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Concorso per la realizzazione di imballaggi alternativi e funzionali

Crazy Pack è un concorso a premi libero, gratuito e aperto a tutti finalizzato a:
– raccogliere idee di imballaggi alternativi e funzionali;
– favorire la diffusione pubblica di nuove idee e concept di imballaggi innovativi e creativi;
– ripensare il design degli imballaggi attuali per un utilizzo più funzionale del prodotto, anche attingendo ad altre culture e paesi.

Proposte di progetto da inviare entro l’11 giugno 2010
. Una commissione valuterà la conformità delle proposte progettuali rispetto ai requisiti essenziali del concorso e ne decreterà i vincitori che riceveranno in premio prodotti Sostenibili con l’ambiente.

(fonte Crazy Pack)

Bio-impianti in aree rurali: la posizione di Coldiretti Veneto

cippato

L’impresa agricola ha molteplici opportunità nel settore agro-energetico: ri-utilizzo di biocombustibili solidi come biomasse forestali, residui agricolo e agroindustriali per la produzione di energia termica ed elettrica. Un ambito più specifico, ma non meno promettente, è rappresentato dal recupero di energia da effluenti zootecnici, anche in codigestione con materiali vegetali (biogas). Inoltre la diffusione del fotovoltaico in ambiente rurale può rappresentare una prospettiva interessante.

Necessaria una regolamentazione in Veneto. Per favorire la generazione di energia da fonti rinnovabili inserite in una filiera locale e limitare la diffusione di iniziative slegate dalle potenzialità produttive dell’agricoltura serve una regolamentazione in Veneto. I provvedimenti regionali, invece, vanno nel verso opposto evidenzia Coldiretti Veneto. Infatti la delibera della Giunta regionale del Veneto n. 2204/2008 disapplica l’art. 44 della legge regionale n. 11/2009, consentendo a tutti i soggetti la collocazione in aree rurali di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Priorità agli agricoltori. Di conseguenza, gli impianti più grandi, alimentati da biomasse non necessariamente locali, derogano totalmente, mentre quelli di dimensioni minori, devono dimostrare la connessione con le biomasse prodotte prevalentemente dall’azienda agricola e i requisiti fissati dalla legge urbanistica. Paradossalmente, quindi, le imprese che nulla hanno a che vedere con l’ambito produttivo agricolo, possono realizzare impianti alimentati con biomasse non locali o, addirittura, di provenienza estera, proprio in zona agricola.

Governare la diffusione del fotovoltaico in ambito agricolo. Coldiretti ha chiesto il  ripristino della norma regionale che consentirebbe di governare anche la diffusione del fotovoltaico, dato che l’impresa agricola, garantendo la connessione tra impianti e terreni, assicura una maggiore sostenibilità delle installazioni in ambito agricolo. Nel frattempo l’Organizzazione agricola è già ricorsa al Tar per bloccare quella che dovrebbe essere la distesa di pannelli solari  più grande d’Italia ovvero un progetto che andrà ad occupare oltre 100 ettari nella provincia di Rovigo.

(fonte Coldiretti Veneto)

Come evitare il “declino delle api”: se ne parla giovedì 29 aprile all’Istituto Agrario di San Michele all’Adige

Giovedì 29 aprile, alle ore 17, presso l’aula magna dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, si svolgerà un incontro rivolto agli apicoltori trentini e agli operatori del settore. Interverranno il dirigente Michele Pontalti ed i tecnologi del Centro Trasferimento Tecnologico per presentare i risultati di un anno di attività di sperimentazione a supporto dell’apicoltura trentina.

Strategie per evitare il “declino delle api”. Dalle cause di moria come la Varroa ai rapporti tra razze di api e microclimi, dagli effetti di diverse nutrizioni alla consulenza specialistica. Attività, queste, realizzate in sinergia con gli operatori del settore, e volte ad individuare i fattori di crisi dell’apicoltura trentina ma anche le possibili strategie per rendere questa importante realtà più efficace, produttiva e qualificata. Negli ultimi anni, infatti, l’apicoltura e l’ape stessa sono in pericolo, in tutto il mondo ed anche in Trentino. Il fenomeno, identificato internazionalmente come “declino delle api”, appare ormai chiaramente originato da una serie di fattori sfavorevoli alla vita delle api.

