specializzata nel settore) che, per la prima volta, ha adottato un sistema misto di rilevazione con l’utilizzo statistico dei PAT (Piani Assetto Territorio) forniti dalla Regione, che hanno dato il dimensionamento delle superfici e le indicazioni sulla destinazione d’uso, sovrapposti ai dati catastali, che hanno dato indicazioni sulla numerosità, ed indagini originali attraverso gli strumenti forniti da google street view.

In Veneto circa 45 mila edifici inutilizzati, residenziali e non. Partiamo dal valore complessivo che viene stimato in una cifra da capogiro: un miliardo e 200 milioni di euro. Un grande patrimonio inutilizzato al quale sommare altri 2,7 miliardi di valore dei capannoni disponibili sul mercato ma non utilizzati, per un totale patrimoniale sulla carta di 3,9 miliardi di risorse non utilizzate (valori basati sulle quotazioni medie al m2 di fonte Agenzia delle Entrate abbattute in percentuale per tener conto dello stato d’uso e di conservazione dei capannoni). In totale, in Veneto ci sono quasi 45 mila edifici inutilizzati, sia residenziali che non residenziali, pari al 3,7% del totale regionale. Focalizzandosi sui capannoni, secondo i dati catastali 2016 (dato più aggiornato di quello del censimento Istat del 2011) in Veneto ci sono 92 mila capannoni (8% del totale degli edifici) di cui 10.610 quelli dismessi (12% del totale dei capannoni). Su questi si è focalizzata l’indagine, riuscendo a distinguere tra quelli inutilizzabili (da rottamare) che sono ben 4.570 (un 43% che si trova in mediocri o pessime condizioni di conservazione e ad oggi non sono utilizzabili, pari ad una superficie di poco inferiore a 12 milioni di metri quadrati abbandonati, una perdita di valore non solo economica ma anche di qualità del territorio e del paesaggio) e quelli utilizzabili. Questi rappresentano il 57% dei capannoni dismessi e sono ulteriormente suddivisibili tra quelli, 3.155 (30% del dismesso) che sono sul mercato (in vendita o affitto) ed i 2.885 (27% del dismesso) che non sono immessi sul mercato.

Inizio di un percorso da fare. “Entriamo in un tema fondamentale e lo facciamo con una indagine che è il necessario inizio di un percorso di riflessione e studio sul riutilizzo flessibile dei capannoni, o sulla loro eventuale demolizione“, afferma Agostino Bonomo, presidente Confartigianato Imprese Veneto. Che continua: “Vogliamo individuare, insieme ad esperti di vari ambiti, delle soluzioni per affrontare e superare questa situazione. Nel concreto oggi sappiamo, ad esempio, che del 57% di fabbricati dismessi, 3.155 possono essere oggetto di agevolazioni per la riconversione e trasformazione ad esempio mediante cambi di destinazione d’uso, riduzione degli oneri, sostegno al frazionamento, sostegno ad affitti agevolati. E 2.885 possono avere riutilizzi alternativi come: leasing del lastrico solare, incentivi agli usi temporanei degli spazi etc”. “Si tratta di un progetto di ampio respiro, sul medio-lungo termine – aggiunge il leader degli artigiani veneti – che deve essere accompagnato da adeguati strumenti di supporto finanziario, mettendo in sinergia risorse pubbliche e private. La ricerca è entrata anche nell’ambito del valore potenziale dato dalla valorizzazione degli immobili recuperabili. La riconversione e il riutilizzo di questo patrimonio, riqualificandolo e intervenendo con azioni ad hoc, potrebbe portare alla creazione di un indotto pari a 7,9 miliardi. Un ottimo motivo per impegnarci tutti per migliorare la qualità delle aree industriali, soprattutto in collaborazione con gli Enti locali. Anche la demolizione dei manufatti irrecuperabili e il recupero globale di aree abbandonate è un valore attraverso, ad esempio, le potenzialità della legge regionale 11 del 2004 sui crediti edilizi, con recupero di suolo e “trasferimento” della volumetria demolita in altri luoghi, così da ridurre la perdita di valore dei manufatti esistenti e renderli commerciabili”.

