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Dalla lira all’euro, quindici anni di rivoluzione in agricoltura

lavoro-voucher-agricoltura-treviso-provincia-crisi“Negli ultimi 15 anni, da quando è avvenuto il passaggio dalla lira all’euro, l’agricoltura ha vissuto una rivoluzione di ampia portata”. A riconoscerlo, in una analisi per Fieragricola di Verona, rassegna internazionale dell’agricoltura in programma dal 31 gennaio al 3 febbraio 2018, è il professor Ermanno Comegna, economista agrario esperto di Politica agricola comune (Pac).

Gli effetti. Il prof. Comegna elenca i principali cambiamenti avvenuti nel periodo intercorso fra il 2002 e il 2017, da quando cioè il primo nucleo dei Paesi dell’Eurozona, fra i quali anche l’Italia, adottarono la moneta unica. L’euro, in verità, si usava già da tre anni nei conti europei, ma fu dal 2002 che entrò nelle tasche dei cittadini italiani. “Dal 2002 a oggi per l’agricoltura molte cose sono cambiate – osserva Comegna -. Si è verificata progressivamente una maggiore interconnessione dei mercati agricoli mondiali; la Pac nelle sue evoluzioni non ha saputo adeguarsi alle sfide di uno scenario globale mutato e fortemente scosso dalla crisi: abbiamo assistito a un’eccessiva volatilità dei listini delle materie prime e ad una progressiva convergenza dei prezzi europei con quelli internazionali.

Lavorati agricoli, diminuiti di un quarto in Europa. Continua Comegna: “Allo stesso tempo, si è innescato un fenomeno che ha portato a una progressiva centralità dell’agricoltura e dell’alimentare nelle strategie geopolitiche ed economiche globali: le conseguenze non sono state tutte positive, se si pensa ad esempio alle derive del land grabbing, una corsa all’accaparramento dei terreni, e a una riduzione dell’utilizzo del fattore lavoro in agricoltura, con il numero degli occupati in agricoltura che, a livello europeo, tra il 2005 ed il 2015 sono diminuiti di oltre un quarto. Vi sono da considerare i fenomeni della robotizzazione e digitalizzazione nel processo produttivo, da una parte essenziali per la competitività, ma allo stesso tempo sono fattori che contribuiscono all’espulsione di risorse umane dal settore”. In tale contesto, è in atto un evidente processo di concentrazione e industrializzazione del settore primario. Lo ha evidenziato anche l’Eurostat, che nell’ottobre dello scorso anno ha pubblicato una ricerca secondo la quale nell’Unione europea sono 329.00 le imprese agricole dove non esiste forza lavoro famigliare. “Sono appena il 3% del totale – ha ricordato Comegna – ma detengono il 28% dei terreni agricoli e il 23% degli animali allevati”.

Esport made in Italy in aumento e Pac semplificata. Per il prof. Comegna, però, l’euro più che un figlio prematuro dell’Europa è stato in alcuni frangenti uno scudo di protezione da probabili speculazioni monetarie. “In uno scenario che ha visto il sistema agricolo europeo aumentare la propria interdipendenza, su un piano microeconomico e settoriale la presenza dell’euro per l’agricoltura italiana non ha impedito di incrementare le esportazioni del Made in Italy e, allo stesso tempo, ha agito come elemento di semplificazione per la gestione dei meccanismi della Pac a livello nazionale”. Senza la moneta unica, è convinto Comegna, sarebbe stato molto diverso. “Il mantenimento della lira – sostiene – avrebbe richiesto complicate operazioni di conversione, per quantificare annualmente l’entità in moneta nazionale degli aiuti provenienti da Bruxelles, con il contraccolpo di possibili avventate operazioni di speculazione finanziaria a danno degli agricoltori, come del resto è avvenuto negli ultimi anni nel Regno Unito.

Volatilità e convergenza dei prezzi. A livello europeo, una Pac che si è distinta negli ultimi tempi «per le contraddizioni, la scarsa efficacia e per gli eccessivi costi amministrativi, dovrà dare risposte a un elemento che negli ultimi 15 anni si è rivelato onnipresente: la volatilità eccessiva, al limite dell’instabilità”. Un tema che, è convinto l’economista agrario, impegnerà non poco gli Stati Membri nella discussione delle linee guida della Pac post 2020. Dall’avvento dell’euro, inoltre, non è sfuggita una spinta convergenza dei prezzi europei con quelli internazionali. “Possiamo prendere come esempio il latte – dice Comegna -. Gli ultimi dati disponibili si riferiscono a fine 2016 ed evidenziano un prezzo medio per l’Unione europea di 32 centesimi di euro per chilogrammo, di 33 centesimi in Nuova Zelanda 33 e di 38,8 negli Stati Uniti. Nei primi anni duemila, invece, la situazione era molto diversa: nella Ue si viaggiava sopra i 30 centesimi al chilogrammo, negli Usa le quotazioni erano più vicine a 20 che a 30 centesimi e nella Nuova Zelanda attorno a 15 centesimi di euro per chilogrammo”.