(fonte Fondazione Edmund Mach – Istituto Agrario di San Michele all’Adige)

Cantine “amiche dell’ambiente”

foto Adn Kronos

Non si butta via niente e si fa tutto in “casa”, proprio come una volta, lungo una via colorata di verde che permette di abbattere i costi e contrastare la crisi. E’ questa la filosofia della cantina “environmental friendly”, luogo in cui si uniscono tradizione ed innovazione all’insegna della sostenibilità ambientale, e dove le parole chiave sono due: risparmio da una parte e autoproduzione dall’altra.

Dalle bottiglie alleggerite alle etichette in carta riciclata alla bio-benzina. “L’ecosostenibilità è il tema più forte con il quale, nei prossimi anni, tutti i settori produttivi si dovranno confrontare”,  spiega Giacomo Mojoli, docente della Facoltà del Design del Politecnico di Milano. Ma nel mondo dell’enologia si moltiplicano gli esempi capaci di rispondere alla logica “green”: dalle bottiglie alleggerite alle etichette in carta riciclata fino alla bio-benzina ottenuta con l’etanolo, perché sempre di più, dal campo alla cantina, il vino può essere un alleato dell’ambiente e della sostenibilità. Secondo Giacomo Mojoli “stiamo andando oltre a quella che fino a poco tempo fa poteva essere una questione di élite, oltre il biodinamico e il biologico, perché l’ecosostenibilità è un tema che attraverserà tutta la produzione, una sfida non solo per le piccole realtà, ma per tutti, dal punto di vista delle scelte agronomiche, ma soprattutto di una visione complessiva di tutte le fasi produttive”.

Una logica “green” in cantina. E’ il caso delle cantine “environmental friendly”, che non si basano più solo sulla vitivinicoltura biologica e biodinamica – che per la difesa ed il nutrimento delle piante ammettono solo sostanze che si trovano in natura o che l’uomo può ottenere con processi semplici – ma si impegnano anche per la riqualificazione del territorio in cui operano, con pratiche che vanno, ad esempio, dall’inerbimento per salvaguardare i terreni dall’erosione al recupero dei terrazzamenti contro le frane. Ma non solo, perché tra le regole da seguire per le cantine ecosostenibili c’è anche la riduzione dei consumi idrici e del fabbisogno di acqua delle viti, con l’irrigazione dei vigneti  localizzata o attraverso sistemi di raccolta e conservazione delle acque, insieme all’utilizzo, quanto più possibile, delle energie rinnovabili, grazie all’abbondante disponibilità di risorse naturali nelle campagne, quali il sole e le biomasse (gli ammassi di materiale organico generato dai vigneti). Non per ultima, la riduzione delle emissioni e dell’inquinamento, dell’aria e dell’acqua, attraverso la manutenzione degli impianti e l’impiego di impianti di depurazione, e dell’ambiente in generale, con la raccolta differenziata.

Non va dimenticato il vasto settore della bio-architettura. Le nuove cantine sono ideate e progettate tenendo conto del loro impatto sull’ambiente. “La scommessa è sì pensare alla viticoltura sostenibile – prosegue Mojoli – ma più complessivamente questo significa pensare a cantine interamente sostenibili, dalla terra alla progettazione architettonica. L’aspetto agronomico dei vigneti è il fulcro attorno al quale deve girare il tutto, ma ciò che conta è l’aspetto generale della produzione, dall’energia all’acqua, dalle materie prime all’impatto delle emissioni di Co2 nell’ambiente. Se abbiamo già iniziato a pensare positivamente ad una vitivinicoltura sostenibile, ora è il momento di pensare all’impatto delle cantine ecosostenibili a tutto campo. E’ una sfida globale – conclude Mojoli – che dovrà tener conto e andare di pari passo con le ricerche e gli studi sull’ecosostenibilità. La novità sta nel fatto di vedere in modo multi-disciplinare il percorso che un’azienda può fare lungo la via dell’ecosostenibilità, allargando il ragionamento a tutta la filiera, e non solo all’aspetto agronomico”.