Risultati più eclatanti della ricerca: in Veneto ci sono 5.679 aree produttive con una media di 10 aree produttive per comune e una superficie totale di 41.295 ettari. La provincia di Treviso è quella con più aree produttive per comune, pari a 14 con una superficie media di 5,4 ettari. Vicenza è la provincia con il valore più alto di capannoni, pari al 22% del totale regionale, e di capannoni dismessi, pari al 20% del totale regionale. L’area centrale del Veneto è quella con il numero più elevato di capannoni dismessi ma nella mappa è ben visibile tutta l’incidenza dell’area produttiva e della pedemontana. In Veneto le stime dell’indagine contano ben 135 comuni con una percentuale di capannoni dismessi sul totale del patrimonio inutilizzato (residenziale e non residenziale) superiore al 35%. In questo quadro, negli ultimi anni le compravendite di capannoni sono crollate (-41% rispetto al 2006) ma nonostante questo crollo la quotazione di mercato ha perso solo il 3,6% di valore, passando da 500 a 482 euro/mq, un valore che in molti casi si può ritenere comunque non appetibile. Rispetto alla media nazionale c’è un incremento del valore medio delle quotazioni dei capannoni in Veneto che si scontra con un uso più flessibile e un riuso economicamente appetibile di queste risorse oggi inutilizzate.

“Vogliamo un Veneto più consu(meno) e meno consu(mone) -conclude Bonomo –. Non a caso oggi ci siamo trovati a Padova (il comune veneto con il consumo di suolo più elevato con il 49,2%) in un Veneto che è la seconda regione in Italia per incidenza della superficie di territorio consumato, pari al 12,21% del territorio regionale, dove il 54% dei comuni superano la media regionale di consumo di suolo e il 22% dei comuni supera il 20% di territorio consumato. Come? Innanzi tutto con le sinergie, partendo dal protocollo di intesa tra noi, IUAV e Regione Veneto che prende il via con questa prima mappatura e che proseguirà con la medesima metodologia a livello territoriale al fine di portare Comune per Comune a capire cosa c’è e cosa farne. Lanciamo una campagna “del diversamente capannone” per accompagnare i territori a trasformare edifici brutti che non portano ricchezza in nuovi luoghi anche del terziario (scuole, biblioteche etc) con un po’ di fantasia (ci sono già start up in questo ambito). Infine a partire dalla recente legge regionale sul contenimento del consumo di suolo, che offre ottime opportunità, invitiamo la Regione Veneto a redigere un decalogo di indicazioni concrete da fornire ai comuni che devono attivarsi per procedere, con politiche specifiche di intervento anche nella logica “win win” (tutti vincono) di collaborazione pubblico/privato, a “portare a terra” gli obiettivi della legge. E sempre alla Regione ci appelliamo affinché colmi, al più presto, il ritardo nel riordino delle aree attrezzate con gli APEA (aree produttive ecologicamente attrezzate) e APSEA (aree produttive socialmente e ecologicamente attrezzate) già attivi su altre aree del Paese. A questo link, potete consultare la sintesi dell’indagine.

Fonte: Servizio stampa Confartigianato Imprese Veneto

Testo unico forestale, riforma Agea e DDL reati agroalimentari, il Consiglio dei Ministri dà il via libera

Via libera dal Consiglio dei Ministri al disegno di legge contro i reati agroalimentari, approvati i decreti legislativi del Mipaaf sul riordino di Agea e sulla riforma della legislazione forestale con la creazione del Testo unico foreste.

Bosco, da una visione museale a una gestione sostenibile. Ha dichiarato il Ministro Martina: “Con il via libera al disegno di legge contro i reati agroalimentari, frutto del lavoro della Commissione guidata dal presidente Giancarlo Caselli, l’Italia propone un modello nuovo di contrasto al crimine in questo settore strategico. L’agropirateria diventa reato, le frodi commesse dalle organizzazioni mafiose vengono punite più duramente, la tutela della salute dei consumatori si rafforza. Dopo la legge contro il caporalato, serve una svolta per la massima legalità nella filiera del cibo. Questa legge può dare un contributo decisivo. Il Testo unico forestale è uno strumento essenziale per un Paese come il nostro che ha 12 milioni di ettari di boschi. Mancava da 17 anni una norma organica, ora possiamo davvero valorizzare di più e meglio le nostre foreste. Vogliamo fare del bosco una risorsa, che aiuti a difenderci dal dissesto idrogeologico e dia un contributo alla lotta allo spopolamento delle aree rurali grazie al rilancio dell’attività vivaistica forestale. Con la riforma di Agea avviamo un percorso di riforma attesa da tempo e ci dotiamo di strumenti più utili per rendere più puntuali ed efficienti i pagamenti degli aiuti europei agli agricoltori. È uno dei nodi più difficili con i quali ci siamo confrontati in questi anni, ma puntiamo a un miglioramento complessivo del sistema”.