50 grandi gruppi detengono il 50 per cento del mercato mondiale. Dal 2002 a oggi si è verificata una forte concentrazione del potere di mercato nella filiera agroindustriale. “Ci sono 50 grandi gruppi a livello mondiale che controllano il 50% del fatturato globale alimentare – ricorda Comegna -. Una recente analisi pubblicata in Germania evidenzia che nel 2015 ci sono state acquisizioni e fusioni nel settore per 329 miliardi di euro, cinque volte di più rispetto a quanto si è verificato nei settori farmaceutico e petrolifero. Il gruppo francese Lactalis, specializzato nel settore lattiero caseario, fattura complessivamente 16,5 miliardi di euro, quattro volte di più del valore dell’intera produzione annuale italiana di latte bovino”.

Fonte: Verona Fiere

 

Parco Colli Euganei, assessore al territorio Corazzari: “Una bufala il fatto che la Regione intenda smantellarlo”

colli-euganei-5“La Regione non ha alcuna intenzione di smantellare il parco: sgombriamo subito il campo da questa fantasiosa e ingiustificata congettura e invece di sterili polemiche parliamo dei problemi concreti dell’area, delle reali difficoltà di chi vive e lavora all’interno di quest’ambito”. L’assessore al territorio, ai parchi e alle aree protette del Veneto, Cristiano Corazzari, a seguito di alcune interviste e dichiarazioni apparse sulla stampa locale in questi giorni, precisa quali sono le intenzioni della Regione per quanto riguarda il futuro del Parco dei Colli Euganei.

Parco e cinghiali. “A distanza di trent’anni dalla nascita del Parco si rende necessario  riordinare il sistema di gestione delle aree naturali protette, introducendo metodi moderni e rispondenti ai bisogni attuali dei cinque parchi regionali che, proprio perché nati in un’epoca storica ormai superata, hanno bisogno di essere profondamente riorganizzati in un’ottica di semplificazione e di efficienza. Tornando al Parco dei Colli Euganei, trovo ingeneroso scaricare unicamente sulla Regione le responsabilità della proliferazione dei cinghiali, perché i problemi della scarsità di risorse che lamentano tutti gli enti pubblici vale anche per la Regione, costretta a fare i conti con i tagli drammatici dei trasferimenti da parte dello Stato. Convengo con chi sostiene che per contrastare l’invasione di cinghiali è necessario garantire la continuità di finanziamenti e noi, contrariamente a quello che qualcuno afferma, stiamo facendo tutto ciò che possiamo con le risorse di cui disponiamo. In tal senso, nell’ultimo bilancio abbiamo destinato 200 mila euro specificatamente per questa azione. Nel contempo dobbiamo anche snellire le procedure di gestione dei telecontrollori e fare in modo che siano maggiormente utilizzati: su questo fronte ci siamo già attivati”.

Parco Colli Eguanei, da solo assorbe quasi la metà delle risorse disponibili per i parchi del Veneto. Prosegue Corazzari: “Credo sia utile che tutti riflettano sul fatto che la situazione rispetto anche solo a qualche anno fa è cambiata e non certo per volontà di chi oggi amministra in Regione o in ambito locale. Quello che un tempo era possibile, come ad esempio utilizzare le risorse per iniziative di tipo ricreativo promozionale debbono oggi essere indirizzate esclusivamente per finalità essenziali al mantenimento del parco. E sarebbe giusto dividere tra tutti le responsabilità per la parziale attuazione del piano ambientale del Parco dei Colli Euganei che, è doveroso ricordarlo, assorbe da solo quasi la metà delle risorse disponibili per l’intero sistema dei parchi regionali. Chi era presente alla riunione da me promossa con i sindaci dei Comuni del Parco  giovedì scorso a Este non può non aver preso atto della precisa volontà mia e della Regione di costruire un percorso condiviso che porti ad una soluzione intelligente dei problemi, che tenga conto delle esigenze del territorio sia dal punto di vista ambientale e naturalistico, sia economico e sociale. Tutti i sindaci intervenuti a quell’incontro sanno che questa è una grande occasione per ridiscutere del ruolo del Parco Colli senza pregiudizi e preconcetti, facendo in modo che diventi davvero un motore di sviluppo del territorio”.

Fonte: Servizio Stampa Regione Veneto

Radicchio di Chioggia Igp, in crescita la domanda dopo le gelate invernali, buone le prospettive per il radicchio precoce primaverile

Giuseppe Boscolo Palo con Radicchio ChioggiaInizia oggi fino a venerdì 10 febbraio a Berlino Fruit Logistica,  uno dei principali appuntamenti di riferimento per il settore ortofrutticolo internazionale. Quest’anno la presenza italiana è ulteriormente ampliata, con la partecipazione di oltre 500 aziende nazionali, il 13% in più rispetto al 2016, confermando ancora l’Italia al primo posto tra i Paesi espositori, seguita a distanza da Spagna, Olanda, Germania e Francia.