(fonte Veronafiere)

Chi inquina paga

Le imprese situate vicino a una zona inquinata possono essere considerate presunte responsabili dell’inquinamento. E’ la Corte europea di Giustizia ad affermare questo principio sulla base di un caso verificatosi in Italia e precisamente in provincia di Siracusa, dove dagli anni Sessanta è situato un importante polo petrolchimico.

Responsabilità ambientale. Secondo la Corte, i Paesi dell’UE possono anche subordinare il diritto degli operatori a utilizzare i loro terreni alla condizione che essi realizzino i lavori di riparazione ambientale imposti dal caso di inquinamento. La direttiva europea sulla responsabilità ambientale prevede che, per determinate attività, chi abbia provocato un danno ambientale, o una minaccia imminente di provocarlo, è considerato responsabile dell’inquinamento. Quindi, deve adottare le misure di riparazioni necessarie e assumersene l’onere finanziario, secondo il principio “Chi inquina, paga”.

Necessario però avere indizi plausibili. Il giudice europeo ha ribadito che le autorità nazionali possono imporre ad alcuni operatori delle misure di riparazione dei danni ambientali, a causa della vicinanza dei loro impianti a una zona inquinata. Il tutto senza avere preventivamente indagato sugli eventi all’origine dell’inquinamento, né avere accertato l’esistenza di un illecito in capo agli operatori e nemmeno un nesso di causalità tra questi ultimi e l’inquinamento rilevato. Occorrono tuttavia, conformemente al principio “chi inquina paga”, indizi plausibili, quali la vicinanza dell’impianto dell’operatore all’inquinamento accertato e la corrispondenza tra le sostanze inquinanti ritrovate e i componenti impiegati da detto operatore nell’esercizio della sua attività.

(Fonte: Veneto Agricoltura Europa)

Italia nel podio dei Paesi europei che rilasciano più C02 nell’atmosfera

Con 550 milioni di tonnellate di Co2, l’Italia è il terzo Paese europeo per emissioni (era quinto nel 1990 e quarto nel 2000). Lo rivela “Ambiente Italia 2010”, l’ultimo rapporto di Legambiente sullo stato del nostro territorio. “L’Italia è un Paese ‘bloccato’ dal punto di vista della tutela ambientale e dello sviluppo sostenibile – si legge nel dossier – con gravi problemi in tema di mobilità, legalità, rifiuti, con sprazzi di eccellenze e buone pratiche sparse che, pur aprendo la strada a momenti di ottimismo non riescono a fare sistema e a caratterizzare lo sforzo unitario della comunità”.

Aumentano i consumi per trasporti, energia elettrica e riscaldamento per uso civile. In particolare, il documento sottolinea come rispetto al 1990, anno di riferimento per l’obiettivo di riduzione del 6,5% delle emissioni entro il 2010 del Protocollo di Kyoto, la crescita delle emissioni lorde italiane sia stata del 7,1%, soprattutto a causa dell’aumento dei consumi per trasporti (+24), della produzione di energia elettrica (+14) e della produzione di riscaldamento per usi civili (+5). Le emissioni nette, considerando i cambiamenti d’uso del suolo e l’incremento della superficie forestale, sono cresciute del 5%. Tutto ciò, sottolinea Legambiente, mentre a livello europeo si registra una riduzione del 4,3% (UE-15) delle emissioni rispetto al 1990, con Germania, Regno Unito e Francia che hanno già superato gli obiettivi del Protocollo di Kyoto, seguiti dall’Olanda che li sta raggiungendo.

In positivo: crescono (di poco) piste ciclabili e agricoltura biologica. Tra i pochi elementi positivi, il rapporto evidenzia che risultano in aumento, anche se di poco, i chilometri di piste ciclabili protette e non protette nei capoluoghi di provincia (circa 2.840 km nel 2008, erano circa 2500 l’anno precedente); la produzione agricola biologica, con 1.150.253 ettari di superficie biologica o in conversione (erano 1.148.162 nel 2006).

(Fonte: Veneto Agricoltura Europa)

Ue: lotta integrata obbligatoria dal 2014

La nuova normativa europea sui pesticidi impone grandi cambiamenti sull’uso dei fitofarmaci, ovvero di tutti quei prodotti, sintetici o naturali, che vengono utilizzati per combattere le principali avversità delle colture (malattie, parassiti, ecc.). La novità più rilevante consiste nell’obbligatorietà della lotta integrata almeno a partire da gennaio 2014.