Le principali novità/Testo unico forestale. La norma prevede: una Strategia forestale nazionale, nuovo strumento di programmazione e pianificazione che avrà durata ventennale; il rilancio delle attività della filiera vivaistica forestale nazionale, con posizione centrale del Ministero nel coordinamento stretto tra tutti gli Enti competenti per la raccolta e la divulgazione di dati quantitativi e qualitativi sulle foreste; le definizioni chiave, tra cui quella di bosco, valide ai fini dell’applicazione delle norme statali e delle aree che a bosco sono assimilate; criteri minimi uniformi e sostenibili per le attività di gestione forestale, demandando alle singole Regioni il compito di declinarli tenendo conto della ricchezza e varietà degli ecosistemi forestali lungo tutta la Penisola; una più stretta disciplina sulla trasformazione di aree boscate in altra destinazione d’uso, mantenendo saldo il principio dell’obbligo di compensazione; innovativi principi per facilitare ed incentivare la gestione di superfici forestali accorpate, anche quando i proprietari siano molti e le superfici unitarie piccole e piccolissime.

Le principali novità/Riforma Agea. I punti cardine della riforma: migliorare la qualità dei servizi erogati alle imprese agricole. A questo scopo si interviene per valorizzare il ruolo dei Centri di assistenza agricola (CAA), con maggiore trasparenza, efficienza e tutela degli agricoltori; rendere più efficienti e tempestivi i pagamenti. Per questo si rafforza l’integrazione anche informatica tra Agea e gli organismi pagatori regionali e si interviene con modifiche sostanziali sul SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale) che diventa sistema unico per la gestione dei servizi essenziali trasversali; razionalizzare e contenere la spesa con la riorganizzazione di Agecontrol all’interno di Agea.

Fonte: Servizio stampa Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali

Polveri sottili, automobilisti più a rischio di ciclisti e pedoni

(di Alessandro Bedin, consigliere Argav) Chi è più esposto alle polveri sottili? Tutti, ovviamente. Ma l’idea o la credenza che lo siano di più i ciclisti o i pedoni rispetto agli automobilisti è da rivedere.

Come agisce il PM10. In realtà, l’esposizione agli inquinanti atmosferici non è pericolosa per la salute nell’istante in cui noi entriamo in contatto con essi ma quando l’ambiente in cui viviamo ne diviene saturo. E questa altra considerazione porta a indicare che, maggiore è il volume d’aria a nostra disposizione, migliore sarà il ricambio e quindi più debole l’esposizione. Ebbene, ciclisti e pedoni trovano spesso modo di percorrere anche vie alternative alle strade di grande traffico, o superano colonne di auto, avendo così a disposizione un ricambio continuo d’aria. L’abitacolo delle autovetture, invece, ha un limitato volume d’aria, spesso saturo, e il ricambio, eventualmente effettuato con l’aria condizionata, soprattutto se a ridosso di altre auto (cioè quando si è in colonna), non può che dare un effetto ancor più negativo. Forse i ciclisti vengono ritenuti più esposti di altri utenti della strada all’inquinamento e alle polveri sottili in quanto, con una importante attività fisica si tende a “spalancare i polmoni”; questo è vero e per tutti è sconsigliata l’attività fisica in città o in zone ad alto traffico. Ma se facciamo in modo di avere uno sforzo limitato (anche molto limitato), per esempio utilizzando biciclette a pedalata assistita, abbiamo la possibilità di limitare tale “effetto risucchio”.