Gelate, non tutto il male vien per nuocere. In fiera, nello stand Regione Veneto (C-09), nella Hall 2.2., dove è concentrata gran parte della presenza italiana, ci sarà anche quest’anno il Consorzio di Tutela Radicchio di Chioggia Igp. “La presenza a Berlino – spiega il presidente del consorzio, Giuseppe Boscolo Palo, socio Argav, fa parte del progetto di promozione cofinanziato dalla Regione Veneto nell’ambito del PSR 2014-2020 in associazione con i Consorzi dell’Insalata di Lusia e dell’Aglio Polesano. Le gelate invernali che hanno falcidiato le colture orticole, in particolare quelle a foglia, stanno creando un forte incremento della richiesta di radicchio soprattutto da parte delle aziende della cosiddetta IV gamma, che provvedono ad aumentare fino anche a raddoppiare la quantità di radicchio in ciascuna busta per sopperire al diminuito apporto di insalate. Questo ha fatto lievitare fino ad un euro al chilo le quotazioni del nostro radicchio, ma, avendo subito anche quello coltivato nei nostri territori un calo produttivo mediamente del 30%, per i nostri produttori ciò non si traduce automaticamente in un maggior guadagno, anche perché nel periodo pre-gelate le quotazioni sono state abbondantemente sotto il costo di produzione, che è poco meno di 50 centesimi al chilo su una resa di circa 220 quintali ad ettaro.

Radicchio precoce di aprile, buone le prospettive. “Fortunatamente – conclude il presidente del Consorzio – fra una quindicina di giorni, almeno in Veneto se non in tutta Italia, dovrebbe concludersi la raccolta del radicchio tondo e del Chioggia Igp. Ci sarà quindi un vuoto di produzione di quasi due mesi, che – restando sostenuta la domanda almeno per la IV gamma – provocherà un rapido esaurimento delle scorte frigo conservate, che perciò una volta tanto non si sovrapporranno alla produzione del nuovo raccolto primaverile. Questo fa ben sperare in prezzi soddisfacenti e remunerativi, almeno per il radicchio precoce di aprile, che ha i più alti costi di produzione (70 centesimi al chilo) e che per quest’anno non subirà la concorrenza del prodotto tardivo frigo conservato”.

Fonte: Servizio Stampa Consorzio Radicchio di Chioggia Igp

Entro il 28 febbraio 2017 le iscrizioni all’11° edizione del Premio e del progetto Giornalisti nell’Erba

panta-rei-orizAperte le iscrizioni al premio annuale “Giornalisti nell’Erba” dedicato a “reporter” ambientali dai 3 ai 29 anni che abbiano voglia di far pratica di interviste, articoli, fotografie, reportages, video, immagini, disegni etc. su temi legati alla tutela ambientale.

Possono partecipare singoli, gruppi e classi, (in lingua italiana ma anche in lingua inglese, francese, tedesca, spagnola nella categoria internazionale). La cerimonia di premiazione si terrà a a Roma a fine maggio 2017, durante la Giornata Nazionale di Giornalisti Nell’Erba GNE2017.

Il tema. L’undicesima edizione ha per tema una frase attribuita ad Eraclito, il ben noto “Panta Rei”, vale a dire tutto scorre, tutto cambia, tutto si trasforma ma nulla si crea e nulla si distrugge. Dal flusso di materia a quello dell’informazione. Tutto è in divenire, lasciando dietro di sé una parte inutilizzabile, trasformandosi irreversibilmente, senza distruggersi. Lo dicono le leggi della termodinamica. Nel passaggio, ad esempio, di un gas da un contenitore all’altro, c’è uno scambio in una sola direzione, dal più caldo al più freddo, che serve a raggiungere un maggiore equilibrio (grado di entropia) tra le temperature dei due contenitori. Succede che i due contenitori, dopo la trasformazione, avranno una temperatura più equilibrata e molecole di gas più “disordinate” di prima. A quel punto nulla sarà più com’era. Nessuno potrà bagnarsi due volte nello stesso fiume, diceva Eraclito. Il problema è che all’interno di un sistema isolato, come il pianeta Terra, l’energia contenuta è costante. E ogni trasformazione spontanea è irreversibile (il processo non avviene spontaneamente in senso in- verso) e porta a un aumento dell’entropia.

Per l’umanità, trasformazione vista come un progresso infinito, senza tener conto della sostenibilità. Quando l’entropia, ossia l’equilibrio del sistema, sarà mas-sima, non sarà possibile più alcuna trasformazione, non c’è più divenire. In economia, ogni processo produttivo incrementa in modo irreversibile le trasformazioni e l’entropia del sistema-Terra. Eppure per l’umanità che abita il pianeta, la trasformazione è vissuta come un progresso infinito e non tiene conto dell’irreversibile e del limite del sistema-Terra. Non tiene conto delle leggi fisiche. Tanta più capacità di trasformazione (energia) sarà utilizzata oggi e tanto più ne sarà sottratta alle generazioni future.

Neppure il mondo dell’informazione può bagnarsi due volte nello stesso fiume. Il fluire incessante delle trasformazioni rende ogni affermazione volatile. L’unico Logos possibile è quello di un pensiero critico e di un approccio senza pregiudizi. Anche sui temi ambientali, ad esempio: perché parlare solo di CO2 e mai di tutti gli altri inquinanti e climateranti? Molti sono i problemi da risolvere, dalla perdita di biodiversità ai fumi tossici delle nostre città. Molte sono le soluzioni da trovare e le buone pratiche da diffondere. Ogni dettaglio va compreso, analizzato e migliorato con una progettazione che tenga conto del fluire, della circolarità del sistema, del fatto che nulla si distrugge. E’ questo il Logos, la legge universale che deve regolare armoniosamente il sistema. Una rivoluzione di pensiero. Un logos di cambiamento, ancora una volta, una trasformazione culturale epocale.