Una difesa fitosanitaria a basso apporto di pesticidi. La direttiva stabilisce infatti di adottare tutte le misure necessarie per incentivare una difesa fitosanitaria a basso apporto di pesticidi, privilegiando il più possibile i metodi non chimici, affinché gli operatori del settore utilizzino prodotti solo se e dove serva scegliendo quelli a minor impatto. Considerata la modesta redditività delle colture erbacee, sono necessari degli strumenti di lotta a basso costo, che consentano innanzitutto di individuare in modo sufficientemente affidabile solo quando si presenta la necessità di strategie di controllo.

Un nuovo servizio informativo per imprenditori agricoli e tecnici del settore. A questo scopo Veneto Agricoltura in collaborazione con ARPAV e Servizio Fitosanitario Regionale ha avviato un nuovo servizio di informazione sulle problematiche delle colture erbacce (principalmente il mais), utilizzando, oltre alle metodiche tradizionali, la diffusa rete di rilevamento ambientale e le proprie aziende pilota, presenti sul territorio. L’innovativo servizio, rivolto in primo luogo agli imprenditori agricoli e ai tecnici del settore, fornirà informazioni sulle principali attività di monitoraggio (ad esempio allerterà nell’eventualità di attacchi di organismi dannosi) e sull’andamento dello sviluppo delle colture, al fine di permettere agli imprenditori agricoli tempestività di azione, fondamentale in caso di attacchi inaspettati, e quindi efficacia. Tutto questo è in linea con quanto richiesto dall’Unione Europea con le nuove normative che tendono, come detto, alla tutela della salute e dell’ambiente. I bollettini e tutti i dettagli sono disponibili sul sito www.venetoagricoltura.org.

Info: tel. 049/8293847; e-mail: bollettino.erbacee@venetoagricoltura.org

(fonte Veneto Agricoltura)

Massimo Gargano, presidente A.N.B.I.: “Le emergenze ambientali del paese hanno una sola risposta, la prevenzione”

“L’emergenza idrogeologica del territorio e la grande macchia oleosa sul fiume Po devono obbligare ad un’univoca riflessione: la necessità della prevenzione.” Lo afferma Massimo Gargano, Presidente dell’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni (A.N.B.I.) a margine della Preconferenza Organizzativa dei Consorzi di bonifica del Nordest, svoltasi a Mogliano Veneto, in provincia di Treviso.

Norme ambientali per le aziende non agricole da rivedere. Intervenendo sull’allarme ambientale, che sta interessando il più grande fiume italiano, aggiunge: “Sarebbe bastato che lo sversamento di petrolio fosse avvenuto fra qualche settimana (a stagione irrigua avviata) e quello che oggi è un gravissimo danno ambientale si sarebbe rivelato anche una iattura economica dalle pesanti conseguenze per il settore primario padano. Il paventato blocco dell’irrigazione, infatti, comporterebbe, se prolungato nei giorni, danni per milioni di euro alle coltivazioni in campo che, lungo l’asta del Po, vanno dai seminativi all’ortofrutta fino all’aglio IGP ed ai prati stabili; senza contare l’enorme tragedia, che rappresenterebbe l’ingresso della massa oleosa nel delta polesano e le ancora incerte conseguenze, che potrebbero avere, per la salubrità idrica, i depositi di sostanze inquinanti rilasciati sul fondo dalla macchia oleosa. Non capisco perché – insiste Gargano – al deposito di Villasanta non siano state applicate quelle norme di prevenzione ambientale che, invece, sono imposte alle aziende agricole.”

I Consorzi di bonifica nordestini uniti per la riduzione del rischio idreologico
. Intervenendo sulla situazione idrogeologica a Nordest, Gargano ha ricordato come dal quotidiano lavoro dei Consorzi di bonifica sia scaturita la proposta di Piano Nazionale per la Riduzione del Rischio Idrogeologico, fatto di progetti perlopiù immediatamente cantierabili: nel Veneto si tratta di 346 progetti per un importo complessivo di 703 milioni di euro; in Friuli Venezia Giulia, i progetti sono 6 per una spesa totale di 323 milioni di euro; in Trentino Alto Adige, 1 progetto per un importo di 3 milioni di euro; prevedono perlopiù interventi di manutenzione e adeguamento della rete idraulica di scolo delle acque a difesa dei centri abitati.