Inquinamento esterno ed interno. La questione però da porsi è: conta più l’inquinamento outdoor (esterno) o quello indoor (interno)? “La popolazione trascorre in media il 90% del tempo in ambienti interni, il mezzo di trasporto è un microambiente decisamente atipico, non classificabile nè come ambiente interno o esterno. L’automobile, il tram, la metropolitana e il bus sono certamente ambienti confinati ma molto particolari. Gli spostamenti effettuati in bicicletta o a piedi comportano invece una esposizione in ambiente non confinato ma estremamente variabile. L’automobile, generalmente, è percepita come una sorta di protezione dall’inquinamento esterno, mentre numerosi studi hanno evidenziato che questa percezione è generalmente sbagliata. E’ infatti assodato che, spesso, all’interno dell’abitacolo si raggiungono concentrazioni elevate per diversi inquinanti tra cui le particelle ultrafini e altri inquinanti primari da traffico (focus su inquinamento atmosferico nelle aree urbane ed effetti sulla salute – ISPRA dicembre 2016).

Pedalere è sempre preferibile. Se il 90% del nostro tempo lo trascorriamo in ambienti confinati (casa, ufficio, automobile, ecc.) forse dovremmo chiederci come potrebbe essere possibile migliorare la nostra condizione ambientale, e quindi sanitaria, in questi ambienti, non perdendo di vista, ovviamente, le iniziative da considerare per rendere il nostro ambiente esterno meno insalubre. Per citare le parole dell’esperto inglese Peter Walker: “Pedalare rimane comunque la soluzione migliore per la salute rispetto al non pedalare, nonostante tutti i problemi d’inquinamento presenti al giorno d’oggi”.

UE rinnova per altri 5 anni l’uso del glifosate, vietato in Italia nelle aree frequentate dalla popolazione o da “gruppi vulnerabili”

In Italia resta il divieto di uso del glifosate nelle aree frequentate dalla popolazione o da “gruppi vulnerabili” quali parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bambini, cortili ed aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie, ma anche in campagna in pre-raccolta “al solo scopo di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura”. E’ quanto afferma Coldiretti nel sottolineare gli effetti del decreto del Ministero della Salute in vigore dal 22 agosto del 2016 che non vengono modificati dalla decisione dell’Unione Europea di rinnovare per 5 anni la licenza di utilizzo. Coldiretti ricorda che il Canada fa un uso intensivo di glifosate proprio nella fase di preraccolta per seccare e garantire artificialmente un livello proteico elevato e che da questo Paese lo scorso anno sono sbarcati in Italia circa un miliardo di chili di grano.

Fonte: Servizio Stampa Coldiretti

Rischio idrogeologico, i Comitati uniti per il completamento dell’idrovia Padova-mare chiamano all’appello la Regione Veneto

Riceviamo dai Comitati uniti per il completamento dell’idrovia Padova-mare* la seguente nota stampa che pubblichiamo.

Fra le opere pubbliche più necessarie e urgenti oggi in Italia ci sono indubitabilmente quelle che servono a salvaguardare il territorio e  i cittadini dal rischio sismico e dal rischio idrogeologico.

Contro il rischio sismico occorre costruire e ricostruire le case con i dovuti criteri per convivere con un fenomeno inevitabile,  imprevedibile e purtroppo frequente in tante zone del paese.

Contro il rischio idrogeologico,  accentuato da decenni dai cambiamenti climatici in atto, occorre finirla di costruire nei posti sbagliati, occorre smetterla di impermeabilizzare i terreni e di consumare ulteriore suolo agricolo; ma serve anche  costruire  bacini di laminazione e nuovi canali in grado di portar via dai fiumi in piena volumi d’acqua sufficienti a ridurre , se non ad azzerare, il rischio di esondazione e di alluvione. Le alluvioni, a differenza dei terremoti, sono evitabili e i loro effetti sono prevedibili!

Il completamento dell’idrovia Padova-Mare è una assoluta priorità contro il rischio idraulico per tutto  il Veneto centrale. Gli studi sulle condizioni di rischio del bacino Bacchiglione-Brenta iniziati dopo l’alluvione del 1966 sono oggi avanzatissimi e dettagliati  ed è  già pronto un Progetto Preliminare per il completamento di questo canale. Gli scienziati dicono che è un‘opera che si deve fare e, adesso, si sa come deve essere fatta.