Nulla si distrugge, ma tutto può diventare inutilizzabile. Quello che finora abbiamo immaginato come definito nel tempo, dobbiamo rivederlo nell’ottica di que-sta trasformazione: nulla si distrugge, ma tutto può diventare inutilizzabile. L’umanità spinta forse dal mito economico della crescita infinita non vi ha dato peso, e oggi come non mai c’è necessità di una presa di coscienza collettiva, un’inversione di rotta, o meglio una visione armonica, circolare. Ma, attenzione, non basta chiudere il cerchio per fare economia circolare. Tutto torna, anche Eraclito.

Fonte: Premio Giornalisti nell’Erba

Dop e Igp, Italia al primo posto per registrazioni, ma solo una decina quelle che contano economicamente

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Dop del Veneto

L’Italia è il primo paese dell’Unione Europea per numero di prodotti agroalimentari riconosciuti a “Denominazione d’origine protetta” (Dop – prodotti ottenuti in una determinata zona da materie prime provenienti dalla zona stessa) e ad “Indicazione geografica protetta” (Igp – prodotti di consolidata tradizione ottenuti in una determinata zona da materie prime non esclusivamente provenienti dalla zona stessa) ai sensi del Regolamento UE n. 1151/2012 che sostituisce precedenti Regolamenti comunitari in materia di qualità dei prodotti agricoli e alimentari.

Tra i prodotti a denominazioni extra europei, 10 sono cinesi. Nel 2003 l’Italia era preceduta, sia pure di una sola unità, dalla Francia; nel 2016 conta, rispetto alla stessa Francia, 52 registrazioni in più. Il ritmo medio di crescita delle nuove registrazioni italiane è stato, fra il 2003 e il 2016, di circa 12 l’anno con il minimo nel 2006 (3) e il massimo nel 2010 (24). Guardando distintamente alle due categorie di riconoscimento (Dop Igo), il nostro Paese è largamente al primo posto per i prodotti Dop e al secondo posto, dopo la Francia, per i prodotti Igp. Fra il 2010 e il 2016, l’Italia ha registrato, in media, ogni anno 5 nuove Dop e 7 nuove Igp. I riconoscimenti Dop e Igp sono stati istituiti dall’Unione Europea, ma possono essere attribuiti anche a prodotti provenienti da Paesi extra UE. Oggi i prodotti di Paesi extra UE riconosciuti Dop e Igp sono 23, di cui 10 della Cina.

Più attive le regioni del Nord. Il primato di riconoscimenti raggiunto e consolidato dall’Italia rispetto agli altri Paesi dell’UE testimonia, non solo la ricchezza di tradizioni agricole e gastronomiche nazionali, ma anche l’eccellente lavoro delle istituzioni e dei produttori. Più attive nella valorizzazione dei prodotti DOP e IGP sono le regioni del Nord (soprattutto Emilia Romagna, Veneto e Lombardia); fra le regioni del Centro, la Toscana; fra le regioni del Sud, la Sicilia.

Top ten. Rispetto al 2003, nel 2016 i prodotti italiani che si fregiano dei marchi Dop e Igp sono più che raddoppiati (da 130 a 289). La categoria produttiva per la quale il nostro Paese ha ottenuto il maggior numero di riconoscimenti è quella degli ortofrutticoli e dei cereali (110), seguita dai formaggi (51), dagli oli extravergini di oliva (45) e dalle preparazioni a base di carne (41). I prodotti Dop prevalgono numericamente sugli Igp; tuttavia questi ultimi, nel periodo 2005-2016 hanno registrato un incremento maggiore, con 73 nuovi riconoscimenti (+142%) rispetto ai nuovi 60 (+56%) dei Dop.  Al valore complessivo delle esportazioni di prodotti Dop/Igp contribuiscono soprattutto dieci prodotti: grana padano Dop, parmigiano-reggiano Dop, aceto balsamico di Modena Igp, prosciutto di Parma Dopmela Alto Adige Igp, pecorino romano Dop, gorgonzola Dop, mozzarella bufala campana Dop, prosciutto di San Daniele Dop e, a parimerito al decimo posto, mela Val di Non Dop, mortadella di Bologna Igp, speck dell’Alto Adige Igp, olio Evo toscano Igp.

Conclusioni. Il “peso” sull’export dei “top 10” è  superiore al 90%, con l’aceto balsamico di Modena Igp al terzo posto della graduatoria (493 milioni di euro nel 2014 col 92% di produzione esportata) e la mela Alto Adige Igp al quinto posto (204 milioni di euro nel 2014).  In prospettiva, si evidenzia la necessità di una valutazione sui processi di riconoscimento di Dop e Igp per prodotti disponibili in quantità limitate, commercializzati quasi esclusivamente a livello locale, per la promozione dei quali forse sarebbero sufficienti altre qualifiche di valorizzazione (come, ad esempio, quella di “prodotto tradizionale”). La diminuzione delle aziende produttrici di Dop e Igp può evidenziare o un processo di concentrazione produttiva e quindi di rafforzamento strutturale, anche in concomitanza di una situazione di maggiore competitività, oppure una progressiva riduzione dei vantaggi della certificazione di questo genere di prodotti per gli operatori della produzione primaria. La necessità di consolidare, fra i riconoscimenti già acquisiti, quelli suscettibili, in ragione delle quantità prodotte, di una migliore possibilità di promozione e commercializzazione all’estero o sul mercato nazionale a livello non solo locale.