(fonte Anbi)

Lambro-Po: Veneto si prepara ad affrontare arrivo onda nera

Disastro Lambro - foto Asca

”Un disastro ambientale senza precedenti per l’ecosistema del fiume Lambro che ne paghera’ a lungo le conseguenze”. Questo il commento dei volontari di Legambiente che sono in prima fila a monitorare l’immane tragedia accaduta su uno dei principali corsi d’acqua lombardi a causa della fuoriuscita di derivati petroliferi dai depositi di una ex-raffineria.

Sempre meno dubbi sull’origine dolosa. Mentre si assiste impotenti alla morte nel fango di decine di animali impantanati dalla marea nera, gli investigatori sembrano avere sempre meno dubbi sull’origine dolosa della tragedia. Sul caso sono ancora in corso le indagini condotte dall’autorita’ giudiziaria, ma per il momento non sono emersi pericoli per la sanita’ pubblica. Intanto le barriere poste per impedire l’avanzata del petrolio nel fiume lombardo (si parla di una macchia di petrolio grande almeno mille metri cubi), non hanno tenuto e la macchia nera ha gia’ raggiunto le acque del Po.

Come si prepara il Veneto a ricevere lo sversamento. Per quanto riguarda il Veneto, due imbarcazioni in grado di raccogliere lo sversamento del materiale oleoso sono pronte a entrare in azione sull’asta del fiume di competenza della Regione. Sono ormeggiate a Porto Levante in attesa di come si evolverà la situazione nel tratto a monte. Lo fa sapere l’assessore regionale al bilancio, alla pesca all’acquacoltura Isi Coppola precisando che la Regione metterà a disposizione le risorse necessarie per questo intervento finalizzato ad arginare l’incombente minaccia ambientale. “Dobbiamo fare il massimo sforzo – sottolinea l’assessore Coppola – per prevenire e limitare i possibili danni non solo ambientali, ma anche le eventuali ricadute sulle attività economiche e turistiche nel delta del Po, un’area unica per la sua bellezza e per i suoi delicati equilibri che coinvolgono anche la pesca, settore che ha una rilevante incidenza sull’economia del Polesine”.

Le imbarcazioni in grado di raccogliere lo sversamento. L’intervento delle due imbarcazioni è subordinato all’efficacia dell’azione delle barriere rigide che saranno posizionate sul tratto piacentino del Po per imbrigliare lo sversamento, dopo che le panne galleggianti utilizzati ieri non hanno potuto fermare la massa oleosa. Le due imbarcazioni hanno già operato in passato per emergenze di questo tipo. Una è la “Ecolaguna 4 FZ”, lunga 40 m. per 10 m. di larghezza. E’ equipaggiata con delle panne galleggianti (skimmers) che vengono calate in acqua con una gru. Raccoglie 80 mc. di materiali l’ora, consentendone lo stoccaggio fino a 550 tonnellate. L’altra imbarcazione è il battello disinquinante ”Airone” (18 m. di lunghezza per 5 m. di larghezza). Opera aprendo la prua e catturando il materiale che galleggia sull’acqua. Ha una capacità di raccolta di 18 tonnellate.

Coldiretti: nessun rischio per alimenti provenienti dalla zona. Dopo il disastro ambientale che ha colpito il fiume Lambro nessun rischio per gli alimenti da tavola della zona. E’ quanto assicura la Coldiretti precisando che durante l’inverno il numero di coltivazioni nell’area e’ ridotto al minimo e che dopo le precipitazioni di questi giorni non e’ stato necessario irrigare i campi. In pratica, secondo la Coldiretti, solo la fase stagionale e l’andamento meteorologico hanno evitato il rischio inquinamento della catena alimentare.