L’idrovia Padova-Mare può essere anche una straordinaria opportunità di riqualificazione ambientale e paesaggistica di un’area importante , a ridosso della riviera del Brenta, attraverso la realizzazione di un “corridoio ecologico” fra Padova e la laguna di Venezia. Lo dimostra l’esperienza positiva delle aree dove l’idrovia è escavata da decenni, ed è nel tempo diventata il “parco fluviale” dei comuni attraversati, un’enorme risorsa con crescente interesse e fruizione da parte della cittadinanza.

Si può porre,  a questo punto, la domanda: di chi è la competenza, dello Stato o della Regione?

Se la materia è dello Stato è comunque compito della Regione creare le condizioni perché rientri fra le opere prioritarie nel piano di ripartizione dei finanziamenti statali ed europei. Portare l’istanza al CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione economica ) con un livello di progettazione più avanzato, cioè con un progetto  definitivo, metterebbe quest’opera ai primi posti fra quelle da finanziare. Se la materia è invece fra quelle cosiddette “concorrenti”  fra Stato e Regione si può puntare allo stesso modo a realizzare  un accordo; e un accordo dovrebbe essere l’obbiettivo anche  se la materia fosse già da considerarsi di esclusiva competenza regionale. In ogni caso è la  Regione che deve decidere e muoversi nell’interesse dei cittadini di una vasta zona del Veneto comprendente le Province di Vicenza e Padova e della Città Metropolitana di Venezia.

Trattandosi di un’opera vitale, ai cittadini interessa che una parte delle proprie tasse sia impiegata utilmente e con urgenza a questo fine. Non interessa affatto  ai cittadini aspettare ancora per sapere chi sarà a intitolarsi l’erogazione del finanziamento.

Si proceda dunque col predisporre il  Progetto Definitivo dell’Idrovia. La Regione deve dimostrare di crederci!

Si mandi poi il progetto con tutte le autorizzazioni al governo centrale e si metta questo progetto in cima alla lista delle cose concrete da fare al tavolo delle trattative per l’autonomia fra Stato e Regione che si è aperto dopo il Referendum. Non trascurando l’ipotesi che quest’opera – che, essendo un’idrovia prevede anche un uso trasportistico – possa essere cofinanziata anche da investimenti privati.

Quello che occorre evitare è di far passare il tempo. Le alluvioni si possono riproporre anche a intervalli brevi. E non è detto che, superato indenni il fatidico mese di novembre, si possa star tranquilli almeno per un altro anno. E occorre evitare di continuare a contare solo sulla presenza di una protezione civile certamente efficiente, capace però di soccorrere  a disastro avvenuto. Il disastro, quando si può, è bene prevenirlo ed evitarlo!

*Legambiente Regionale Veneto, con i circoli di: Padova, Sarmazza- Saonara e Vigonovo, Selvazzano, Riviera del Brenta, Miranese, Piove di Sacco, Comitato Intercomunale Brenta Sicuro, Associazione Acque Urbane, Comitato Spontaneo Alluvionati di Montegrotto Terme -C.S.T., Comitato Salvaguardia del Territorio Selvazzano e Rubano, Una Mano per Battaglia Terme, Associazione Mira Lab.

PM10, un problema sottovalutato da tutti

(di Alessandro Bedin, consigliere Argav) Già da inizio autunno sono iniziati a Vicenza ed in molte località della pianura Padana, una delle aree più inquinate al mondo, gli sforamenti di PM10 (Materia Particolata, cioè in piccole particelle, nella misura di 10 millesimi di millimetro), ovvero il superamento del valore limite giornaliero nell’atmosfera di polveri sottili; e questo nonostante gli impianti di riscaldamento domestici fossero ancora spenti!