Fonte: Centro Studi Confagricoltura

Banca delle Terra, migliaia di ettari ai giovani agricoltori, passi avanti

agricoltura“Sono passati due anni e mezzo dalla nostra manifestazione a Venezia per chiedere di destinare ai giovani agricoltori le migliaia di ettari di terreno agricolo incolto o confiscato in Veneto. Grazie alla nostra mobilitazione siamo arrivati alla legge sulla “Banca della terra” in tempi rapidi ma per le norme attuative abbiamo dovuto attendere un bel po’. Adesso finalmente qualcosa si muove e ci auguriamo che sia il segnale di un concreto cambio di passo”. Federico Miotto, presidente di Coldiretti Padova, commenta così la recente approvazione dal parte della giunta regionale del Veneto delle disposizioni per l’assegnazione dei terreni previsti in Veneto dalla “Banca della terra”.

La legge c’era già dal 2014 ma mancavano le delibere attuative. Ora un passo avanti significativo con con il provvedimento che stabilisce i criteri per l’assegnazione dei terreni. «Ovviamente vengono privilegiati i giovani imprenditori agricoli – aggiunge Miotto – come prevede lo spirito della legge e come è giusto per costruire un futuro per la nostra agricoltura. Le giovani imprese infatti non possono competere con le grandi disponibilità economiche di aziende ben strutturate, ma in cambio offrono l’intraprendenza e prospettive occupazionali di lungo termine. Inoltre questo provvedimento consente di evitare le speculazioni sui terreni e calmierare i prezzi degli affitti o delle compravendite. Nella nostra provincia stimiamo che siano almeno 3 mila gli ettari potenzialmente liberi, concentrati per lo più nella Bassa Padovana. Siamo pronti a ridare fertilità a questi campi, adesso aspettiamo i fatti”.

Secondo i dati del censimento 2010, in Veneto circa il 2% degli 811 mila ettari di superficie coltivabile non è messo a frutto: sono proprietà di enti pubblici (135), di regole o vicinanze, o di privati che non hanno una specifica vocazione agricola. Coldiretti ha calcolato che in Veneto sono almeno 15mila gli ettari da mettere a disposizione degli agricoltori, con la possibilità di dare lavoro a circa 3mila persone. La legge prevede di assegnare ad Avepa, tramite censimento effettuato dai Comuni, la gestione dell’inventario dei terreni a destinazione agricola che sono lasciati incolti o abbandonati da parte di proprietari pubblici o privati. Nella lista vanno inseriti anche i terreni confiscati alla criminalità organizzata. Una volta fatto il censimento, i Comuni “avvisano” i proprietari che il loro terreno sta per essere messo in palio perché sia affidato a un’ impresa agricola: se non ci sono opposizioni legalmente sostenibili, e una volta data risposta formale a eventuali osservazioni presentate, si procede.

L’assegnazione dei terreni avviene attraverso bandi ad evidenza pubblica disposti dalla Giunta regionale. Quindi Avepa seguirà la gestione delle domande e delle assegnazioni. Per ciascun lotto di terreno deve essere stabilito un canone annuo, che va pagato in un’ unica soluzione (riferito al valore agricolo medio) e viene stabilito dalla Commissione provinciale espropri. Per partecipare al bando si dovrà presentare un “piano colturale“. Il punteggio per l’assegnazione prevede di favorire i giovani agricoltori, i progetti di ampliamento aziendale, le cooperative agricole sociali e le aziende che hanno sede nello stesso Comune dove c’è il terreno messo in palio. L’assegnazione dura per 15 anni e l’attività di coltivazione va iniziata entro 12 mesi dall’assegnazione.

Fonte: Servizio stampa Coldiretti Padova

16-17 febbraio 2017, a Treviso si tengono le Giornate internazionali di studio sul paesaggio

Isola Memmia Prato della Valle Padova foto padovanet.it

Isola Memmia Prato della Valle Padova foto padovanet.it

Giovedì 16 e venerdì 17 febbraio 2017 si terranno a Treviso nella Fondazione Benetton Studi Ricerche la tredicesima edizione delle Giornate internazionali di studio sul paesaggio.

Il tema dell’’edizione 2017, Prati, commons, propone una riflessione aggiornata sul rapporto tra città, paesaggio e luoghi collettivi, mettendo a confronto sia contributi di natura storica e culturale, sia esperienze e progetti, compiuti o in corso, orientati alla ricerca di nuove accezioni di spazio comune nella dimensione urbana contemporanea. Anticipa Luigi Latini, che con Simonetta Zanon cura le giornate di studio sul paesaggio: “le parole usate per questi luoghi speciali della città, prato, pré, prado, green, common,saranno il punto di partenza per un’’indagine che intende evocare, al di là di ogni specifica classificazione, il senso della lunga storia urbana e sociale che ce li ha consegnati e l’’importante ruolo che il paesaggio esercita nella loro vita, spesso incerta, tra abbandono e esperienze progettuali innovative“.

Le due giornate saranno strutturate in quattro sessioni dedicate rispettivamente alle questioni storiche (I “prati” nella storia e nella cultura del paesaggio), agli usi e ai significati (Città, paesaggio, luoghi dell’’immaginario), alle trasformazioni paesaggistiche (Nuovi prati, il lavoro del paesaggista) e, infine, al quadro composito e multiforme di istanze e sperimentazioni contemporanee (Lavori in corso: azioni, occupazioni temporanee, nuova vita nei prati).