Confagricoltura: tra poche settimane si comincerà a seminare. ”Cio’ che piu’ ci preoccupa  – ha detto Mario Vigo, Vicepresidente nazionale e presidente della Confagricoltura di Milano e Lodi -, e’ l’eventualita’ che la marea nera possa avere inquinato, oltre alla falda acquifera, anche le diramazioni idriche e la rete, fittissima, di canali e rogge che derivano acqua dal Lambro e che sono utilizzati per l’irrigazione delle campagne del sud di Milano e del lodigiano. ”Il problema – ha continuato Vigo – è che tra poche settimane si comincera’ a seminare e la richiesta di acqua sara’ fortissima, ad esempio per il riso. Chiederemo alle Prefetture di intervenire per far si che l’annata agraria non sia compromessa, se necessario procedendo a bonificare gli alvei e i manufatti contaminati dalla marea nera. Non esiteremo infine – conclude Vigo – a fare un bilancio dei danni. E a chiederne conto a chi ne risultera’ responsabile”.

(fonte Asca/Asterisco Informazioni)

Dalle stalle alle stelle: le deiezioni diventano risorsa con RiduCaReflui

Con la Direttiva Nitrati 676/91/CE, l’Unione Europea ha regolamentato la prevenzione e la riduzione dall’inquinamento delle acque superficiali e profonde derivanti dall’attività zootecnica. Questa Direttiva è stata recepita a livello nazionale con alcuni Decreti Legislativi nel 1999 e nel 2006. A loro volta le singole regioni hanno emanato i provvedimenti necessari per applicare pienamente le norme comunitarie e nazionali sul territorio regionale. Queste leggi si pongono l’obiettivo di tutelare le risorse ambientali dall’inquinamento causato dai nitrati di origine agricola, al fine di garantire una produzione sicura e sostenibile.

Per l’Italia, possibilità di deroga al carico di azoto da 170 a 250 Kg/ha. Ogni regione ha individuato zone vulnerabili e non vulnerabili sul suo territorio e ha stabilito i piani operativi che ogni azienda deve presentare per dimostrare la corretta utilizzazione agronomica degli effluenti di allevamento e dei fertilizzanti azotati. La Direttiva nitrati prevede pure che gli Stati membri possano chiedere deroghe. In passato Bruxelles ha concesso la deroga a Danimarca, Olanda, Germania, Austria, Irlanda e Fiandre. Anche l’Italia, sulla base di dati scientifici, ha chiesto di poter sostenere un carico di azoto superiore al limite fissato dei 170 chili di azoto per ettaro nelle aree vulnerabili ai nitrati della Pianura Padana (complessivamente pari a circa 1 milione e 800mila ettari). L’obiettivo è quello di arrivare ai 250 chili di azoto per ettaro.

Il progetto della Regione Veneto. Questa azione vede la Regione Veneto capofila; Regione che ha anche lanciato con Veneto AgricolturaRiduCaReflui”, un articolato progetto di riduzione del carico inquinante generato dai reflui zootecnici nell’area del Bacino Scolante della Laguna veneta, che sarà presentato giovedì 25 febbraio 2010 a Legnaro (Corte Benedettina, ore 9,30). E’ importante infatti approfondire e valutare soluzioni che permettano alle aziende di operare entro i limiti normativi, conferendo i cosiddetti “effluenti di allevamento” (in pratica le deiezioni animali) a centri aziendali o consortili di trattamento, a impianti di depurazione in via di dismissione, a impianti di digestione anaerobica con trattamento a valle del digestato mediante diverse tecnologie di abbattimento/valorizzazione dell’azoto.

Le soluzioni. Lo scopo del progetto è quello di analizzare “percorsi concreti” per il trattamento dei reflui zootecnici in grado di consentirne il loro riutilizzo trasformandoli, così, in una risorsa per l’ambiente tramite la valorizzazione energetica (produzione di biogas a monte del trattamento) e la valorizzazione agronomica (produzione di fertilizzanti organici da trattamenti conservativi dell’azoto). I percorsi analizzati forniranno alle aziende una varietà di soluzioni: logistiche, tecnologiche e contrattuali.  Soluzioni che permetteranno loro di operare entro i limiti della Direttiva. Il convegno in programma, che tra gli altri vedrà la partecipazione di professori universitari (Borin, Pettenella, Chiumenti) e importanti tecnici (Mezzalira e Correale per Veneto Agricoltura, De Gobbi per la Regione), ha lo scopo di presentare agli attori del mondo agricolo e non il Progetto segnalando problematiche e soluzioni (fonte: Veneto Agricoltura).