Un silenzioso veleno. Salvo non essere già assuefatti a questa triste realtà, ciò che non è ancora chiaro a tutti è che questo inquinante si deposita nei nostri polmoni  – e su quelli dei nostri figli e nipoti -, accumulandosi e ingenerando futuri problemi per la nostra e la loro salute. Di fatto, uccide più questo inquinante che non il fumo delle sigarette, anche se chi fuma è sottoposto a un surplus di rischio. I morti in Europa sono quasi mezzo milione all’anno, ma l’Italia detiene il primato con circa 80.000 morti (nel 2000 l’Organizzazione Mondiale della Sanità li stimava in 3.500 all’anno e nel 2014 in 30.000). Credo sia importante ricordare che lo smog colpisce di più i giovani, che le spese sanitarie hanno una incidenza notevole – 115 miliardi all’anno -, che non è solo un problema di polmoni ma anche di salute generale, perché le polveri sottilissime entrano nel “torrente sanguigno” del nostro corpo portando malattie croniche come quelle cardiopatiche, neurodegenerative, renali, sul sistema endocrino, ecc…

Serve un cambiamento culturale. La questione non è per niente semplice da affrontare, servono tanti interventi e collaborazione da parte di tutti. Un po’ di anni fa si accampavano le scuse che non c’erano i soldi e non c’era coordinamento nazionale e regionale. Ora ci sono entrambi: qualche tempo fa, infatti, è stato siglato un accordo tra Ministero dell’Ambiente e le principali regioni della pianura Padana coinvolte – Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna – mettendo “sul piatto” decine di milioni di Euro (16 dal Ministero e 2 per ogni Regione) per fronteggiare questa emergenza. Forse, quello che più manca, è un cambiamento radicale nelle abitudini e nelle comodità. Sicuramente servono più piste ciclabili, mezzi meno inquinanti, impianti più efficienti, ma anche, e soprattutto, un cambiamento culturale e tanto coraggio.

Carta di Sandrigo. Come quello che servirebbe, ad esempio, per realizzare in modo sistematico e continuativo boschi di pianura. La Carta di Sandrigo, a questo proposito, stilata in occasione degli Stati Generali dei Boschi Urbani tenutasi lo scorso 26 ottobre nella cittadina vicentina, dovrebbe essere presa come un riferimento da tutti gli amministratori locali; c’è ancora tempo per sottoscriverla (vedi link) ma soprattutto per programmare e adottare più iniziative possibili al riguardo. Come, ad esempio, adottare l‘incentivo chilometrico per l’uso della bicicletta per i trasferimenti casa-lavoro, già adottato in Francia, Belgio ed in alcuni comuni italiani. Si tratta di una azione concreta ed efficace per far cambiare decisamente e velocemente rotta rispetto a questo imperante disinteresse e sottovalutazione del problema.

Giornata degli alberi. L’Orto Botanico di Padova organizza nel primo pomeriggio la passeggiata “Alberi come universi”.

Oggi, martedì 21 novembre, nella Giornata nazionale degli alberi, l’Orto botanico di Padova organizza una passeggiata tra orto antico ed erbario, accompagnati da esperti.

Informazioni sull’evento. Ogni albero è un intero universo da raccontare. Ogni specie custodisce una storia evolutiva unica, nasce e cresce in specifiche condizioni ambientali e si lega profondamente alla storia e alle culture delle aree geografiche che abita. Si parte dalla biglietteria, alle ore 15. L’attività è compresa nel biglietto di ingresso all’Orto, con prenotazione consigliata chiamando il numero 049 827 3939 oppure tramite il link di prenotazione.

Fonte: Orto Botanico di Padova

Il “passante di Mestre” diventa più verde, messi a dimora oltre trentamila tra alberi, arbusti ed erbe palustri

Veneto Agricoltura ha avviato un importante intervento di forestazione e ripristino ambientale lungo il “passante di Mestre” in corrispondenza del casello autostradale di Scorzè-Ve. Il progetto, redatto dai tecnici del Centro dell’Agenzia regionale di Montecchio Precalcino (VI), prevede la messa a dimora di 18.000 alberi ed arbusti e di 15.000 piante erbacee tipiche delle sponde di stagni e zone umide. Tutte le piante sono prodotte da Veneto Agricoltura.

L’intervento riguarda un’area recentemente acquisita al demanio idrico, nella quale il Consorzio di Bonifica “Acque Risorgive” ha effettuato imponenti movimenti di terra allo scopo di creare terrapieni a protezione del vicino centro abitato di Cappella, e depressioni umide funzionali alla gestione delle emergenze idrauliche. Le zone umide saranno inverdite mediante l’impianto delle specie erbacee igrofile (che si sviluppano su suoli ricchi d’acqua), alcune delle quali rare e minacciate, con l’obiettivo di ripristinare un importante habitat. L’impianto di questa fascia di vegetazione è già iniziato e proseguirà anche nelle prossime settimane ad opera del personale del centro di Montecchio di Veneto Agricoltura. I terreni più asciutti, invece, ospiteranno varie tipologie di bosco planiziale. Il committente dell’intera opera è il comune di Scorzè con la sponsorizzazione della San Benedetto tramite la società fiorentina di green marketing “Treedom”.