Si narreranno storie diverse che attraversano luoghi come Prato della Fiera di Treviso e Prato della Valle a Padova, esempi di spazi urbani inizialmente marginali che ora connotano luoghi divenuti poi centrali delle città europee, come il Museumplein di Amsterdam (insignito del Premio Carlo Scarpa per il Giardino nel 2008) o ancora, luoghi ritrovati, come l’’aeroporto dismesso di Tempelhof di Berlino, oggi grande campo di sperimentazione paesaggistica e sociale.

Relatori. Jeppe Aagard Andersen, The Oslo School of Architecture and Design. Claudio Bertorelli, Fondazione Francesco Fabbri, Pieve di Soligo. Jean Marc Besse, CNRS, UMR Géographie-cités, Paris. Federica Dell’’Acqua, Università Federico II, Napoli. Maarten Kloos, Arcam Architectuur Centrum, Amsterdam. Norbert Kühn, Technische Universität Berlin. Imma Jansana, Jansana-de la Villa-de Paauw Arquitectes, Barcellona. Anna Lambertini, Università di Firenze. Mario Lupano, Università Iuav, Venezia. Raul Pantaleo, Tam Associati, Venezia. Franco Panzini, architetto paesaggista, Roma-Los Angeles. Alessandra Ponte, Università di Montreal. Laura Tinti, Università Iuav, Venezia. José Tito Rojo, Università di Granada. Elisa Tomat, agronomo, Udine. Udo Weilacher, Technische Universität München.

Organizzatori. Le giornate di studio sul paesaggio sono progettate dal Comitato scientifico della Fondazione Benetton Studi Ricerche, con il coordinamento di Luigi Latini e Simonetta Zanon. Fanno parte del Comitato scientifico: Teresa Andresen, Giuseppe Barbera, Hervé Brunon, Anna Lambertini, Luigi Latini (presidente), Monique Mosser, Joan Nogué, Lionello Puppi, José Tito Rojo, Massimo Venturi Ferriolo.

Fonte: Servizio Stampa Fondazione Benetton studi e ricerche

“Eataly vuole fregare Trump con l’Italian sounding? La vaccata del giorno!” a dirlo Efrem Tassinato, presidente circuito Wigwam e socio Argav

mucche-central-park(di Efrem Tassinato, socio Argav e presidente Circuito Wigwam, rete associativa non profit per lo sviluppo sostenibile delle Comunità Locali, nata in Italia nel 1972 e che oggi connette territori, organizzati in Comunità Locali, di 21 Paesi). Se non fosse che le cronache ci hanno abituati a chi la spara più grossa che poi, si spera, finisca come nella favola di Esopo dell’Al lupo al lupo e quindi non ci creda più nessuno, ci sarebbe da scuotere la testa per l’enorme ed ennesima scemenza lanciata in titoli cubitali per amor del sensazionalismo.

italia-oggiItalian sounding…all’italiana! Mi riferisco a quanto dichiarato da Oscar Farinetti, sì proprio quello che nel mondo sta facendo un gran bel business col Made in Italy alimentare e che a Italia Oggi del 1 febbraio 2017 “svela come intende aggirare il neoprotezionismo USA”. Il titolone recita: “Faremo in USA il made in Italy italiano” e nel sottotitolo “Farinetti: se Trump ci blocca useremo materie prime locali” spiegando poi nel testo che produrrà sul posto, ma all’italiana. Vanta ad esempio che “abbiamo aggirato il divieto d’importazione delle nostre carni negli USA. Approfittando della possibilità d’esportarvi sperma di toro, vi abbiamo portato quello di stalloni di razza piemontese e oggi produciamo là dell’ottima carne che poi utilizziamo e vendiamo nei nostri negozi.” E così via continuando…Insomma, ci chiediamo. Ma quale differenza ci passa tra il prosciutto di Parma fatto in Canada e il Regianito fatto in Argentina, chiaramente evocando la tanto ambita e prestigiosa italianità, da ciò che già ha dichiarato di fare ed ancor più farà Farinetti quanto alle operazioni di taroccamento dell’italian sounding?

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Efrem Tassinato

Agricoltori e artigiani, figure da proteggere e non da immolare. Al di là della sua indiscutibile capacità di businessman, finanche meritevole per certi aspetti, qui ci troviamo di fronte alla più grande minaccia di disastro per le comunità rurali e della montagna italiana, con agricoltori e artigiani alimentaristi che faticano a marginalizzare quel che serve per sopravvivere, ai quali peraltro si chiede anche di essere manutentori del territorio, custodi delle tradizioni ed un’infinità di altre prestazioni, sempre troppo poco riconosciute dall’establishment dei burocrati europei e nostrani delle politiche agricole e falcidiati da una grande distribuzione organizzata che pretende la massima qualità ma funzionale alle operazioni del tre per due e del sottocosto.

Agricultura-spettacolo. Rispetto alla domanda potenziale del mercato globale le nostre possibilità di produzione – quantitativamente parlando – rappresentano davvero poca cosa. Ma quel che finora ci ha in qualche modo salvato è stato il prestigio, la nomea, la tradizione, l’enfatizzazione del legame coi territori che nei secoli hanno cumulato, tutt’altro che gratis, valore aggiunto per le nostre produzioni agro-alimentari. Un valore immateriale di inestimabile quantificazione che si somma a quello materiale di prodotti di assoluta qualità perché frutto di lavoro fatto con il cuore e con teste pensanti che non son più gli zotici Fontamaresi di Silone, per di più garantiti da una tra le più solerti normative igienico-sanitarie al mondo. Non ce l’ho con Farinetti, lui fa il suo business. Quello che deve preoccupare è il messaggio che sta passando con la creazione dei parchi tematici del cibo contadino, dove è tutto finto. Proprio come fantasticava, ma neanche tanto, un bell’articolo di Economist della metà degli anni settanta sull’agricoltura spettacolo: l’operatore alla mattina arrivava, timbrava il cartellino, si vestiva da contadino, prendeva il secchio ed andava mungere la vacca o a svolgere altri mestieri. Il tutto a beneficio di spettatori che vi assistevano meravigliati, avendo prima pagato il biglietto per poi acquistare prodotti, fatti però in grande serie da una super industria, super multinazionale ed ovviamente, super robotizzata.

In gioco la sopravvivenza e lo sviluppo delle Comunità locali rurali. Quel che noi diciamo è che il prodotto tipico è tale perché è intimamente legato al territorio di origine ed espresso, conservato, tramandato da quei microcosmi che sono le Comunità Locali. Ed anzi, il rapporto è così stretto ed interdipendente che la sopravvivenza e lo sviluppo duraturo e sostenibile delle Comunità Locali rurali e della montagna dipende essenzialmente dalla tutela della prerogativa di tale valore immateriale. Perché ciò non accada la soluzione è semplice: incentivare il consumo negli originari luoghi di produzione. La marginalizzazione rimarrebbe al territorio dove si manterrebbero posti di lavoro e risorse per la manutenzione e il miglioramento del territorio stesso. Se il Signor Trump chiude alle importazioni italiane, facciamo venire gli americani a consumare da noi!

 

Gli affari sporchi delle mafie a Nordest

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L’ex procuratore Giancarlo Caselli

Gli interessi illeciti nel settore agroalimentare con l’infiltrazione nei mercati ortofrutticoli dei Nord Italia e nel commercio di prodotti oleari da parte di soggetti riconducibili alla cosca Piromalli sono la punta di un iceberg del business della criminalità organizzata nell’agroalimentare che vale 16 miliardi all’anno. E’ quanto afferma Coldiretti nel commentare positivamente il blitz eseguito dai Ros qualche giorno fa contro la potente cosca dell’’ndrangheta con 33 provvedimenti di fermo e di sequestro di beni emessi dalla Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria.

Prezzi aumentati anche del 300 per cento dal campo alla tavola. “Il fatto che i tentacoli delle agromafie arrivino fino a Nordest non ci stupisce”, commenta Federico Miotto, presidente di Coldiretti Padova. Che aggiunge: “La malavita si appropria di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta, ma compromette in modo gravissimo la qualità e la sicurezza dei prodotti, con l’effetto indiretto di minare profondamente l’immagine dei prodotti italiani e il valore del marchio Made in Italy. La presenza di attività criminali nella filiera agroindustriale non fa che aggravare gli aspetti patologici dell’indotto agroalimentare, come la lievitazione dei prezzi di frutta e verdura nella filiera che va dal produttore al consumatore. Sono la conseguenza non solo dell’effetto dei monopoli, ma anche delle distorsioni e speculazioni dovute alle infiltrazioni della malavita nelle attività di intermediazione dai mercati ortofrutticoli ai trasporti. L’ortofrutta è sottopagata agli agricoltori su valori che non coprono neanche i costi di produzione, ma i prezzi moltiplicano fino al 300% dal campo alla tavola anche per effetto del controllo monopolistico dei mercati operato dalla malavita in certe realtà territoriali”.

Servono armi efficaci per combattere criminalità. Il fenomeno non può lasciare indifferenti, tanto che Coldiretti da anni sta tenendo alto il livello di attenzione con l’attività dell’Osservatorio sulla criminalità in agricoltura. E proprio da Padova, l’anno scorso, l’ex procuratore Giancarlo Caselli, alla guida del comitato scientifico dell’Osservatorio, aveva messo in guardia sull’effetto devastante delle agromafie. “Nel Nordest c’è una mafia “silente” – aveva ricordato Caselli – che applica il proprio metodo di assoggettamento senza fare troppo rumore e senza far scorrere sangue. E’ interessata al denaro, alla ricchezza presente in queste terre per realizzare i sui traffici. L’agricoltura è un settore che fa gola alla criminalità perché il made in Italy è conosciuto in tutto il mondo e perché mettere le mani sull’agroalimentare significa assicurarsi ampli margini di guadagno con le contraffazioni, le falsificazioni e ogni genere di frode. Per combattere le agromafie servono delle armi efficaci, per questo l’Osservatorio ha proposto un disegno di legge”. Gli interessi criminali sono rivolti anche alle forme di investimento nelle catene commerciali della grande distribuzione, nella ristorazione e nelle aree agro-turistiche, nella gestione dei circuiti illegali delle importazioni/esportazioni di prodotti agroalimentari sottratti alle indicazioni sull’origine e sulla tracciabilità non curandosi delle gravi conseguenze per la catena agroalimentare, per l’ambiente e la salute.

mafiaanordestUn libro inchiesta. A proposito di malavita organizzata in Veneto, interessante anche la lettura del libro “Mafia a Nordest” (Bur Biblioteca Univ. Rizzoli 2015), in cui gli scrittori Luana de Francisco, Ugo Dinello e Giampiero Rossi squarciano il velo di silenzio interessato che da troppo tempo lascia campo libero all’azione dei clan e dei loro alleati, raccontando senza tabù i loschi interessi che mafia e imprenditori locali condividono: dal riciclaggio di denaro sporco al pericoloso mal costume del “nero”, dal traffico di droga e armi ai disastri ambientali, dall’infiltrazione nelle ditte appaltatrici di Fincantieri al business del tarocco.