Fonte: Servizio stampa Veneto Agricoltura

 

 

Pfas. Vietato per un anno il consumo del pesce pescato nelle acque superficiali dei 21 comuni della “zona rossa”

“I livelli di contaminazione riscontrati nelle specie ittiche di cattura, campionati nell’ultima fase del piano di monitoraggio, hanno suggerito l’opportunità di individuare misure di carattere precauzionale”. Ad affermarlo è l’Istituto Superiore di Sanità, che ha presentato ieri a Venezia i risultati del Piano di monitoraggio degli alimenti in relazione alla contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) in alcuni ambiti della regione del Veneto, realizzato e valutato in accordo con la Regione e in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico delle Venezie e l’Arpav.

Ordinanza di divieto di consumo. Quindi, sulla base dei risultati della ricerca, il Presidente della Regione del Veneto ha emesso un’ordinanza nella quale viene vietato il consumo di pesce pescato nelle acque superficiali in tutti i 21 Comuni della cosiddetta “zona rossa”. Il divieto è in vigore dal 10 novembre e lo resterà per un anno.

Gli alimenti esaminati. Complessivamente, sono stati prelevati 614 campioni di alimenti di origine vegetale e 634 campioni di alimenti di origine animale. Gli alimenti vegetali campionati sono stati: frutta (mele e pere da tavola), uva da vino, ortaggi (patate, radicchio, pomodori, asparagi, cipolle, lattuga/lattughino e altre verdure a foglia, fagiolini, zucchine, peperoni, zucca, piselli, cavoli, fagioli) e cereali (mais). Quelli di origine animale: muscolo e fegato di suini, avicoli e bovini da carne, oltre che latte, uova e pesci di cattura.

Esiti. Gli alimenti di origine vegetale sono risultati esenti da contaminazione rilevabile da PFOS e PFOA ad eccezione di alcuni campioni di mais, i cui livelli di PFOA erano in ogni caso estremamente bassi”; relativamente agli alimenti di origine animale, il latte, il muscolo bovino e quello avicolo hanno mostrato per PFOS e PFOA contaminazioni assenti o trascurabili. Il fegato, in particolare quello suino e le uova di produzione familiare hanno mostrato, in una percentuale significativa di campioni, livelli variabili di contaminazione per PFOS e PFOA. Il contributo di tali alimenti in termini di esposizione ai contaminanti risulta tuttavia estremamente ridotto anche nello scenario cautelativo adottato. Anche in alcuni campioni di muscolo suino è stata rilevata presenza dei contaminanti; i bassi valori riscontrati fanno comunque stimare come estremamente ridotto il contributo di tale alimento all’esposizione della popolazione ai PFAS”.

Conclusione. “La presente stima del contributo dei singoli alimenti all’esposizione a Pfos e Pfoa in rapporto agli attuali TDI (limiti cautelativi per l’esposizione cronica ndr.) stabiliti da EFSA (Ente Europeo per la Sicurezza Alimentare con sede a Parma ndr.) non ha messo in evidenza criticità sotto il profilo della sicurezza alimentare. Tale stima verrà perfezionata quando i dati sui consumi alimentari locali, raccolti nel contesto del biomonitoraggio attualmente in corso sulle persone saranno disponibili”.

Costi. Ha detto Coletto: “Abbiamo ricevuto dal Ministero della Salute la notizia di un primo stanziamento di due milioni di euro per la parte delle attività sanitarie. Non è molto, ma è già qualcosa, i costi si protrarranno per anni, perché stiamo attuando un vero e proprio screening sulle persone che durerà a lungo ed eroghiamo le eventuali cure necessarie in forma totalmente gratuita. All’appello mancano ancora gli 80 milioni promessi dal Governo per gli interventi acquedottistici”.

Fonte: Servizio stampa Regione Veneto