Fonte: Servizio Stampa Coldiretti Padova/Bur

Parchi in Veneto, le associazioni ambientaliste chiedono alla Regione una conferenza regionale sulle aree protette

colli-euganei-5Nove associazioni ambientaliste (Associazione Italiana Insegnati di Geografia -Veneto; CAI Veneto; FAI – Fondo Ambiente Italiano; FIAB – Federazione Italiana Amici della Bicicletta; Italia Nostra – Sezione Treviso; LAC – Lega per l’abolizione della caccia; Legambiente Veneto; LIPU- Lega Italiana Protezione Uccelli; WWF Veneto) hanno scritto una lettera aperta alla Regione, che riportiamo di seguito, un appello per una nuova visione del patrimonio Parchi attraverso una condivisione di idee, progetti e proposte. Un invito, soprattutto, a prendere le distanze da proposte che soddisfino specifici interessi di parte a scapito dell’interesse generale, nel nome di un’auspicata riforma che possa sostenere al meglio gli Enti locali.

La lettera. La “Strategia Nazionale per la Biodiversità” afferma a chiare lettere che un’area protetta è “un’area geograficamente determinata, regolamentata e gestita al fine di conseguire obiettivi specifici di conservazione della biodiversità”. Per questa ragione i Parchi italiani sono tra gli strumenti più efficaci per conservare la natura, arrestare il declino della biodiversità, contrastare l’espandersi della cementificazione, praticare forme innovative di green economy, difendere il paesaggio e i preziosi beni culturali in essi custoditi. Beni che il Veneto ha in abbondanza nelle sue aree protette, ma che subiscono oggi un attacco senza precedenti, un attacco che mira a limitarne l’estensione, a ridurne l’efficacia di gestione e di controllo del territorio aprendo le porte a chi voglia abusarne. Un approccio dinamico al problema della Conservazione della natura concepisce però la tutela del territorio non solo come un vincolo che inibisce determinate destinazioni d’uso del suolo, ma anche e soprattutto come un potente motore dello sviluppo locale, in forme che rispondono ai dettami della sostenibilità ambientale e in qualche modo anticipano, anche dal punto di vista tecnologico, le modalità di una riconversione ecologica destinata a investire nel tempo tutte le forme della vita associata, su tutto il territorio del Pianeta. Le aree naturali protette devono essere soprattutto un laboratorio in cui sperimentare le soluzioni più avanzate di un percorso di fuoriuscita dagli inconvenienti indotti dallo sviluppo industriale e dai rischi planetari connessi alla riproduzione dell’attuale modello di sviluppo. Riconosciamo che i Parchi nel Veneto non hanno dato spesso una grande prova di sé e richiedono un rafforzamento del sistema, a partire dal miglioramento della legge che li regola. Il tentativo di smembrarli, di ridurli accentuerà la loro marginalità e quello che dovrebbe essere un sistema diventerebbe ancor di più una sommatoria di microscopiche situazioni che procederebbe senza una funzione riconoscibile, senza “un’anima” in cui tutti si riconoscano. I diversi problemi di cui soffrono i parchi vanno affrontati con mezzi conoscitivi straordinari, cui segua una nuova legge. Non bastano le audizioni di routine e i successivi patteggiamenti fra forze politiche in Consiglio Regionale. La Giunta regionale abbandoni dunque i tentativi di taluni consiglieri di asservire l’interesse generale cui obbediscono i parchi a interessi particolari di precise, limitate (e potenti) categorie di persone. La strada indicata dagli articoli 70 e 71 della legge di bilancio produrrà strappi che sarà difficile sanare. Occorre perseguire una riforma che sappia sostenere gli Enti locali in una pianificazione coerente agli obiettivi di conservazione dei parchi, che spesso non possono essere perseguiti solo da azioni sviluppate all’interno dei confini dell’area protetta. Gli Enti parco non vanno consegnati alle logiche di degenerazioni localistiche e partitiche. Sono logiche che spingono le aree protette sempre di più sotto il controllo di politiche opache e degli interessi che le guidano. La Giunta Regionale promuova una “Conferenza regionale sulle aree protette” quale luogo e momento dedicato a fotografare la situazione regionale con dati scientifici e a individuare i punti da aggiornare o modificare della legge. La Conferenza è l’unico strumento in grado di dare una visione organica e d’insieme delle varie problematiche delle aree protette. Da essa scaturiranno i contenuti che, siamo certi, il Consiglio Regionale accoglierà e che garantiranno alla nuova legge una piattaforma largamente condivisa e basata su un’analisi fattiva e ponderata.

Fonte: Legambiente Veneto